HANDBOUND
AT THE
UNIVERSITY OF
TORONTO PRESS
ARCHIVIO
GLOTTOLOGICO LTALIANO,
DIRETTO
DA
Gr. I. Js^scai^j.
VOLUME DECIMOQUAKTO.
\;
TORINO,
CASA EDITRICE
E pai ANNO LOESCHER,
1898.
Riservato ogni d.iritto di proprietà
e d.i traduzione.
V 1/^
MILANO, TIP. UEKNARDONI DI C. KEBESCHINI E C.
SOMMARIO
Parodi, Studj liguri (continua) Pag. 1
Flechia, Atone finali, determinate dalla tonica, nel dialetto pi-
veronese (pubblicazione postuma) » 111
GuARNERio, I dialetti odierni di Sassari, della Gallura e della
Corsica (continuazione) » 131
Salvioni, Annotazioni sistematiche alla 'Antica Parafrasi Lom-
barda del Neminem laedi ecc.' (continua) » 201
n^Nigra, Note etimologiche e lessicali (prima serie) » 2G9
Bianchi, Storia dell' i mediano , dello j e dell' i seguiti da vo-
cale nella pronunzia italiana (continuazione ; di pubblica-
zione postuma) » 301
Ascoli, Di un dialetto veneto, importante e ignorato; e di ccqwr
capare » 325
NiGRA e Ascoli: toccare, laccare, ecc » 337
Ascoli: truextu ed altro; sampogna e caribo; coslario e co-
CLAEIO > 339
NiGRA, Note etimologiche e lessicali (seconda serie) .... » 353
OuARNERio, I dialetti odierni di Sassari , della Gallura e della
Corsica (continuazione e fine) » 385
IV Sommario.
Pieri, A proposito d'uno spoglio di nomi locali. Note fonetiche. Pag, 423
Salvioni e Ascoli, Etimologie » 436
y Salvioni, Del posto che spetta al sanfratellano nel sistema dei
dialetti galloitalici ; e lomh. pras'i » 437
^ Ascoli, Un problema di sintassi comparata dialettale .... » 453
Ascoli, Due parole di anticritica (cdpor càpore, coslario;
toccare ecc.) » 409
Salvioni, Indici del volume » 473
STXJDJ LIQ-XJRI,
DI
E. G. PARODI.
Sommario. — § 1. Le carte latine: A. Spoglio; B. Documento latino-genovese del-
l'a. 1156; con annotazioni lessicali. — .^ 2. Il dialetto nei primi secoli: A. Testi;
B. Spoglio fonetico e morfologico; C. Lessico. — § 3. Il dialetto di Genova dal
se e. XVI ai nostri giorni: A. Fonetica; B. Morfologia; C. Lessico. — g i. Gli
altri dialetti liguri.
1. LE CARTE LATINE.
Avvertenza preliminare.
Questo primo paragrafo contiene un breve spoglio delle più antiche serie,
0 inedite nell'Archivio di Stato genovese o già divulgate per le stampe,
di carte medievali latine , d' origine ligure ; e lo scopo esclusivo della ri-
cerca è quello di giovare alla storia del dialetto della regione nei sec. X>
XI e XII, ai quali dette carte risalgono. Per quanto concerne in ispecie il
lessico, un maggior profitto si sarebbe potuto trarre, mercè un'indagine
più estesa, dai nomi personali, d'origine romanza, che nei documenti meno
antichi e nelle cronache ci vengono innanzi in tanta copia; ma codesto
è uno studio che per varj motivi non poteva ancora qui esser fatto con
quell'ampiezza che si meriterebbe.
Le raccolte da me esaminate nell'Archivio genovese, son queste due:
Carte dell'Abbazia di S. Siro (SS), e Carte dell'Abbazia di S. Stefano (SSt).
Comincia la prima con una carta dell' a. 960, la seconda con una del 965,
e scondono poi l'una e l'altra fino a tempi assai tardi. Io perù non le
seguo oltre la fine del sec. XII. — Citerò assai poche volte una terza rac-
colta, intitolata delle Materie politiche (MP).
Molto numerosi sono i documenti a stampa, e si contengono nelle pub-
blicazioni che ora dico :
Cartario genovese, edito dal prof. L. T. Belgrano negli Aiti della So-
cietà ligure di storia 2ia(ria, voi. II, parte I (C). La carta più antica di
questo Cartario è, per quanto si può congetturare, dell' a. 965. Vi si com-
Archivio glottol. ital., XIV. • 1
2 Parodi ,
prendono non pochi àoi documenti di SS o di SSt, da me esaminati sul-
l'originale, e io l'avverto con la doppia citazione; per cs. : SSt 1045 (C 156).
Registro della Curia Arcivescovile di Genova, edito dal medesimo, Atti ecc.,
voi. II, parte II (R); — Il secondo Registro della Curia Arcivescovile di
Genova, pur del medesimo, Atti ecc., voi. XVIII (R*). — Con R e R* non
si risale più alto del sec. XII.
Liber luriicm reipublicae lanuensis, in Monumenta historiae patriae, VII
(LI). Il più antico documento di questa raccolta porta la data del 958.
Il Cartolario del notajo Giovanni Scriba, ibid., Chart. II (Scr.). L'origi-
nale si conserva, primo della serie notarile, nell'Archivio di Stato, e la
grande scorrettezza dell'edizione mi indusse a ricorrervi più d'una volta.
<Juosti atti vanno dal 1140 al 1166.
Nel citare i documenti inediti e i raccolti in C e LI, mi parve sufRcente
indicar l'anno a cui risalgono. A questo feci precedere anche il numero
della pagina, per R" e per Scr. Citai invece, nella più parte dei casi, sol-
tanto la pagina di R, che è bensì una raccolta che abbraccia tempi diversi
e spesso molto antichi, ma compilata, quasi per intero, nell'a. 1143. Alcuni
tratti sono però aggiunti un po' più tardi, e di questi, come di altri pochi,
segno pure la data.
Cito finalmente per 'Rimo' entrambe le parti delle 'Rime genovesi', edite
iieir 'Archivio glott. it. ', voi. II e X; e se la distinzione è necessaria, ri-
mando, colla sigla: ri, alla prima parte, e colla sigla: rp, alla seconda.
A. Spoglio.
Appunti fonologici.
Vocali toniche.
A. 1. In e davanti r complicato: cum erbore uno C 1016, erboribus SSt
1019, erbores SSt 1028, de Erchis R- 95, 1172, cfr. LI 1128. — 2. -ariu -ari.v :
Albario SSt 1012 (C 82), ni., ora Arbà, super Altario SS 1019, ni., ora Artà,
Martinus campanarius SSt 1104, calegarius SSt 1108, oto fornarius SSt 1109,
barrilarius SS 1180; campo de canale clario R 171 (ante 1083);- de Fe-
raria SSt 1108, cf. § 2 B, terra caualaria SS 1147; coli' z internato: de ri-
naira LI 1128, carbonaira LI 1134, in aira R* 93, 1172 'nell'aja', Rolandus
bnrlaìra R^ 45 e 46, 1174, in Coriiaira R* 56, M75, cum terra Rodaire R^ 57,
1156, acc. a Rodar, de uulpaira SSt 1196, Barbauaira R" 353, 1214, ecc. —
Altro esito: blancus panateì-ins LI 1102, oberti caualerii SSt 1109 (ma dal
frc. : terra ziualerii R* 356, 1211, due volte), foresterii R 38, Petrus alferiiis
Studj liguri. § 1, A. Carte latine: Fonetica. 3
R 45, Wilielmus quarter R 82, in alio fercierio R 135, in senterio R 147,
mons lanei'ius R 298, cancellerius R 388 (1153), harateì-ius SS 1173, Loei-ius
R' 200, 1184, acc. a Loterii 201, 1180. Due altri nomi proprj, dei quali al-
meno il secondo venuto di fuori: gnalterij SSt 1011, oliueri SS 1109,
cliuerii SS 1137, ulmeriits ib. Per Teodoro C 969, Teoderus SSt 1026, cfr.
Arch. X 357 390. Sarà una falsa ricostruzione lohannes maxelladrus R 154.
— 3. Con r e così largamente diffuso (cfr. Ardi. X 168 ecc.): manso de
casteneis R35, pecia que dicitur castegna bona R 167 (1018), iohannis riki
de castegna R 236 (966).
E lungo. 4. Due esempj del dittongo: meise lunio C 969, méise Decenber
SS 1035. Forse di puro valore ortografico mixi C 1017. Non par genovese
Wilielmo paise SSt 1103, che Yoà. pàis'e è recente contrazione di paéis'e^.
E di posizione. 5. drictmn rendemus C 1028, prò dricto R' 287, 1205.
I lungo. 6. Puramente ortografico: aprelis C 1000, apreli C 1017; più
notevole: ansaldi sardene R 47, plano de la sosena R 285 (1060), Gandulfus
sardena LI 1146, opizo savdena Scr. 338, 1156, Pizena, se non al num. 14,
cfr. § 3 A.
I breve. 7. streiaporcus 'Strigliaporco' npr. Scr. 357, 1156, lohanne
Streiaporco R' 399, 1243, nel genov. stor. striga; de cellio bianco SSt 1173,
fino a tempi vicini srgu, ora caduto, ecc. Ma Tigna L 1102, R 20.
0 lungo e p di posizione. 8. ad fucem SSt 1153, R' 35, 1173, halde-
zun SSt 1118, baldizun SSt 1136 ecc.; mense octubris SS 1100, de la curie
SS 1100, Casal de curie R50; pratum lungum C 999, ubi dicitur Munte
IMoro C 1017, in loco et fundo Munte Mauro C 1017, Aqualunga C 1019.
T. 9. Iohannis qui dicitur bisxola R 342, lohannes bixola 343: 1' i proba-
bilmente da ?V; cfr. num. 15 e il § 3 A.
AU latino e non latino. 10. Scrizioni non limitate alle carte liguri:
■octoris vocem C 965? e 1011 'auctoris'; aufcrsionis C 1017 'offersionis',
auposita 'opposita' ib., octori ib., auberti SSt 1033 'Oberti', aiiliuas SSt 1037,
cn'.ferimus SS 1039 'olferimus', aufersio ib. , cartula ipsa aufcrsionis ib. ,
aufertor SS 1041, dono et aufero, aunibus omnibus, aittulit obtulit, in uno
stesso documento, C 1045, auglerius SSt 1097, due volte, 'Oggero'. Son
' K assai frequente miesi miexi npr.: 'de oredos quondam Oberti vico-
comitis et de ìuiesi" C 1003, 'de eredes quondam miesi' SSt 1009 e 1014
(C 92), 'filius quondam miesi' SSt 1014 (C 91), 'nos ingo filius quondam
uiiesii' SSt 1019, e cosi pure in carte del 1027 e 1029. L'edit. lo rende con
*Migesio'; ma chissà che non sia da ricorrere alla baso médiu.
4 Parodi,
tutti casi (li au inizialo, per lo più atono ; e sareljbe forse troppo spiccio
il tenerli senz'altro per 'scrizioni a rovescio'. Più chiari: Munte Moro
C 1017 acc. a Munte Mauro, Casal de Loro R 51, Mainfredus de Lori ib.,
acc. a Manfredus de Lauro 53, Oberti de elodo SS 1158. Qui stieno anche:
mali ocelli R 58, npr., frequentissimo in Scr., e Onedu R 266 *alnetu,
npr. vivente 'Oneto'. In malahttus SSt 1109, oà. niarotu , s'ha una scriz.
etimologica. E il ni. cadaplauma SSt 1027, Caaploma 1194, Caapioma 1194»
Cadapluma 1196, *cataplauma, potrebbe risalire a '^cataplagma; ma
come intendere un ni. di questa fatta?
Vocali atone.
11. Iniziali: e- da i-: en le sorte C 1066 (copia del 1201), emcarnacionis
C 1100, embronus LI 1102, npr., sine enganno MP 1109, Guillielmus enganna
deo R 52, cfr. Embriaci LI 1109, Embriaco R» 166, 1190. — 12. Finali.
Allato al lat. Johannes C 1004, 1006, 1012, 1032, 1095, iohanne streiaporco
R* 399, 1243, occorrono : Gotiza iugalibus et Ioani germano C 1006, iohanni
qui dicitur bom fante SSt 1026, iohannis de landulfo SSt 1088 (C 193), io-
hannis blancus SSt 1109. Oggi è G'uane. — La caduta delle vocali dopo
n r non appare se non nel sec. XII: terra de baldeziin SSt 1118, de bai-
dizun SSt 1136, frexon de langasco SS 1150, baldicion R 20, de caski-
fenon 20, lohannes sierpon 43, Wilielmus ìnarenzan 82 ecc.; ogler sca-
raglo SS 1120, Obertus de Rainer LI 1135, petrus calegar MP 1135,
bonsegnor rnallun SSt 1136, in loco qui dicitur pradal SS 1137, guilelmus
guardator SS 1141, sciicator LI 1142, sclaracor Scr. 14, 1143, petrus de-
pauer SS 1150, dominicus cazator R 36, dominicus caciator 41 ecc. Nei
nll. resta 1' ~i dopo Z, r: in ualle Banali C 990 e in Banali SSt 1159, ora
Bàvai^ in Clauari C 980, SS 1136, Begàli R 12, SSt 1193, ora Begé ,.
de Sori R* 146, 1190, ora Sài, Oliuii de Mari R* 34, 1178, ora de 3Iàii
cfr. § 3 A. Ma dell' -i che cada dopo n e sia risentito nella sillaba prece-
dente, quando questa contenga un « o un u (p. e.: genov. ant, cain cani,
bucuin bocconi; od. Kurnigeh Corniliani ni.; ecc.), non è alcuna traccia
sicura nelle carte latine. Si noti tuttavia: maugene 'in loco qui dicitur //;.'
SSt 1145, maduzene R^ 98, 1173, de ynagur-eno SSt 1190, in magureno
SSt 1196, che in LI hanno quasi una spiegazione: in locas et fondas matu-
cianas 962, in... matutianensibus finibus 963. È egli però da credere cho
*Magusain si fosse già ridotto a Magusen, quando le 'Rime' hanno ancora
esclusivamente il dittongo aperto ? — 13. e da a. Lasciando Genarins G 999,.
Studj liguri. § 1, A. Carte latine: Fonetica. 5
abbiamo il noto monesterio C 997, 999 (tre carte), 1003, 1005, acc. a moni-
slerio C 1005, monesterii SSt 1014 (C 92), monesterio 1016 ecc., caneuarius
IV 23, 1173, caneuarius R^ 44, 1174;- tibi Rehemzoni monelli C 1055, cui
•s'unirebbe, se spetta ad -a cu, de Comego R* 127, 1188, de Cumcgo R* 282,
1203, ni., ora Co' magic. Qui è normale dissimilazione in compera R^ 149,
1194; 155, 1196, e altrove, camerarius R* 406, 1255 e spesso altrove. —
14. e da i: in fundo caleniano SSt 1000, ora Calvjinàn (avrà veramente
un e orig., ma pur serve), gotefredus ib., deiiixione SSt 1028, semenadura
C 1028, macenabit SSt 1108, macenare ib., calegarius ib., SS 1141 e altrove,
letigatores SSt 1109, Bonefacius SS 1137 e altrove, cfr. Bonefaci rp IV 3, Guil-
Waìnwx?, polesin LI 1146 *pollicinu, frexon de langasco SS 1150, Bietesa-
l'ie R 95, in besanio 101, de felippo 101, Gandulfo de uecino 103, de uexino
104, corezarius 105, besauus noster 237 'bisavolo', sempre vivo, costa de
seluestro 243 (992) ecc. Variamente scritto il nome dell'od. Sestri: in insula
Siestri R 79, de Sigestro 90, Segestri 114, de Seestri 133, fossato de cestri 274.
— In penultima, allato a forme con i (come : in gaterico SS 1003, in loco
et fundo gralanico SS 1100 ecc.), abbiamo Casalego C 1066, martinus de
mazelega R 82, de persego 143, de carpsìio 254 (1010), campo denego 275,
guidotus codega Scr. 476, 1158; Pizena mulier R 266, se l'accento è suU' ?",
quondam Piceni R' 19, 1175. - Scambio di prefisso in premontorio Scr. 294,
1155, ora Premehtuh. • — 15, L' t di penultima deve forse la sua conserva-
zione alla palatina, nei numerosi nnll. in -ici: niontdnisi SS 993, Cauàlixi
C 1089, acc. a Cauàlexi R 82, Sauàrixi SS 1137; cfr. Celanisi Moconisi Pa-
nisi Trepelixi nell" Indice' di R, e gli od. Siànezi Mucònezi Pdnezi ecc.
Citerò anche Tunisini Scr. 301, 1155, ora Tunezi. - Un i da ù: a Bri-
gnono R* 137, 1188, quatuor arboribus ficuum et unius brignoni R* 427,
1257, acc. a Brugnun Scr. 428, 1157; 434, 1157, a Lanfranco brugnone
R^ 51, 1174: ora è briniaì. — 16. a da e, i, u : Saraftne Scr. 312, 1150, per
assimilazione; [boni cordeanerii Scr. 327, 1156, coli' od. kurdané 'funajo'
opp. con 'cordovano'?];- cum mdscaro LI 1127, filius datali (dattero;
od. ddtou *dattaru) SSt 1138, Obertus siilpliarus R 316, acc. a sulferus 124,
Oto sulfar R* 194, 1153, ansaldus sulfarus Scr. 411, 1157, ego garofalus
Scr. 415, 1157, ogerius lugarus Scr. 418, 1157. — 17. u da o : lungobar-
dorum C 992, 1000, funtenele SSt 1007, acc. a fontanele, in sorte de fun-
tana C 1040, acc. a fontana, Custantini C 1055, uliuerius SS 1137, iohannis
curtesi SS 1141. Più numerosi gli u da il lat.; ma qui mi limito all' -m :
bruningu num. 35, do lu zerbu, de lu cerredu, Ugo magru LI 1135.
G Parodi,
Dittonghi. 18. Oltre i casi citati al n. 10, motto qui, per quel che val-
gono, Todeuerga Toderada C 971 (ali. a tefredi SSt 1011, teberga 1022, teu-
derada 1030 ecc.), ofrasia SS 1035. Poco c'insegnano inperator agitslus
SSt 1031, Sancti Agiistini C 1003, cum i^vìore ... agustino SSt 1145; ma
può notarsi: in loco qui dicitur Austana R 422.
Consonanti continue.
J. 19. Già citato Genariiis C999; e si aggiunge: meliorcntur non pego-
rentur SSt 1097. Ma: Zoagii num. 20 e 42. Di nessuna importanza: mense
rnadius SSt 1009? ecc. E: de lo poio R 146, de supra^Oio de leocaria R 184
(1018), ubi dicitur poio R 230 (1060), non sono che varianti pseudoetimolo-
giche di 'podi uni', od. pohi. Di contro all'od. lilgii, luglio, SS 1039 lulius.
J implicato. 20. LJ: \n pelio SSt 1009? (C 72), ma pegli SS 1100, in uihi
pegi SS 1175, ora Pegi, ubi dicitur maleolo SSt 1030?, ma usque in maglolo
SSt 1145, de magloleto R 47, in loco Bergalli SSt 1027 (C 135), in hergaUi
R 288 (1000), Bargagii R 298, in caniogi Scr. 257, 1145, monacus de camogi
Scr. 288, 1155, de roca taiada R 105, in capella de rumallio R 14, capelle
ramagii 320, Rolandus cegii blanci 349, corneiano SS 1163, ora Kurnigoii,
de Zouaio R* 125, 1188, ora S'uàgi. Gli esempj più antichi per la ridu-
zione in (j sono della metà del sec. XII. Cfr. -cl-. — 21. MJ: Se mugna-
negasco 'in m.' G 1047, derivato del ni. che oggi è Mìnànegu, è da Mum-
mianus, otteniamo un es. di mj protonico in n, cfr. Banali, ecc. § 3A e
Settignano Septimianus, presso Firenze, Rom. XVIII 603 n. — 22: SJ :
carta oferscionis C 969 (s); ubi dicitur falexiano SSt 1011, C 1012, occa-
xione SSt 1022, ambroxius SSt 1027, deuixione SSt 1028, camixa una de
dopso C 1055, ubi cerexa dicitur SS 1109, due volte, Turlexanus R 38 {:■).
— 23. CJ : riuo Yernazola C post 987?, se non va al n. 24, baldezun num. 8
e 12, anselmo cauaza R 84, Rubaldus besaza 86, de brazamonte 146, in vico
Molalo R*201, 1180, cfr. Molaciana R 11, ora Muasdha, Obertus de cannega
SSt 1179, cogn. vivente Canossa; scalgauegia num. 30, in fossato de preda
marza R 188 (1061) 'di Pietra Marcia'. — 24. TJ: Lasciando mense marciu.s
SSt 1014, porcione SSt 1028 e pedala SSt 1031, due volte, abbiamo: ma'
ziico p. 17, scurlamaze num. 34; anzanits R 29 'anziano', alzapé num. 48;
de opizone struxolo R 13, 88, se è 'strutiolo', e più dubbj ancora: Johannes
reza R 53, lanfrancus rezano ib. - PTJ : dominicus cazator R 36 e passim,
Luxius cazabouem SS 1175. Le scrizioni come dominicus caciator R 41 di-
pendono dalle apparentemente analoghe: molaciana ecc. — 25. DJ : Campura
Studj liguri. § 1, A. Carte latine : Fonetica. 7
mezanum C 1050, Wilielmus laiiezo R 88 *lapideu, ctV. Rom. XIX 484,
de caìnporzasco R 266. Se in iohannes ragius R 39 s'ha veramente radius,
ne risulterebbe una scrizione sul genere di caciator. Ma forse risaliamo
a un i implicato. — 26. Per BJ ecc. ho soltanto: per caìuhlo SSt 1103,
'scrizione a rovescio', e probabilmente Zoblolo C 1023, diminutivo di
'Eusebio', cfr. l'od. Santii S'óyu.
L. 27. Tre esempj di -l- in r : a fcletore R 294, cfr. 'Filettole', Symoii do
merello R 467, se con l'od. merelu melu, fragola, risaliamo a *melillu;
Wilielmi de Datavo R* 362 e 363, 1210. Forse è una 'scrizione a rovescio'
nel frequente Silus per Siriis : manibu» Johanni et Silo C 1023, Sancti Sili
SS 1017 (C 98), SS 1026 ecc., e in caldelarius Scr. 458, 1157, tre volte, cal-
delar 496, 1158. Allato a 'siluis biiscaleis" C 1089, occorre 'siluis buscareis''
SS 1085 (C 187); ma è alternazione che non si limita alle carte liguri. Per
L^ in r: guilliennus Scr. 238, 1141, tre volte. — 28. ALT ALD ecc.: Ru-
baudus SS 1180, Arnaudus SSt 1187, Wilielmus de Ando SSt 1187, Obertus
baudigoìius SS 1193. Curiosi: Ansaido R218, Ansaida 220. Per ULT ricordo
'non mutnrn longe' SSt 1118, dubbio perchè isolato, quando s' hanno bnl~
zaneli SS 1158, de Bolqcnelo R^ 129, 1188, ora Bòsandm. In una carta di.
SS 1138 è tra i consoli di Tortona nominato: Obertus scopellus; ma, sa
pur c'è il signif. di 'scalpello', non sarebbe, io credo, valido esempio ift
questo numero; cfr. § 3 A. — 29. L'N in II, nel sufi", -allo: de runcallo-
R 47, fossado de ceredallo 178, costa de cernilo 235, fine roca qui dicitur
nizalla 292 ecc. Ha notoriamente ragione sua propria: prò multone et
agno R 45 (prò muntonibus duobus R 33, prò muntone 35 ecc.).
L implicato. 30. CL, GL. Il più antico esempio, ch'io abbia, por la
risoluzione in a </, a formola inizialo, è de iarolo R 300 'do glareolo'; dov'è
da confrontare la grafia corrispondente delle 'Rime'. Del resto, sempre
intatta la formola iniziale: elusa SSt 1024 e 1103, clerico SSt 1109, clanica
SSt ino, a mansione de lo clapacio R 164 (1068), ora: ou C'apàsu, lacus
de la clapella R 213, ora C'apéla; glareto R 204 (992), glariolo 300 (1164),.
in molendino glarie SSt 1170 ecc.; sclaraeor Scr. 14, 1143; cfr.: marchia
de crauexana SSt 1196. Interno, dopo consonante: tordo SSt 1099, ma ad
torchinm LI 1141, se esatto. Tra vocali: uegius arpini LI 1102, uegii ih.,
cfr. Petri uegii R 109, in uilla uegia Scr. 288, 1155, musso de scalqauegia
SSt 1156 (autenticità incerta), musscus scalciauegic Scr. 324, 1156, Johannes
uilla uegia SSt 1193; usque ad conigium R B9 ; damianus de fontanegio
Scr. 336, 1156, acc. a de fontanegli LI 1128, fontanegio R 164 (1068), ora
8 Parodi,
Fuiitaneffi; fine lauaglo pagnano R 218, fine lauaclo R 249 (998). Una
* scrizione a rovescio', significativa di molto, è quella per cui gì è nelle
veci di g : oglerio SSt 1005, 'Ogerio', auglerius auglerio SSt 1097, Oglerius
SSt 1173, R* 27, 1176; 80, 1170, ecc.; cfr. Ruglarius SSt 1167. — 31. PL BL.
Iniziali, non offrono sicuri esempj di risoluzione. Abbiamo : blauas collegit
SS 952, de blaua SSt 1097, bianco SSt 1103, Johannis blancus SSt 1109, de
celilo bianco SSt 1173, ma Brundo R* 66, 1180, npr., Brondus ib., § 3 A.
Interni: dublum C 999, 1000, in dublo C 1003, in dublum SSt 1014 (C 92),
pena diibla SSt 1026, dublum SS 1065, fosato de ponpliaìia SSt 1049, ali.
a fosato qui pergit a Ponpiana C 1077, in .uultablo SS 1003, uultahiimi
Scr. 288, 1155, de Monte Obio R^ 138, 1188, che sarà Mons Opulus,
cadaplauma SSt 1027 e caapioma 1194, num. 10; ma notevole sopra tutti:
fosato de staliani SSt 1018, od. Stage'n (che non so staccare da stabulu, e
risalirà perciò a *stabulani), Stniano LI 1128, ad Staianiim SSt 1173 ecc.
Non popolare: uia puplica SSt 1011, 1027, uia plubica SSt 1074, uia pu-
prica SSt 1100: cfr. num. 26. — 32. FL. Fulcus reflatus SSt 1173, Wi-
lielmus reflao ib.
R. 33. Scempiata la doppia, come nel genovese storico : iera SS 1036
(C 82), ubi dicitur Sera C 1059, curii SSt 1069, ubi dicitur tocafero
SSt 1081, terarusa C 1085, iusta tera Andrei C 1086, tre volte, ali. a terra,
tera beloni SSt 1095, tera rustici ib., ugo de ture SSt 1109, de Magneri
ali. a Magnerri R^ 63, 1177, Menaguera 80, 1170, Obertum Caparum R^ 336,
Ì210, più volte, terucio p. 16. — 34. Metatesi: casalle preda strecta C 1019
*Pietra stretta', in preta streta C 1040, Preda strecta C 1047, filli scurlamaze
R 17 'CroUamazza'; cfr. scorlando Arch. Vili 387, catthredam R 430 (1008).
S. 35. Il dileguo di s finale domina pur nella scrittura: (ego) Elde-
prando... firmaui SSt 964, adelberto index ib. , cunrado rogatus ib. , Teo-
dero C 969, ansaldo silueradus SSt 1000, est fosato ib., nos martinus et
hruningu SSt 1007, ubi dicitur canpo zuconi SS 1012 (C 84) ecc.- Per l'i-
niziale, oltre si- da si- in scindicus scindico R' 360 e 361, 1211 (cfr. su-
scìdium SSt 1014), noterò lo :.-, come nell'italiano, di 'Oberti zocolariV
SS 1177. Per : d'altre provenienze: in canpo zuconi SS 1012, C 1040, 1047,
otto zopo ss 1138 (Tortona), zebaruni e ziriale p. 17, oltre l'oscuro Aqua
zole C 987, od. gen. Akasó'a, nomo del pubblico giardino. Il suono z (e z)
è ignoto al dialetto od. della città, ma forse non fu sempre così. Cfr. i
numm. 19, 23, 24, 25 e 46. — 36. SCI: grexencius SSt 1099, se è 'Cre-
scenzio', .Johannera Pexum R* 40, 1172 ecc.
Studj liguri. § 1, A. Carte latine : Fonetica. 9
N. 37. Pochi gli esempj della trascrizione nn : a porta superanna C 1000,
donno nostro Ardoinno C 1003, in fontana de granna R 164, sancte marie
patrannie R 274, in molaganna SSt 1187; di che vedi Arch. X 152 e § 3 A.
Per l'uscita, aggiungi agli es. del num. 12: buccadasen Scr. 369, 1157,
boccadasen 370, 1157, npr., cfr. l'od. Bukadas'e, ni., male italianizzato in 'Boc-
cadasse'. — 38. La nasale, antica di certo, degli od. stranhic e s'ehbu, si
riscontra in Strambus et consanguinei ejus R 18, Strambus Medicus R' 109»
1182, Guilienzono Zembo R" 32, 1178, cfr. Rom. xvii 52 sg., St. it. di fil.
class., I 433 n.
Consonanti esplosive.
C. 39. Wilielmum Gamehctn R- 79, 1170, tre volte, con §- antico; Ilen-
riffo rex C 1005, ubi dicitur ualle fiigaciaria SSt 1022, monagos SSt 1031,
due volte, monagorum ib., due volte, ubi dicitur Yigo C 1087, in palaiia-
nego SS 1088 (C 193) ecc.; fontana sagrada R 254 (1010). Notevoli gra-
fìe sono h e he: ìnonahus C 971 , Waraho C993, raonahis C 997, mona-
horum C 999, monahus C 1000, monahorum SSt 1018, 1029, marhio SSt 1033,
monahcorum SSt 1100, monahcos ib. ecc. — 40. CT : saletis LI 958, C 965,
979, 1020, SSt 1049, ali. a salectis C 969, 993, SSt 1019, in preta streta
C 1040 ni., ali. a preda strecia, cfr. num. 34, e a felecto C 1027; finalmente
Dominicus de feleito R 82, in saleito R* 22, 1177, Oberto Peitenato R' 123,
1183; 140, 1186, coi quali manderemo Guaita tana LI 1142, filius guaita
folio R 34, facit guaitam cottidie R 37. Di et che per falsa analogia prenda
il posto di ?, sono esempj : imperactor C 1000, Ictalia, cecteri^ iota ut, prò
ctempore,^ clune ib. , salectis practis G 1004 ecc. — 41. CS : nos saxo filius
SS 1035, saxo et ofrasia ib., bisxola e bixola num. 9; e a; varrà di certo s.
G. 42. Caduto, ne' due soliti esempj jugu fagu: iuuo LI 962, C 979, 993,
SS 1004 (C 62), de Zouaio R* 125, 1188, num. 20; usque ad Fauni Cascaui
R 18, fine fao frigido 273; e sono scrizioni pseudoetimologiche: in fagido
frigido R274 (1060), per fadum frigidum R 315 (1145). Di g non etimo-
logico, ma di effettiva pronunzia, è notevole es : Rolandi pigoiarii R* 215,
1195, ali. a 'fontana pioglosa'' R 254 (1010), ora pi^ógu pigugus'u ; e proba-
bilmente gli si aggiunge: de maguqeno SSt 1190, in magu^eno SSt 1196,
cfr. num. 12. Metto qui il frequente saonese LI 1139 ecc.
QV GV. 43. quintanascum 'fogna' R* 234, 1193, per acquistum R' 269,
•994; 19, 1175; Ogerio frenguello SSt 1164, Lanfranco frenguello SSt 1165.
In 'Enricum Rustiguellmn' R' 372, 1218 si ha -gue- per -()e-, come tal-
volta nelle 'Rime'. Si spiega coU'influonza di 'carro': cadrubius R' 83,
10 Parodi ,
1171, in carrubio R^ 362, 1210. — 44. W. uuido SSt 1005, uuaraco 1011 ecc.,
ma guardiam LI 958, gualterij SSt 1011, guiliehni SSt 1014, guilielmus
SSt 1105, 1109 ecc., cfr. Gulielmo pezuUo R 19.
CE CI. 46. in alpe maxeria C 987, iusta pedem de maxerie ib. , costa
albinoti maxenasco C 1066 (copia del 1201), in alpe maxeria SSt 1097, ad
pedem maxerie ib., malauxelo SSt 1099, Rollandus de montexello LI 1142,
baldus colexella R 37, fliimexello 225, de axereto ib. (male italianizz. in
Assereto), baldi caulixelli R 315, molendini de piguixello SSt 1190, 1196 ecc.
CtV. anche il num. 15. Qui stia pur Pizena num. 6 e 14.
6E 61. 46. zinestedo C 965, un pò* sospetto, in loco et fundo Zumin[ianiJ
C 1017 Geminiani, cfr. in Zimignano SS 1120, uilielmus de zermano
SS 1137, de zinestedo R 133, SSt 1171, Guilienzono Zembo K"^ 32, 1178, Ze-
noardus R* 33, 1178; aproazenare R^ 275, 1201 'propagginare'; cfr. core-
zarius num. 14, col quale manderò: Gazio C 1019, ubi dicitur Gaqum
{q=~ 0 /?) R' 233, 1193, ali. a costa de gagio C 1010, od. gen. munte dii
Gas'u, cfr. Arch. IX 409 sg. n. Ricordo ancora la scrizione t, J, benché già
latina e frequentissima nelle carte medievali : Jenzior C 979, 980, lermani
C 980, jermanis SSt 1005, jermanus SSt 1015, 1024, campis ierbis SSt 1049,
jermanis SSt 1142; [a palis in iuso SSt 1108]; inieniurn ingenium
SSt 1016 (G 98), leie SSt 1024, aiere SSt 1026 'agere' (C 132), in falò fri-
gido R 277, cfr. num. 42, ecc. Da j- francese : de monte jardino R 26, in
jardino SSt 1179, cfr. Moniardini R» 392 e 393, 1240. — 47. In dileguo
nella protonica: a te oberto guaina Scr. 286, 1155; decem fossas proana-
rum R^ 409, 1253, cfr. num. 46. Non hanno importanza i nomi germanici,
rainardus SSt 1027, mainardo SSt 1037, reinaldos reinardus SSt 1045, ri-
naldo C 1045, maginfredi SS 1064 (C 169), mainfredus SS 1137, R 51, Man-
fredus R 53 ecc. Scrizione a rovescio: Eginriciis rex C 1004?, 1012, 1014,
ali. ad Inricus 1006, Anricus SS 1008.
T. 48. nudalo et honorado LI 962, nudali honoradi ib. , Costa de Prado
C 979, fossado ib., fine fossadus R' 269, 994, refudauimus C 1003, Mortedo
C 1004?, fosudo SSt 1005, garsanedo ib., quondam Leda cuniux mea SSt 1009?
(C73), cfr. nos lohannes... et Leta C 1012, in locas et fundas Codoledo C 1023,
due volte, SS 1039 (oggi 'Cogoleto' Cugu), mortedo SSt 1025, 1060, 1099, ni.,
ubi dicitur pradello SSt 1031; uie publice qui nominatur strude SSt 1103,
cfr. strue 'strada' ri xiv 454, xxi 12, e i §§ 2 e 3; de sosenedo... de mirtedo
de cerreto... de prudello LI 1128 ecc. In cadiuu C 1005, se 'captiva', si ha una
* scrizione a rovescio'. Palese il dileguo in: de uendea LI 1134, Carmaini
Studj ligiin. § 1, A. Cai't'3 latine : Fonetica. 11
Caivìiaino R 29, R^ 127, 1188, ali. a Idonis de carmadino R 31, do panie
R 46, Guilielmii caiti R 60 'caduto', Citaini acc. a Citadinus K^ 83, 1171,
Bruxaello R* 244, 1192; ubi dicitur pe de monte SSt 1018, Anselmus al-
zapé R 82. — 49. TR : quondam Perus judici SSt 1009? (C 73), e il npr.
madrona SS 1030, frequente più tardi. Non m' è chiaro : tibi Manzo de
Molazana filio quondam Peironi l<? 364, 1209.
P. 60, in locas et fundas Riuariole C 969, de loco riuariole SSt 1011
(C 77), 1016 (C 97), a la louaria C 1016, pauariano C 1019, ali. a: in villa
papariano SSt 999, 1022, ma de Pauarano R' 197 e 198, 1184, oggi Paviàh,
Canarina C 1047, Wilielmus lauezo R 88, num. 25, Rubaldo cewo^te R^ 250,
1193 e 259, 1203; aproazenare proanarum num. 46 47; Martinus Baticaic
R 235 (1039), se è 'Batticapo'. — 51. PR. Caurasco C 1019, in uilla Caurasco
SSt 1033, de cabriata SS 1107, 1109, de cauriada SS 1137, aldeurandi R 286.
B. 52. Inutile citare esempj come 'de sancta sauina' SS 1039 e simili,
e mi ristringerò a 'thome scatnni'' SS 952.
Accidenti generali. — 53. Qualcosa più che un esempio d'aferesi: per
nimiam firmitatem SSt 1027, C 1029, SS 1039: cfr. l'od. fennàja infermeria.
Siamo allo stesso caso di 'fante': Bonafante C 1047 ecc. E qualcosa più che
un esempio d'apocope è il solito ca: terra de ca subtana de ponte R 48.
Qui metto anche Giromus Scr. 432, 1157 'Gerolamo', od. G'omu. — 54. As-
similazione vocalica, oltre che nel comune salamonns K^ 72, 1168, più tardi
Saramun, e in Sarafìne num. 16, pure in centatiario R*441, 1254, ora
sentano.. — 55. Dissimilazione di consonanti , non specifiche : Vicoicius
R' 79, 1170, Sancti Vicencii 101, 1173, ora Visensu, propietas R 183, od.
propÌK. Non oso aggiungere galea R 118, R" 269 e 272, 1194, cfr. Rom.
IX 486. — 56. Metatesi sillabica, non specifica: de padttle R 237 (966), de
paule R 46. Par che rimanesse tuttavia, nella disposizione etimologica ,
snraffo, oberto sarago Scr. 472, 1158, obertus de sarago 479, 1158, sargus,
ora sà()ou, anter. sàgaru. Agg. Rainarolius R' 256, 1194, ni., cfr. l'od. rcsna
rana. — 57. Commistione di temi, oltre che nell'ant. rendere C 1006, anche
in bergamena C 1005 'pergamena', acordio R'' 412, 1254, od. akórdhi, su
'concordia', in eius terratorio R* 383, 1228, cfr. Schuchardt vok. II 103.
Ma contangit R 162 e 224 (972) rientra nella generalo tendenza a reinte-
grare il verbo composto.
Riassunto. 58. I fenomeni più caratteristici del dialetto genovese del 300,
si può dire che appariscano già tutti nello più antiche nostro carte. Per
12 Parodi,
alcuni pochi, cho non si mostrano se non alquanto più tardi, possiamo
talvolta restar dubbj, se ciò sia da attribuire alla scarsità del materiale
che dalle carte ricaviamo (così per la caduta delle uscite vocali dopo «, r),
o se piuttosto non sia da ammettere, che, fenomeni secondarj come sono,
essi spettino a età seriore. A ogni modo , ha la guarentigia di una ben
rispettabile vecchiaja ogni caratteristica dialettale che in codeste carte si
riveli ; e qui è riassunta la nostra esposizione, indicandosi per ogni feno-
meno l'anno dell'esempio più antico. — Vocali: d in e davanti r com-
plic, 1016, num. 1; -erius per -arius, 1102, num. 2; e in e/, 969, num. 4;
-INA in -ena 1060 (copia del 1143), num. 6; p in ?(, 999, num. 8; àu in o,
1017, num, 10; — e vocale atona predominante, 997, num. 13 e 14. —
Consonanti: -LJ- in g, 1143, num. 20, e questo è veramente l'ultimo
esito, a cui dovette precedere la fase del j, serbata da gran parte dei
dialetti liguri. Un g- da GL- è del 1143, num. 30, cfr. Qoendam a p. 21; e
-CL- -GL-in^ sono indirettamente attestati da Oglerio, num. 30, fin dal 1005.
-PL- -BL-, ridotti prima nell'unico -bl-, danno pure g fin dal 1018, num. 31 ;
cfr. num. 26. E poiché, nei dialetti liguri, LJ, CL, PL si sono svolti cia-
scuno per diversa via, § 4, non sarà caso fortuito che la fase g s' abbia più
tardi nel primo, che non negli altri due. -ALT- ecc. in -aict- 1180, num. 28.
Doppio R scempiato, 1023, num. 33. N 'faucale', 1000, num. 37. -C- in -g-,
1005 e 1022, num. 39; -CT- in jt: feleito 1143, num. 40, e quivi insieme si
confrontino le 'scrizioni a rovescio'. -CE- -CI- in ;;, 987, num. 45; GÈ Gì
in se s'i (o ze ziì), 965 e 1017, num. 46, cfr. num. 19 e 25. -T- caduto, 1134.
num. 48; -TR- in -r- 1009?, num. 49; -P- in -y-, 969, num. 50.
Appunti morfologici.
Articolo. — 59. da uno capite . . . da alio capite SSt 999, a perticas de
pedes XII a pedes liuprandi quond. regis SSt 1011; in loco lo mulinello
C 1089; a la louaria C 1016, carta... ostensa et « Z ordine lecta SS 1039,
in lo casale C 1040, in la fontana ib., quinta pecia da l oliua C 1086, per
lo tonninus SSt 1142 ecc. Curiose scrizioni: da buno latere (due volte)...
da balio latere R 218 (1019), 220. Notevolissimi e non facili a spiegare:
in 0 polo R 164 (1068), in a costa ib. , in o runco 171, in o broglo ib.,
usque in a plano 195 (1096), in o roncallo 219, in o brolo 254 (1010), in
0 planello ib. Vedi § 3, s. 'Articolo'.
Nome. — 60. Come altrove: ipses pecies C 1013, calendes genarius SS 1017
(C 98), omnes pecies de terra C 1029, a suprascriptes dues porciones C 1030.
Studj liguri. § 1, A. Carto latine: Morfologia. 13
In 'filii selueradi de le iiallV R 265, è V -i che ci aspettiamo pel fem, plur.
di 3% ora -e. Nei nomi di tipo germanico, la differenza tra il nominativo e
i casi obliqui sembra osservata un po' meglio che nei latini ; ma non no-
terò se non 'quondam aldani' SSt 1027, quondam gazani SSt 1088. —
61. Genere ecc.: in eadem monesterio C 1003, SSt 1016 (C 97), SSt 102G e
altrove, in locas et fundas Riuariole C 969 e spesso altrove, anche in locns
et f Linda SSt 1019; nepota mea SS 1089 (C 194), nemina persona SSt 1045
(C 157), SSt 1100 (C 204). Si fonda sull'uso volgare, tuttora vivo, oltre
* suprascripto pedo" C 1031, anche 'uinea et fìcas'' SSt 1026, C 1079, od. gen.
fi^e. Pel neutro, oltre i citati ^ locas et fundas\ sieno addotti ancora: de
jam dieta mobilia SS 1039, ubi noncupatur Campora C 1006, SSt 1085 (C 188),
1095 ecc.; dna milia mancusos aureos SS 1039, tuttora dna-mìa. — 62. Com-
parazione : de plus propinquioribus parentibus nostris SSt 1019 (C 115).
Pronome. — 63. Unico ma doppio es. di pron. congiunt. nel npr. Deilo-
mede R' 155, 1196, Deilomedis R* 226, 1198, cioè Be-lu-me-dé {Bei per De
anche in Qualdeivol Scr. 404, 1157), 'Dio-lo-mi-diede', cfr. Bemerodé § 2 A,
num. 4. Ed è di particolare importanza, perchè il solo esempio genovese in
cui si mostri la condizione, secondo me originaria, cioè il pronome atono
accusativo che precede al dativo ; di che ho toccato nel Giorn. stor. d.
Iettar, it., X 189 sgg., e in Rom. XVIII 20 sg.
Verbo. — 6i, Conjugazione mutata: libellum petire SS 1004 (0 64),
C 1012. — 65. Desinenze: rendemus C 1028, iiendemus Scr. 300, 1155; de-
heunt SSt 964, concambiunt R 11, che ci riportano alle 3* plur. tuttora vive
in parte della Liguria, cfr. § 3; sie data 'sit' SS 1039; de uilla henestai
R 264 (1170). — 66. Tempi. Presente con accento di terz' ultima nel. sng. :
pizeffa formatico R 405, cfr. iohannes bizegans formatico 392, di certo pì-
zega 'pizzica', ora pesiga. Imperf. cong. : debesset SSt 1024 (C 124). Per-
fetti: tradedit SS 1019 (G 161, male attrib. all' a. 1049), tradeditis ib., ma
è carta scritta a Tortona, uindedimus C 1003, SS 1004 (C64), probabil-
mente già latini, offersimus offersistis SS 1019 (C 161). Participj : Johannes
pento R 82, Nichela Caitiis R», 160, 1197; 223, 1198 ecc.
Indeclinabili. — 67. de superiore capite fine iuuo cerexole C 979, e
spesso; a palis in iuso . . . et a molendino in suso SSt 1108; da la ripa in
la SSt 1142. Frequentissimo è siue que 'sia che': sibe que alii sunt coe-
rentes C 997, siue que alii sunt coer. C 999, sibe que a. s. e. C 1013 ecc.
Suffissi. — 68. Mi fermo al caratteristico e frequentissimo -asce: casa
nouasca SSt 1018, in locas et fundas Langasco C 1019, Caurasco ib., terra
14 Parodi,
seninasca C 1029, in miignanc(jasco C 1040, 1047, in cagensasco C 1040,
Aznensasco C 1047, Maxenasco C lOGG, fossato Lcuassco C 106G, de casta-
neto stropasco C 1087, ubi dicitur horlasco SS 1100, usque ala sorte vata-
ridzasca SSt 1142, in emdidasco R 18, in terra campasca ib. , de seuasco
(siepe, cogn. od. Cevasco) 19, in laco htgasco 148, terra pradasca 174, terra
uallasca 190, castaneto uallasco 223, de campar zasco 266 ecc. — Di -allo,
al n. 29. — E sia ancora notato: deccmtm R* 368, 1198, cfr. l'od. gen. deze'ii,
specie di misura.
Appunti lessicali.
Son tenuti in confini assai ristretti : per altro materiale, meno caratteristico o più in-
certo, si possono veder gli indici delie varie raccolte. In fondo sono uniti alcuni
nomi proprj, che hanno per il lessico una certa importanza.
amhlatorium R 263 : '■amhlatorium quod liabebitis super elusa et super uia
ista ... in suspense, quod nuUomodo impediat uiam liane neque euntes
et redeuntes per eamdem viam, neque impediat quolibet modo clusam
molendini'. Cfr. R 288: '■ambulatorio de uinea', e sopratutto R' 36, 1173,
ove si descrive un vero pergolato. E dunque il gen. od. ancjòu, ligure
occid. ahgav! 'pergolato', che già ricondussi ad ambulatorium in
Giorn. ligust. 1885, p. 247, prima di conoscer le forme basso-latine. Si
veda anche Due. s. ambulatorium-2, dove si cita Giovanni da Genova.
harhanus: 'de harhnnis seu parentibus meis' C 973. Cfr. CIL IX 6402.
bedum: 'uia decurrit iusta bedum istius eluse none' R 262, cfr. 263; 'da una
parte bedo et aqua ductile' R 294. E l'od. béu canale, gorello. Cfr. Due.
s. bedum bediura, Kòrting n. 1101.
binellus, od. gen. binelu gemello; 'in molendinis illis binellis' SSt 1149,
'in molendinis binellas" SSt 1172.
hlaua biada. Per gli esempj, v. il num. 31. Anche il verbo derivato: 'ita
tamen ut possint runcare de bosco et imblavare' R^ 229, 1201.
bosco: 'insuper dare debeant mcdietatem de bosco quem ibidem coltum
fuerit, excepta murta' SSt 1097. La raurta myrtus è il 'bosso', cfr. l'od.
gon. murtih mortella; e bosco vai 'legno' in generale, come tuttora
nel piemontese e in qualche dialetto ligure.
buscalea: 'terris arabelis et erbis silvis busioleis^ C 1089. L'od. gen. bu-
skaga vale 'bruciaglia, fruscolo', ma buskaga boscaglia è negli scrittori
de' secoli precedenti. Cfr. n. 27, dove è già citata la forma secondaria
buscareis SS 108-5, e Due. s. v.
bucins; 'in galoam vel bucium vel in aliquo ligno quod non sit navis
magna' R* 454, 1228; 'quia medietas honoris seu carrici unius bucii
Studj liguri. § 1, A. Carlo latino: Lessico. 15
«st ipsius Raimundi Restagni, et in ipso bucio marinari! xv fuerunt"
R* 352, 1214; 'prò qualibet persona veniente in nave, sive bucio, sive
tarida, sive galiota, sive sagitea' R* 432, 1256, e così altrove. Per altri
•esempj, di tempo e luogo diverso, è da vedere, oltre a Jal, Archeo-
logie navale, Parigi 1840, II 249, sopratutto Belgrano, Documenti
inediti riguardanti le due Crociate di S. Ludovico ix Re di Francia ,
raccolti ordinati ed illustrati, Genova 1859, pp. 312 sgg. , ov' è anche
data una minuta descrizione del 'bucius'. I documenti, noti al Bei-
grano, in cui si parli di questa sorta di nave, non scendono oltre il
sec. XIII ; io la trovo però ricordata nello Statuto dei Padri del Co-
mune della Repubblica genovese, jìiibblicato per cura del Municipio,
illustrato dall'Avv. C. De-Simoni, Genova 1886, p. 93, all'a. 1436.
E cfr. Due. s. bussa, buzia, bucia. — Le 'Rime' ci offrono buzo huzi,
•che rimasero enigmatici al Flechia, VIII 335, ed altro non sono se
non la voce che ora studiamo. La pronunzia, come dimostra 1' u ben
fermo, doveva essere biisu, da unire coll'ant. frc. buce busse, che il
Kluge Etw. * 47 deriva da una base germanica, ant. nord, biiza, angl-
sass. busse, ingl. buss, od. ted. bilse. Cfr. Mackel, Die german. elem.
in der franz. u. provenz. spr. 20 e 174 ; e aggiungi l'od, spagn. buzo
e il catal. bussò.
calare: 'et abbas non possit inferius ponere scilicet calare inferius sua
canalia^ SSt. 1187. Cfr. § 2 e, e Due.
cabnus colle: 'prò calmo Asegnino' R 280 (1039; cfr. 'de Monte Asignano'
R 267, 'de Montasignano' ib., che è lo stesso luogo, oggi Muntes'inàn,
Mons Asinianus); 'usque in calìiio de Carello' R 279, R' 56, 1175.
Cfr. Rom. XXI 9 n.
■erosa: 'uia que dicitur erosa' SSt 1011, cfr. 1026, 1118; 'in fossato eroso
R 272 (966). E l'od. gon. cròs'a viuzza, e cros'u, più raro, in frasi come
ihtu cros'u da man 'nella concavità della mano.' Cfr. Arch. I 545,
Kòrting 2280.
inserere: 'pastenatum et inseritum non habuerimus' SSt 1007; 'atque annis
singulis viginti busmos inserere' R'243, 1192. Vaio 'innestare', gen.
od. inséi. Non so invece che significhi busmos.
nauclerius R» 269 e 272, 1194; 440, 1228, nnucherius R' 454, 1228, bis, nau-
cherus 451, 1228, bis, naucherios R'^ 449, 1228 ecc. Il noihé nozhé nozhér
delle 'Rime' non è da leggere, come il Flechia propone, nocér noce, che
sarebbe anormale, bensì, come anche la grafia dimostra, no(jrr nogr'.
Né mi pare verosimile l'oscillazione supposta dal Pieri, Arch. XII 158.
Si potrebbe invece ammettere un doppio tipo per una voce affine, an-
16 Parodi,
ch'essa studiata dal Flechia, Arch. Vili 400, tigé voghe, così che la
prima forma {vuge') rispondesse a *vog''lariu, la seconda a *voga-
riu. Potrebbe darsi però che in voghe Vh fosse puramente ortografico;
efr. vocherius del Continuatore di Caffaro a. 1244 e vochieri in DeSimoni,
op. cit. , p. 271. — Quale uffizio avesse il 'nocchiere' sulle navi e in
che si distinguesse dal ' pilota', espone il Belgrano, op. cit., pp. 23 sg.
paxonadas R 300, palizzate, gen. od. ;:)rt.sV</i palo. Cfr. Kòrting 5970.
phiolam unam olei LI 1128. È notevole, per la vocale che ha comune col ri-
flesso francese. All'incontro: fialas C 987. Cfr. St. it. di fil. class., I 421 n.
giiintanascum R' 234, 1 193, fogna. Altrove quintana, che vive noU'od. gen.
kintaha, di scarso uso, tranne in qualche frase stereotipa. Cfr. Due.
s. quintana quintanea e Arch. VIII 381. L'etimo è incerto. Con lo stesso
suffisso: forana, Forster, Galloital. Predigt., X 18, riana od. piemont,
che valgono tutti e due 'chiavica, fogna'.
rexentarmn unum R* 368, 1218. Cfr. rexentar, pag. 21.
scincUda: 'facit palos prò vinea . . . et scindulas . . . et stringit butes et tor-
cularia et tinam' R 37; assicella; cfr. Due. s. schindula.
seràbula: 'surexit in serabulis cum rapagulo in manu' R* 330, 1218. Cfr-
Due. s. saraballa sarabola.
sene siepe: 'fine seue de pradello' R 150 e 204 (992); anche setiale: 'fine-
seuale de persego' R 143, e seuasco, 'de seuasco' R 19, n. 68.
spitum spiedo: 'Turtexanus dat fascium unum spitorum'' R 38 ; cfr. Due.,,
e Kòrting 7688. L'od. gen. spldu è importato; e spitum riviene forse
a un dialettale *spéu; cfr. imspea § 2 e.
terucio terrazzo: 'ego salivi in terucio" R' 328, 1218, 'super quodam teru-
cio ubi habebat granum' ib. 330. Cfr. Due.
topia pergolato: 'topia una de vinea' R 164. E vocabolo non popolare, con-
servato tuttora nel contadinesco tópia, e diffuso piuttosto largamente.
trexenda 'intercapedine tra due case', onde poi anche 'ricettacolo di im-
mondizie': 'non possit facere vel habere latrinam in trexendis iusta
domum eius positas' Scr. 256, 1145, e inoltre SSt 1181; più tardi è
molto frequente; cfr. Due. s. transenda.
iritina: 'iuxta ortum qui est post truinam sancti Laurentii' R 100, 1180.
È la 'tribuna' o abside delle chiese medievali e ricorre spesso in altri
documenti genovesi. Cfr. Due. s. tribuna truyna trofina. Due esempj,.
relativamente moderni, ho dalla 'Cronaca di Giovanni Antonio di Faie'
(Lunigiana), edita negli Atti d. Soc. lig. di St. patr. X : 'Del mese de
Studj liguri. § 1, A. Carte latine: Lessico. 17
Luglio 1443 s'è fatta la troyna dela chiesa de S. Maria de Ghotola'
p. 544; Tano del 1452, del mexe d'agosto, fo depiiito la troìjìin dela
Chiesa de Croia' p. 572. L'etimologia corrente fra i cultori degli studj
storici è 'tribuna'; ma non è agevole dimostrarla.
zebanim unum R^ 368, 1198. E l'od. gen. srbrii bigoncia. Cfr. pag. 21, s_
rexentar.
zirlale : 'ortum seu zirlale'' R* 312, 1215, anche ciriale 313. Cfr. il ni. Ce-
rlale. Sarà cereale.
baconus Wassallus 292, 1197; cfr. Kòrting 980 e il num. seg.
baffadosso, 'Andrea b.\ R 406, due volto. Probabilmente ha fa irosu, cfr.
Arch. X 12 n, Kòrting 988, 989. Giovanni da Genova ap. Due. : 'Perna:
baconus vel baffa porci'; cfr. § 3 e.
bisxola: 'lohannis qui dicitur bisxola'' n. 9, od. gen. bùsua 'bussola' e
'portantina', bisunta salvadanajo.
boletus: 'Ingo b.' Scr. 332, 1156, 'Johannes boleium' R- 202, 1185; cfr. § 3.
calabronus: 'Otto e' R 29. I dizionarj danno all' od. gen.: gravalùn, che-
io però non ho sentito mai.
crusetus, 'Wilielmus cr.\ Scr. 329, 1156. Sarà l'od. gen. kum'eiif, specie
di pasta da vermicellajo.
faollus, 'marescotus /", Scr. 434, 1157; par l'od. genov. fòuln granchio..
Cfr. § 3 C.
flaono, 'lohanni fl.\ R* 296, 1207; risponderà all'it fìadonc, Kòrting 3175-
grita, 'Bonus lohannes gr." R^ 205, 1186; od. gen. f/rlta granchiolino.
gri(r/m(s, 'Obertus gr.\ R^ 214, 1195; ital. grugno, gen. grinotu colpo sul
viso.
hcstaliboi , 'Petrus /(.', Scr. 316, 1156; sarà: 'osta-i-buoi'; cfr. Ardi. VII
523-24.
lauezo 'Wilielmus l.' R 88, num. 25.
maimoni'.s 'Vasallus m,\ e anche ìnaimonij, R* 46, 1172; va coU'it. gatto
rnammone, gen. gatu ìnahnuh, Kòrting 5033.
manente, 'filius martini mancntr R 405. Potrebbe anch'essere nome co-
mune; vivissimo tuttora: ^nanrhte mezzadro. Forse riviene qui il ni.
Manese'h, variamente scritto nelle carte: manezani SS 1100, de Ma-
neniiono R 21, Manegano li^ 127, 1188, Manengano R' 130 e 131, 1188.
An^hivio trlottol. ital., XIV. 2
18 Parodi,
margon 'Rainaldus )».' Scr. 303, 1155, 'rainaldus margomis ib. ; gen. ma-
grùii *mergone 'palombaro'.
mazucQ, 'Aubertus m.\ SSt 1105, cognome tuttora vivo, Masucu, nura. 24.
olicedo R 148, oliceto 272 (966), de olisceto 1.57, de Olexedo R- 40, 1172;
ni. che deve risalire ad ulex, del quale non si citano che riflessi spa-
gnuoli, Kòrting 8466.
pantaxadus, '■ \ià\a.n\\m. pantaxadum\ R 71 ; cfr. prov. jwntets^r ecc. Kòr-
ting 6106 *p[h]antasiare e l'od. gen. spantCìzima fantasma.
peto, 'Gandulfus pelo de lupo', R 154. Non andava perciò messa in dubbio
r antichità del vocabolo, Rom. XIX 486.
picamilio, 'a te p.\ Scr. 413, 1157, frequentissimo nelle cronache. Se ne
ricava un verbo pikó, probabilmente col senso di 'beccare'.
polesin, 'Guillielmus p.\ LI 1146, ' Ansaldi pidicini' R^ 195, 1153; cfr. § 2 e.
fachinus, 'Bernardus t.\ Scr. 417, 1157. Ora solo bibiii.
tafur, 'Obertus t.\ R 25, cfr. Kòrting 2384, e § 3 e.
B. Documento latino-genovese dell' a. 1156.
[E propriamente un inventario, annesso al testamento di Raimondo Piccenado, del
5 marzo 1156, e contenuto nel già citato 'Cartolario' del notajo Giovanni Scriba. Dopo
la convalidazioni d'uso, 'Testes arnaldus tolose ]\[artinus peoolus lonbardus sancii
Effidii' ecc., si passa nel testamento ad afTerraar l'esistenza d'una carta supplementare,
ore, da un certo seg'oo in poi, devon trovarsi enumerati gli og'getti spettanti alla ve-
dova: 'omnen raubam que scripta est in papiro ilio a i'^ inferius iiossit accipere uxor
mea quomque voluerit et iubeo quod absoluatur'. Difatti, accanto al testamento, fra un
rjuaderno e l'altro, è inserita di traverso e cucita insieme una carta, di carattere diffe-
rente, dove si trova il segno indicato. Sopra questa carta scrisse inoltre alcune parole,
di propria mano, il notajo stesso, nell'inchiostro rossiccio del cartolario. L'autenticità
non n'è dunque dubbia. — Fu naturalmente pubblicata, col resto, anche la nostra carta,
e trovasi a p. 309 della citata edizione: ma, pur troppo, non meno scorrettamente del
resto. Né so, d'altronde, che finora abbia richiamato l'attenzione degli studiosi. Trat-
tandosi d'un testo così antico, io mi attengo strettamente all'originale, e sciolgo bensì
-le abbreviazioni, ma rendendo in corsivo le lettere aggiunte.]
Duos sospeales. una archeta pania, septe;;^ tabulai de aueto.
diias botas. una mastra, et duas bancas de maniar. et duas ta-
bulas de maniar. et quatuor bancas de sedere in ])utega. et
coendam de cosina, seiar. fogolariu^y^ tabulas fenestre de cai-
5 mara. clauatura de camara. latina, duos lectos. coendas balco-
mim de caimera. duas tendas de canauacio qnarum coope^iu;^-
Studj liguri. § 1, B. Doc. lat-gonovese. 19
tur pannos. mmm mantellum de coniculis coop^/'tum de scar-
lata. unum mantellu^i uulpis. duas segias ^
Unu;yi morter de ramo. II pestelos ^. duas catenas ab igne,
una graica de ferro ad ponendu/;^ scutellas. una arpa de ferro, io
una conca de ramo. HIP'' senauerios. mmm pede?n de candeler
de ramo, duos candelerios de ramo, unum scutellam picta«z
de almaria. et una scutella de ramo, duos bacinos de ramo,
duos lebetes. et duos pairolos. unum rexentar de ramo, duos
anelos de auro, et unum cuiar argenti ruptum. quatuor ca- 15
tenas de pertega. un[a] lucerna de ramo, et unum docol de
ramo cwa penditore. unum ìectui/i inpictum. duas coceras de
piuma, duo.? cosinos unus de corre, et alius de carpita de •"
lana, et unum auriger. unum col^erer de cor. duos coopertores.
duos lenQoles. et una.m uellata;n. unuwi orinale, quatuor meia- 20
role de oleo. et una orca, et una.m secure;/z. et unam haìanquì/i
cum. y. libris de ramo, et unum marcum de ramo, et unam
cupam de terra, et unam amolaw^ cum aqua nanfa, et una«^
cacam de ramo, et unum coiar de ferro, unum uaxellum de
ure[to. u]nu;;?. enaper cum uno enapo de ureo, una enaper 25
cum una cupa de ligno. unam botam. una;;i mecena//i de porco,
una bota ub{ ponuntur omnes minutas res. duas almusala.?. duos
baracamos iauni. una pelle uaira pellatas. una/;^ cooperturam de
cendal uetera *. omnes res istas qiias hic scripte sunt raciono
uxori jnee p>'0 x. Uh. (IIII et coYmum et padella//^ et ueru)^'. 30
Noto lessicali.
<'l,naria 12, Almeria.
«Imicsalas 26. E certo lo sp. almogala, Kòrting 5522, Due. s. almucium, al-
mucella. Dirà: 'coperta', forse da letto.
* Con questa linea finisce la prima parte della carta, che è divisa dalla
seconda, contenente l'enumerazione degli oggetti spettanti alla vedova, per
mezzo d'una riga in inchiostro nero, sulla quale appare il segno voluto, e
poco lontano da esso la valutazione : Ib. in.
^ // pestelos, sopra la detta riga.
' dr, ma il r è espunto.
* Seguono dopo uetera, ma cancellato da chi scriveva, le parole : in domo
montis lìCsiUani expendi, xxxx. sol. una arca ferrata que ualet xx. sol.
'" Le parole fra parentesi sono scritte in rosso, dal notajo stesso.
20 Parodi,
mnolam 22, od. gen. fimua, misura di liquidi, poco inferiore al litro, it,
atnola. Cfr. Arch. I 486.
archeta 1, arca, cassa.
arpa 10. Va forse coU'it. arpione, prov. aria artiglio ecc., Kòrting 3893..
Non oso proporre che s'abbia a leggere arca\ v. però la nota a 1. 23.
aneto 1, abete, ora perduto.
auriger 18, od. gén. uége origliere. '
baracamos 27, 1. haracanos? Ognuno sa che 'barracano', nel senso d'una
specie di tela e d'una specie di panno, è voce tuttora vivissima e
molto diffusa; ma qui si tratta piuttosto di uno 'stragulum', denomi-
nato dalla materia ond'era fatto. Cfr. Due. s. barracana. Circa il m, vien
da pensare all'it. bar vacarne; ma il genovese ha solo harakah.
botas 2, botam 22, bota 23, botte.
carpita 17: 'et alius (col^erer) de carpita de lana'. Ducange s. carpita:
'panni villosi vel crassioris genus, et vestis ex eo panno'. Cfr. lo
sp. carpita carpeta, che è forse il vocabolo originario (< = tt). Nello
'Statuto dei caravana' (genov.-bergam.) trovo ima carpila (a. 1391).
caqam 23 'romajuolo', Kòrting 1838.
clauatiira 5, ora cavò'ja, anter. cawaura.
colinum 29, colino.
colgerer 18. Ci dà un * culcitr arili; cfr. coceras.
corre 17, cor 18, cuojo. La forma genovese schietta è da riconoscere in'
cor, cioè cor; ora non abbiamo che un semiletterario hcìju.
coceras 16. Parrebbe dire 'materasso'; e la forma conviene coU'ant. sp.
cozedra. Cfr. colqerer e rexentar. Nel cit. 'Statuto', trovo culcidera, e
più notevole: ^strapointa una, cosereta una\ allato a cocei'eta.
cuiar 14, coiar 23, cucchiajo, od. gen. kugd, il cui u pare adombrato nel
primo esempio.
doQol 15, quasi 'doccinolo'? L'aggiunta 'cum penditore', dimostra trattarsi
d'uno strumento che si può appendere in alto.
enaper 24 ; enapo ib. ; Kòrting 3967.
fogolarium 4. Nel nostro contado fugua focolare. Qui però si tratta di
cosa che può muoversi, e perciò molto semplice.
gratta 10. L'od. genov. ne manca, ma possiede due vocaboli affini: greisiu
'graticcio', del contado; grizela 'graticola'.
iauni 27 gialli. E dal francese ; ora gami,
mastra 2, madia.
meiarole 19, 'mezzaruole'. Come misura, la mezzaruola equivaleva a due
barili.
meQenam 25. Par difficile separare questa voce da mezena 'succidia' che
il Ducange illustra con esempj di Galvano Fiamma e d'altri, benché
Studj liguri. § 1, B. Doc. lat.-genovese. 21
sarebbe, nella nostra carta, il solo termine estraneo agli arnesi o uten-
sili domestici. E voce sempre viva e molto diffusa.
morter 9, mortajo, od. mia-td. La desinenza -er non so se abbia valor reale.
Complemento indispensabile del mortajo sono i pestelos ib.
orca 20.
pairolos 13, pajuoli.
pertega 15. Non è chiaro cosa significhi 'catenas de pertega', poiché le
'catenas ab igne' son già ricordate di sopra, 1. 9.
ramo 9, 11, 12, 15, 21, od. ràmu, ramo.
rexentar 13, cfr. Flechia Arch. II 29-30, Korting 6718. Ritorna il nostro
vocabolo in R^ 368, 1188: 'culcidram unam, cussinum unum, cooper-
torium unum, linteamina tria, sarabolam unam, interulam unam, toa-
giam unam,... calderam unam, lebetem unum, concam rami unam,
banchetas duas,... iupum unum, situlam unam, caciam unam ferri,
zebarum unum, rexentarum unum,... decenum unum'. Per sarabolam
e zebarum, vedi pp. 16 e 17; per decenum, num. 68.
seiar 4 *sit'lariu; segias 8; oggi sega e srga\ cfr. Arch. I 485.
^enauerios 11, forse 'recipienti per la senapa', ma, avuto riguardo al loro
numero, più per conservarla che per imbandirla sulla mensa. Acquista
cosi valore il senaperius del Ducange, eh' egli vorrebbe correggere in
henapet'io. Cfr. il Due, pur s. senape.
cendal 28, zendado.
goendam 4, goendas 5 'chiudenda'. Fa difficoltà il f-, che dovrebbe va-
lere e-, ma probabilmente lo scrittore si trovava impacciato a rendere
il suono palatino. E un cl- in e-, che va aggiunto all'esempio dei
num. 30 e 58.
sospeales 1, cfr. Due. s. suppedaneum.
tiaira (pelle) 27; l'aggiunto pellatas varrà 'spellata'.
uaxellum 23; cfr. l'od. vaselcea tofìania.
uellatam 19; di certo: 'coperta vellosa'. Cfr. Due. s. vellata.
ureo 24, due volte, 'vetro', ora vffdru, vocabolo tardo. i\Ia vrèu era an-
cora vivo nel quattrocento, § 2 e.
Parodi,
2. IL DIALETTO NEI PRIMI SECOLI.
A. Testi.
N. 1. — Istruzioni politiche a Segurano [Salvago?], inviato dal
Comune di Genova a Cipro.
Circa il MCCCXX.
[Dall' originale, neW Archivio di Stato genovese; Materie politiche. Mazzo
Vili.]*
A uoi, Segurnn, cometamo per aregordo e a memoria redugamo, si corno se
dira de seta, primo :
Quando voi serej in Famagosta, presenterej la letera a li mercanti, la quar
Xoi u'auemo dajta. In apreso informajue de l' intendo» de lo rej, e se li nostri
5 mercanjnti an reguardo de si. Ancor se a la nostra questiu» elio n'e fauoreuer
o no, e segondo che uoj trouerej in la uoluntae e in lo 8enbia[n]te de li mer-
canti, lantor ve porrej conseiar in lo descaregar de la mercantia et in la nostra
segurtae ^ Chesto digamo inperzo che noi no sauemo corno li seruixi de la stan.
In atto che uoi v'acorzesi che dubio fosse, a uoj e a li mercanti, che ben no
10 uè parese star seguri , lantor porresi cerchar la nostra segurtae e de lo nostro
aner, segondo che a uoi e a li altri parrà.
E per auentura porreua esser che lo rej aspejterea archunna anbaxa secreta,
0 parese in questo pasagio per tractar d'aconzo; e se e Ilo fesse sentir inter l[i}
mercanti o per alcum de li nostri, poresi dir che uoj crej che li grandi seruixi
15 che noi auemo a far de questa guerra no e stao prouisto a tae cosse, segondo
che uoi crej.
In casso che perigo parese de descaregar le garee per sospezon — intendaj la
quar sospezo;; paresse dubiossa, e che per questo dubio no uè parese segur lo
star — , lantor si poresi presentarne deuanti lo rej con la letera de [cjreenza-
20 che noi v' auemo dajta, e seando dauanti da lo rej, saluarlo per parte nostra, s[i]
comò se dexe, e in apreso dir cosi comò e diro de seta :
" Segnor Rej, noi mercanti senio vegnuj in la nostra terra con gra;< segurtae
a far mercantia e[n] lanna, [per] la nostra terra e per nostro ben; per che sea
* Questa carta fa giù pubblicata, secondo la mia copia, da C. Desimoni,
neir' Archivio Storico italiano' XIX 106 ^gg. Senonchè, non avendo potuto
l'illustre uomo rivedere le bozze, usci così malconcia, da non far troppo
onore al mio nome, sotto la cui responsabilità essa era posta. Circa il Sfi-
gurano, a cui le 'Istruzioni' sono consegnate, vedasi l'articolo stesso del
Desimoni, pp. 91 sg. n. — Di qui innanzi, nello sciogliere le abbreviazioni,
non mando in corsivo le lettere aggiunte, se non quando l'oscillare del-
l'ortografia possa render dubbia la restituzione.
^ Sìffurtae è meno probabile. - Il e di creenza manca per un guasto della
carta.
I
Stiulj liguri. § 2. Testi : 1. Istruzioni ecc. 23
uoetra marce de darne si^artae de star e de andar, si corno noj eomo usaj, e in
pero che alcun[e] re eospezo» son ìnter noj per alcune cric o comandi, fajti per 25
la nostra majstae, che se alcunua ìiaciun farà dapno etc.
" Per che lo duxe de Zenoa e lo so conseio uè manda a dir per mi, comò elio
intende de uiuer cnn benna paxe e pacificamenti con tuti li principi de lo mondo,
e che per la gracia de De la citae de Zenoa e Io destreto e in grau iustixia e
paxe; per che da chi auanti non e da dubiar che per li soi destrituaj sea fajto 30
offesa, saluo a li soj innimixi.
" E in perzo per alcunne discordie chi suu stae inter la eoa coronna e li Ze-
noexi — chi no deuerea ' esser staita, chi considerasse l'antigo tewpo de li soi
strapasaj e ancor de li nostri, do lo grande amor e de la grande affetiu?z; e da
l'unna parte a l'atra no ghe deuerea- esse altro che bonn amor — , por- 35
rena esser che per lo mar stao, lo quar gran tempo ^ fa la citae de Zenoa a
sostegnuo, intcr lor gra[n]de guere e grandi dalmagi — e donde non e unitae
no pò eser iustixia — , che questa ne serea parte * de caxo», e ancor li faci ci-
tajn, chi per la lor specialitae auera». portao ree parolle e somenao zinzanie,
sor per esser i» gratia, si comò trajtor de so Comun e ancor de li nostri bor- 40
ghesi semeieue menti.
Perche, Segnor, quando piaxese a la uostra Corronna d'auer firn \n bonna
paxe, houore[u]8r per l'unna parte e per l'atra, si come se deuerea raxoneuer ■'
menti far, lo nostro Duxe e desposto a uiuer pacificamenti e amoroesa menti cù:i
tuti quelli de questo mondo e special menti con la uostra Coronna. Per che, 45
quando ve piaxesse da mandar la uostra ambaxa \n corte de Roma, lo quar e
logo comuu e honereuer per voj e per lo nostro Comu>i, elio ne serea monto
contento; e de zo ne prega che gi dsbiai mandar la uostra uoluntae, azo che
tanto beu se possa compir, a honor de De e de crestianitae. „
N. 2. — Proposizioni fatte dal Comune di Genova al re d'Un-
gheria, per un'alleanza contro i Veneziani.
3 luglio MCCCLII.
\_DalV originale , neW Archivio di Stato genovese ; Materie politiche, !Mazzo
Vili. ]
Sumus contenti de far liga cum lo segnor Rey, ala^ offension de lo Vene-
ciam, secondo l'orde» parlao cum maistro Freyrigo, in questo modo:
Primera menti che noi se troueremo a nostro poey Inter lo gorfo, lo pu tosto
che noy porremo, a ogni offenssion de le terre, le quae tennen li Venecia/;,
Beando lo dito segnor Rey per terra, cum le soe gente, per uia ordenaa, quando
l'ordem sera dayto inter noy e lo dito Segnor Rey, abiando in le terre de lo
dito Rey, chi gum a la marinna, aparegiao refrescamento per le nostre garee,
azo che per defecto de victualia le nostre eralee no perdcsem lo te«/po, o che la
via e la speysa, chi sera monto grande, no fosse stayta inderno.
^ Molto dubbio. " Dubbio. Forse la lettura più rigorosa sarebbe deiueraia
o deniereia. ^La finale può anch'essere un /. Spurie è molto incerto,
faci anche peggio. ^ raxonouer. ® alo.
24 Parodi,
10 Itom che por lo Seg'nor Rey secreta menti sea dayto in tractao a lo nostro
sindico presente Io modo e la coudicion de quele terre, chi seam pu afabel a
deueir conquistar, e unde lo galee poessem meio auer reducto e refrescamento,
per pu segurtae de le diete galee; e ancor quae sum quele terre, donde elo a
pu amixi, eciamde quar sum quelle le quae pu lengeramenti se porream inuagir.
15 E questo digamo per pusor raxo». La primera si e che quando de vegnua se
inuagisse un logo, li altri se inuagissem poa pu lengeramenti. L'atra raxo» si
e, che possando tosto inuagir un logo e speciarmenti cum galee, se eli s'apayran
de proueir, monto e poa grande afano in star in proa cum galee, comò mani-
festa menti se sa, sea per li temperai, sea per le grande speyse che menna galee,
20 e per altre raxo;? asay, chi se porrea?; dir. Per che à meste che queste cose se
fàzan cum grandissimo ordem e secreto, e che la caualaria fose asi tosto alo
opoxito, corno le galee se demostrasem, o forsa auauti se mostrase la caualaria,
mostrando de dar atento a un logo, per ferir sagazamenti a un altro.
Semo contenti che ogni terra che tene» li Venecia» sea de lo Rey, roma-
25 gnando noy franchi e liberi in lo so tegney. La roba e li prexo» conquista per
le galee, scade le galee. La roba conquista cum l'oste de terra e cum le galee
inseme, sea per meitae.
Se per auentura fazando questa ligha elo requerise tempo, questo lasemo a
uoy. Semo contenti alo pu longo per agni doi , e per questo tempo semo con-
"80 tenti de no far paxe, fim a doi agnj, senza soa voluntae; e questo poi pi'ometer
seguramenti, e da li auanti no, et versa vice.
Semeieyuer menti abia per inimixi li Catala» et sequaces ipsorum.
Item ne sea in memoria de aregordar a lo segnor Rey, de defender che li
mercanti toeschi no zeysse» a Yenexia. In questo iuprincipio no serea grandis-
S5 Simo fauor.
N. 3. — Lettera del Capitano e Luogotenente Del Verme al-
l'ammiraglio di Turchia.
20 novembre MCCCLVIIL
'^BaW originale, neW xìrchivio di Stato genovese, cod. 5 San Giorgio, inti-
tolato: 'Regulae Coraperarum Capitali', f. 304 b. ]*
A l'aoto e magnifico et possente Segnor honoreyue frae nostro e de lo ho-
iiorao Comun de Zenoa messer Orcham, grande armiraio de la Turchia, lo quar
lo Segnor Dee lo mantegna in grande honor et possanza, sicomo voi dexirai. Noi
BÌ receuemo le vostre lettere, faite in Nichia, a di vinti doi de lo meise passao
de Setembre, per le quae letere noi vimo et cognoscemo la vostra sanitae e lo
bon stao; de la ^ quar cessa noi auemo grande alegreza, sicomo de nostro frai
e chi e stao payre de li nostri de Peyra, e speremo che cossi serei da chi auanti
* Questa carta fu già pubblicata dal L obero, Memorie storiche della
Banca di S. Giorgio, p. 22, e poi, seguendo il Lobero, dal canon. Olivieri
nell'introduzione al suo dizionario genovese. La poca accuratezza dei miei
.due predecessori mi consigliò questa ristampa.
Studj liguri. § 2. Testi: 2-4. Proposizioni ecc 25
e si pregemo lo Segnor Dee, chi a faito lo ce e la terra, che elio ve guarde e
uè defenda. E etiamde viiuo lo bom amor e piaxer de la nostra paxe; do che
noi ve referamo gratia e si semo apareiai a tuto lo vostro piaxer e honor, lo 10
quar e nostro proprio. Ancor si inteisemo in quella vostra letera de lo seruixo
de Filipo Demerode e Bonefatio da Sori, seruioi e amixi vostri; e pero, ancor
che sea centra honor e bem de lo nostro ComuM e dano grande zo che elli
voren, noi si corno quelli chi semo a tuti li vostri piaxer et seruixi apareiai, si
mandemo comandando a li nostri de Peyra ch'i fazam la dieta francheza a quelli 15
Filipo et Bonifatio, corno voi comandai, si che la dieta francheza sera faita per
lo vostro amor e per lo vostro honor. Noi ve pregemo che uoi ne mandei de le
vostre letere e de lo vostro bom stao e si ve recomaudemo li nostri de Peyra,
chi sum vostri figi e seruioi e veraxi. Lo Segnor De si uè guarde aera e sempre.
Per parte de noi Luchim de lo Verme capitan e lego tenente in la citae de 20
Zenoa per li grandi e magnifichi Segnoi de Miram, de Zenoa e de tuta la Lom-
bardia, e lo Conscio de li doze Antiam de la dieta Citae de Zenoa. Data in
o o o
Zenoa M CCC LYJ die xxj Marcii.
N. 4. — Proposizione fatta al Consiglio degli Anziani e all'Uf-
ficio di Provigione del Comune di Genova, per ottenere
fondi occorrenti a scopi diversi.
12 Aprile MCCCCIIII.
l Dall' originale, neW Archivio di Stato genovese, Registro 6 dei 'Diverso-
rum Cancellariae', f. 88'» e 89^]*
Como voj" sauej-, Segnoy, el e fermao accordio cum li Yeneciaym, ratifficao et
approao per este ComuH. Per caxom de lo quar acordio se de far alcanne cosse
ali A''eneciaym, per le quae fa mester auey certe quantitae de dynay.
E auuo meuro exame»? in este cosse, per lo officio de la prouixiom, lo quar
a pu per mam e pu mastegay questi seruixi, apar che de neccessitae so couegna 5
pagar le quantitae che voy odirei, e per le caxoim che e dyro, per obseruaciom
de lo dito accordio.
Primeramenti li dynay proinisi l'ano passao d' acordio a meser Zacharia
o
Trluixaw, lo qua fo ambaxao per li Voneciaim in està cytae. fo Ili CCC.
o
Anchora lo dano de la naue preyza in Eiiiza, lo quar P 111 se auisa che eea. 10
* In questo testo abbiamo una dello solite 'proposizioni' o 'proposto',
che si presentavano ai Consigli, perchè discutessero e deliberassero in-
torno ad esse. I Cancellieri solevano trascriverle nei loro Registri in vol-
gare, come realmente erano state lette, mentre della discussione conten-
tavansi di dare un sunto in latino. Il giorno 12 aprile [1404], — si legge
bell'indicato volume — , « conuocato et congregato Consilio vocatorum in
sala magna Palatii ut moris est, et lectis et vulgarizatis in praesentia
vener. Consilii Antianorura et Officii Prouisionis ecc., tener propositaruni
lalls est>. E seguo il nostro testo.
26 Parodi ,
[f. 89a] Anchora lo dano de la naue e de la p:areara preise per le nostre
garee, e menae a Zenoa cum la arma(r) ; lo qua dano se auisa che eea f.» d.
Anchora lo dano t'aito a Monsegnor lo Gouernaor per li Veneciaim per lor
reeza e maruaxitae; lo quar Monsegnor no vor ni gi par coueneyuer, che li diti
1^ Veneciaim se debiam poey iactar ni vantar, che abiando lor faìto dano e mar-
uaxitae a Monsegnor e elio abia auuo in soe maym e in soa vertue de lo auey
e de li beim de li Yeneciaim, elio no se ne sea pagao e satisfaito. Ben che elio
no abia may vossuo ni voia remerteghe ^^ si uor, corno e debito e coueneyue^
che lo dito dano a elio sea a lo mem bn parte satisfaito. E bem che lo dito
o
-0 dano de lo dito Monsegnor se possa raxoneiuer menti extimar in pu de Villi
fyrim, nientemem lo dito Monsegnor, considerando teneramenti ohe questo tar
o
dano de insyr de borssa a li citaim, no uor meter quello dano no ma ini f. V;-
Anchora lo souradito officio de la prouixiom si bezogna per li soday, o sea
per la gente chi som oltra zouo e a j^oue, e per satisfar a altri lor debiti e per
o
25 cosse a lo bostuto neccessarie — f V.
Le quae quantitae, comò voy vey, montani a soma de circha f. XVII. Ma
perzo che esti dynay couennem tuti manuatim , e perzo che sempre in prestey
e ini atri nostri moy de trouar monca, e rey debitoy e noxe rancee, si par a
Monsegnor e a lo Consegio e a lo officio de la prouixiom i)redito che se besogne
o
30 trouar moo de auey per la caxoim souradite — f. xx.
E perzo piaxa a voy, Segnoy congregay coci a conscio, conseiar e auisar unde
e per che moo se debia recouerar e auey questa monca presta menti, per zo che
fini che a questi pagamenti no sea dayto co;«pimeuto, li nostri prexoim, chi som
in Venexia, no poni auey liberaciom ni esser rellaxai , ni se porreyua obseruar
35 le cosse ])romise.
L'atra caxom per la quar o sei requesti a conscio, si e che, comò voy sauey,
ell'e monte fiay scheyto e anchora pò schaze, che per chosse tochatiue a la
Segnoria e alo stao de nostro Segnor lo Rey, e a lo bem e a la saluaciom de
questo Comuni, se e couegnuo e forssa couei-ra spender secreta menti alcunne
40 quantitae de dynay. Le quae per la secrereza fam bom fructo, zo che serea de
grande dano parezarle, e per esto moo si se e obuiao per lo tempo passao a
monti dalli e iiiconuenienti de questa cytae, e cossi se e visto per ihayra proa.
Per che par bem e ^ cossa neccessaria, che tuta fia che ^lonsegnor lo Gouernao
e lo Consegio cognosceram o veyram esser uter o neccessario per bem de la Se-
45 gnoria o de lo stao de nostro Segnor lo Rey , o saluamento e bem de ' questa
cytae, che se spenda secreta menti alcunna quantitae de dynay e che elli lo dc-
liberem. In quelli caxi lo dito Monsegnor cum lo conscio o cum quella parte de
Io dito consegio che a Monsegnor parrà, o etiamde elio tanto possam e abiani
bayria de far quella tar speysa secreta menti, de la nionea de lo Coma;», in le
50 cosse predite; pur che per elio e per lo Consegio sea faita la deliberaciom, e de
la quantitae.
Su le quae cosse lo dito Monsegnor ne vor sauey le intencioim e le voluntae
de voi citaym, aora coci requesti.
E perzo piaxaue su està segonda posta assi consegiar e dirne li nostri pare}'.
' remerteghe potrebbe essere un errore per remetephe rimetterci, ma non pare:
che questo si accordi del tutto bene col senso. - Forse 1' e va tolto. ^ che.
Studj liguri. § 2. Testi: 5. La Passione. 27
N. 5. — La Passione.
Ho estratto questa Passione da un manoscritto della Biblioteca civica di
Genova, che porta la segnatura 1. 2. 7 ed il titolo : Cronaca di Jacopo da
Varagine. È un bel codicetto in foglio, cartaceo, legato modernamente in
pergamena, scritto quasi per intero da una medesima mano e a due co-
lonne, con iniziali rosse e turchine. I fogli sono QQ, di cui 4 bianchi; il
recto del primo ò circondato d'un fregio, ed ivi comincia, con una grande
iniziale, la Cronaca del Varagine, in latino, dalla quale il cod. s'intitola.
In fine di essa, al f. 39*=, Y Explicit, in rosso, ci conserva con tutta esat-
tezza la data della trascrizione : Explicit cronicha communis lamie, quara
compilauit venerahilis pater dominus frater lacobus de Varagine de ordine
fratrum predicalorum , Januensis archiepiscopus , anno domini millesimo
diicentesimo nonagesiìuo quinto. Scriptam manu mei leronimo de Bruno
Ebredunensis dyocesis, anno domini millesimo CCCLIIJ, de mense februa-
rio. In carceribus Yenetoruni, incarceratus cum lanuensibits , prò nimio
dolore repjletus. Questa data vale a un dipresso anche per la Passione., che
segue subito dopo, dal f. 40^ al f. 47'', scritta dal medesimo e adorna
ancor essa, nel recto del primo foglio, d'un fregio e d'una grande iniziale.
Terminano il codice la leggenda di Tundalo in latino, f. 48^-55''; 1'' Epi-
stola beati Bernardi' al cavalier Raimondo di castello Ambrogio f. 56-57%
già pubblicata dal prof. Vincenzo Crescini, Giorn. ligust., X 351 sgg.; in-
fine alcuni frammenti di non molta importanza.
Per la trascrizione, nulla ho da aggiungere, tranne che ho sempre resa
con m la nasal finale delle abbreviazioni, eccetto in e non. Interrompo la
stampa verso la fine del f. 43".
[f. 40»] Pensando in mi mestesso che he som ordenao e misso in lo campo
de Criste, quamuisdee indegno, couienme houerar e lauorar lauor clii sea ac-
ceptao dauanti da Dhee. E vegando in questo campo e in questo mondo monte
pyamte non far fvucto per deffecto de hiimor e de aj'gue, he si me som metuho
a prender de quella celestial fontanna viua della scriptura saynta, segundo la 5
mea possibilitae, e menarla ^ per conduyto a quelle iaue chi som lonzi da quello
aygue, a zo che quando sera vegnuho lo tempo delle messoym, non me diga
lo Segnor de questo campo che lo so fruyto sea perio per pigreza in le mee
maym e me togla la bayrìa de questo lauor e me zicthe - for de la soa terra, e
a desonor me conuegna mendigar. Lo fruyto lo qual requere Criste delle soho 10
piamte che elio a pyamtao, zoe delle nostre anime che elio a creae, e si e amor
e caritae a Dhe e allo proximo. E questo testimonia lo sauio Salamom, chi parla
a noy in persona de Criste e disse: FiliJ, da iiiichi cor tuitm. Conueu doncha a
queste pianto adur aygua che le faza^ acender in l'amor de Dhee e render
fnicto do caritae. Trey cosse me parcm intor le aotre che specialmenti ne aduem •* 15
in l'amor de Dhee. La primera si e apensar lo beni che elio n'a fayto, la se-
mernaìa, - zicche. ^ la faza. * !Xon si legge con sicurezza se non ad.
28 Parodi,
e:imda si e lo bem che elio n'a promisso, la terza ui e lo mal dello qual elio n'a
liberay e echampay. Quamuisdo che lo nostro Segnor ii'abia faito monti grandi
bem, che quasi som senza nomerò, solamenti um ben n'a fayto, e anco e si
excellente che nissum non pò astimar, zoe ch'elio n'a rehemuy e rechatay dello
5 so sangue, per la soha i)assiom. E inperzo YOglo questo bem conyntar auangi.
Segundo che noy lezamo, in lo sabao de ramo d'oliua lo nostro segnor messer
Ihesu Cristo si era a una menssa a un disnar im la casxa de Sj^nom lo leuroso. E
Fapiando la Magdalena queste cosse, si corse inconte[/;]nente cum una bussula
d'inguento monto sprecioso e monto olente e si lo spansse su in la testa de Criste.
10 A quello meysmo disnar si mangiauam li discipuli, Inter li quay si era luda
Scharioto, lo qual era procuraor e rcceueyua tuto zo che era dayto a Criste e
alli discipoli. E questo Inda si era layro e traytor e de tute le cosse che gue
eram dayte si inuolaua la dexena parte. Quando questo vi la Magdalena chi
spansse quello precioso inguento su la testa de Criste, elio a\ie monto grande
15 dolor, e inperzo cum grande indignatiom si incomenza a mormorar e disse :
" Questo e monto grande perdiciom, que questa femena a fayto. E no era monto
meglo vender questo inguento, chi varca bem. ecc. dynay, e dar li alli poueri,
ca spander lo? „ E zo non dixea elio miga per compassiom, ch'elio auesse delli
pdueri, ma perzo ch'elio ne ^ uorea inuorar la dexena parte, cossi come elio
20 i'axea de le aotre cosse. E Criste respoxe alla soa mormoratiom e voze se alli
soy discipoli, chy tuti paream consentir in le parolle de luda, e disse: " Segnoy,
per che se voy cossi molesti a questa femena, chi m'a spanynto questo inguento
adesso? Ella si l'a fayto in memoria della mea sopultura. E my si ve digo una
cossa: voy si auere sempre con voy li poueri, ma voj' non auerey sempre my. „
25 E lantor fo [che] un delli soy apostoly, odando queste parolle, si pensa incon-
tonente la iniquitae dello traymento o jmmagina comò elio poesse auer li. xxx.
dina}"^, che elio aueyua perduo dello prexo de l' inguento, chi valea. ecc. dinay.
Elio incomenza a pensar soura questa iniquitae e aregorda se che li Zue si aueam
rea voluntae incontra Criste e che elli lo cerchauam d'ocier per inuidia. Per zo
30 se n'anda incontenente a lor e si gue disse: "Segnoy, e so tropo bem che voy
corchay de prender Ihcsu Criste. Ma se voy me vorey bem pagar, e ve Ho darò
in bayria. Che he si som so disscìpulo e non se guarderà de my, e ordenaro lo
tempo e lo logo, unde voy porrey lengeramenti prender lo. „ E quelli respoxem :
" Che voy tu che noy te dagamo? „ E luda gue disse: " Voy me darey. xxx.
35 dj'nay de bom argento. „ [e] E elli si gue inpromissem alla soa voluntae. Allaora
se parti Juda dalli Zue e - retorna a Criste. E Criste si comanda alli sol dissi-
puli che elli penssassem de apareglar la Pascha, e elli si fcm segundo che
Criste comanda. La zobia sanynta cena Criste Inter quella casa con tuti li soy
dissipuli, e li si era la donna in la compagna dello figlor, e ella conseruaua
40 tute le cosse e le soe parolle. E seando Criste alla menssa in la ceyna, elio si
lireyxe lo pam e si lo beneyxi, e lo calexo dello vim atressi, e ordena in quella
meyssma ceyna quello sagi'amento sprecioxo, zoe lo corpo e lo sangue so, e si
lo de a mangiar e a beyuer alli soj' discipuli. E apresso incomenza a parlar e
disse: " Vorej' voy odir meraueglosa cossa? Segnoy, he ve digo che un de voy
4ò si me de trayr e dar me in lo maym delli pechaoy. Aora poei veyr e sauer e
cognosser, che lo figlo de l'omo si va segundo che la scriptura testimonia. In
* no. * Sembra ei.
Studj liguri. § 2. Testi : 5. La Passione. 20
veritae he si ve digo, che gay a quello per chi lo figlo de l'omo sera trayo;
che ben era per si che elio non fosse zamay nao in lo mondo. „ E lantor
li dissipuli incomenzam tuti a scuzar se e a dir: "Maystro, chi e quello chi
te voi trayr ? he non som desso „ dixea caschaum. E Juda se voze a Criste e
disse : " Maistro, som he desso, chi te dom trahir ? „ E Ihcsu Criste si gue disse : 5
"Ti mesmo l'ay dito. „ Meseer sam Zohanne si era alla menssa de Criste, in-
perzo che elio era fantini e Criste si l'amaua monto tenera menti, che za l'a-
ueyua elio ordenao de lassar lo in camgio so alla mayre; e mcsser sam Pero si
Bczea a llao de sam Zohanne e era monto pim de dolor de lo parelio, che Cristo
auea dite in la menssa, de lo so traymento. E [in per] zo se voze a sam Zohanne 10
e si gue disse: "He te prego, Zohanne, che tu demandi allo to maystro chi e
quello de noy chi lo voi trayr, e quando elio te Ilo auera dito, ti lo diray a my. „
E questo dLxea sam Per, inperzo ch'elio volea ocier quello chi volea trayr Criste,
che monto amaua grandementi Criste e tropo aueyua grande dogla che Criste
deuesse esse morto. E messer sam Zohanne se voze a Criste e si li demanda e 15
disse: " Maystro, he te prego che tu me digui chi e lo traytor. „ E Criste si gue
disse pia[fZ]namenti: "Elio e quello a chi he darò lo pam bagnao. „ E allaor
Criste si de lo pam bagnao a Juda. E quando messer sam Zohanne aue visto
zo, si fo monto smarrio e vosse responder a sam Pero so che Criste gue auea
dyto, ma lo Segnor non vosse inpaihar ^ la eoa passioni, che si sam Zohanne 20
auesse ^ dito a sam Pero , Juda si e quello chi do trahir lo Segnor , sam Per
l'auerea morto incontenente, e Criste non voleyua. E inperzo sam Zohanne si cayte
in schosso a Criste e si se adormi monto forte, e non poe responder a sam Pero
zo ch'elio voleyua.
Quando Juda aue preyso lo pam della mam de Criste, incontenente gue intra 25
lo demonio in lo cor. Inperzo caschum si de prender assempio in queste paroUe,
de non receuer lo corpo de Criste com pechao, per zo che lo demonio si e ap-
pareglao de vegnir apresso, conio fé a Inda, chi aueyua preLxo indignamenti lo
pam che Criste aueyua beneyxio. Per zo incontenente se lena lo faozo dalla
menssa e si ze a ordenar com li Zue, ch'elli s'apretassem ^ e apareglassem de 30
vegnir a prender Criste. E lo Segnor chi bem saueyua donde elio andana, si
gue disse: " 0 Juda, zo che tu dei far fa tosto. „ E li aotri discipuli se pensam
che lo Segnor lo mandasse a procurar alchuna cossa per la Pascha; inperzo non
se maraueglam che elio se leuasse dalla mensa. Quando Juda se fo partio dalla
mensa della compagnia de Criste, si se nne ze incontenente alli Zue e disse: 35
" Segnoy, appareglay uè, ch'elio e aera tempo de compir la cossa vostra, che
aera me som partio da Criste dalla menssa, unde e o mangiao e beuuo com elio.
E sapiay che elio andera questa seyra a horar in monte Oliucto, corno elio e
usao. Appareglay uè monto bem com le arme e vegni com mcgo; che se voy
andassi senza mi, voi non faressi niente, che elio si a un so discipulo, chi e so 40
coxim zermam, chi a nome Jacomo, chi se gue semegla * monto, e per auentura
voy prenderessì quello in camgio de Criste. Ma he verro com voy, che monto
bem lo cognoseo, e si ve dago questo segno, azo che voy lo cognossay. Elio si
a usanza com li soy discipuli, che quando nissum de lor ven de fora, che elli [41]
lo saluam e si lo baxam per la bocha. E in per zo he si faro cossi, che quello 45
allo qual he diro, Maystro, Dhe te salue, e che he baxero per la bocha, prendi
quello e sapiay lo tegnir forte, in pcrzo che tropo bem s'asconderea, se voy non
' irtpactihar * aiiesiic ripetuto ' sapreseniefassem * scgmegla
30 Parodi ,
gue auessì la mente , cossi comò elio fé quando voy lo volesti prender in lo
tempio. „
Quando lo fauzo discipulo aue tute cosse ordenao, seg^undo che o dito, e
si remase ])er compir lo traymento, lo Segnor qui era remaso alla mensa,
5 quando Juda se fo partio ^ si garda alli soy discipuli e si gue disse : " He ve so
dir, figioy mey, una nona monto ferma, che voy serey tati scliandaliza}' per my
in questa noyte. E zo che se troua scripto per lo Propheta, sera verifficaho de
my. Yoy eauey bem che o scripto, che ferio ^ lo paator e Ile pegore fuziran. „
E allaor sam Per, chi era de grande ardimento, si respoxe : " Maystro — disse
10 sam Per — non pensay che he feysse tanta falla. He te imprometo, se tuti li
aotri te habandonassem e se partissem , he non te habandonarea ^ firn che he
fosse vino. „ E lo Segnor si respox' a sam Per , per senior da li aotri e si gue
disse: "He te digo, Pero, in veritae in questa noyte, auanci che lo gallo caute,
tu me renegaray trey fiae, che tu non me cognossi. „ De queste cosse fo monto
15 torbao sam Pero e in per zo respose e disse : " Maystro, non me dyr pu queste
parolle, che te imprometo, si e bexogno, e som apareglao de morir coni tego,
auanti che te abandonasse. „ E li aotri dissipuli dissem lo semegieute. Quando
Criste aue dito a li soy discipuli tute le parolle che o dite, e allaor se lena dalla
menssa e si aparegla e si lana li pie alli soy dissipuli. E quando elio fo a sam
20 Per, si non se volea lassar lauar li pie, e si gue respoxe: " Sapi, Maystro —
disse sam Per — che tu non me lauaraj' li pye. „ E Criste respose: " Se non te
lauero li pie, tu non aueray parte com mego in vita eterna. „ E lantor disse sam
Per: "Messer, se non te basta li pie, si me lana le maym e la testa. „ E Criste
si respoxe : " Elio basta ben delli pie. „ Apresso queste parolle iucomenza Criste
25 a ordenar lo so testamento e si piama li soy discipuli e si gue disse: "Figioy
me, elio e tenpo che he vaga a quello chi m'a mandao. Sapiay che he si an-
dero e si staro un jjoco che voy non me veyre, inperzo che he vago allo me
payre. Infra questo tenpo voy si auere tribulatioym e peyna e pia[n]zere. Ma he
ve digo che poche tempo andera [h] apresso, e poa me veyrey e lantor si ve al-
30 legrarej' e la vostra allegreza non ve porrà esser toUeyta. He ve dago — disse
Criste — un novo comandamento, che voy debiay amar l'um Taotro, cossi corno
voy sauey che amo voy, e questa si e la hereditae la qual era perdua per lo
pecchao dolo primer parente, chi conscentando allo demonio, si perde l'amor de
Dhee; e mi som quello chi combato contro lo demonio per far uè render questo
35 amor. E vey si Vo bem trouao e che peyna gue ho durao e quanto me costa
questo amor e questa vostra hereditae. Che. xxxiii. agni e che la som andao cer-
chando e finalmenti, azo che quello amor dello me payre che voy aueyui perduo *
ve sea renduo^, si me couem dar la mea vita e sostegnir orribel morte e tuto
lo me sangue spander. Doncha, figioy me , ve prego — disse Criste — che voy
4Q gardei beni questa hereditae, che me costa cossi cara, e sapiay che ogni gente
cognosseram che seay mey figioy, se voy avere amor e caritae inseme. „
Quando lo Segnor aue conpie " queste parolle, si se parti dala casxa com tuti
li soy discipuli, e seando za la noyte scura, si vegne a uni fyome, lo qual avea
nome torrens Cedrom, e passa dotra dallo fyome con la soa compagnia e vegne
4j in su lo monte Oliueto, e de tuti li soy discipuli si ne preyse solamenti trey.
Questi si fom sam Per e sam Jacomo e sani Zohaune, e questi si mona coni
^ se for 2)Cì'ti. -ferirò. ^ Itahundonarea. ^ 2>erduci. '"rendita. ^ conpiee.
Studj liguri. § 2. Tosti: 5. La Passione. 31
seguo e dauanti da Uor si inconienza a doler ee monto e a contristar e disse:
" Trista la mea vita firn alla morte „ disse Criste e si se parti da lor tanto comò
« lo trayto d'una prea. E allaor comenza a considerar e a contemplar la peyna
e la crudera morte, che se aproximaua alle carne, e incomenza forte a tremar
per lo grande spauento. Preyxe Criste a horar lo so payre e a dir : " 0 payre 5
sue celestial, he te prego che tu debi veir aotra via, se te piaxe, azo che non
beyua questo calexo. Ma tuta fiae, payre me , sea la toa voluntae. „ E quando
■elio aue cossi orao, si retorna alli soy discipuli e trouali che elly dormeam bem
forte. E si li deuegla e disse gue: " Per che se voj^ cossi tosto adormi':' non
poeyui voy una hora veglar coni mego?„ E quando elio li [c\ aue dessiay, si 10
torna anchor a orar e disse quelle mestesse parolle, che elio auea dito auanti. E
apresso retorna anchor alli trey dissipuli, li quaj si eram tornay a dormi se. E
lo segnor si li desuegla e si gue disse: " Se voy non poey veglar per niy, allo
mem veglay per voy, azo che voy non intrey in temptatiom rea, che lo demonio
ei e monto sollicito de mesihar l'animo delle persone, cossi corno se mesihia lo 15
gram Inter lo criuello. „ Apresso queste parolle , Cristo retorna un' aotra fia a
l'oratiom coni grande afiictium e disse: " O Payre celestial, e so bem che ogni
cossa e possibel * a ti, e inperzo te prego che questo calexo tu non me Ilo fazi
beyuer. Ma tuta fiae sea fayta la toa voluntae e non la mea. „ E quando elio aue
compia questa oratiom, la soa carne vegne in monto grande spauento, che per 20
nissunna cossa la carne non consentia alla morte, ma lo spirito e la raxum si
consentiua. E de questo si n'aceyze in Criste una si grande batagla, zoe Inter
lo spirito e la carne, ch'elio si gue vegne un suor de sangue da la testa fim alli
pye, che sgotaua forte menti. E alla[o]r descende l'angelo da cel, mandao da lo
80 payre e si lo conforta. 25
In questo se deuemo apcnsar, quando noy sostegnamo alchunna tribulatiom,
quante Criste ne sostegno per noy, che quello chi e rey de lo cel e della terra,
e allegreza e conforto delli angeli, vegne a tanta miseria che lo couegne esser
l'onfortao da l'angelo. Qual e duncha quella persona, che per l'amor de Criste
no debia voleyr portar ognunchana peyna in paciencia per lo so amor? E quando 30
(lueste cosse fom compie, si se leua Criste de l'oratiom e si retorna alli dissipuli
e troua che eUi dormeam. E allaora li dessia e si gue disse: " Segnoy, voy non
auey possuo una hora veglar com mego per lo me amor. Leuay su tosto, che
ccha me Inda, lo qual me vem a prender e a dar me in le maym delli pechaoy.
Yej'ue che elio non a dormio, an^y e staito più sollicito a veglar per far lo 35
traymento, che voy non sey stayti a orar. „ E cossi comò elli fom desuegla j- e
leuay susa, echa Juda e con esso vegnia monti scruenti armay e com siiae e com
lance e com bastoym e aueyuam lanterne atressi, e tuta quella gente stauam da
una parte occultamenti [d]. E Juda si so ne ze a Criste, comò de zo non fosse
niente, e destexe le soe brace e sì lo abraza e poj' si lo baxa i>er la bocha e si 40
gue disse: '" Maystro, Dee te saluc; bem possi tu star. „ E lo Segnor si go re-
spoxe com grande umilitac e si gue disse: "Amigo, a che sey tu vognuho? „
Incontenente la gente che Juda aueyua menao com sego si corsem tuti adosso a
Criste com grande remor, e Criste si parla e disse: " Segnoy, che demanday
Toy? „ E quelli si gue resposem: " Noy si demandemo Ihesu nazareni, a chi fo 45
dito Criste. „ E Criste respoxe e disse: " Segnoy, e som quello. „ E quando elio
^ i)>2)0Sfsihel.
32 Parodi,
aue C088Ì respoxo, quelli si caytem tuti in terra e non gue fo alchum chi in pie-
se poesse Bostegnir. Allaor li discipuli si respoxem a Cristo e si gue dissem:
" Messer, voy tu che noy li ociamo tuti?„ E Criste disse de non. E sam Per
non atexe alla responcium de Criste e mete mam a um so coutello e dene eula
5 testa a um, e tagla gue iuza l'oregla. E Criste si lo repreyxe e disse: " 0 Pero,
Pero, alloga lo to cotello e guarda che tu non tochassi più nissum, che te so dir
una coesa, che chi ferirà de cotello, de cotello sera ferie. Pensite tu, Pero —
disse Criste — si me Toresse delFender, che lo me payre no me mandasse più
de. XII. legioym d'angeli? Ma non uoglo impaihar la mea passioni. „ E laor prexe
10 l'oregla, chi era cayta in terra, e si la retorna in la testa de quello a chi sam
Per l'auea tagla, e si gue Ha sana. E poa disse anchora alli seruenti un atra
fiae: " Segnoy, che demanday voy? „ E quelli se leuam da terra alla soa voxe e
si gue dissem : " Koy demandemo Ihesu nazarem, chi a nome Criste. „ E Criste
anchor respoxe e disse: "Segnoy, he v'o dito che som desso. Se voy me de-
15 manday, lassay andar questi mey discipuli, inperzo che he remagno per lor. „
Lantora questi miseri cegui e essorbay si prexem Criste e si Io ligam fortementi,
conio se ligam li layri. E quando elli l'auem ligao, si corssem soura alli disci-
puli, chi tuti fuziam, saluo messer sam Zohanne, chi era fantim e non poeyua
forza cossi fuzir, e in per zo fo piglao e retegnuho per lo mantello. Ma elio si
20 lassa lo mantello in le maym de quello chi lo tenea e se ne fuzi poa in gonella..
E vegando lo nostro Segnor messer Ihesu Criste queste cosse, [42] si respoxe
alli Zue e si gue disse : " Voy sey vegnhuy ^ a prender me, cossi conio he ffosse
un layrom. Per che non me prendeyui voy, quando he ve amaystraua continua
menty in lo vostro tempyo? Ma he cognosso bem che questa si e la vostra bora,
25 la qual e poestae e vertue delle tenebre. Voy auey fayto questo mal, che lo de-
monyo chi e stayto vostra guya si ve a obscurio lo vostro cor, in tal guisa che
voy non poey sostegnir la luxe della doctryna , la qual ve daxea. „ Quando
messer sam Zoanne se fo partio da le maym de li Zue, chi l'aueyuam preyxo, cossi
despoglao, comò elio era, si se n'anda alla casxa donde la uergem Maria era
30 reniasa, in la compagnia de la Magdalena e de le aotre Marie, e bate alla porta,
cossi spauentao e tuto pyamgorosamenti.
Quando la donna inteyxe pianxer sam Zohanne, tuta se smarrì. Ella s'are-
gordaua bem le parolle che Cristo aueha dyte in la ceynna, conio elio deuea
esser trayo e dayto in le maym delli Zue, e monto eciande aueyua in memoria
35 zo che auea dyto Symeoni propheta in lo tempio, quando ella l'auea portao a
offerir, ch'elio gue disse: " O donna, questo to figlor si sera niisso quaxi corno
lo segno chi e misso allo berssaglo, a chi caschum fere. „ Ancora disse: " Final-
menti questo to figlor si sera ferio d'um glayo e d'un coutello, lo qual strapassara
l'anima toha de dolor. „ Tute queste cosse la donna conseruaua in la mente
40 soha, e si saueyua bem che la Scriptura non poeyua mentir. Si che ella era in
grande spauento, aspectando che queste cosse se compissem, e inperzo ella era
tuta esmarria. Quando ella aue oyo la voxe de sam Zohanne, si respoxe e disse:
" 0 figior Zohanne, che none som queste che ay tu, figlor me? unde e lo to
maystro ? „ E sam Zohanne si respose e disse: "Madonna, sapi per certo che
45 elio si e preyso; che Juda, un delli dissipuli, si l'a venduo per. xxx. dynay alli
Zue, chi l'am fortementi ligao e si Fan menao, e non so dunde se seani andayti
^ ueghuy.
Studj liguri. § 2. Testi : 5. La Passione. 33
com esso. „ Lantor si preyxe alla donna nn dolor cum pyanto sì crudel e si
forte, che ella non aue bayria ni possa che ella se poesse sostegnir su li pye,
ma cayte in la terra conio morta, ni non aue vertue de responder a sam Zo-
hanne. E allaor le donne chi eram com ella si la releuam [ò] da terra. E quando
lo spirito gu e reuegnuho, si se reforza de parlar a messer sam Zohanne e si 5
gue disse: " O figlor Zohanne, perche e stayto preyso lo me figlor e che aueha
elio fayto alli Zue? Za li sanaua elio li soy infermi e gue ressucitaua li soy
morti. Za no e usanza che se renda per beni mal. O figlor me Zohanne, donde
eram li discipuli, quando lo maystro fo preyso? Non gue era nissum chi l'ayasse
e chi lo schampasse de lor maym? „ E sam Zohanne gue respondea: " Sapi, ma io
donna, che tuti li discipuli si fuzim, quando lo maystro fo preyso, che l'um
non aspectaua l'aotro. „ E lantor la donna si pianzea coni granyndi sospiri e si
dixea: " O figlor, or te ^ abandona ogni persona. O Pyero, chi ìnprometesti de
morir, auanti che tu abandonassi lo to maystro, e aora si l'ay i^erduo e si te e
stayto cossi leuao e preyso! „ E poa dixea: " O Juda, figlor crudel, tu ay mal j5
meritao lo me figlor, chi te auea perdonao lo pechao della toha mayre, e tu si
gue ay procurao la morte soha. Oy me dolenta, tu non lo achatasti cossi charo
questo me figlor, conio my. Che he som quella che lo portay noue meysi e che
lo norigay conilo me layte proprio e cum fayga lo alleuay, e tu si l'ay venduo
e dayto per cossi vii prexo, conio e. xxx.*'' dinay. „ Apresso queste paroUe se lena 20
la donna e insi for della casxa, e apresso gue Tegne la Magdalena e le aotre
Marie e andauam per la terra pyanzando e criando e digando : " Chi auerea visto
lo me figlor? „ Spesse fiae cazea e spesse fiae se leuaua, comò quella chi auea
lo cor e lo vigor pcrduo, per li grayndi sospiri e per li grayndi doloy e lamenti
che ella faxea. 95
Quando li Zue auem cossi preyxo e ligao Cristo, comò e ve 0 contao, elli si
lo nicnam a casxa d'um ch'auea rczuo lo pouol, ma allora ^ non rezeyua pyu. E
quando Cristo fo a casxa de quello, si gue ze sam Per do derrer. Ma cossi corno
una ancella dela casxa vi sam Per aprouo, si l'aue recognossuo e incomenza
gue a criar adosso e a dir: " Veraxe menti he te cognosso, che tu si e delli di- 39
scipuli de questo homo. „ E sam Per aue grani paor e si respoxe tuto spaucutao
e disse: " O femena, tu non di veritae de nyente, ny non say che tu to digj'. „
E parti se sam Per delle parelio de questa femena, lo più tosto ch'elio poe, e ze
se ne a'ssetar ape de lo fogo e si se aschadaua, inperzo che era freydo. Quando
lo pontifficho Anna aue uisto Cristo, [e] che li Zue auoyuam preyso, si se Ilo fé 35
menar dauanti e si lo incomenza a demandar e disse : " Or me di, che doctrina
e questa, la qual tu vay predicando per ludea e per lerusalem, e vay preuari-
cando la gente e ingannando lo mondo ?„ E Cristo lantor si respoxe e si disse:
" Frac, la mea doctrina no e mea , ma e dallo me payre. Tu say beni — disse
Cristo — che he si 0 parlao pareyxementi per lo mondo 0 non ho parlao in jq
aschozo, ma dauanti ogni gente. „ Quando Cristo aue zo dito, si vegno un delli
serui de quello Anna, e si lena la mam e si de a d'iste una grande maschaa su
la massella, e com grande ira gue cria adosso e disse : " Duncha respondi tu cossi
allo pontLffico ? „ Alaora Cristo se voze cum grande humilitae a quello chi l'a-
ueha ferio 0 si gue disse : " 0 frae, si ho mal dito si me reprendi de lo mal, ma ir-
si he no ho dito mal porche me feri tu? „
fu ^ alloro
Archivio glottol. ital., XIY.
34 Parodi,
In queste cosse n'amaystra lo segnor Ihesii Criste, che noy debyamo le iniurie
che ne som fuyte portar in paxe e pacienti monti, per lo so amor, cossi corno
elio le a porta[e] per lo nostro. Quando Criste aue respoxo allo seruo chi l'auea
cossi ferie, si comanda Anna che elio fosse menao a casxa de Cayphas, iuxe in
5 quello anno e zuegaua e rezeyua lo pouol. Laora ei fom li seruenti appareglay
com le arme, e si preysem Cristo e si ne Ilo menam e si lo aprescntam a Cay-
phas. E sam Per si gè andana apresso e intra dentro della porta de Cayphas. E
incontenente gue cria(m) adesso ^ e si gè disse(m): " Yeraxementi tu sey de Gal-
lilea e si sey discipulo de questo homo.,, E sam Per gue respose e disse: " O
10 femena, tu te inganny, he no som de quelli. „ E ze sam Per e si se mìsse allo
fogo. E lautor un de la famigla de Cayphas si l'aue visto, e si era de quelli chi
eram stayti a prender Criste. E quando elio l'aue recognossuo, si gue cria adesso
monto forte e si gue disse: "Che homo sey tu? No sey tu delli dissipuli de
questo homo? Pensi ^ tu che he non te cognossa? „ E sam Per si se excusaua
15 a quello seruo, e lo seruo gue disse: " Como te poy tu eschusar, che la toa pa-
rolla si te fa manifesto? Non te vi he coni questo homo inter Torto? Non fosti
tu quello chi tagliasti l'oregla a me f[r]ay Marche ?„ E sam Per chi se veyua
cossi compreyse, com grande penser disse : " He te zuro scura tuti li sacramenti
della leze, che zamay questo homo he non vi ni gue parlay. Or varda se tu
20 m'ay bem piglao in camgio. „ E quando sam Per aue cossi parlao, in[(/]conte-
nente odi cantar lo gallo, e le Segnor Ihesu Cristo si gue guarda per le vixe.
E incenteneute s'apensa sani Per in le parolle che Criste gue auea dite, e come
elle aueyua impremisse a Cristo de non may abaudenar lo. E allaor se partì e
iusi for deUa casxa e ze in una fessa li presso, e incemenza a pyauzer monto forte lo
25 se pechae, e zamay in lo tempo della soha vita quasi non stete senza lagrime; si
che conuegne che olle portasse continuamenti ^ un sudario per essugar se li ogi.
Quando lo nostro Segnor fu apresentao dauanti de Cayphas, chi era segnor
de far juexio in quello anno, sì comenza Cayphas a interrogar e a demandar
Criste de monte cosse. E li farixey si auem apareglae monte faoze testìmo-
30 nie, le quae testimonie si incemenzam a'chusar Cristo e dir: "Noy si auemo
odio de la bocha de queste homo, che elle si pò destruer le tempio de Dee e
rehedifficar lo in trey giorni. Garday che presemtiom e questa che dixe, che
pur de queste e degne de morte. Anchora si a dito che chi non mangiera la
Boha carne e beuera lo so sangue non auera ulta eterna, e mostra se che eUe
35 sea figlor de Dhe payre. Guaiday, segney, si questo e da soffrir. „ E Criste non
respondca a nessunna de queste cesse. Cayphas si gue dixea : " Non odi tu queste
cesse, che dixem queste testimonie in centra ti? Per che non respendi tu a queste
raxoym, che questi te dixem? e perche non te escuxi tu? „ E Criste pur se taxea.
E lantor Cayphas si gue cria forte e si dixea: "He te sconzuro per Dee viue,
40 che tu me debi dire la veritae, se tu sey Criste figlor de Dhe beneyte. „ Allaor
non vesse lo nostro Segnor che le nome dello so payre fosse schonzurao in vam,
e si respoxo a Cayphas e si gue disse : " Certamenti he te digo che voy veyrey
vegnir lo fìgier de l'omo, zoe lo figlor de la vergem Maria in le niuole deUo
cel a zuegar le mondo. „ E quando lo Segnor aue dito queste paroUe, Cayphas
45 se scharza tuta la cabezana e crìa forte: " Segney, no auey voy odio iastema,
che questo homo pechaer a fayte a Dhe? Perche andeme noy cerchande aotre
1 È da leggere: quella ancella gue cria o simile. - non lìcnsi ^ conti-
nuar menti
Stadj liguri. § 2. Testi: 5. La Passiono. 35
testimonie, da poy che noy l'auemo odio parlar? Che ve une par, segnoy, de far? „
E quelli chi erari li si criam tati, digando tut'a una voxe : " A''eraxe mente elio
a bem meritao la morte. „ E allaora Caj^phas bì fé despuglar Criste nuo e si lo
fa ligar a una colonna, e si gue fom de 'utorno aotri cum correze, aotri cum ba-
stoym, aotri cum channe; aotri [43a] gue dauam cum le maym, aotri gue pelauam 5
la barba e la testa e aotri gue zithauam lo lauaglo per lo viso e per la carne,
aotri gue spuauam per la bocha Cossi staua lo nostro Segnor ligao alla colonna
e aueyua li soy ogi fassay e inbinday cum una binda, e daxeam gue delli ba-
«toy su per la tosta e poi dixeam: "0 Criste, adeuina chi e quello chi t'a
feryo. „ E in questa maynera siete lo Segnor tuta quella noyte. O misero i^e- 10
•chaor, chi non say sostcgneyr un pocho de peynna in seruixio dello to payre,
chi a tanto approbrio ^ e vituperio sostegnuo per aurir te la porta de vita eterna,
quando porressi tu satisfar a cotanta benignitae? Va, leze, o pechaor, quante
iasteme lo Segnor butaua a quelli chi gè faxeam cotanto mal, guarda che elio
dixea : " Payre me celestial, questi non cognossem lo mal che olii me faxem. 15
Perdonay gue, si ve piaxe. „
Stagando lo nostro Segnor in lo tormento, che o conintao, in la casxa de Cay-
phas, la mayre soa si andana per la terra criando e querando chi dello so fijor
gue diesse none. E comò ella s'aproximaua allo paraxo de Cayphas, ella aschota
e odi lo remor e la voxe delli Zue. E allaor la donna ^ si pyama la Magdalena 20
€ si gue disse : " Za figlerà, za tosto, che he creo che lo to maj'stro seha in questo
logo. „ Acosta se la donna allo paraxo e aschotaua, e ella si odi tropo bem comò
li Zue lo biastemauam, e le menaze che elli fauam. Laora incomenza a criar alla
porta e a bater, perzo che gue fosse auerto. Ma la soha voxe era fayta per lo
Ijiamto si debel e si rocha, che ella non poeyua esser odia. Bem era vegnua ve- 25
riteuel la parola de leremia propheta, chi disse : " . . . pianxando e lo pyanto in
la noto e ^ le soho masseile e non gu e chi gue daga consolatiom de tuti li soy
chari. „ E anchor fo compio in ella zo che David propheta gue auea dito, eciam
dee de ella : " He o lauorao criando pyanzando, tanto che la mea voxe fayta o
rocha e sorda. „ Or pensa, pechaor, in che guisa la donna staua de fora dello 30
paraxo, e odiua le acuse che faxeam in centra lo so figlor e li colpi che elio
eostegnia, e no intendeyua ni odyua nissum chi lo schusasse ni chi lo deffeu-
desse, ma odiua la voxe forte criar : " Mora mora questo maluaxo pecchaor. „ Or
qual e quella mayre, chi compassioni non debia auer alla mayre de Criste e
pianxer com ella de cotante crudelitae, [b] chi fom fayte allo so figlor senza 35
colpa e pechao? Tuta la noyte stete quella dolenta maire in angustia e sospiri,
aspectando e contemplando la peyna che lo so figlor portaua. Quando la note
fo compia, che za se fazea lo iorno, e echa lo remor vegnìr de la gente alla
casxa de Cayphas, che Pillato mandana a prender Cristo. Noy deuemo intender
e sauer che alli Zue non era licito ocier nissunna persona, e quando elli trouauam 40
alchum degno de morte, si lo dauam in le maym de Pillato, lo qual rezeyua la
segnoria e era comò iuexe de mal officio, e a elio s'apprtcgnea de dar morte e
ocier quelli chi falliam e faxeam cura de morir. E questo faxoa in persona de
l'imperaor de Roma, chi sognorozaua per tuta ludea. E inporzo Cayphas aue
Criste in bayria. La noyte, comò he o dito, si manda a Pillato, come elio aueyua 45
un homo prcyso degno de morte, e Pillato si aspcyta fini allo iorno, e allaor fé
Od oj)probno? ^ danna ^ Andrebbe qui: io pianto in; cfr. Threni, I, 2.
36 Parodi ,
armar li Boy chaualeri e li soy eerucnti e si li manda ala casxa do Cayphas,
donde Criete era preyxo. Questa gente vegnia a som de trumbe e de corni.
Quando elli fora vegnuy alla casxa de Cayphas, si fom auerte le porte e si andam
tuti dentro da lo paraxo. La donna chi era de fora, vosse andar apresso per
5 trouar lo so figlor, ma ella no aueyua possanza ni Tertue d'andar in la casxa,
per la grande spressa della gente, si che ella ne fo rebuta de fora com grande
angossa. Quando Cayphas aue uisto la famigla de Pillato, si gue de Cristo in
bayria, e quelli si gue ligam le maym forte, e cossi si lo manda fragellao a
Pillato, E quando elli insim for della porta de Cayphas, la donna se leua comò
10 ella poe e guarda si ella poesse veyr lo so figlor, e ella non lo recognossea, in-
perzo che elio era tuto caugiao. Elio aueyua lo so viso tuto nizo , li ogi e li
meroym neygri e lo vixo e la faza tuta pynna de spuazo e la testa tuta peraa
e lo corpo era tuto pym de lauaglo e da monte parte pioueyua tuto sangue, si
che elio non poeyua ^ più auer figura humana. Bem era compio zo che Ysaya
15 propheta auea dito in persona de Criste: Non est in eo species- neque decor. La
mayre che se guardaua intorno, questo so figio non sauea cognosser, e inperzo
ella se voze alla Magdalena e si gue disse: " 0 figlerà, [f] guarda so tu inter
questi cognossessi lo to maistro. „ E la Magdalena laor lo gue mostra e disse :
" Sapi, madonna mayre, che quello che tu vey cossi fragellao si e lo to figlor. „.
20 La donna si lo guarda e si lo recognosse e incomenza do corre apresso, cossi
comò olla poeyua, e a cresser la voxe più forte che ella poe o cria : " Donde e
andayta cotanta belleza? Tu eri lu più bello homo che [e] visse may e aora
sey cossi camgiao! 0 figior, a te cossi abandonao lo to payre, che elio non te
deffenda de cotanta peyna? 0 figior me precioso, per che voresti tu retornar in
25 Iherusalem ? Za saueyui tu bem che li Zue to procurauam la morte. „ Monto so
abriuaua la donna in la spreyssa per prender lo so figlor, ma li sementi si la
rebutauam e si la deschazauam, che ella non se poeyua aproxiniar.
Quando Cristo fo menao a Pillato, si fom apareglay li farixey e li Zue e si co-
mensa(m) d'axaminar lo. E quando elio fo bem examiuao, si lo retorna de fora alli
30 Zue e si disse : " Segnoy, voy m'auey menao cozi questo homo o me l'auey acusao
per mal factor e per rey. Echa me che l'o sotirmenti esaminao, e si ve digo che
non trono in elio caxum alchunna, per la quar elio sea degno do morte ni de
peyna. Per che doncha vorey voy che e spanda lo sangue insto de questo homo
insto senza corpa e pecchao ? „ E laora li Zue si respoxem a Pillato e si dissoni :
35 " Sapi per certo che si questo homo non fosse mal factor, noy no te l'auereamo
acuxao. iSToy seme gente a chi Dee a dayto la leze per Moysen, e per cessa che
fosse noy non fareamo tanta falla. Ma noy te dìganio per veritae la reeza do
questo homo, che elio non a lassao persona do Galilea tam fin coci, che elio non
abia preuarichao da la nostra leze. „ E allaor si demanda Pillato alli Zue donde
40 Criste era nao, e elli si gue dissoni do Galliloa. E allaor si rospoxe Pillato e si
gue disse: " Segnoy, si questo homo e de Galliloa, voy sauey bem che non lo
dom zuegar, che non o iuexio de sangue in quelli de Gallilea chi som in Iheru-
salem. Anday doncha, — disse Pillato — e si lo menay monto bem a Herodes»
a chi s'apertem de zuegar quelli de Gallilea. „
1 pareiua ? - szms ; cfr. Isaia lhi, 2.
Studj liguri. § 2. Testi : 6. Da una Cronaca universale. 37
N. 6. — Da una Cronaca universale.
Il presente brano e la traduzione di Boezio che segue, sono estratti da
un medesimo codice, appartenente alla Biblioteca delle Missioni Urbane di
Genova S dove porta il num. 46. Per l'età, si può assegnarlo alla prima
metà del sec. XV; cartaceo, legato in pergamena, di mm. 275 per 190, man-
icante del primo foglio e di alcuni in fine. La numerazione è in cifre ro-
mane, della stessa mano che il codice; comincia col secondo quaderno e
va poi senza interruzioni fino al f, 391, col quale il cod. ora termina. Ec-
cetto, a quanto pare, un breve tratto del primo quaderno, materia forse ag-
giunta alquanto più tardi sulle pagine lasciate prima bianche, il cod. è tutto
d'una stessa mano; ha iniziali maiuscole in rosso, ma rubriche nere; scritto,
a cominciar dal Boezio, in due colonne, per motivo dei versi, quantunque
il copista, una volta preso l'abbrivo, continuasse poi fino in fondo.
Ho detto che manca il primo foglio. Esso conteneva parte della 'Ta-
vola', il séguito della quale occupa ancora la metà anteriore del primo
quaderno, cioè 5 carte, tranne il verso dell'ultima. Ma la carta, che ora
dovremmo incontrare per la prima, si trova per uno spostamento ad es-
sere la quarta. Nel verso della quinta, nelle 4 seguenti e nel recto della
decima è contenuto il tratto, che abbiamo detto parer d'altra mano. Co-
mincia: «In quelo tempo sapiando lo redemptor de la humana generation
messer Jhesu Criste quello chi deueiua esser, cognossando za esse)" preuegnuo
tanto presso ala soa ynorte e p)assion quanto era lo mercordi santo ...» e
termina : «... e la dolce niaere lantora no lo cognosce, tanto lo aueiuarn
hatuo e desfigurao. E cossi fini lo raxonamento de la gloriossa Vergem
3 f aria cum lo so glorioso figio messer Ihesu Criste, la grada de lo qua
semper sea com noi. Amen. »
Col secondo quaderno comincia propriamente il codice. Esso contiene :
dal f 1* al f. 89^ una specie di compendio del Vecchio e del Nuovo Te-
stamento; poi alcuni capitoletti sulla Vergine, 89*^ sgg-) a cui s'accompa-
gnano 28 miracoli di lei, 104^-118'', e uno dei noti 'Pianti' 119^-124''; una
lunga serie di 'Vite di Santi' e di 'Sermoni', che occupano non meno di
172 fogli; la leggenda di Barlaam e Giosaffat, 298*-313''; il primo capitolo
della vita di Giuda Iscariota, 313''-314'', che non è se non un pezzo stac-
cato della 'Cronaca', con cui il volume comincia; poi: Cotno se comenssa
lo sancto batessmo in Roma, e: Como la ueroniclia fo trouaa e portaa in
roma in lo tempo de iiberio Cessaro Imperao . . . 314''-318''; una leggenda
di Santa Margherita, che va fino al f. 321''; la Vita di S. Giovanni Evan-
gelista, 322^-356'*, altra copia di quella pubblicata dall' Ive, Arch. Vili
30 sgg. ^; de le questioim de Boccio, 357^-386^, per le quali è da vedere il
* Fu già brevemente descritto dal Banchero, Genova e le due Riviere,
513 sg., e dal prof. L. T. Belgrano, 'Giorn. Ligust. ', a. 1882, 344 sg.
^ Per rendere possibile il confronto, riferisco il principio della leggenda,
secondo è dato dal mio codice:
38 Parodi,
numero seguente; infine l'epistola di fra Bonaventura da Bagnarea ad un
suo amico, 386'''-391'', che resta incompleta per la mutilazione del codice.
Uno studio particolareggiato delle fonti, a cui attinse il nostro compi-
latore, sarebbe qui fuor di luogo. Ci basterà accennare che il compendio
biblico, di cui riportiamo il principio, non è che la traduzione dell'antica
'Cronaca universale', probabilmente d'origine catalana, che fu studiata dal
SucHiER, Denkmàler der provenz. Literatur, pp. 495 sgg. , e dal Rohde,
ibid., pp. 589 sgg. ^ Tuttavia il traduttore s'è anche valso, in almeno due
luoghi, della Passione, da noi pubblicata al n. 5, inserendone nel suo testo,
al f. 58^, il breve tratto introduttivo. Pensando in ini tnesmo ecc., ed un
altro capitoletto al f. 84^ : Or staxea la uerrjem madona sancta maria inter
xmna caxa in lerusaleni . . .
Per la correzione dei passi evidentemente errati, io ho tenuto a riscontro
della traduzione genovese il testo catalano del cod. Laur. Red. 149, già
studiato dal Suchier (R) ".
Dixe in lo libero de Grenexis, che in lo comensameuto de lo mondo crea ^ Dee
lo cel e la terra. E la terra era uoa e tute lo mondo era tenebrozo e lo spiricto
de Dee andana soure le aigoe. E era tuto lo mondo corno unna pilota reonda, chi
fosse fayta de monte cosse, cossi conio de puci e de pree e de fogo, chi fosse
possaa in unna conca de aigoa. E cotale era tuto lo mondo. Disse lo nostro se-
gnor Dee : " Sea fayta la luxe. „ E quando la luxe fo fayta, foni li Angeli creai.
E ui Dee che la luxe era bonna e desparti la luxe da le tenebre e apela la luxe
Coci comenssa la nassìom e la ulta firn a la morte de lo bìao messer sani
Zoane Batesto, corno noi odirei apresso.
A lesso de Dee e de la docissima vergem madona Sancta Maria e de lo biao
e gloriosso messer sam Zoane Batesto, de lo quar noi vogiamo dir alcunna cossa
a lo so honor e a delieto e conssoUaciom de le annime, le quae sura soe deuote.
E no intendo dir de le soe aotissime virtue , per so che e no sauerea , che an-
chora sum beneite da li sancti ; si che e no intendo de dir cossi soma alteesa,.
ma uoio dir de la soa uita meditandolla e penssandola, aso che piceni e grandi
chi la lezem si gè ponnam mente a le maini {sic). Che se la soa mente fosse
denota a meditar la uita de Criste e penssando de elio piceni e grande cum la
morte e ressurressioni soa e gloria, non e da lassiar per questo. Persso che penssar
de elio e amar elio e l'otima parte, e questo de messer sam Zoane fassamo per
dar recreatiom a le monte infierme e unna ouera fantiolescha, si che queste an-
nime fantiole[s]che abiam unna leticia spirictual e cossi apparram a medictar,
si che poa possam e sapiam intrar a meditar la vita de Criste e de la Dona
nostra, soa maire. E se eUi (no) troueram leticia in penssar la uita de li sancti
in cotae cosse fanciolesche, quanto maormenti in penssar la uita de Criste, unde
e tuta perffetiom? E auezando la mente a queste meditacioim bassete, saueram
possa mogio penssar e intrar a le graiude cosse de li sancti ; e cossi intreram a.
penssar de messer Ihesu Criste, chi a faiti cossi boim li sei sancti ....
^ Cfr. Studj di filol. rom., II 292 sg., n.
^ In questo codice, al f. 163^, ossia nella seconda colonna del recto, co-
mincia un componimento ascetico, catalano, che certo ha da fare con quel
'Ragionamento della Vergine col figliuolo', che dicevamo parere d'altra
mano nelle prime pagine del nostro manoscritto genovese.
^ cerca
Studj liguri. § 2. Testi : 6. Da una Cronaca universale. 39
di e le tenebre nocte. E cossi fo conpia l'onera o li comensamenti de lo primo
iorno. Disse lo nostro segnor Dee lo segondo iorno : " Sea fayto fermamento in
mezo de le aigoe, chi partissa l'unna da l'aotra. „ E cossi fo fayto e fé lo no-
stro segnor Dee firmamento e possa le aigoe, clii eram soura lo firmamento, de
sota, e apella lo nostro segnor Dee quello firmamento cel. E cossi fo faita Fo- 5
nera de quello segondo iorno. Disse lo nostro segnor Dee lo terso iorno : " Seam
amasay ^ le aigoe, chi stam sote lo firmamento, in um logo e apaira secha ^. " E
fo fayto cossi, e apella Dee quella secha terra e lo amassamento de le aigoe
aijella lo mar. E ni lo nostro segnor Dee che tato era bom e disse: " Inzcnere
la terra erba e erbori chi fassam fructo, segondo lo lor linaio. „ E uì lo nostro 10
segnor Dee che tuto so era bom, e cossi fo compia l'ouera de lo terso iorno.
Disse lo segnor Dee lo quarto iorno: "Seam faite luminarie in lo firmamento
de lo cel, chi partissam lo iorno da la nocte e seam in segnai de lo di e de lo
tempo e de l'ano, e si resplendem in lo firmamento de lo cel e aluminem la
terra. „ E f o faito cossi , e fé lo nostro segnor Dee doi gramdi ^ luminarij , e lo 15
maor chi segnoi'ezasse lo di, e questo si e lo sol, e lo menor segnorezasse la
noite, e questa si e la lunna, e tute le stele, e misele lo segnor Dee in lo firma-
mento de lo cel e che elle aluminassem la terra e che elle segnorezassem lo di
e la nocte, e departi * lo di da le tenebre. E ui Dee che tuto era bom e cossi
fo compia l'ouera de lo quarto iorno. Disse lo nostro segnor Dee lo quinto 20
iorno : " Congregemo pessi in lo aigoe e tuti uiuam , e li oxelli in le ayre. „ E
crea lo nostro segnor Dee possi graindi e ballenne e de atre generacioim, e
aotressi li oxelli uiuessem in le aire segondo lor linaio. E ui lo nostro segnor
Dee che era bom e benixilli e disse : " Cressi e multiplicai e impij le aigoe de
lo mar „ [P] e semegieiuementi [disse] a li oxelli che elli cresessem e multi- 25
plicassem soure la terra. E cossi fo compio l'ouera de lo quinto iorno. Disse lo
nostro segnor Dee in lo sesto ° giorno: " JTorige la terra cosso uiue, bestie e tuti
animai chi uagam soure la terra, piascunna de soa figura. „ E f o faito cossi. E
ui lo nostro segnor Dee che so era bom e disse : " Fassemo l' omo ala ymagem
e similitudem nostra, chi segnoreze le bestie de la terra e tuti li animai chi 30
seam soure la terra. „ E bem sauemo noi che in quello tempo Dee no auea figura
de homo, ma elio profocta de si mesmo chi deuea esser [in] figura de homo*',
quando elio disse: "fassemo l'omo a la ymagem e similitudem nostra.,, Ma per
so tuti li Zue e li pagaim no uosscm in so crer. E forma lo nostro segnor Dee
l'omo de lo pu uil alimento, so fo de terra, e no de la pu formaa terra, anci lo 35
fé de la pu uil, e so fo per lo trauaiamento de lo diano, e crealo perche elio
deuesse goardar quella sancta gloria, che lo diano auea perdua per lo so orgoio.
E quando elio l'aue creao, si misse in elio spiricto de ulta e possallo in lo pa-
reyso teresto ; e felli uegnir uolentay de dormir e traeselli unna costa do lo co-
stao, e de quella costa forma Dee la femena. E mentre che elio dormia, fo montao -10
in cel e ui in spiricto tuti quelli chi deueam insir de elio. E quando elio fo
dessao, profetiza e disse: " Queste osse e queste carne si sum de le mee. „ E poa
disse lo nostro segnor Dee a Adam e a Eua soa moier: " Ueue che e uo dago
a uoi atri tuti li aotri arbori, chi fam fructo soure la ferra e semenza ^; e si uè dago
la segnoria de tuti li animai e de tuti li oxelli, in li quai e o possao spiricto de 45
^amesai/; E, ajustades. - Cfr. R: e aparescha sedia. ^gramdi piuttosto
che graindi. '' Forse departiasem ; cfr. R. : e que deiriasen. ° quinto " que
deuia i^endre forme de home R. ' chi semode; cfr. R: que fan friii/t e sament.
40 Parodi,
Ulta, che uoi abiai che maniar e che uiue. „ E ui lo nostro seg'nor Dee che tute
le coBse che elio auea faito eram tute bonne, e cossi fo compia l'ouera de lo
Bexem iorno. Or auei odio corno lo nostro segnor lo prumer ìorno fé la sustancia
de lo iorno, soe la luxe, e tute spirictuai creature; lo secondo iorno fo lo cel
5 per che le spirictuai creature gi habitassem, e im li aotri trei iornj fé lo segnor
nostro le cosse chi sum emtro li alimenti: ini lo ijrumo de quelli trei fé tempe-
ralitai de lo iorno, soe lo sol e la lunna, e im lo sogondo fé li pessi, e im lo
terso iorno fé le bestie e l'omo, e possallo in lo pu fermo alimento chi sea, [eoe]
in la terra, [e] allogallo im lo pareyzo terreste. E se [2aJ Adam no avesse peccao,
JO auerea inzenerao l'omo sensa peccao e sensa luxuria carnai; e la femeua auerea
inzenerao in quella maynera e sensa dolor auerea partuio, e seream staiti sensa
boxie. E im pareyzo terreste De auea possao erbori, che quando elli ne aue88e[m]
mangiao, zamai no aueream auuo see ni fame, e uni aotro erboro, che quando
elli ne auessem mangiao, zamai no aueream auuo see, e lo terso orbo \ che za-
25 mai nisum no li auerea possuo noxer. E a la i)er firn mauieream de lo erboro
de ulta, e da poa auanti zamai no seream staiti uegi ni no seream staiti ma-
roti. E conio aora la generaciuni passa e more, seream staiti in lo tempo de
trenta agni receuui in la pu ata gloria, zoe im lo pareizo celestiar, e zamai no
aueream cessao de far cossi, tam fini che no fosse compio lo nomerò de li angeli
20 chi cheitem de cel. E fo cossi creao l' omo per compir quelli logi de li angeli.
Or stagando Adam in lo pareizo terreste, disse lo nostro segnor a Adam e
a eoa moier Eua: " E ne dago parola che de tuti li erbori chi sum in lo pa-
reyzo, che uoi ne possai mangiar ^ e uzar a tuta uostra uoluntay, saluo quello '
in lo quar e la sciencia de lo bem e de lo mar. „ E si gè mostra l' erboro. " E
25 qual bora uoi ne mangerei, uoi morrei per morte. „ E lo diano chi fo de quello
pareizo butao, de so aue inuidia, e pensa conio elio lo porrea inganar; perso
che elio sauea che lo linaio de l'omo deuea montar im cel, soe in la sancta gloria,
donde elio e caito per la soa superbia. E pensa in che meo elio lo poesse in-
ganar, aso che l'omo perdesse lo hereditagio de quella sancta gloria. E lo ten-
30 taor preize forma de serpente e ze ala moier de Adam Eua e si gè disse: "Per
che u'a comandao lo nostro Segnor che uoi no maniai de l'erboro de scientia
de beni e de mar?„ E ella respoze: "Perso che noi no moriamo.,, E elio gè
disse: " Creiuoi morir*? Anti aerei uoi semeianti ali dee, chi sam lo bem e lo mar.
E per atro no uè a elio deueao, se no che elio no uoi che uoi sapiai tanto comò
25 elio sa. „ E de so menti lo diano, chi may no disse ueritai; unde per la soa boxia
fé tanto, che Adam mangia de lo fructo e sape bem e mar. Possa che Adam
aue mangiao quello fructo, [2''] vi che auanti che elio auesse peccao si auea lo
bem de sciencia ^ e possa che elio aue peccao sape lo mar, per che elio crete ala
parola de lo diauo. E cossi Eua preize de lo fructo e si ne mania e si ne de a
40 so marie. Elio ne mangia per amor de quella, e de presente, come elli ne auem
mangiao, elli fom aceixi de lo fogo de la luxuria e fo nao Inter quelli uni
peccao, lo quar eresse Inter noi tuto tempo, e fom le lor annime morte, perso
che quelli chi peccani le lor annime sum morte e iaxem sote terra, cossi comò
lo corpo morto. Ma per penitencia l'annima resussita da morte a uita, cossi comò
45 resusitera lo corpo nostro per la uoluntai de Dee alo di de lo zuixio.
Coci incomcn;a le sete peccay, chi nassem per lo bocon che Adam mangia.
^ Questo terzo albero non appare in R. ^ man ìiiangiar ^ in quello
no morir ^ sciecia ; R saòe òe 2)er sciencia.
Studj liguri. § 2. Testi: 6. Da una Cronaca universale. 41
Adam fé um peccao mortai, chi tuto lo mondo impij de sete peccae mortae, in
lo quar fo imbocao ^ tuto lo so linaio. Lo primo peccao fo superbia, quando elio
uosse [esse] in^oar alo nostro segnor Dee e uosse esse soure tute le atre gente -:
imperso fu posto pu basso cha nisum aotro. E de quello peccao dixe lo libero
de Salamon, che non e dauanti da Dee ^ chi exalte lo so cor per peccao de su- 5
perbia. Lo segondo peccao fo dezobediencia , quamdo elio passa lo comanda-
mento de lo nostro segnor Dee, e per so perde tute le cosse chi li eram reco-
misse, e poi che elio pecca si gè fo[m] de presente dezobediente. Lo terzo peccao
fo auaricia, che elio daxea men che elio no deuea dar^, e per quello pecca e
perde per gram drito tute le cosse, le quai li fom donai. E de questo peccao 10
dixe lo apostoro messer sam Poro, che F auaricia si e seruitudem de le ydole.
Lo quarto peccao fo sacrilegio, quando elio preize la cessa la quar li era deuea
de lo logo sagrao; e de questo peccao dixe lo profeta: "Chi defora mostrerà
santitay ^, de esser cassao fora de lo pareizo. „ Lo quinto peccao fo de la gora,
che per um bocom passa lo comandamento de lo so segnor. Lo sexem peccao 15
fo fornicaciom, per so che l'annima de Adam fo e era aiustra a Dee e elio
l'aiustra*^ a lo diano, unde perso elio mori per colpa e per penna; e in so elio
cernisse auolterio com um stranger e perde l'amistansa de la ueritay ^, e de
quello peccao fo omicida, che si mesmo cum tuto lo so linaio misse a morte. E
de questo peccao dixe [3»] Moisses profecta: "Quello chi ocira, sera morto in 20
corpo e in annima. „
IL Coci se cointa so che lo nostro segnor disse a Adam.
Incontenente che Adam aue peccao, uegne lo nostro segnor Dee e si lì disse :
** Adam, tu ai peccao, che tu ai falio lo me comandamento e ai faito a seno de
la toa moier. E in perso auerai penna cum tuto lo to linaio e cresseraì de iorno
in iorno, e con suor e con faiga mangierai lo to pam, e quando tu lauorerai la 25
terra lo di, ella no te^ darà so fructo, e a uiner auerai grande travagio e
cressera tuto iorno lo affano in lo to linaio. „ E poa disse lo Segnor a Eua:
^ Imperso che tu obedisti a lo diauo e conseiasti a ^ to mario che elio passasse
lo me comandamento, e tu apartuirai li toi figi cum dolor e lo dolor multipli-
chera per- tuto tempo in lo to linaio.,, E imperso lo nostro Segnor disse a Eua: 30
"tu apartuirai li toi figioi cum dolor „, possamo noi intende che se ella no
auesse peccao, ella auerea infantao con alegressa e senza penna. Possa se zira
lo nostro segnor Dee in uer lo serpente e si gè disse: "Imperso che tu iuga-
nasti [la donna] ^^ e la feisti peccar per passar lo me comandamento, tu serai
marcito ti e tuta la toa semensa e si tirerai tuto tempo lo peto per terra; e si 35
metero inimistai Inter lo to linaio e lo linaio de la femena, e tuto tempo goar-
derai alo pee de lo so linaio e guarderai a la toa testa ^'. „ E imperso che lo
nostro segnor Dee disse alo serpente, che elio anderea per terra strassinandoso
lo pecto, possamo noi intender che elio auea pee, auanti che Dee lo marixisse.
^ iinlocao; R emholcat. agente; correzione di coss?, che l'amanuense aveva
prima scritto. R sohre tots Ics altres. ^ Cfr. R: que no es he deuant deus qui
leua soìi cor. * Cfr. Il : com elio cobega mes gite no li era atorgitaf. ^ Cfr.
R: qui desottra los santuaris, ^ìo itistra; R ajustala. ''del 'uerdader
espos R. 8 ella noctete ® conseiastato '" la donna agg. secondo R, che ha
la fernh-p. " Cfr. R : e ton liìtatge tois temps guarderà al falò de la femhra
e l seu al cap.
42 Parodi,
E faite questo cosse, lo segnor Dee descassa Adam e Eua fora de lo pare3'zo
teresto. E quando elio ne l'aue zitao, si gc disse lo nostro scg-nor Dee, che elio
uerea tempo che elio li manderea lo orio de la misericordia. Quando Adam fo
butao fora de lo pareiso teresto, si se ne ze in la valle de Ebronzo.
III. Cocl se cointa quando Adam fo zitao fora de lo jxox'izo tei'esto e corno ze in
Ebron.
5 Quando Adam fo in la ualle de Ebron, comensa a uiuer de lo so affano o
suor e aue doi figi , so fo Abel e Chaim. E per raxou de lo sacrifìcio de le
bestie, elio inuea ' [3''] Cairn in uer Abel, per so che Abel offeriua de le meior
bestie che elio auea, e Chaim, chi lauoraua la terra, e offeriua de le pu finne
[frute] che elio auesse ni recoiesse. Ma per so che Dee goarda a la offerta de
10 Abel e a quella de Caim no uosse goarda, si ne aue Cain dolor e ocisse so frai
Abel. E dapoa che elio l' aue morto, disse lo nostro segnor Dee a Caim : " Dime,
nnde el e to frae Abel?„ Respoze Caim: "Segnor, za no son e goardiam de
me frae. „ E lantora disse lo nostro segnor Dee: "La voxe de lo sangue de to
frae, che tu ai spainto su la terra, si a criao a mi, ma li darò ueniansa, quanto *
15 a mie„. Per quello dolor de Abel pianze Adam cento agni e in quelli cento agni
no uolse andar ape de soa moier, perso che lo nostro segnor De no uoleiua
nasse de la maruaxe semensa de Caim. E quando Adam aue sete cento trenta
e doi agni, si uegne l'angero e comandagi che elio deuesse uzar cum soa moie.
E lantora elio aue um fijo, alo quar elio posse nome Seth. E questo Seth fo in
20 logo de Abel, e de lo linaio de questo Seth nasce la nostra dona ^ sancta Maria,
de la qual nasce lo nostro segnor messe lesu Cristo. Quando Seth aue cento
agni, Adam era * uegio e recreseagi la uita. E um iorno elio era monto stanco,
che elio auea derochao monti erbori, e butasse cum lo pecto sum unna iapa e
comensa a pianze e pensa in li graiudi mai che elio veiua nasce in lo mondo,
25 e cognoscea beni che tato so era per lo so peccao. E piama lo so fijo Seth, lo
qua li fo de prezente dauanti, e disseli: " Yatene alo pareiso, alo angelo che-
rubim chi e li e goarda l' intra de lo pareiso e° l'erboro de uita, e a in man
unna spa de fogo. E quella goardia fo faita, da poa che toa maire e mi fomo
cassai defora de lo pareizo per li nostri peccai. „ E Seteh respoze a so paire :
30 " Mostrame la uia, unde e debia andar a lo pareizo, e éo '^ che dom dir alo an-
gelo cherubim. „ E Adam li disse: "Per questa via, auerta dale ' peanne chi
fom de li me pee e de * toa maire, chi sum seche e marce , tanto fo grande lo
nostro peccao, fo[mo] zitai^ de lo pareizo, e Ili ^'^ unde noi scarchizamo com
li nostri pee, mai possa no gè nasce erba zamai. Per quelle peanne tu an-
35 derai in lo pareiso, e dirai alo angelo cherubim che me incresse de uiuer e che
eUo me mande de Torio de la misericordia, che lo me segnor [4a] Dee me im-
promisse, quando elio me cassa de lo pareiso. „ Quando Seth aue inteizo lo co-
mandamento de lo paire so, elio comensa de andar, e quando elio fo alla fim
alo cauo do la ualle, si trova le peanne de so paire e de soa maire, le quai
40 eram seche e marce, corno so paire li auea dicto, e fo spaventao de lo splendor
chi insiua fora de lo pareizo. E acostasse a lo angelo cherubim. E l'angero
^ Cfr. R: e per raho del sacrifìci de les hesties crehec a Cat/in envega contra
abel. Io ho soppresso chaim chi, davanti a per raxon. - quando ^ dono
* e za ^ si e ^ e e so '' cde ; R : oberta deles pejades. '^ dee ^ Cfr. R :
com fom gitats. ^'^ e Ili: que la on nos ccdciguanem R.
Studj liguri. § 2. Testi: 6. Da una Cronaca universale. 43
uegTie; si li disse: "Che demandì-tu? „ E Setli gi respoze: "A me paire Adam
incresse de uiue ; si me [manda] a ti a pregarte clie tu gì mandi de l' orio de la
misericordia, che lo nostro scgnor De li impromisse, quando elio lo buta fora
de lo pareizo. „ E Tangere gè disse: "Meti la testa dentro e goarda beni so che
tu ueirai. „ E Seth fo ala porta de lo pareizo, comò lo angero li auea dicto, e 5
misse la testa dentro e goarda, e ui in mezo de lo pareizo unna foutanna
grande, de la quar insiua quatro fiumi, chi sum pfincipai, ali quai noi di game
per nome, alo primo Giom, al' atro Cum ^, al' atro Trigus, l'aotro Auffratres, e
quelli quatro fiumi ani inipio tuta la terra de aigoa. E aprono de quella fon-
tanna era uni erboro monto grande e monto pini de rami e no auea foie ui 10
scorsa. E Seth goarda a quello erboro e disse infra si mesmo, che questo erboro
era cosi scorsao per lo peccao de so paire e soa maire, e cognosce le lor penne.
E poa se ne torna al' angero e disseli tute so che elio auea -visto. E l' angero li
disse che elio tornasse un'atra fìa firn ala porta. E misse dentro la testa, comò
elio auea faito dauanti, e ui che quello erboro tocaua de la cima ^ fini a lo cel, 15
e in la cima de l'erboro ui star um fantini, chi parca chi pianzesse. E Seth
asbasa li ogi e so fé per l'erboro, e aue uergogna, e [ui] le rame ^ de l'erboro
chi pertusauam la terra e tocauam dentro da l'inferno, e cognosse l'annima de
so frai Abel. E poa torna al' angero Cherubim e cointagi so che elio auea uisto.
E Tangere gi disse: "Aita uisto quello fantini? Quello si e lo fijor de Dee, chi 20
pianze lo peccao de to pajre e de toa mayre, e elio lo de destruer quando sera
tempo. E quello si [e] l'oi'io de la misericordia, che lo nostro segnor Dee pro-
niisse a to paire, quando elio lo buta fora de lo pareizo. „ E quando Seth se ne
uosse andar, l' angero li de tree granne de la semensa de quello erboro e de lo
fruito, lo quar auea mangiao so paire, e disseli: " Quando tu serai a to payre, [4'] 25
a lo terso ioruo, che tu lo sotererai, nietige queste tre granne Inter la bocha,
sote la lengoa. „ E Seth se ne torna a so paire cum queste tree granne e coin-
tagi tuto so che F angero li auea dito. E quando Adam aue odio che elio deuea
morir, si fo monto alegro e incomensa a rier, chi in tuto lo tempo de la soa
ulta zamai no auea rizo, e lena le maim a cel e disse: "Segnor Dee, prendi 30
l'annima niea, se elio ne piaxe, che e sum asai viscuo. „ E a cauo de trei ìorni
Adam mori e Seth so fijo gè misse quelle tree granne sote la lengoa, corno
Tangere li auea comandao, e poa lo sepeli. E a cauo de pocho tempo quelle tree
granne nasseni e fe[m] tre uerge , le quai auea piascunna um braso * de lon-
gessa, e de quelle uerge l'unna era de cedi'O e l'atra cipresso e l'atra palma, e 35
significauam lo paire lo fijo e lo spiricto sancto. Lo cedro e Io pu aoto erboro
chi sea, e quello significa lo payre; lo cipresso e lo pu oritozo erboro chi sea e
lo pu spesso de rami, e quello significa lo fijo; la palma chi e spesa de fogia e
fa lo fruto doce , significa lo spiricto sancto. E steteni quelle tree rame in la
bocha de Adam tam fini alo tempo de Noe. Aera auei odio corno mori Adam, -10
e de poi elio roraaze Seth so fijo maor in la generacium.
IV. Cocì coììiensa le ^ generacium de Seth, le quae foni none. — La prlniera etae.
Seth aue um so fijo, lo quar auea nome Enos, e fo la aita de Seth octo cento
e trenta e doi agni. Enos aue um fijo, lo qua aue nome Malusel, e fo la aita de
Enos octo cento e cinque agni. Mallasel aue um fijo chi aue nome Caiuna, e fo
^ Clini 0 ciun\ R: Si'f/ron Fn'soìi tigris eufratcs. - cini ^ Cfr. E: iiiu les
raells del dit arbre. ■* Iroso; R: tina brassa de lonch. ^ la
10
44 Parodi,
la Ulta de Mallasel mille agni. Cbaiima aue um fijo lo qua aue nome Jarech, e
fo la Ulta de Chainna octo cento agni. Jarech aue um fijo chi aue nome Enoch,
e fo la uita [de] Jarech octo cento e quaranta e doi agni. Enoch aue um fijo
chi aue nome Matnsalem, e quando Enoch aue trexenti sisanta e cinque agni,
bì lo lena lo nostro segnor Dee e mÌ8sello in lo pareizo terresto. Matusalem aue
um fijo chi aue nome Lamech, e fo la uita de Matusalem none cento e uinti doi
agni. E cossi fo compia la prumera generaciom, la quar aue generacium none.
[f. 5a] Y. Como io nostro segnor Dee comanda a Nohe che elio feisse V archa. E
incomensa la segoncla etae.
Quando Noe aue cinque cento agni, inzenera trei figi, Sem Chaim e Iffech.
E in quello tempo eram cressui monti mai in lo mondo , tanto che lo nostro
segnor Dee disse, che elio era pentio che elio auesse faito lo omo im lo mondo.
E disse a Nohe : " E uoio abissar tuto lo mondo e destruer tuti quelli chi uiuem
soure la terra; ma ti solo uoio salua, che te porto grande amor per so che solo
e te 0 trouao insto in questa generacium. linde e te comando che tu faci unna
archa de bom legname, chi sea bem acetaa ' e beni inuernisa dentro e deffora,
15 e sea de questa grandessa, per longessa goa trexenti e per largessa goa sisanta.
E farai in questa monti sorai e monte camere e intreraige ti e toa moier con
trei toi figi e con soe moier dentro, che solamenti ti e lor o trouai iusti soure la
terra, e meteraige dentro de tuti animai, cossi de bestie comò de animai^ e
oxeli, in li quai e spiricto de uita; de piascum um par, masiho e femena, aso
20 che elio ne romagna semensa, imperso che tuti li atri morram per le aigoe de
lo deluuio. „ E lantora Noe misse mani a l'arca. E quando ella fo liura de far,
segondo che Dee li auea comandao, elio se gè recogie dentro com soa moier e
com soi figioi e com le lor moier e com tuti li animai. E quando elio gi fo
dentro bem serrao, lo nostro segnor Dee auri tute le fontanne de abisso e pioue
25 quaranta di e quaranta nocte, per si grande forsa, che tuto lo mondo fo pini de
aigoa, in guiza che ella monta soure lo mondo quaranta goa e soure le mon-
tagne chi eram in terra. E l'arca andana soure le aigoe corno unna nane. E
quando le aigoe sessam, l' archa romaze in Erminia, soure unna grande mon-
tagna, chi e ata pu cha nisunna aotra che homo sapia. E quando Noe aue co-
30 gnosuo che monti iorni era che l'arca era staita ferma, elio auri unna de le
fenestre de l' archa e goarda, e ui che elio era in logo aoto e ui che la terra era
couerta de aigoa ancora. E manda um corvo deffora, lo quar troua la terra tuta
couerta de carne morta e ma[n]gia e no aue cura de torna anche ^. E quando
Noe vi che lo coruo no ternana, l'atro iorno manda unna columba, la qual
35 trona a elio a l'ora de uespo e adusse in becho unna rama de oliua uerde [S**]. E
quando Noe la ui, si regracia Dee de quelle marauegie. E poa stete trei iorni e
in cauo de trei iorni manda la columba unna atra fia, e torna a elio de presente
e nolana in ato e no uosse intrar dentro, per dar a intende a Noe che asai tro-
uaua da mangiar. Alaora pensa Noe che beni poiua insir fora de l' archa e cassa
40 fora tuti li animai e tuti li oxelli, chi eram in l' archa. E alaora incomensa a
^ acetao; potrebbe rispondere ad 'assettato', ma sarà da correggere acementaa
con R, che ha simentada. - Cfr. R: toies aniììicdies axi com reptilies com de
hesties com deles volataires. ^ anche \ credo sia sbaglio di lettura per a nohe;
de tornar a nohe R.
Studj liguri. § 2. Testi : 6. Da una Cronaca universale. 45
multiplicar (;um li soi figioi, che elio impij tuto lo mondo de gente; unde per
questa maynera lo nostro segnor Dee recouera lo linagio de la humanna gene-
racium, chi era perduo per lo diluuio. E cossi incomensa la segonda etae.
YI. De la generaciuin de Noe.
Possa che ISoq insi fora de l'archa e aue compio se cento agni, inzenera uni
fijo forte, lo qua auea nome Gerico; e questo lerico fo grande homo corno um 5.
zagante. E odi parlar de lo logo, unde iaxea lo nostro paere Adam soterao, e ze
in la uale de Ebron; e quando 0 fo in la ualle unde era Adam, elio ui quelli
irei rami che noi auei odio dir sa derer, chi nassem in la bocha de Adam, e
preizeli e pozeli Inter lo deserto e alarga l'um da l'atro. Ma per la uoluntay de
Dee e per quella cossa chi deuea uegnir \ questi ^ trei rami s'acostan tuti in um io
logo e fem de tuti questi treei rami um grande erboro, e no aue Inter l' erboro
arcum partimento, saluo de le fogie, chi eram de cedro e de cipresso e de parma.
E stete quello erboro in quello logo tam firn alo tempo de Moisses. Or de soura
auei odio corno Noe compi se cento agni [prima] che uegnisse lo diluuio, e apresso
niue trexenti cinquanta agni, e fo la ulta de Noe noue cento e cinquanta agni. 15'
E mori Noe e romaze so fijo Sem maor in la generacium. Sem aue un fijo chi
aue nome Alchìsacam, e fo la vita de Sem agni se cento. Alchisacam aue um
fijo chi aue nome Salac, e fo la uita de Alchisacam agni trexenti noranta e oto
agni. Salac aue um fijo chi aue nome Abel, e fo la uita de Salac trexenti agni.
Abel aue um fijo chi aue nome Sallog, e fo la uita de Abel trexenti agni. Sallog 20
aue um fijo chi aue nome Nachor, e fo la uita de Sallog duxenti e trenta e octo
agni. Nachor aue um fijo chi aue nome Tarech, e fo la uita de Nachor ^ [f. 6"]
duxenti e quaranta e octo agni.
VII. Coci contem conio Tarech fé unna monea, de la c/uar font li trenta dinai,
per li guai fo uenduo lo nostro segnor messer Jesic Criste.
Questo Tarech fé unna monea monto grande, per lo comandamento de Brioro ^
rei de Babilonia; e questo Brioro acata de quella monea trenta dinai per so 25
nome. E per quelli trenta dinai fo uenduo Josep ali Egispiain, cossi comò voi
odirei de chi auanti. E quando la renna Sibillia uegne de Oriente in Jeruealem
per odir lo seno de Salamon, intra in lo tempio per orar e offerì quelli trenta
dinai. E alaora ui lo fusto de la croxe e profetiza corno noi odire apresso. E
quando ^ Nabuc-de-nossor deroba lo tempio de Jerusalem , si leua questi trenta 30
dinai, e quelli foni possa daiti a um rei de Sabaem per sodo. E quando lo no-
stro segnor Dee messe Ihesu Criste nasce in Bethelem de la uergem glorioza
madona Sancta Maria, li trei rei chi la uegneni a orar e offerim quelli trenta
dinai, comò voi odirei in la istoria de li trei rei de Sabaem. E quando la nostra
dona fuzi de Bethelem in Egipto, questi trenta dinai li caitem a la riua de um 35
fiume cum atre cosse, lo quar fiume auea nome Nilo, e trouali um pastor de
Ermenia. Quello pastor sauea de astrologia e coernosse per l'arte de astrologia
la uirtne de quelle quatro cosse e goardale monto bem e no le mostra a alcum,
tam firn che lo nostro segnor messe Jhesu Criste no pricha ini lo tempio. Alaor
lo pasto se gè acosta a lao e si gè de queste quatro cosse, le quai fom soe. E 40-
^ chi deuea uegnir è nel ms. dopo trei rami. - quesfrì ^ Nachor ripetuto
in principio del veiso. * Brioro, R hiuero. ^ quanda
10
46 Parodi,
messer Jhesu Criste le cognosco monto Lem, e uestisse la camixia, e per tuto
che la camixia fosse pissena, la qual li uegne da cel la uocte che elio nasce de
la uergera Maria, e quando elio la uestia ella si fo sì grande, comò li faxea
meste. E quando fo la zobia sancta , Juda uende messe Jhesu Criste per quelli
trenta dinai ; li quinze foni daiti a Centurio e ali sci uassali, chi goardam [6''] lo
morimento de messer Jhesu Criste, e li aotri quiuze fom daiti per um campo,
comò uoi odirei in la passioni de lo nostro Segnor. E de li auanti no fo nissum
chi sauesse de che metalo eram queli dinai. E alcum dissem e pensam che elli
fossem de argento, inperso che li Euangelista li apellam de argento, ma perso
era che in quello tempo tuto lo metallo era apellao argento; cosi comò [aora] ^
per questo nome, metallo. Ma quelli dinai no eram se no d'oro. Uoi aueì odio
comò Tarech fé quelli dinai, chi fo paire de Abram, e per quainte main elli pas-
sam; e aora torneremo ale generacioim.
TIII. Coci comensa la tersa etae.
Tarech aue un fìjo chi aue nome Abram. E questo Tarech adoraua le j'dole
15 e era saccrdoto e seruiua in lo tempio, unde eram monte idole. Ma a Abram
agreuaua monto quella ulta che faxeiua so payre. E auegne um iorno che Ta-
rech andaua alo bosco e lassa la iaue de lo tempio a so fijo Abram e coman-
dalo che elio inluminase le lampe de lo tempio. E quando lo paire ne fo andao,
Abram intra dentro de lo tempio cum unna manaira in man, e li era asai idole,
20 inter le quae ne era unna chi era maor de tute le atre. E Abram si le taia tute
cum la picossa, a l'unna taia lo braso,' a l'aotra la testa e a l'aotra la gamba,
in tar guissa che no li romaze arcunna chi no auesse taiao quarche cessa. E
quando elio le aue cossi tagiae, si anda a quella chi era la maor de tute le
aotre, e degi tree ferie de la. picossa in la fassa, ma no gè taia arcum menbro
25 a deliuro, e possa li apeize la picossa alo collo e insi fora de lo tempio. E quando
80 paire fo uegnuo, si gè disse: "Illuminasti tu le lampe de lo tempio ?„ E
Abram disse: "Paire, no, che no li ossai intrai', e si creao che li toi dee seam
ree cosse e si creao che elli abiam auuo inseme quarche breiga, che elli am
faito si grande bruda insenie, che e ne sum morto de poira. „ E Tarech ze alo
30 tempio cum Abram, chi li ze derre, e quando elio fo intrao in lo tempio, si
troua tute le idole despesae e fo forte menti spauentao. E Abram li disse : " Che
e so, che tati questi toi dee sum cossi taiai? Per auentura quello dee maor a
auuo desdegno che tu ori quelli atri dee. Unde e no creao che nisum debia orar
se no [7a] un solo dee. „ E so paire Tarech de so aue grande desdegno e no li
35 uolse responde. Yisque Tarech setanta agni e possa mori, e alaora fo compia la
segonda etae e comensa la tersa etae, in la quar ni uè Abram.
IX. Como Ahram aite um fy'o de la soa sihaua, chi aue nome Issmael.
Quando Abram aue compio setanta agni, elio aue um fijo chi aue nome
Ismael, de unna soa sihaua, chi auea nome Agal, de la quar uegne lo linaio de
li Saraxim. E auelo conio e ne lo diro. Abram si era uegio e no poeiua auei
40 fijoi alcum de soa moier, chi auea nome Sarra. E Sarra li disse: " Poa che la
mea uentura e tanto forte, che Dee no me uor dar arcum fijor, abine de la no-
stra sihaua. „ Quando la sihaua - fo ingrauea de so segnor, si se insuperbi e no
MI traduttore non intese. Cfr. R: axi com los apella hom ara. ^ sihauo
Studj liguri. § 2. Testi : 6. Da una Cronaca universale. 47
uolea far li comandamenti de soa dona, auanti se contrastaua cum ella; perche
la dona se ira e cassala fora de caza. E Agar ze aprono do unna fontanna e li
so aseta e comensa a pianzer. E l'angero li aparse e lì disse: "Agar, che fai
tu coci e perche pianzi tu? „ Ella respoze: "Imperso che niea dona si m' a feria
e si m' a cassa fora de caza. „ E U' angero respoze : " Tornatene a caza de toa 5
dona e seruila beni do chi auanti e no fossi dezobedicnte ali soi comandamenti.
E goarda beni che tu si e grauea e apartuire fijo chi auera nome Ismael, e
quello sera homo monto fero, e le main de tuti li homi serara centra le e soe
niain centra tuti. „ E lo angelo poa se parti da ella, e Agar se ne torna a caza
de soa dona e fogi obediente ^. E cossi Abram aue um fijo de la soa sihaua. E 10
poa Sarra per la gracia de Dee mua uentura e ingraueasse e aue um fijo chi
aue nome Issach. E quando Abram aue noranta e noue agni, circoncixe si e tuti
li soi fijoi e tuta la soa masua. E ["n] quello tempo faxease tanto mar in lo mondo,
che no era alcum homo chi cognosesse Dee. E Abram goarda e cognosce che
no era alcum Dee, se no quello lo quar auea creao tute le cosse de questo 15
mondo. E quando lo nostro segnor Dee aue uisto lo bom pensamento de Abram,
si li manda la soa gracia, conio uoi odirei coci apresso.
X. Como l'angero comanda Abram che elio feisse sacrifìcio de so fìjo Isach.
Quando Abram aue cento agni, si aue doi figi^ de soa moier [T**] l'um, qu'elli
aue nome Issac, e lantora aue Sarra noranta agni. E quando ella aue compio
cento agni, si mori im Ebrum e lassa la terra a Abram in lo cauo de abria^. £0
E lo nostro segnor ui lo bom cor de Abram e si lo uosse proar e si li disse:
"Abram Abram. „ Elio respoze: "E sum coci. „ Disse lo nostro segnor Dee:
'■ Prendi lo to fijo Issach, che tu ami, e fané sacrificio a mi sum um monte che
e te mostrerò. „ E leuasse Abram de nocte e insela so azem e preize lo so fijo
Issach e doi seruenti e zesene su lo monte, cbi l'auea comandao "^ e mostrao lo 25
nostro Segnor. In quello tempo era costume che se faxea 'Sacrificio a Dee de le
bestie, e ociualem sum um pozo monto aoto e bruxaua[n]le in quello monte, a so
che lo fumo montasse a lo nostro segnor Dee. Or quando Abram fo sum lo
monte cum so fijo Issac, disse alaora ali soi seruenti: " Aspeiteme coci, mi e me
fijo anderemo un pocho auanti, e poa torneremo a uoi, quando e auero faita la 30
mea oracium. „ Alaora se parti Abram e preize so fijo, e quando elio fo loitano
da li aotri fantim disse Issac a so paire : "Echa le legno e lo fogo: unde e lo
sacrificio? „ Respoze Abram: "Fijor, lo nostro segnor Dee proueira de la offerta
e de lo sacrificio. „ Possa Abram fé um otar de terra e aceize su lo fogo, e preize
80 fijo e ligallo e misselo sum lo fasso de le legno e preizelo per li caueli: si 35
lo uolea ocier, tegnando lo brasso leuao cum lo cotello in man. E l'angero da
cel cria a grande uoxe: "Abram, Abram, no tochar lo fantim, che lo nostro se-
gnor Dee a cognosua la toa fé e a uista la toa uoluntai e lo to cor, che tu no
pianzeiui lo to fijo ni gè uoleiui perdonar de ocirlo, per amor de Dee. „ Abram
leua la testa e ui uni montoni Inter um spineao, chi staua apeizo per le come, 40
e Abram si lo preize e de quello fé sacrificio a Dee, in lo lego de so fijo Issac.
E quello lego apella de li auanti lo nostro segnor Dee Uc. E lantora disse lo
angero: "Abram, lo nostro segnor Dee dise: imperso che tu ai obeia la mea
L
1 ohedienti - doi figi; forse errato, cfr. E: hac fili de sa miiller qui hac noni
Issach. 3 R: e soterala Abram en la coua doble. Cfr. Genesi xxiii, 19. ^ comanda
48 Parodi,
parola, zuro per mi mesrao che e multiplichero lo to linaio, si comò le stelle
de lo cel e comò la arenna de lo mar; e lo to linaio poseera ^ le porte de li toi
inimixi e li lor logi. „ Tornasene Abram e so fijo a li aotri fantim e zensene a
caza. E possa mori Abram e eoteralo Issac so fijo in quella ualle, unde era so-
5 terra Sara, e romaze lesac, chi auea trenta e cinque agni, quando so paire mori.
Issac aue unna moier chi auea nome Rebecha, e era sor de um chi auea nome
Labam. [S*»] E quando Issac aue noranta agni, si aue doi fìgi de eoa moier Ee-
becha, li quai nassem a um i^arto; lo maor auea nome Exau e lo segondo auea
nome Jacob.
XI. Como Issac de la henissium a Jacob, in cambio de Excni so frai.
10 Dixe in lo libero de Genexis, che in quello tempo disse Rebeca a so fijo Jacob r
" E 0 odio to ^ paire, chi a dito a to frai Exau : pija lo to ercho e uà a cassar,
e de quella cassa che tu pigerai apareiemela, che e uogio maniar e poa beni-
xirte, auanti che e mora. „ E Rebeca per lo amor che ella auea in Jacob, uo-
leiua far in guiza che elio auesse la benissium, e disse: "Fa, fijo, so che e te-
15 diro. TJa de presente a lo etabio e pija doi de li meioi creueaoi e de li maoi chi
gè seam, e si li apareiero tosto e li porterai tosto a to paire a maniar, e si te
benixira auanti che elio mora. „ Respoze Jacob: "Maire, comò se porcina so-
far, che me frai si e tuto perozo e mi sum tuto liuio, sensa pei e sensa cauelli?
E se per auentura me paire me cognosesse, e temo che elio no me deisse la
20 soa marixom, in cambio de la benissium. „ Disse la mayre: "No temi, fijor»
lassa questa cossa soure de mie, fa pur so che e te o comandao. „ Jacob se ne
ze ale bestie e adusse doi craueaoi, e Rebecha li apareia comò ella meio sauea,^
che pur piaxessem a Issac so marie, e preixe la pelle de li craueaoi e si ne
fassa lo coUo e le main de Jacob e uestige le robe de Exau, chi eram monto
25 nober e benne. Jacob ze a so paire e disseli: "Paire me, lanate su e mangia de
la mea cassa e beni^me, auanti che tu mori. „ E Issac, chi era tanto uegio che
elio no ueiua quasi niente ni^ cognoscea archum per uista, inteize che quella
no era la uoxe de Exau. Dotasse e disse : " Chi e tu ? „ E Jacob disse : " E sum
lo primo fijor to Exau e o faito zo che tu me comandasti. „ Disse Issac : " Como
30 pò esser che tu abij si tosto troua la cassa e che tu sei toruao si tosto ?„ Diss&
Jacob : " Elio e stao la uoluntae de Dee, che o si tosto trouao so che uoleiua. „
Disse Issac: "Acostate a mi, fijo me, che e te uoio tocar, se tu e lo me prime
fijor Exau. „ E Jacob se accosta a elio e troualo perozo su lo collo e su le maìm.
Disse Issac: "Le maim e lo collo sum de Exau, ma la uoxe si e de lacob. „
35 Alaor li disse che [S*"] elio li deisse a maniar, e quando elio aue mangiao^ si
demanda a beiuer. E quando elio aue maniao e beuuo si gè disse: "Fijor, aco-
state a mi e si me baxa. „ E lacob se acosta a elio e si lo baxaua. Senti Issac
lo odor de la roba de Exau e disse : " Cossi me uem de le robe de mee fijo, comò
uem de lo odor de lo prao fresco, lo quar a benixio lo nostro segnor Dee. „ E
40 disse: "Dee te dea de la roza de lo cel e de la grassura de la terra e abun-
dancia. Sei segnor de li toi frai e se inzenogem dauanti da ti li fijoi de la toa
maire, e chi te marixira sea marcito e chi te benixira sea beneìto e pim de he-
niseioim. „ E poa se ne ze a caza e insi defora Jacob, quando elio aue receuua
^ Cioè posseera ; R : e xjosseyrcai les ìxirtides de tos enamiches. - a to
*■ mangio
Studj liguri. § 2. Testi : 6. Da una Cronaca universale. 49
la benixium. E intanto uegne Exaa e adusse la uianda, che elio auea apareiao
in caza soa, e intra a so paire e si gè disse : " Paere, leuate su e si mania de la
cassa che o preiza, corno tu me comandasti, e benixime auanti che tu mori. „
Disse Issac: " Chi e tu? „ Eespoze Exau: "E sum lo to prumer fijo Exau e sum
staito in caza e si o faito so che tu me comandasti. „ E quando Issac inteize so, 5
fo tuto spauentao e maraueiase monto comò poeiua esser quella semeiansa o
disse: "Chi me adusse a mauiar, auanti che tu uegnisi, e si me disse che elio
era Exau e si ne maniae de quella uianda, che elio me adusse, e si lo benixi e
sera beneito?„ DixeExau: "Pregete, paire, che tu me binixi. ., Disse Issac: "E
no te posso benixi, che to frai m'e uegnuo monto inganorozamenti e si t'a lena 10
la toa benixum. „ Disse Exau : " Per certo drito e apelao lo so nome lacob, chi
za me a inganao aotra fia, quando elio acata lo nome de lo me primo genito; e
aora me a inganao e inuorao la mea benixum. „ Questa fo la conpera che lacob
de a Exau \ so fo de lo primo genito. Che Exau uegniua da lauora da lo campo
e era monto stanco e auea grande fame; e lacob stana a caza e apareiaua a 15
maniar e coxinaua lentigie. E Exau disse: "Frae, dame quarche cessa che e
manie, che e o grande fame. „ Disse lacob: "E no o niente che e te possa dar. „
Disse Exau : " Dame de quelle lentigie che tu coxi. „ Disse lacob : " Dame la toa
prima genita e te darò de le lentigie. „ Che disse Exau ? " Che me fa la mea
prima genita? Sea toa. „ E lantor lacob preize unna scucila- de lentigie, si gè la 20
de sete quella conueniencia; e in questa mainerà acata lacob la prima genita
de Exau so frai. E perso disse Exau unna atra fia a so paire : " No me ai tu
seruao, paire, alcanna benixium ?„ Ilespose Issac: "E o daito a to frai abuu-
dancia de pam [f. 9^] e de uim e de olio e si l'o faito segnor de sol frai; e de
chi auanti che te posso e far, fijor mee?„ Disse Exau forte menti pianzando: 25
" Pregote, paire me, che tu me dagi alcunna benixium. „ Respoze Issac : " In la
rozaa de lo cel e in la grassura de la terra sea ^ la toa benixium. „ Yisque Issac
agni trexenti e poa mori in Ebrum. E possa lacob, per la poira che elio aue de
so frai Exau, fuzi in Soptania, e Exau pensa de ocier lacob per lo ingano che
elio li aueva faito de farse dar la benixium. E lantora auea lacob agni setanta. ?,o
X. 7. — De le questioim de Boccio.
La traduzione di Boezio, che presento ai lettori dell' 'Archivio'', traendola
dal codice sopra descritto, non è fatta sull'originale latino, ma bensì, come
anche appare dal 'Prologo', sulla versione francese attribuita a lehan de
Meung *. Nel codice va dal f. 357* fino al f. 386% e qui rimane interrotta, sia
perchè l'amanuense se ne fosse stancato, sia piuttosto perchè trascrivesse
egli pure da un esemplare incompleto. Il luogo, dove la traduzione s'arresta,
trovasi nel testo latino verso il fine della Prosa IV dell'ultimo libro.
1 Cfr. R : questa compra que iacoh feu de Esaù del priiner engendrament fo
en aquesta manera. E forse da leggero fé da Exau. ^ faiélla ^ sea sea.
* Si veda, intorno a questa, un articolo del D elisi e, Bibl. do l'Éc. des
Oh., XXXIV (1873), pp. 8 sgg.
Archivio glottol. ital., XIY. 4
50
Parodi,
La straordinaria scorrettezza del 'Boezio', posta a confronto colla suf-
ficonte accuratezza del resto del codice, dimostra che l'amanuense aveva
sotto gli occhi una copia assai guasta. Io mi sono adoperato in ogni modo per
restituire al disgraziatissimo testò, fin dove era possibile, le primitive sem-
bianze ; nel che mi furono naturalmente di grande vantaggio il testo latino
(ediz. Teubner), e l'originale francese, nella redazione del cod. frane. L. IV. 9
della Biblioteca Nazionale di Torino (F). A questo codice non mi fu dato
ricorrere cogli occhi miei proprj ; ma pienamente m'assicura l'opera pre-
statami, colla consueta gentilezza, dal mio ottimo amico prof. Vittorio
Gian, che si assunse di confrontare i due testi. Gliene sieno dunque rese
pubblicamente vivissime grazie. Dove né il latino, né il francese, per le
sue peculiarità ed imperfezioni, mi venivano in ajuto, dovetti contentarmi
di congetture, pur studiandomi di sempre contenerle nei limiti della più
rigorosa prudenza; ed ognuno potrà accertarsi di por sé, riscontrando la
lezione del ms., che si conserva nelle note, se io mai abbia mancato a
questa norma.
10
15
[f. 357«]
A lo nome de lo nostro Segnor ueraxe
e de la grani corte de cel
e de la uergem Maria,
chi noia esser nostra guia
in lo so sancto reame:
chaum chi ode diga amen.
Questo libero in Pania,
ornao de phUlossofRa,
fé Boccio in prexom
per soa conssollaciom;
unde elio fo descapitao
e sani Seuerim fo apellao,
per la uita uirtuossa,
che cum Elpes soa spossa
fé, e imperso che elio porta
la soa testa [e] pressenta
sum lo otar, poy che tagia
sì fo fora in lo piassar;
SI corno expoxiciom
a faito loham de Meoni, 20
chi lo uosse translatar ^
par la maiste real
de Fillipo quarto '^ de Franssa.
E le merauegie de Irlanda,
e d'amistae spirictual, 25
e la uita de Bellart,
e * lo libero de la Eossa,
in chi l'arte d'Amor e indossa,
chi castelli insegna aquistar
e roxe cogie per oritar, 30
trasse de raam de Gilloxia,
Bellacoille e Cortexia:
poi le millicie de Yegecio.
Aora trateremo de Boccio,
de che elio a preisso la fior 35
de la sentencia de 1' aotor.
' I versi precedenti son fattura originale dell'anonimo traduttore, e di qui
incomincia il Prologo dedicatorie di lehan de Meung; al quale accennai nel-
1' 'Esordio', ed è in prosa, laddove il traduttore continua in versi. Eccone il
principio, secondo che è dato dal Delisle, loc. cit., p. 6 : " A ta royal majesté,
très noble prince par la grace de Dieu roy des Francois, Phelippe le quart, je
Jehan de Meun, qui jadis, ou rommant de la Rose, puis que Jalousie ot mis cn
prison Bel acucii (v. 32), enseignai la maniere du chastel prendre et de la rose
cueillir, et translatay de latin en francois le livre Vegece de chevalerie, et le
livre des merveilles de Hyrlande, et la vie et les epistres Pierres Abaelart (v. 26)
et Heloys sa fame, et le livre Aered de esperituelle amitie, envoie ore Bocce de
Consolacion „. - de qtiarto Fillipo ^ e in
Studj liguri. § 2. Testi : 7. Boezio, prologo. 51
Chaum chi a iutelleto, de saueir che tute cosse tandem a beni e schiuam so
che li noxe, e so mostreremo per raxom e [b] per experìencia; che tuti naturai
dexiderij mostram uolleir so saluamento e perffeciom e fuzir so contrario e
corruptiom. Che se um alboro e piantao inter doe terre, l'unna benna e l'aotra
rea, noi lo negamo meter tute soe raixe in la benna terra e no in la rea; e li 5
picem alboxelli chi nassem sote li grandi, semper si se inchinnam a lo callor
de lo sol, comò a beni, e schiuam l'ombra, segondo lo libero de le piante. E
le bestie saluaige fam lo semegieiuer, chi se apriuaxani fassandolli beni, e per
farlli mal le domestege insaluaigissem. E lo humam linagio per benefficij re-
ceuui e seruixi meritae ama e segue l'um l'aotro, e per torti e otragij discrepam 10
lor bemuogienssa e compagnia; e li alimenti per nostro bem se reduem a lego
de saluamento e fuzem li strannij comò coruptiom. Si che tute cosse tendem a
bem terminao e senssa error; anchor que Ili homi souenzo se mouem senssa ter-
minaciom ordenaa a ' diuerssi bem, per conffuxiom chi li menna a falir de lor
perffeciom, per error de bem senssiber - in li quai elli sum norij, chi leuementi 15
li fam lassar lor proprij bem e cerner li strannij. E sentenciam che per si sea
boni chi r e ^ per accidente, auanti che elli uegnam a discretiom de partir li bem
faoci da li ueraxi, per cognossenssa de [r] bem intendaber; a lo quar li couem
menar per doctrinna de drita experientia; e a so uegnui, ioissem in le cosse
chi sum a delletar, unde quando e tanto corno se de. Lo contrario de pussor, 20
chi se dolleam de so che per raxom se de ioir, e se delletam de so che [per]
raxom se [de] doler*; si che la lor vita e arrossa e amara, comò menai da li bem
senssiber, li quai sum de picena duraa e no senssa tristessa. Per che a tai e
proffeteiuer la translataciom de questo libero, per la disputaciom chi insegna
comò chaum se de contegnei in li prosperi auegnimenti e auerssi. 25
Questo Boccio, comò leal citaym de Koma, semper procura de sostegneir lo
bem comuni cum raxom e uirtue, si franchamenti centra le tiranie e felloim
statuti de Theodoricho, rey de li Romaim, in guissa che elio cheite in so con-
tumacie. Si che no possando Theodoricho cum raxom acaxonarllo, studia conio
cruder malliciossamenti de destruerllo cum faosse boxie de letere apostice, che 30
fé far da parte de l'imperaor de li Grexi a Boccio, inffenzandosse che fossem
uegnue a- le soe maim, de thenor che de lo uolleir era aparegiao in tuto de se-
[r/] corre lo pouo romam centra Theodoricho. Per le quae elio mostra che
Boccio fosse in traissom, chi de so era monto inocente e ignorante ; e no seando
presente, lo fé sentenciar a mandar in prexom in Paula. Unde ueraxe uirtue 35
senssa uicio sostene e tormento e aspere fortunne sauiamenti, corno sauio e de
gram cor, sentando gran dol de soa desauentura, comò apar in so parllar. Unde
elio statui e penssa si esser homo demenao per passiom senssiber, e per che elio
stabilii fillossofSa a confforto de soi doUoi per bem intendaber; per che lo libero
e apellao de ConssoUaciom per fiUossoffia. Che turbaciom de cor assende in li 40
homi seyui per beni temperai, ma confforto e constancia se apertem a nober e
perft'eta intcnciom. Or mostra Boccio soi doUoi, comò ueiram li lezaoi.
Explicit prollogus.
' e - scrisaiòer ^ a * dor
52 Parodi ,
Libro I.
I. E ' chi prudencia solleiua insegnar Morte me fa gram torto,
de gram materia e bem ditar, chi no me prende tosto,
e de studio portaua ^ la fior, e pu che ella me assataua 15
or me compiansso cum gram doUor. quando e me delletaua,
5 Le MuBsete chi indicio aora si me abandonna,
eum a rissmar e principio, che ella me parca si bonna
che e impresi in zouenessa, a trame de l'angustia,
[358a] me restoram in uegiessa ; nnde e sum per industria. 20
che aotra cossollaciom Amixi, per che apellao
10 no me ual a goarixom me auei uoi bem agurao?
de langor, in che e sum uegnuo, Che me stao no era certo,
deber, descarnao e chanuo. quando fortunna m' a somerso ^
I. Hic ostendit, Proffeta quomodo uenit ad consoìlando\m] ijìsum in hahitu pulcre
imdieyis.
25 Comtemplando me dollor, parceme ueir unna dona monto ancianna, da aueir v
in grande reuerencia, cum li ogi monto ihairi, mostrandosse per-fiaa de grau-
dessa de dona, e aotra fia cresser tam firn a lo cel, tanto che li mei ogi no la
poeam ihairi. Vestia de uestimenta delicatissima e duraber, che monti za for-
Bsam de strassar, in la qual era [h\ scripto de sota in su, comò a scharim, in
30 parolla grega, chi signifficha Proffeta, so e Praticha •* e Teoricha. Quando ella
ui le Mussete chi me confiortauam, ella se ne mostra de corossar, digando :
" Vagam uia questi rubaodi chi no dan remedio a dollor, ma lo acresscm, cum
dollsor inueninao e spinne d'africiom ^ trayando li cor de li homi, strenzando
lo gram fruto de raxom per soe luzenge. „ E disse: " Lassenme goarir questo
35 maroto, chi e stao norio de nostri costumi. „ Laor quelli repreixi inssim deffora
uergognoxi, e mi chi auea li ogi turbai e lacrimoxi no cognossea bem soa
grande aotoritae, e comò xboio atendea pur a ueir so che ella farea. E ui-lla
aprossimar a mi, remirando mea fassa angossossa, digando la infFrascripta rìxma
per nostra turbaciom :
IL Boeciom skud mirabillifer docttini ^ hic laudai Proffeta, quod vidit ìpsum,
tantì's scientiis innumerabilìihus exj^ertnm et approbatum, granari dolloribus
et mente.
40 0 raxom, d'omo lumera, mantenente che te cura
chi deschazi in tal marnerà de terrennc affliciom !
e deue neigra e oschura,
^ Se nel cod.; ma ho corretto col testo francese, che ha le. Certo è uno
degli errori soliti nelle majuscole miniate, aggiunte dopo. - portaiii ^ Il
cod. ma f omertà. Si confronti il testo francese nel Delisle, loc. cit. : N' estoit pas
certain nion estat Qitand si bas fortune me abat. L'assonanza in luogo di rima
non può fare difficoltà. * Patriarcha ^ de fereciom ^ Il ms. dolce, più
sotto tante scientie. Del resto sarebbe fatica sprecata il tentar la correzione
di simili rubriche: tutt'al più si può cercare di renderle, quando riesce, intel-
ligibili.
Studj liguri. § 2. Testi : 7. Boezio, I, ii, iii. 53
[e] Chi Bolleiui cel contemplar, sol, chi la eeira stramonta,
Bol e lunna uixitar, lo matim da aotra parte monta; 10
le stelle e le planete, primo tempo chi fior fa,
lor cerculli, corssi e mete(r) cotoni, royxim e pome da.
5 per certi numeri proauì, Homo sauio e inssegnao
caxom e raxom trouaui or e uegnuo in lo contrario,
conio le unde se mouem per uento che cel no sa più contemplar 15
e lo cel se uoze in lo centro; ni de trìstessa cessar.
II. Eetrìbiiit Propheta medicinam BoeciJ, ut per Ulani reclinai samtatem.
" E tu quello chi e etao norio de nostro laite e passuo de nostre uiande, a
chi noi aueoio dao tai arme, che se tu no le zitassi, alcuni no porrea uencer
toa fermessa ? cog-nossime-tu ? taxi-tu per unta o per xboimento ? Men mar
serea i)er unita, ma o par che tu sei xboio. Ko dubitar, che noi te goariremo 20
de li ogi, che tu ai oschur[a]i de la niuolla de le cosse oschure e terenne ^ e de
la malotia de to cor, inganao pu(r) che tu no cognossi. „
III. Hic Boecius ostendit se conssollatum aduentu - Prophetae, ipsi fideliter me-
dicantis ^.
[d] Como perturbao * s' aniuollisse cossi bonna cognossenssa
e bello iorno s' afosschisse, e uirtue e paciencia
25 senssa parei sol ni lunna tram lo cor de osscuressa
ni de note stella alchunna ; e lo rendem a proessa,
se da tess»/era '" esse la bixa In tar guissa li me ogi, 35
la niuolla cassa e debrixa, chi auanti eram scuri e molli,
si che lo sol sodanamenti ° am recouerao la uista
30 zeta li radij planamenti; piaira, bella e prouìsta.
III. Hic jionit questione^ BoeciJ et P., dicentes qiiod maUorum est bonos et sa-
2}ientes per vim inffestare et eo[s]de»i si(c) possunt offendere '' sine caussa.
Or se .parti la niuolla de mea tristessa, si che e ui lo cel e preixi cor e
coniforto, e cognossei la ihera de mea fixicianua, e acertaime che ella era mea 40
noriza Proffeta, in la maxom de chi e repairaua in mea inft'ancia, e dissi : '' O
maistressa de uirtue, comò e tu uegnua de lassù aoto in logo de nostra exilla-
ciom a esser faossamenti biassma conio my ? „ Phillossoffia : " Dilieto fijor me,
e sum [f. 359o] la caxom de to trauagio ; a mi se apertem de aiar la to inno-
cencia. Or no dubitar, che saueir dei che li maluaxi seniper se forssam de bater 45
sapiencia. Membrar te deuerea che souenzo scriuamo centra lo error de follia,
per che Socrates, maistro de nostro Fratoni, mori in nostra presseucia senssa
colpa. Herei ® de lo quar uossem esser li Pichori e li Stoizi, chi a forssa me
tiram e rompim la roba, thessua de mea mani, chi tuta se cretem aueir, per um
bochom de nostro habito che elli portauani. E penssandosse esser de nostra 50
massnaa, ne ocissem unna gram partia. De la fuga de xiaxagoras te de soue-
gnir e de li tormenti do Z[en]om; anchor de Chanio e Sotom ^, chi e cessa
^ cerenne - aduentus ^ medica ntes * cel t.? ^ tessmera; F de sa tesmere,
ì. tesniere. ^ sodornamenti '' osfendere ^ hereo ;- Pichori sta. per Epicurei.
^ B. 9, 30 eg. 'at Canios at Senecas at Soranos... scire potuisti'.
54
Parodi,
noua e pubicha ', li quai aotro no menna e[n] destructiom, che so clie eraiu
inebriai de nostri costumi e desemegieiui a li maluaxi. Si clie no te marauegiar
se tempesta n'asaota, che nostra special intenciom e in despiaxeir ali maluaxi.
E se elli sum monti ni assembiam lor cauallaria contra noi, nostra conffaronera,
chi in tuto li desprexia , atra '-' soa gente in so dominio e inzenze(r) de tai
mure, che semo a segurO) de lor bruzo e li scriemo e metamo a derixom de
lor bubanza e uanitae. _
IV. [b] Hic ponii Propheta quallem sedem sajn'eus sì[hì] debeat facere, ut per-
secuciones non timeat.
Chi l'or[go]gio d'auentura
sopeditasse [e] la cura ^
10 e semper raxom obeisse
in tuto so che li auenisse,
no doterea za tempesta,
formen ardente ni mollestia.
Folli, no dotai menassa
che re tirano uè fassa.
Paor de cor, faossa speranssa
per * couea sta in dotanssa
de so, chi poeir no a
e chi tosto fallirà.
15
IV. Hic notai Boecius qiie fecit poimllo romano, ut per hec ostendat quod ipse
non meruerat condempnari.
20 Hic dicit Proffeta: "Intendi tu? o e corno l'assem a l'arpap^ — " No te
compianzi contra de mi? Sum iu la carrega, unde tu me soUeiui assetar e de-
uisear le cosse , chi a Dee e a li homi aperteneam ? o e[n] tal ihera e habito,
corno quando e cerchaua lo secreto de natura e la uia de le stelle, che tu me
inssegnaui a unna brocha, asemegiando li nostri costumi a 1' ordem de lo cel ?
25 E questo lo guierdom che noi auemo de seruite ? Za sentencia Platom per to
comandamento, che li sauij e boim som tegnui a gouernar lo bem comuni, a
so che elio no uegna in le maini de li mainasi. Per la quar [e] aotoritae e per
la saluaciom e proffeto de tuti me amixi, [zei] a incontrar ^ li tirani disscordanti
de paxe e de raxom, senssa curar de so corrozo. Quanta fia sum e stao con-
30 trarlo a Congasto, chi tuto iorno assataua li fieiui ? E corno o e faito souensso
demete a Triguile lo preuosto li torti che elio interprendea ? E quanta fiaa o e
deffeisso li catini, preixi a torto da li barbari per lor auaricia, che alchum no
puniua, metando mea aotoritae si souensso a grandi perigi, per no pocir lo drito
abandonar ni conssentir a torto far, habiando si gram dollor, negando ramar lì
35 bem de li tirani, conio li otragiai ? E quando la grande famia e destructiom
fo, che elli uoUeam agreuar la uendea de la biaua, e preixi lo piao per lo bem
comum contra lo rey e lo preuosto, e fey sentenciar che no fosse e trassi de
bocha ali chaim de paraxo, comò elli deuorauam, le richesse de Paollim con-
Bsollo. E aso che Paollim conssollo no fosse a torto agrauao, me mixi in F ayna
^ 1. prubicha o pubricha. ^ aotra ; ma sarebbe forse meglio correggere retrcc
ritrae. Il cod. torinese legge: Nostre goffanonniere retrait ses gens en son donion;
e l'ultimo vocabolo fu malamente reso dal traduttore per domiìiio. ^ F. : Qui
pourrait V orgiieil d auenture Mettre soubz ses pies e la cure * chi per
^ Sembra mancare il verbo reggente, andai, mi mossi, o simile. Ma confron-
tando il testo frc, che fu male inteso, può anche venire il sospetto che sia da
correggere : o incontrao. Ecco il frc. : por ce ay ie eu ancontre les mauvais
griefs discordes sans tonte 2>('ix.
Studj liguri. § 2. Testi: 7. Boezio, I, iv. 55
de Cepriara. 0 e bem percassao grande disscordia centra mi, per amar pii(r) la
dritura e raxom cha la gracia de li cortexaim? Ma sai tu chi m'acassa? Baxille,
per la neccessitae de so debito, chi fo nm de quelli che Io rey descassa, quando
Opilliom e Gaudencio fom condempnai a [d] andar in conffinnie, per la multi-
tudem de lor barati. Li quai per no uolleir obeir, se misseni in la franchixia 5
de la zexia; e quando lo rey lo sape, si fé bandir che inffra uni termem zeissem
a Rauena, o che elio li farea segnar in lo fronte e cassar uia : lo iorno che la ^
crudera acussaciom fo receuua centra my ! Che pò so esser? An so desseruio li
nostri aifar, che fortunna no a umta de l' acussaciom de nostra inocencia, ni de
la uiotai de li accussaoi ? chi me biasmam d' aueir schampao li Senatoi de morte, 10
e m'acaxonnam che e o impaihao lo portaor de le letere, chi conteneam che
li Senator aueam faito crimem centra la real maistae, a perchassar la fran-
chessa de Roma. O maistressa, che te sembia ? Che certo lo messo no impaihai
e za, ma li Senatoi uossi e bem saluar ; . . . . no possando per lo merito de cosse ^,
segondo lo decreto de Socrates, ueritae negar ni coffessar boxia. Ma tute mete 15
in toa sentencia e de li sauij e scrino per ordem, aso che lo sapiam quelli chi
uerram apresso. A.nchor che bem aueream(o) ^ sapuo lo barato, se noi auessemo
auuo copia de la conffessiom de li acussaoi; e bem uorrea aueir re[s]posso corno
Canio, a chi Graiuo, fìjo de Grermanico ^ disse che lo era stao accussao de la
coniuraciom faita contra lui, chi resposse : se e lo sauesse, tu no lo [f. 360a] sa- 20
ueressi. Anchor che e no me lamente, se li maruaxi se forssam contra uirtue,
ma forte me merauegio che elli possam compir so che elli interprendem; che
uolleir malliciar contra inocencia uem da nostro deffeto, la quar a chaum de-
slear s:mbia interprender a l'aya de Dee ^. Per che e no biassmo uni de toi fa-
milliar chi demanda : se De e unde uem lo mar, e se Dee no e unde uem lo 25
bem? Questo digo e bem, persso che li maluaxi am percassao la nostra destru-
ciom per inuea de la Senatoria ^ e per so che auenio deffeisso li boìm de lor
crudellitae. Za te souem che tu me dixeiui corno e deuea dir e far, se lo rei
Theodoricho incorpasse a torto tuta la Senatoria ^ de lo crimen de chi elli
acussam Albim. So che e fei tu lo sai e lo perigo in che e me missi, per def- 30
fender la innocencia. Xo digo zo per uanto, che guierdom de lesso diminuisse
demerito .de secreta conssiencia, ma per so che chaum nega a che fini e uegnuo
lo innocente, chi sostem penna de maloflficìo per faossa acussaciom, abiando
meritao gui[e]rdom de ueraxe virtue. Chi vi umcha li zuxi tuti cossi in acordio
a punir uicio, senssa che alcuni fosse alquanto atemperao o per zo [che] inzegno 35
d'omo pò arra, 0 per fortunna, che homo no sa umde possa tornar? Che se noi
auessemo confFessao aueir [ò] occisso preui e bruxao zexie, si no se deuerea dar
la sentencia che elli am dao contra mie, no Beando pressente, d'andar in con-
finie lonzi cinquecento migia; unde e sum, per la dilligencia de deliberar^ la
Senatoria, no possando demandar odiencia a scussarme de lo biassmo. De che 40
^ h>'? 2 Forse: ^jcr/r Io m. d. e, ni; F: Ceries ie confesse qiie les senateiirs
rueil ie estì-e saufz mais cerfes en droit d eulz auoient ilz tmit vera ììioi/
meffait par leurs faulx iuc/emens qu il me semble que ie feisse mal de leur bien
rouloir. Mais la menconge de folte ne peiit changer la uerite (1. merité) des choses
ne il me loist pus selou le decret Socrates uerite nyer ou confesser menconge.
"' on eiist bien sceii F. ■* de German chi ^ Errato. F: mais pouoir contre
innocence contre la quelle cheun desloial emjjrent au sceu de Dieu Qui tout voit
semble estre monstre et grani merueille. ® senotaria ^ senatoria s ^^p^ liberar
56 Parodi,
alcuni de nostri innimixi per so merito no pò esser accussao ' ! Per senbianti de
menor mallicia, am boxardamenti dicto che noi auemo ussao de nigromancia
per aueir Iionor, la quar cossa ti, cbi eri cum noi, cassaui de nostro cor comò
maluaxi eperzuri e sacrillegij, e aregordaui a le nostre oregie so che disse Pita-
5 goras : semi a um Dee e no a pussoi. Ancor che e no auesse mester de aya de
spiricti, seando in la excellencia che tu m' aueiui misso quaxi senbiant' a Dee,
e per mea innocencia e la honestae de me amixi e la sanctitae de lo paire de
mca mogier, chi grandementi noi deffende de la sospessom che am de noi, [Ma]
per toa dotrinna e costumi, de che noi senio imbeuerai — - E no sufficia d'aca-
10 xonarme, ma voUem dir che tu sey participeiuer in questo crimen. E so e che
lo zuegar de pussor no se deprende(r) tanto a lo merito de bem corno a l'amor
de fortunna, chi penssa che so sea bom tanto comò uom bem temporar. Per
che li mal auenturoxi se departem [e] da bonna opinioni, per le diuersse e con-
trarie scntencie de lo pouo, le quai me fa(m) mal aregordar ^, uegandome descas-
15 sao e despogiao de tuti mei bem e dignitae per faossa renomaa. De che li ma-
luaxi ouerer m' acaxonnam, li quai me senbia(m) ueir cum loia fellounamenti
frugar mallofficij, studiando a tuta destruciom, e li boim esser bassi e aterray
per paor de nostro perigo. Per che li marfatoi prendeni "* ardir de mal, no seando
punij de lor mallofficij; de che ne conuem criar. „
V. Hk Boecias conguen'fur de Deo 2>f>' modum exclamacionis, quia videtur sibi
quod Deus ^ facta hominiim derellinquat et de ipsis non curet, quoniam multi
pessimi dominantur bonis et eos acriter j^ersecuntur.
Boecius querit Prophcta[m] :
20 Tu chi sezi in to trossno [d] uuerno nuo de fogio
seiissa alcum mouimento, l'ai ramar e brochir,
e fai che troni e loxno (e) la stai pinna ■■ de fogie,
sum a to comandamento, e poa fructo cogie;
e le stelle menar comenssar e finir ® 40
25 senssa desuiamento lo prumer stao che tem
a lo cel, che uirar chaunna creatura,
fai sum 80 fermo contro, si che ogni cossa uem
chi più dolce uiollar a so tempo e dritura.
fa in so andamento Ma de li homi par
30 che mai per musicar che tu no noi auer cura,
organasse strumento; O rei cellestial,
eresse lunna e iorni atempera toa messura;
fai adiminuir, fa raxom dominar
tempi e cosse ® adorni e cor senssa iaceura.
35 a maurar e fiorir;
45
50
1 II frc: 0 com grani est la inerite de noz ennemis doni nulz ne peut estre
accuse de tei blasme. Cfr. B. 15, 122 sg., che non è in tutto ben reso. ^ Lacuna.
Si confronti il testo latino, 16, 137 sgg., ed anche F : Cc(r 2)aurce gue nos sommes
embue de ta doctrine et enformez de tes meurs il cuident que nous soions ioins
a tei maleffice comme a user de lart de nygromance. Et encore ne leur souf-
fit ^ B. 16, 148: piget remtmsci. * prender ^ eius ^ cossa ' Il
ms. ha il masch. pim. ^ Qui il punto e virgola? In tal caso si sopprimerebbe
il che del verso seg., d'accordo con F.
Studj liguri. § 2. Testi: 7. Boezio. I, v, vi.
57
10
Lo merir de mallicia
inocencia indura ;
uicio sea iu atura;
uertue, chi per natura
de tu inluminar,
sta bassa e oscliura.
Li iusti uei menar
a grani disconfStura;
faosso eagramentar
no noxe a chi lo zura,
pur che o possa trouar
collor per couertura.
Xo uogiai che traizom
regne ni fellonia,
ni che ree pu cha bom
possa per maistria,
za che alcum secreto
no te se pò crouir,
e che a chaum tal seto ^
dai comò e so merir.
Voi li meti in uia
e in corsso ueraxe,
De, chi no desuia -
[f. 361 a] de raxoni e de paxe.
15
20
Y. Hic ostendlt Projjlieta quanta sit iiiffifmifas Boecij et qua de causa fiiit iii-
ffirmatìis.
" Cossi tosto conio e te ui, si cognosseì che tu te tegneiui exilliao. Ma tu
ressisti in to penssar ^. Che aotri cha ti no te pò exilliar; che se tu t'apenssi, 25
tu e pur in lo reame, unde tu nassesti, de lo souram Segnor, chi alcuni no de-
scassa, ma fa receiuer citaj-m a grani ioia per soa francha lei. Che ancianna-
raenti stai tu in soa citai, in la qual chi uol so stallo fondar dentro da la iho-
ssura, no dubia esser exilliao. Per che no m' e cura de lo logo, unde tu e, pur
che to cor possa assetar e far cessar lo bruzo de toe atfecioim, de so che tu 30
m'ai dito che te'tormentam. A che aora usseremo leui remedij, firn a tanto che
tu possi receiuer più forte meLxinna. „
VI. Hic 2Mnit P/-02)hefa modiim
Quando lo sol e in cancro
chi forte scampissa d' antro *,
rscr-?^^ chi laora semenera
za beni no recogiera
alcunna biaua ni grani.
Cossi se trauaia in uam
chi uioleta cercha in boscho,
40 quando la bixa guza lo rosto '.
Se bom uim voi costumar
temporir no uendiniiar,
facilhm trìhuendi Boccio medicinam.
che li roxini no am saxom
firn a lo tempo d'aotom.
Dee uosse le cosse ordenar
e no niguni intermesihaa.
Caunna sa lo so tempo "
assi in fini comò a [l'ajuento.
Cossi fé Dee lo cor humam,
che se elio uor uiuer certam,
se 0 no deslengoa ni desuia,
tute penne cassa uia.
45
50
YL Hic ostendit Proffeta quomodo iti f fimi ifas Boecii sii lonrja 2)er duas qne-
stiones, quas Proffeta sìbi fecit et quibus Boecius nessiiiit debite- respondeve.
Propheta dicit: " Crei tu che lo mondo sea faito da uentura o per raxom ? „.
B. : " Scmper foi do opinioni che Dee chi lo a faito lo gouerne. „ Propheta :
" Doncha za che Dee a faito li homi, saueir dei che elio a cura de lor, cossi
55
^ seti - Si potrebbe anche intendere e scrivere : de chi ecc. Però il latino
mi par che stia por la interx)rctazione che adotto; fors' anche F: 5*/ coni de soii
doulz cours Le eie! uè se desiiie. ■* Lacuna? E il tutto è frainteso. * Che
vuol dire? F non serve e dev'essere alterato: Qnant le souleil se ntoìiie oh cancre
Qui art toiit de chauìt et dcstrempe. ^ Si può leggere anche roseo. E F qui
puro non serve; s'allontana dal latino più che il genovese: Qui riolete qiiiert es
hois Quant ìa lise amaine Ics noifz. '^ AlcJn.ouia sa Io tempo so
58 Parodi,
corno do le aotrc cosse ; de che tu no dubij. Sai tu a quai gouernaoi Dee go-
uerne li homi e lo mondo, ni a qual fim ogni cossa a intenciom de uegnir ? „
Dixe B. : "E lo eollea bem saueir, ma langor m'a turbao la memoria. „ Dixe
Propheta : " E sai tu chi e lo principio, da chi tute cosse sum uegnue ? „ [e] B.
5 dixe : " Si. „ Propheta : " E chi ? „ B. : " Dee. „ Dixe Propheta : " Como e so, che
tu sai lo principio, e la firn no sai tu che tu sei homo ? „ Dixe B. : " Bem eo
che 0 sum animai raxoneiuer e cossa mortai. „ Dixo Propheta: " Sai tu che tu
sei aotra cossa? „ Dixe Boccio: " No. „ Dixe Propheta: " Or so e la raxom de
toa mallotia e la uia de toa goarixom, chi no sai la fim de le cosse in che tu
10 sei, e te te per exillao e despogiao de tuto to bem, e penssi che li maluaxi seam
possantì e bem auenturoxi, e no t'aregordi a quai gouernao lo mondo se go-
uerne, e crei che le auenture de fortunna ucgnam senssa raxom e sea[m] caxom
non tanto de marotia ma de morte. Ma e regracio lo Segnor, che natura no
fa anchora abandonao de tuto, per che noi auemo grani fondamento de goa- '
15 rirte, za che tu sentencij che lo mondo sea gouernao da la prouidencia de Dee.
Che de questa picena stazella ^ te faremo noi uegnir a callor de uita, minuando
per leni remedij le faosse opinioim, de che lo ^ cor se infortunna per tenebria
de turbaciom; si che le affecioim se partam e che tu receiui pia^'ritae de ue-
raxe lumera.
VII. IIì'c Pj-oj)he(a oiffferf omnem osscuritatem de mente B. et de corde suo.
20 Si comò lo niuollao sapi che l'è de to coi;.
de l'aire e carregao Se claramenti noi ueir 30
[d] affoschisse la lumera e departir faosso da ueir
de le planete ; la ihera e per via drita caminar,
de l'aire chi se rellugaua, tuta mallicia dey schiuar;
25 che quaxi iorno semegiaua, che unde toe afflicioim
si turba e per lo uento regnam e fam lor maxom, 35
che ueir no se pò per entro ; lo cor e preisso e niarraenao,
in tal guissa e in tal fuer comò auogollo e inchainao.
Libro II.
I. Incipit liber seconduf^, in quo ostendit mutabili itatem fortune et quod in rebus
mondanis nequid esse beatitndo.
A lo sembiante che tu fai, le affecioim de toa prumera fortunna e lor mu-
taciom sum quelle chi te metem a messaxio e chi turbam to cor, e no aotro,
40 per li diuerssi mouimenti in che fortunna t'a misso, corno quelli che a uol in-
ganar per moi de dumestegessa, chi conuertissem in dollor quando ella se de-
parte. Che se tu conssideri soa natura, tu ueirai che mai no te da ni lena cossa
chi tassa a loar; sapiando che faita ella era, quando ella'' [f. 362rt] t'alussen-
gaua e betfaua cum f[a]oci sembianti de bianssa, che tu desprexiaui, e persse-
45 guiui in le sentencie che tu prendeiui de nostri secreti. Ma per so che [per] tuto
mutacioim sodanne canzellam li cor, uoio e che tu prendi alcunna lengera mei-
xinna e doce chi te cofforte, per melo prender poa più forte beueragio. Vegna
^ Corrisponde al frc. estiìicelìe e forse ne è un'alterazione. - li:, potrebbe
anche mantenersi, ponendosi il verbo al plurale. ^ ella te t
Studj liguri. § 2. Testi: 7. Boezio, II, ii. 59
doncha auanti l' amuniciom de retoricha, chi uà cossi drita, quando segoe nostri
costumi e statuti; ue.a^na auanti muxicha cantarixe, la camayrera de nostra
maxo ^ ComfFortate, o homo; crei tu esser lo prume, che fortunna abia inganao?
che 60 e soa mainerà. Or ai trouao la faossa deessa auogolla, chi a li aotri se
aseconde, e aloitanna da ti li dexiri de soi faoci zogi. Che se tu ay in orrezo 5
eoa trayzom, tu ioyrai de li barati che ella t'a faito; che ella t' a lassao cessa,
de che mai nissum no poe esser asegurao. Te tu a preciosea la prosperitae, chi
si tosto se departe, ni per chara quella [fortunna], che homo no a segurtae de
reteneir, e chi aduxe doUor, quando ella se parte? Doncha se l'omo no la pò
arrestar, e quando ella falle lassa catini quelli chi l' aueam, che cessa e-lla aotro 10
cha mostra de messauentura chi de[i]bia vegnir? Si che remirar le cosse presente
no sufficia, anci - e seno conssiderar la firn e la mutaciom de fortunna, per no
dubiar soe menasse ni prexiar soe luzenge; che chi se mete in soa seruitudem,
de esser paciente a sofFerir so che se fa in soa corte. Che chi desse lei(r) de
andar o de star a quella che elio auesse preisso a dona, o gi farea torto. Se tu 15
destendessi toe ueire a lo uento, tu no anderessi miga unde tu uollessi, ma unde
lo uento te menasse ; e se tu semenassi in terra, aueressi benna naa o rea. Tu
te e misso a la gouernaciom de fortunna; obeir te conuem a soa mainerà.
Penssi tu per forssa reteneir lo corsso de la roa, chi torna si uiassa ? So e follia,
che [se] a se tenesse in uni esser o in um pointo, ella no serea fortunna. 20
I. Hk ostencìit forUina[m] esse mutabillem et noiiquam in eodem stata manere,
sed cotidie mutare.
Quando soa desterà pinna d'orgogio '' e li retorna in pocho d'ora,
uol soi serui meter in restoio, [e] si che la flota * uen dessoura.
si prestamenti lo sorprende ^ Quando [e] più dol, e piaxeir [n'] a(mì,
aotro cha zugar e rie no fa(m). 30
25 Or e baso so che era in aotura. Tal ioya in piceni tempo
e de so pianzer no a cura fa lo biao tristo e dollento.
II. Hic Fropheta in x>erssona fortune disputai cuni Boccio, osiendens eum non
debere conqueri de fortuna, cum omnia temporallia sub fortuna laborent.
" O homo, per che te biassmi tu de noi ? che torto te fassemo noi ? quai bem
t'auemo noi leuao ? Prendi tal zuxe conio tu uoi a piaezar contra de noi de la
possessiom de richesse de honor e diguitae; e se tu poi prouar che mai homo 35
^ raxom -Od anti. 'È scritto onc/, più un segno abbreviativo; ma il frc.
toglie ogni dubbio: Quant sa destre plaine d orgueiì. * lo può valer 'loro';
sorprende è scritto sor prende. Il verso che dovrebbe rimare con questo e com-
pierne il senso, fu saltato dal copista per inavvertenza. Il frc. ha : Si sondaine-
ment les surprent Que le flot de me.r ne si prent. * Xon oso correggere lo
basso, come vorrebbe il senso ed il testo francese, perchè ogni cosa qui è tanto
travisata e confusa, che la colpa potrebbe anch'essere, anziché del copista, del
traduttore. Nel verso seg. potrebbe pur leggersi quanto, invece di quando;
soggetto è naturalmente la fortuna. Del resto, ecco l'originale: Et si les tre-
stourne en lìoa de heure Que les bus viennent au desseure Et bas viennent qui •
erent hault Ne de leur plorer ne lui chault. Quant plus dolens sont et jilains d
yre Si n en fait que iouer et rire. C est sa ioie qu en pou d espace Chetifz et
beneurez face.
60 Parodi,
mortai n'auesse propria segnoria e orerò che so che tu ay perduo fosse to. Quando
natura te misse for de lo uentre de toa maire, nuo de ogni beni, e te receuey
e te nory de mee richesse. E so te fa impaciente centra de mi, che e te foi
tropo fauoraber e t' aministray più dilligentementi, cha monti aotri, e avironai
5 ti de gloria compia. Or no te compianzi za che no te fassemo alcum torto. Ri-
chesse e honor e bem sum de nostro drito e me seruem, conio camairere lor
done; quando e uegno elle uennem, quando e me parto elle se partem. E [d]
affermo che se li bem che tu pianzi perdui fossem staiti toi, tu no li porressi
perder. Lo cel a gram poeir de menar lo bello iorno e poi de cassarllo per te-
10 nebrie de noite; e l'aire d'aimpir la terra de fior e de fructo e poi de conffon-
derlla de lassa e de zer, e lo mar a so drito de esser unna fia dellecteiuer e
Buaue e aotra fia oriber per uento e per tempesta. Cossi e de nostra maynera,
unna fiaa montar e aotra fia dessender. Monta sum la roa se te piaxe, a paio
che quando e reuozo no te tegni ^ a mal se tu dessendi. No te menbra(r) de
15 Cressio, rey de Lidorio, che Litullus ' dotaua tanto, chi poi lo misse a tal con-
ditiom e destruciom, che elio fo menao a lo fogo per arder, se ^ no fosse unna
gram piobia chi lo deliuera? Ai tu obliao che Paulles, rey de Perssia, uegne a
si gram misseria che elio piansse de pietae ? * De che sum le canssoim de li
ingollai, d'aotro cha de fortunna chi tanto se stramua e serue ^ si improuista-
20 menti? Za ay tu lezuo clie in la porta de lupiter eram doi tonel, l'um pim de
bem e l'aotro de mal, e [f. 363«] za t'amo noi dao più de bem cha de mal, ni
anchor te amo abandouao, per che tu dei sperar de megio, e no xmarite in de-
mandar unna leze per ti sello, chi' e in comum reame de tuti.
IL Propheta in perssona fortune arguii hominum voluntates, qui nunquam pos-
sunt tliessauro vel pecuma(m) saciari.
Se tante ® comò [in] lo mar ma pu(r) semper aueir uorream,
25 e [in] l'aire oxelleti e serenne, che se tuti fossem infibxi
fossem stelle in lo f rmamento, no seream per so saolli.
chi aministrassem tuto tempo Aotra guissa de più aquistar
fortunna [a] li homi coueoxi, cercheream e in terra e in mar, 35
oro, argento e doim precioxi, che quando couea e più richa
80 za per so no cesseream, assai e più auara e trista.
III. Mie ostendit Prcffeta Boecio[m] dehere gaudere et no[n] de admìssione re-
rum temporalìium contristari.
" Se Fortunna ts parllasse in tal guissa, tu no saueressi che contradir ; e se
de lui te noi lamentar, noi te daremo logo {b) de dir „. B. dixe : " Le toe raxoim
40 Bum belle e pinne de dossor de retoricha e de muxicha, tanto comò elle duram.
Ma lo mar e si inracinao^, che a pressente corno elle faUem e dol reuem „.
Dixe Propheta: '' Veir e che so no e lo remedio de cor, ma e preparaciom centra
la duressa de toa mallotia; che quando saxom sera, noi te daremo meixinna
chi to sanerà e farate cognosser Uo esser mal agurao. E no digo quando to
45 paire mori, che asi tosto li maor de la citae te preissem in cura e te zonssem
^ tegneir - Ciriis F, ^ e se * Un po' meno bizzarramente F : Aussi as
tu oublie comment paulus quant il otpì-is le roy dejìSìse ('Persi regis'!) et il le vit
a si grani misere qu il en ploura de pitie. ^ soruein? '-' tanto "' inracionao
Studj liguri. § 2. Testi : 7. Boezio, II, iii, iv. 61
a lor per mariagio ^, chi e unna bella mainerà difBnitiua-. Le dignitae, che no
uolleamo dar a li anciaim, demo a ti, in guissa che se le cosse mortae poni
aueir prexio ni bianssa, chi porrà canzellar la memoria de to bom agur ? Xo
te menbra che tu uisti li toi doi fìgi, faiti conssoUi a gram compagna e loia
de citaim, menar e assetar in carrega? Che tu preponeiui da to gloriosso in- 5
zegno lo losso real in la piassa comunna de pouo, chi attendeam che gloriossa-
menti li saollassi de toa loquencia ? Per che te biasmi tu de fortunna, chi t'a-
luzengaua e noriua, corno [e] so dilleto fantini ? Se tu fai soma de li beni e de
li mai che a t'a faito, tu no porray negar che tu no sei beni agurao. E se so
no te par, per so che le cosse chi te piaxeam suni passae, cossi te de sembrar 10
che so che te despiaxe passera. Rassesti tu nuo aora nouamenti in la uiotae de
questa vita ? Crei tu che in le cosse terrenne, che li homi am, sea certam stao ?
Xo nei tu che li homi messmi defialleni in poche d'ora? Se poesse esser che
fortunna auesse fermo stao, si fallirea ella a la morte. Che quando l' omo [en]
so bom agur de fortunna mor, che differencia fai tu, o che a te lasse in toa 15
ulta, o che tu la lassi a la morte ? „
III. Hic ostendit Proiìheta mutabillitatem esse in i-ebiis mondaìiis, per tres simil-
litudines, silicet soìlis ^ nemoris et man's.
Lo matim che lo sol e nao chi rosse abate e fior debrixa.
bello *, uermegio e affiamao. Or e lo mar suaue e dar, 25
a le stelle lena soa lumera or asperessa per uentar.
20 e fa pallidar lor biancha ihera; Cossi se cambia natura
alle fior da so condimento [(Z] chi no fa per auentura,
e a le roze dolce olimento. anti a[ura]"corsso certo e staber
E poi uem la freida brixa, fortunna, chi [e] si muaber? 30
lY. Hic asserii Propheta Boeciofm] esse fellìceni per multas raciones , quarimi
jyrima est bonitas soceri, seconda uxoris castitas, tercìa fiìiorum prudencia et
honestas.
Boecio: " E no posso negar lo gram corsso de prosperitae che e o auuo, ma
so e chi più me conffonde, che la souranna pestillencia e esser stao in boni grao
e poa dessch[a]ir. „ Propheta: " Doncha uen toa ° messauentura per lo to penssar
e no da li dani. Or no te lamentar de fortunna, za che Dee te saluo so che tu
pu prexiaui in toa prosperitae e chi meior te e. Xo uiuem anchor le dee pre- 35
ciosse ioie de to linaio, chi sum conssoili, lì quai anchor che elli seam zoueni,
lo seno de lo ano e de lo paire relluga in lor? e toa mogier si sauia e casta,
chi tanto se dol per to amor? e Simacus so paire, homo pìm de tuta uirtue, in
chi seruixo tu te abandonerexi a morir? Se la uita e la [f. 364f/] più cara cossa
che homo agia, tu te dei tegnei per beni agurao, habiando queste cosse chi te 40
Bum più care cha la uita. Or cessa de pianzer, che fortunna no t'a anchor si
tempestao, che le cosse chi te romannem e speranssa de tempo chi pò avenir no
te possa conffortar. „ Dixe Boecio: "E prego Dee che so sea fermo, che tanto
comò so sera noi pensseremo de scampar. Ma tu uei corno e sum desguarnio de
me ornamenti. „ Dixe Propheta: " Or negamo noi che tu e alquanto meiorao, za 45
' marraro. Correggo col testo fre. - Intendi, col testo latino 0 col frc,
'di affinità'. * solle * berllo ^ da toa
62 Parodi,
che tu cognossi no auei tuto perdilo. Ma forte me peissa de la uiotae de to cor,
lamentandote tanto de so, che alcunna coesa te falle de to boni agur. Chi e
quello chi e si beni agurao, che alcunna cessa no gè falla e tuto se contente?
Questa e la grande angossa do la condiciom de li bem humaym, che i no poni
5 uegnir insenie o y duram pocho. Li um(de) am abondancia de richesse e unta
che elli seam nai de uillam; li aotri sum renomay de gentillessa e sum si po-
veri, che elli no uorream esser cognossui e no [b] trouani mogier segondo lor;
li aotri am mogier bonna e bella e no pom far fijor e araassam richesse a li
strannij; li aotri am fijoi dessconci, de che elli se dollem; e per so a greue [e] '
10 che alcum acorde za bem la condiciom de so seno a soa fortunna. Se o poesse
esser che alcuni fosse in tuto bem agurao, elio serea si lamgorosso -, che se al-
cunna cessa gi fallisse, in lui no serea remedio de confForto, per so che pocha
cossa togie(r) la perffeciom de boni agur. Monti sum aera chi creream ^ de to-
char lo cel, se elli auessem um pocho de so che gi falle. Lo logo che tu apelli
15 exillio e paixe a li habitaoi; per che alchum no e mal agurao, saluo chi se lo
penssa esser, e per contrario boni agur uem da paeiencia; che alcum no e si
bem agurao, chi no uoUesse cambiar so stao, se o no e paciente. Grande ama-
ritudem e in bom agur, anchor che elio paira dece, per so * che retegneir no se
pò, ma se ne uà quando elio uol. Per che cerchi tu bom agur, chi l'ai assiso
20 in ti*? Ingnorancia te conifonde. Voi tu che e te mostre la porta de boni
agur?„ DLxe Boecio: " Si. „ [e] Dixe Propheta: "Ai tu più preciossa cossa de to
cor?„ Dixe B.: "No. „ Dixe Propheta: "Tanto comò tu [loj segnorezeray , for-
tunna no te porrà noxer. A so che tu eapij che in le cosse de fortunna no pò
esser fellicitae, dirote corno fellicitae e lo souram bem de natura chi va per
25 raxom % chi no se pò perder, per soa magnifficencia ; per che la mutaciom de
fortunna no pò tochar a ueraxe bianssa. Anchora più che quelli chi a faossa
fellicitae cercha, che o elio sa' si che ella® possa cambiar, o elio no sa. Se so
no sa^, conio pò elio esser bem agurao, chi e si auogollo '"? Se so sa che elio"
segoa, 0^- gè couem dubiar de perder so che perder se pò; per che o no pò
30 esser bem agurao. E se de so no cura, doncha e catino bem quello che homo
no cura de perder. E za che le anninie no moi-eni cuni li corpi e bianssa de
fortunna falle quando lo corpo nior, se a fosse ùeraxe bianssa, poi che li corpi
sum morti le anninie seream mar agurae. Ma tu say che monti am cerchao
beatitudem, no soUamenti sostegnando tormenti, ma receuando morte. Doncha
35 no pò dar questa uita bianssa, za che a no fa mar agurai [d] quelli a chi ella
falle. „
lY. Hic docet Propheta hominem vollentem esse vere fellicem sibi eìligere ìeclam
scdem e[f] abitare ^^ /;/ constante.
Chi zerchar uol logo aueneiuer che lo uento gè greuerea.
bom e bello e maneiuer, E semegieiuer mal farea
no fassa in lo dominiom " se o la fondasse in lo sabiom,
40 de montagna soa maxom, unde bate lo mar felloni,
^ Cfr. f. 366r^: a grette e che ecc. - laìugerosso. ^ cercham; ma resta a
ogni modo frainteso l'intero periodo: Moidt soni ores de gens qui cuideroient
estre jusques au cirl s ilz aiioient nng tres poti du remanant de tes biens. * a
so ^ in fi in ti •' B. 34, 74 sg. : nafurae... ratione degentis. ''fa ^ ola ^ fa
'^^ agonollo " o/Zo; il c/ie è di accusativo. ^'' che o ^^ abiterc ^* donion?
Studj liguri. § 2. Testi: 7. Boezio, II, v. 63
che l'onda la ^ bosticberea, e bom fondamento fassa: 5
si che ella no se sosterrea. si no doterea menassa
Ma aso che semper romagna, de mar ni uento, ma in paxe
metassc in mezo de montagna stara per bom tempo e maruaxe.
Y. Hic ostendit Propheta quod dona fortune faciunt hoìninem heaUim, dicens quod
fortune - asperitas utiìlis est, et docet diuicias honores faniam gloriam et po-
tenciam non optandafni).
" Se li beni de fortunna fallem, che cossa e in lor chi no si[a] a desprexiar?
Se bem conssideremo, le richesse sum preciosse da noi o da lor? Che apre(i)xi'r' 10
[f. 365 «] Aprexi tu soma de dinai, chi no dam uallor saluo quando olii se partem
spendanslo, e penna quando e.lli s'amassam? O catiue richesse e sofFraitosse,
chi no sei aotro cha inffieura d'oregie! Le quae alcum ni pussor no pom tute
aueir, ni eciamdee quaxi alcum n'a, sensa apouerir aotri. La iharessa de le pree
preciosse e loro de li homi? Grram meraueia ^ e che homo chi agia raxom agia 15
81 gram deuociom in cosse, chi no am ulta ni seno. Anchor che soa bellessa sea
formaa da lo Creator, elle sum più basse de noi, per che elle no merissem nostra
amiraciom. Deletite tu in bellessa de canpi^, chi e unna de le porticioim ^ de
lo mondo, ni ai ioia de uerr lo mar suaue, e sol lunna e stelle luxir? Ossite tu
glorificar de la bellessa de le cosse? Nassem de ti le fior de primo tempo? la 20
habondancia de le frute uem da ti? Per che te sorprendi tu de faossa ioia? per
che abraci tu li aotr[o]i bem? Fortunna no te darà za li bem che natura t'a
alargao. Li bem de terra sum ordenai per uianda a li homi e a le bestie. Se tu
ay so che sufficia a toa sustentaciom, elio no te conuem demandar la superfluitae
de fortunna, che natura e sostegnua [ò] de poche, e se tu la constrenzi a otragio 25
ella te farà dano e doUor. Sembiate che aueir diuersse cosse e preciosse te fas-
Ba(ra) bello. Se elle sum piaxeiuer a la vista, loeram la gente la materia de la
cossa e lo inzegno de l'ouerer^. O ti te te de la grani rota de li sementi fan-
celli bem agurao? No, che se elli sum mal inssegnai, zo e gram carrego a la
maxom e perigo a lo segnor, e se elli sum boim reputerai tu la lor bontay in 30
ti? „ Dixe B. : ** No. „ Dixe Propheta: " Doncha li bem che tu apelli per toi, no
lo sum propriamenti; per che tu no li dei cubitar ^, ni aueir doUor se tu li perdi.
Per che couey tu tanto prosperitae de fortunna? Penssi tu per so schiuar sof-
fraita ? No, che chi più a, da ayna pu gi couem goardar, e lo prouerbio dixe che
chi più a più gè falle, e a quello falle poco chi cercha la sufficiencia de na- 35
tura e no la superfluitae de couea. Le aotre cosse se contentam de so che re-
quere natura, e ti chi ay intendimento e e semegieiuer a Dee, quanto sea in an-
nima, no te par '' aueir uallor senssa le cosse foranne, basse e uir, senssa ulta, che
tu demandi, e no comtempli^ [l'iniuria che fai] in quello chi a tute faito, sote-
misso e ordenao a utilitae de l'umani linaio; e meti toe dignitae sota li pee do le 40
basse cosse per to zuegar, obeyando a lor chi ani men uallor de ti, per [e] chi
elle sum faite. Che quando l'omo se cognosse, elio e più aoto de tute aotre cosse,
e quando elio no se cognosse, si e più basso cha bestia, a chi per natura no s'a-
^ lo - fortuna ' tneuricia. Il frc si scosta assai. * canti, ma è
probabile sia error del traduttore. ^ peficioim; cfr. la nota 4. ^ aueir;
F de rouurier. ' cantar \ il fr.: et puis qu il n y a point de beante que fu
doies comtoitier j)Our quoy as tu dueil se tu les pera cu ioie se fu les as. ^ par
pair » Lacuna; cfr. 13. 38, 72 sgg.
64
Parodi,
10
15
pertein aueir cognossenssa. So e aror a Ioar li ornamenti foraim ; che ee olii sum
belli, so chi e dentro roman laido. Ma li mainasi no penssam che aotra cossa
8e[a] cha oro, per che elli uam monta fia mal segurì quelli chi lo am; so che
f a ^ chi se contenta de lo couegneiuer, chi po;u andar cantando inter - li lai-
roim. „
Y. Hic Projjheta arguit inmoderato [m] dexklerio[m] haheìidi et laudai pris-
sco[s], quorum vita simplex ° erat et contenta rebus qtie ìiatiirafmj tantum
substentarent.
Boym fom li prumer anciaim
e li antixì paixaim,
chi no cerchauam dellieie
e s'aloitauam da uicij.
lande era lor prouenda,
e aigoa era la soa beuenda;
sum l'erba se acoregauam
e a questa guissa stauam.
No cognosseam poxom
ni aueam affeciom
d'alchum* drapi de coUor,
ni saueam lo doUor
per couea, che li mercanti
sostenneni si forti e tanti.
Alchum no faua a lor guerra 20
in lo mar ni in la terra.
Piaxesse a Dee che retornasse
tal maynera e no manchasse
in li cor chi sum ardenti,
[d] uennemd' a ree mouimenti ^ 25
Chi primer la terra auri
zeme e oro desscroui,
assay meio poea far,
che tuto couerti a mal.
Monto e da esser repreisso 30
chi perigo a misso e compreisso.
VI. Hic Proplieta vult ostendere dignitntes et potencias non petendas, probans
guod inaile sint e(t) comjjaracione^ mallorum, quibus ipse diuicie et potencie
frequentissime sociantur.
" Kabia de delluuij ni fiama de fogo no sum più da themer conio possanssa
de homo maluaxe. Che cossi sea tu sai, che li toi autecessoi se forssam de abater
la statuia eegnoria de li conssolli de la citae de Roma, chi per lor orgogio aba-
35 tem la coronna real. E se possanssa assende ia li boim, chi auem de rairo, elli
no se liiaxem d' aotra bontae cha de li lor dumestegi''; perche uirtue da honor
a le dignitae, no miga dignitae a uirtue. Che se tu vissi li rati uolleir segnoreza
l'uni l'aotro, tu l'aueressi a grande derixom. Cossi e de pocha uarssua dexirar
segnoria sum lo corpo de l'omo, chi e si seiuer che souensso e stao morto per unna
40 moscha, e sum le aotre cosse de fortunna, chi sum auchor più uir. Porreasse mouer
to cor de so francho stao, chi tanto a seguio ueraxe raxom? Za sai tu la nia-
raueia ® [386a] de constaucia che uni homo mostra , chi per soa francha uirtue
se trencha la lengoa cum li denti e la scracha sum lo uisso de un tirano, auanti
che elio gè uoUesse reaellar li conssentior ^ de la coniuraciom , faita centra de
45 lui. E sai le merauegiosse proece ^^ de Hercullcs, chi ocisse so oste Rocides ", e
de ReguUus lo roman, chi preisse e inchaina tanti affrichaim e poa fo da lor
uenssuo e imprexonao. Si che a greue e che no retorno lo otragio sum lo stra-
^s«? ^ inter x>er "' simillis * dar alchum '^Wivc: Car or est pilus
ardant que feu L'auarice des conuoiteux. ^ homoracione; forse conimemoracione?
^ Tutto travisato. F : que t'y plaist il fors que la bonie et la ptt'oesce de ceuìx
qui en usent. * materia; F. non ajuta. ° Pare conssencior', F: ceulx qui
attoien conscenti la coniurafion. ^° proece " 1. Busirides
Stiulj liguri. § 2. Testi : 7. Boezio, II, vi. 65
cuidao ^. Anchora dey saueyr che natura no sofferò che doe cosse contrarie e
discordante se zonssam may inseme, per che tu poi penssar che se le possansse e
dignitae do fortunna che tu couey fosseni benne, che no se zonzereani a li mal-
uaxi, chi comunnamenti ne am maor abondancia cha li aotri; ma se zonzeream
a li boim per officio de natura, si comò forssa a lo forte e lengeressa a lo lenger, 5
chi mai a lo contrario de natura acostar no se poni, anci ^ se departem. So che
no fa auaricia, chi da soa natura no se pò saollar de richesse, ni possansa [fa]
uencer si messmo ni ^ desligar de le chainne de fellonia*; che quando ella as-
sende in li maluaxi ella no li fa boim, ma descroue lor malicia. Si che final-
menti possamo concluer che richesse, possansse e dignitae de for[i]tunna no io
Bum naturalmenti benne ni fam a dexirar, za che semper a li boim no se zon-
zem, ni fam boim quelli chi l'am. „
VI. Hic Propheta tmìt ostendere per exempliim Neronis, qiiod dignitates Jiominis
nequiciam manifestant nel ipsius bom'tatem.
Aregordemo li dollor ma le soe ree onere lo seguim
de Xeron imperao, e condussem a mal fini.
15 chi per soa crudellitae Che quando Eoma bruxa,
fé ocier so frai si forte se spauenta
e Senecha so maistro, de um gram bruzo che elio oi, 35
leal amigo e ministro; che for de la citae fuzi,
e soa maire fé sihapar, e de um par che elio troua
20 e per mezo Roma bruxar, in lo neutre se imspea,
pur per so inmaginar unde tute spauentao
e per fellom scharmezar; fo da loui '^ rozigiao(r), 40
e dominiaua le mondo [f] e, si comò e scripto in lo querno,
quaxi tute per circondo. fo uisto Inter lo infferno,
25 Merauegia e che no se tremo, batuo e tormentao
quando uicio e poeir sum inseme: e d'oro caodo abeuerao;
so e meter a la spaa uenim forte, e uerra cum Anticristo 45
per più angossar la morte ^ a centrar la fé de Cristo,
E sam Pero fé crucifficar, centra Xohe e Ellia,
30 e la testa a sam Poro (fé) tagiar; chi de li boim seram guia.
VII. Hic ladt Propheta ostendere gloriam liuiiis mondi non esse i^eiendani, et per
quhique raciones, qnarum jJt'tma per comperacionem a\(T\ ceìlum, seconda per
comperacionem et ex differencia(m) [de] moribiis et lingua, tercia per diuers-
sitatem iudicìj hominnm, quarta per comperacionem'' ad eternitate[m] , quinta
per comperacionem ad homines.
B. dicit: "Tu sai che couea de le cosse terrenne a(m) auuo pocha segnoria
sum noi. Ma aso che uirtue no fosse oblia, se uossemo inuexendar de le bezogne 50
comunne, no miga corno alchuni chi lo fam per esser renomay. „ Dixe Propheta:
^ stracaudao', il frc. non serve. ^ Si può, al solito, leggere ajiti od aiici a
piacimento. ^ in * 11 frc: Ne la puissance r.e fait mie auoir puissance sur
soy cellui qui est encliainez de faulx delitz. ^ Così anche F: C est mer-
ueiìle que tous ne tremhlent Quant vice et pouoir s assemblent. C est niettre ou
glaiue vcnin fort Pour plus y angoissier la mort. Il resto della rima manca nel
tosto frc, come nel latino, e par fattura del traduttore. Si noti la nuova leg-
genda neroniana. ** Sopprimo tuto. ' conìperacionuiu
Archivio glottol. itul., XIV. 5
66 Parodi ,
" Pìaxeme clie tu no uollessi obliar uirtue, ma a quelli chi so fam per cresser
de ronomaa no dago e alclium losso. Che se noi cerchemo le rasoim de li
astrologi, noi troueremo che a la comperaciom e respeto de la grandessa de lo
cel, tato lo circuito de la terra par niente o um sor pointo ^ De lo quar, se-
5 gondo Tollome, pò esser scarsamenti habitao la dexenna partia, minuandolo
mar, fiumi, pau e desserti. Doncha no e seno a cobear in destender renoma in
si picein logo e inclusso. Anchor che monte nacioim gè habitem ; ma si se des-
semegiam de lengoe e de mainere, si che in um logo e loao um costume chi e
biassmao e punio in um aotro. Per la quar cessa o per l'asperessa de li camim,
10 no sollamenti li nomi de li singullai homi, ma quelli de le citae e prouincie no
possamo saueir. Che a lo tempo de Marche Tullio Eoma, chi era in so aoto
cormo e themua da li Perssiaim e da pusso aotre nacioim, no era anchora co-
gnus8[u]a otra li monti de Cospia ". Como do[nJcha passera lo nome de um solo
homo unde Roma no passa? Per che homo no se de forssar d' alargar so nome
15 in lo picem termen e dura de questa uita pressente, ma se de far acognosser a
la uita de la ternitae, chi e senssa fim, a la quar ella no se pò comperar. Che
doe durae chi abiam fim, quanto l'unna se sea maor de 1' aotra , se pom bem
aingoar per multiplico; ma che l'unna agia fim e l'aotra [no], trouar no se pò
in lor proporciom d'ingoallansa. Per che lo renomar de questa uita comperao a
20 la ternitae e niente; per che chaum homo de adrissar soa coussiencia e uirtue
a meritar lo bem senssa fim, e no aurir le oregie a lo stronar de lo pouo, ni de
demandar loguer de esser loao de parolle. Che fa a li prodomi (f. 367 a) esser
renomai de le cosse terrenne, se quando li corpi morem 1' annima e allegra de
partisse da la terra? „
VII. Hic 2^>'ohat Projiheta gloriam huiiis mondi uanam esse e[f] ntilìo modo dexi-
derandam, quoniam fama, gloria, diuicie, honores et iiohiptafcs e[t] simili ia
perenni et in nicliillo reiiertantur.
25 Quello chi in renomar ^ Unde e lo corpo de Platom ?
mete tuto so penssar,'" unde e Brutus ? ^ unde e Catoni ?
auissar de bem lo cel Le scripture chi notoria
e le grainde ouere de Dee; ne fam" soa nanna gloria, 40
che cossi aucra umta, no li sostrasse[m] de morte
30 se in cresser so nome pointa. ni de penne lene ni forte.
Che in terra no pò romaneir Voi chi fama perchassai,
orgogioxi ni manteneir suar dei no seay cassai
lor uita per renomar *, de la celestial gloria : 45
ni l'anger de morte schiuar; aueir deuey in memoria
35 che morte prende per ingoar che quando partirei de sa
picem, grande e comunal. che uoi renderey raxom de la.
Vili. Hic 23>'ol>at Proffeta asjyeritatem fortune [utilem esse], et hoc miiltis racio-
nibiis declorando ^.
(Z>) " Abo che tu no penssi che e prenda continnuamenti goerra cum fortunna,
50 e digo che monta fia auem grani bem a homo, quando ella gi descroue la fao-
^ jnanto ^ Il lat. ha Caucasum inontem, ma il frc. les mons fospiens (0
cospiens?). ^ Probabilmente renomaa. * Come alla n. prec. ^11 secondo
« incerto. ^ Sopprimo, dopo fam, un de. '' declaranda
Studj liguri. § 2. Testi: 7. Boezio, II, vii, viti. 67
citae de soa mainerà, bo e che più propheta ^ a liomo la mara uentura cha la
bonna. Che quando la benna par beni agurossa, ella insana monti homi e im-
prexonna quelli chi l'uzam per faoci sembianti, e destorba ueraxi bem per eoe
luzenge. Ma la rea mostra per so cambiar no aueir pointo de stao , e inssegua
e deliuera quelli chi cognossem soa faossa bianssa, e si comò sauia, per ussaio 5
de tribuUaciom atra monti folli a ueraxi bem, per la forssa de lo croche de soa
auerssitae. Te tu a poche so, che aspera fortunna t'a descouerto li cor de toi
amixi? Che quando ella se parti da ti, si ne porta li amixi che ella t'auea dao,
e te lassa li toi, che si caramenti aueressi acatao, se tu te fossi cognussuo, quando
tu sembiaui esser biao. Aera che tu ai trouao cognossenssa, toa ueraxe amiga , 10
chi [e] più preciossa e più te de esser cara de tuti aotri bem, si te compianzi
aueir perdue toe richesse. „
YIII. Hlc Fropìieta ìaudat amorem fideliìtm amicorum, ostemìens qiiod nichil
dulcì'us" Itera ^ amici[ti]a jJotest esse.
Or piaxesse a lo Segnor lo iorno fa per sol luxir,
per so docissimo * amor, e note per lunna sihairir.
15 si conio ten lo mondo inseme, Per tal amor se dem sostrar 25
detornar le cosse streme, le creature de mal faa,
in so che bate la lensa honorar e seruir
(e) de ueraxe prouidencia ^ quello chi couem obeir :
Chi fa che li alimenti per forssa ^ in lo eternai '
20 retenem si conssamenti giorno de Pague trioniFar ®, 30
le fortunne, la grande nuda, segondo che ^ ouerao
che la terra no profFonda; aueremo [e] meritao.
Libro III.
Incipit liber tercius, in quo ostendit giiod ijjse no[n] tiadat in misseriam suo
reatii^ et quod de amissione rerum temj^oraUium no[n] dolìendum est.
I. " 0 souram confForto de cor dessaxiai, chi per la uìrtue de toe sentencie e
per lo dolssor de to canto me ay si recreao, che e cognosso mi no esser impar ^^
a le innaffre de fortunna! Per che no me despiaxe l'agror de li reniedij de che 35
tu ai faito menciom, ma li quero cum arder d'oir. „ Dixe Propheta : " Bem co-
gnosso che atentamenti ai oìo nostre paroUe e intendo la dispoxiciom de to cor;
ma le cosse chi romannem sum più ponzente cha quelle che tu ay receuue, an-
chor che quando tu le aueray receuue elle sum si dece, che tu arderai tute de
oir e saueir unde noi intendanio de {d) menar[te] ". „ "E in che logo?„ dixe B. 40
Dixe Propheta: "A ueraxe bianssa che sonipna to cor, per so che anchor no la
pò scoxir. „ " E te prego, — dixe B. — che ne mostri questa ueraxe bianssa. „ Dixe
^ Certo il copista intese Propheta, onde è probabile sia invece da leggere j;ro-
fda. ^ Qui sopprimo nil. ^ uerame ^ dotissimo ^ Questi versi, abbastanza
brutti ed oscuri, mancano a B e F. Il resto è tutto travisato, nò corrispondo
alla rubrica. ^ E forssar[se^ ? O va con forscia pr. 60, 24 ? Oi^pure è da cor-
regger possa, cioè posa 'poi'? '^ tr/onffar ^eternai'., è correzione ovvia, ma
forse insufficiente. ''Sopprimo un e. ^°ingoar', cfr.il lat. : me imparem . . .
esb-e non arhitrer, e il frc. : que ie ne sui pas despareil. ^^ inaìiar.
68 Parodi ,
Propheta: " Farollo uoUunter, ma auanti te mostreremo cosse più uexinne a toa
cognossenssa ^ , aso che quando tu le ueirai, più leuementi possi cognossor la
faossa bianssa e la ueraxe. „
I. Hic Propheta ìjrobat falssam felicitatemi ut ueniamiis in cognicionem nere
beatitudiìiis.
Chi campo uol far portar, e apresso la noite torbaa 10
ò le spinne fassa leuar bello iorno ^ meior par.
e netezar de preom, Cossi parram li bem ueraxi
per aueir meior messom. a chi cognossera li faoci,
Quando amar la guUa a- sentio, e a bem perffeti tornerà
sucaro par più sauorio, e li maluaxi fuzera. ' 15
IL Hic ostendit Propheta omnes homines natnraìiter apetere siimnmm homim,
prohans quod quinque sunt illa que deìtiant cor humanum a cognitione neri
boìii*, sillicet opes, honores, potencia, gloria et uoluptates.
"Ancor che la cura de la gente uage e se trauagie (f. 368«) per diuersse
mainerò, lor intenciom e dexiderio e de uenir a stao de bianssa, per la perffe-
ciom che ella contem in si de tuti bem; de li quai se alchum gi fallisse, ella
no serea souram bem, per che l'omo porrea aotro dexirar che dexiar ueraxe
20 bem. E naturalmeuti in tuti cor d'omi e de ueernir a lo souram bem, ma arror
li indue a faoci bem, penssando per richesse uenir a bianssa; e^ alchum querem
dignitae per aueir honor inter li uexim, aotri la penssam aquistar per regnar o
esser zointi a quelli chi regnam, aotri se forssam de cresser renomaa per paxe
0 per guera, per so che ella gè par ueraxe bianssa, e a pussor par che far festa
25 e sollasso sea souranna fellicitae. Per che monti ussam de l'unna per raxom de
l'aotra, li quai sum conffuxi in dillicie de lo corpo, e se deuerssificham ^ de quanto
i fam e am, adtendando a fauor e renomaa e a aotre uanitae. Ancor che moier
e fijoi e amixi ueraxi ^ seam da computar in li bem de uirtue e no de fortunna,
comò li amixi chi sum percassai per aueir più poeir e sollasso. E li bem de
30 corpo sum ordenai a li bem de su, soe per esser forte auemo poeir, e per esser
bello e lengier senio renomay, e per esser saym senio allegri. Che® l'omo no
quere aotra [cosa] cha fellicitae, conio quello (b) chi se tem biao de souranna
beatitudem, quando pò aueir so che più ama. Or possamo ueir a ogio le mainerò
de fellicitae, che li homi querem in questo mondo, de richesse, reami, honor,
35 gloria e possanssa; de che li Epichori se cretem esser souraim. Le quai couee
dexiram per aueir delieto-, corno l'enurio chi uol intrar in caza e no sa. Ma
questo no e studio de uegnir a stao chi no brame ? A lo quar elli se deni forssar
de andar, per la sufficiencia de ogni bem chi e in si , chi passa de uallor ogni
aotra cossa, per la grande exelencia de so losso e delleto sensa tristessa; unde
40 caum ama e s'acorda de uenir, anchor che forssa de natura^ dessuie lor diuersse
oppinioim. „
^ L' e si potrebbe anche leggere a. ^ amara gulla e; il frc. : Quant l'amer
a senta le goitst. ^ iornor * boim ^ per che ® 11 traduttore abbrevia
e diventa inintelligibile. Cfr. il frc. : et si soni j^lcusietirs qui leurs choses entre-
meslent et usent de l une por l amour de l autre comma aucnns qui veullent
principalment delices , et j^our les avoir plus legierement si s esforcent d aitoir
richesces et ponoir et les autres qui veullent auoir pouoir oii p)Our assembler
richesses ou 2>our cmoir renommee. Et en Ielle maniere se diuersefient les uoies
des ceunres humaines... " veraxim, ® che per ^ Errore; cfr. B.
Studj liguri. § 2. Testi : 7. Boezio, III, ii, in. 69
II. Hic prohat Propheta gtlod natuvaliter inest hominibus aj^etere somnmni ho-
num. Ostendit etiam quanta sit uh-tua et nature potencia(m) in omnibus
creaturis ^.
Or intendi de natura,
chi a si lo mondo in cura
e per soa ley destrenze si,
che tuto fa uenir a si,
5 e se per forssa e strania
arar - li couem tornar.
Che quando e preisso lo leoni
ni ligao im prexom,
(e) no li uar apriuaxar
10 ni darlli beni a mangiar;
che se leze in la campagna ^
mai de tornar no se lagna *;
15 che a pressente gè souem
de natura '" chi reuem.
E se noi metemo unna oxeleta
in unna bella gagieta,
a chi cuni grani studio e cura
20 aparegiemo la pastura,
se 0 pò inssir de la gabia,
mantenente a la boschagia
se ne va cuni grande allegressa,
no tardando ma in freta ^.
Se (la) mam prende e ^ tira im terra 25
l'aota cima de unna feria,
tantosto ^ comò ella se lassa
a lo cel drita se passa.
La seira va in occidente
[lo] sol, chi ^ in oriente
uei lo matini retornar,
per la terra inlumiuar.
E la lunua chi renoua
per tondir so che ella troua,
quando ella a tuto cerchao
torna pur in lo so stao ^°.
Ogni cossa a soa natura
torna, d' aotro no a cura,
e pur s'acordam in la firn
unde e ordenao lo bem diuim. 40
^ creature - aror ; il frc. : Arriere l esfuef estre menee. ^ compagna * È
mal tradotto. Devono inoltre mancare almeno due versi, benché dal ms. non ap-
paja. Cfr. il frc. : Se le sang fres Ini taint la banche De sa proie quan cuer lui
tanche Tresfout maintenant lui sonuient Et ìiaturel cuer lui reuient. ^ naturam
^ Da legger frezaì ^ e Ila ^ tanto tosto " chi e ^° Quest'accenno alla
luna, manca nel testo francese. ■'* aiceret '^ brama e ^^ so e
30
35
ni. Hic probat Propilieta guod in rebus mondanis nulla(m) 2>otest esse fellicitas, si
diuicie e[t] alia mondi dant conssoìlacionem corporised non sufficiencia[nì] mentis.
" O uam animai, per che 8e((Z)gai tu tanto couea terrenna, dexirando de ue-
gnir a ueraxe biaussa? Pocha fé e constancia te cadella. Parte questa la uia de
andar a boni porto, ni che richesse, honor, aueir", bem che fortunna promete,
fassani homo biao? Certo so e grande error. Fosti tu mai senssa lagno de cor,
quando tu abondaui richesse ?„ Dixe B. : "No. „ Dixe Propheta: "Era so per 45
no aueir so che tu uolleiui ni remedio a so chi t'agreuaua?,, Dixe B. : " Man-
desi. „ Dixe Propheta: "Doncha vorressi tu aueir auuo l'um e esser deliuerao de
raotro?„ Dixe B.: "E lo conffesso. „ Dixe Propheta: "E l'omo chi brama ^^ de-
xira zo che elio no a?„ Dixe B.: " Si. „ DLxe Propheta: "Doncha a soffraita
chi no a perffeta sufficiencia, so che tu aueiui quando tu habondaui perffete 50
richesse. „ Dixe B- : " So e ueir. „ Dixe Propheta : " Doncha no poni dar le ri-
chesse sufficiencia ni togier soffraita. „ Dixe B. : " Bem lo so. „ Dixe Propheta :
"Bem lo dey sancir, e che li pu forti togiem a li più seiui o per forssa o per
barato.,, Dixe B.: "Cossi e. „ Dixe Propheta: "Doncha an le richesse bessogno
de aya foranna per soa goardia, so ^^ che no auerea, chi auesse cossa che homo 55
no li poesso togier. „ Dixe B.: "A so no se pò coutradir. „ DLxe Propheta: " Don-
70
Parodi,
cha torna la cossa in so contrario, che le richcsse, chi prometem sufficiencia,
fam aueir noua sofFraita' d'aia. In che mainerà se deffende richessa de soffraita?
Xo am li richi fame (f. 369fl) e freido^? Tu dirai che elli am da saollarsse e
goarnisse da freido. A ucir ueir e, ma se soffraita e conffortaa de richesse, pur
ella demora e reuem tuto iorno, si che adesso a mester de nouo secorsso. Aii-
chor che e no diga ^ che natura agia assay de poche cosse, ma pur auaricia no
se saolla may; si che za che richesse no poni chassar soffraita ni saciar couea,
anti la reffam de nouo, corno crei tu che ella daga sufficiencia? „
III. Hic prohcit Propheta ah'quas diuicias non ijosse ìiolluntatem et dexiderium
hominum saciare.
Se l'auaro auesse nerger,
10 campi, uigne e bel mayner ^
e bosschagie e prarie ^
e de thessoro seguorie,
za sacia no serea
de pur aquistar couea,
e ® de lassar certa seando
tuto a la morte, e no sa quando.
15
lY. Hic Propheta ì^rohat [dlgnìtates] aliquam beatitndineni non largiri sed po-
ciiis aduersitatem ilU, cuiiis perversifatem ^ mam'festant.
" Se dignitae fam honor a chi le a, e le maistrie ijom meter poeir in cor de
quelli chi le ussi^m? Certo (b) elle no sollem far cessar uicij ma instruerlli. Za
sai tu .che ChatuUio, [quando] ui assetao Ilfoniom® in carrega, che eUo ge^
20 disse . . . ^'^ Vey tu che unta fam le dignitae a li maluaxi, e comò elle descrouem
le lor mallicie? De le quae monte seream reposte, se elli no fossem mixi in di-
gnitae. Como se pò dir che quelli seam degni do reuerencia per le dignitae, in
che elli sum mixi, quando elli no suni degni de quelle dignitae? Che uirtue a
soa propria dignitae, che a mete tantosto in chi ella se zonze, so che no poni
25 far le dignitae segullar, per la propria degnitae chi gi falle. Doncha se tai di-
gnitae no dam reuerencia da si, tanto sum più auntai quelli chi le am a torto,
quando elli " mostram che de lor no sum degni. E aso che tu cognossi che
l'ombra de tae dignitae no po(m) dar reuerencia, tu sai che se per auentura ar-
chum chi sauesse de monti mester ^^ zeisse in terre de strannie nacioim, che li
30 barbari chi no li cognossem no li aueream in reuerencia. Che se honor li fosse
dao per natura, e per estìmaciom de gente o no gi fallirea, in che lego i fos-
sem; si conio a lo fogo, chi per soa natura e cado per tuto. Per che tamtosto
uanuissem, quando (e) quelli le am [doue] no le cognossem ^^. Certo la senatoria
de Roma fo za de grande dignitae, per la cura che elli aueam de lo beni comuni,
35 e aor no e a Roma officio pu desprexiao; che so chi no a honor in si, Fa da
l'opiniom de la gente, chi souenso se[n]tenciani per antriffexim. Doncha che
ualor am le dignitae, se ^* elle no poni dar reuerencia, ma se auilissem quando
li maruaxi le ani, e perdeni ualor e prexio segondo che lo tempo se cambia per
l'astimaciom de la gente, e che monti le poni dar e togier? „
^ soffaitra ^ freddo ^ Lat. Taceo qitod; frc. le ne parie ixcs qiie nature
a assez ecc. * mai/nere ^ praerie^ ^ Da sopprimere? ^ illhis quibus
per rim autem ® Nouiom ^ te ^^ Lacuna non indicata. — F. : il l appella
bocu et contrefait en la pìresetice de tout lepeuple. ^'^ elle ^* B. 59, 29 sg. : Si
qui multip>lici consulatu functus. ^^11 frc: Pour ce quant on les a la ou leu
ne les cognoist tantost s esuanuissent. " se e
Studj liguri. § 2. Testi : 7. Boezio, III, ir, v. 71
lY. Hic iJt'ohat Propheta qitod 2^otencia(m) quam halebat Xerou, ipsius nequicie
demonstrcmit. — P>'op>hetu dicit:
ilargarite in sen
ni thessoro preciosso,
no sostrassem de couea
lo re Xeron or^oiosso
35
de far mal a li inocenti
e condempuar necli amenti,
e da luxuria abominar:
tanto auea cor deslear ! ^
Y. Hic p))'obat Propiheta potencìam Julius mondi nullam esse, et hoc per midtas
raciones infferius declarata[s].
"Quando uisti tu mai che biaussa de familiaritae {d\ de pouo durasse? Za e
tu pini d - 'exempi uegi e noui. Iso sai tu che meati rey am cambia lor bianssa 10
in misseria? 0 bianssa de possansa real, chi no te poi guardar, quando reame
falle ! Che se um rey a gram reame , se o no e ben circondao d' amisi , bianssa
sta in grande perigo de fallir o de uegnir a tristessa. Per che li re am maor
porciom de misseria che de biaussa, e um Romani chi auea proao li perigi chi
eram in rezer e gouernar, lo mostra per semegianssa de unna spaa nua, che elio 15
se fé apender souer la testa, aso che continnuamenti li faesse ^ paor. Che pos-
sanssa e questa, chi no se pò alargarli aguillom de conssiencia, ni schiuar morsso
de paor? Te tu a possante quello chi e auironao de gente, che o dota forte,
anchor che o li spauente per mostra de seruenti armai? Certo e o tay rey per
abatui, anchor che li reami se tegnam. iSTerom constrensse Senecha, so maistro 20
e familliar, a cerner de che mainerà morte men gi greuerea morir. Anthonio
imperaor fé ocier a le spae de soi caualler Panpiniom *, chi longo tempo era
stao possante in soa corte, e ambi doi uoìleam ressignar e dar lor richesse a
quello imperaor. Ma niente ualsse, che quando messeanssa tira a si (f. 370«)
quello chi de chair, o no se pò sostegneir ; si che ni l'um ni l'aotro uo se poem 25
sostegneir ni schampar. Che possanssa e doncha quella chi fa paor a quelli chi
Pam, e no Bum a segur^ tanto comò elli la uorem reteneir, e no la pom lassar
senssa perigo? Defifenderam[te] li amixi, che tu ai da prosperitae e no per uirtue?
Xo, che quelli chi amam tanto comò fortunna dura, deuennem inimixi quando
ella cessa, e no e pesteUencia chi più nosa a homo, comò lo inniniigo familiar, 30
chi sapia so esser. ® „
Y. Hic docet Propheta qnod ille est nere potens, qui uiciis dominatiir , nude pò-
tenciam dominandi uiciis dehet ab liomnibus jJostidlari.
Pu cha aotri sum de perigo
li homi, chi per antigo
cognossem ^ li nostri affar,
se se da[m] a corrossar *.
Chi uol ueraxe segnoria
so cor abia in baillia,
si che couea ni luxuria
aueir no lo possa in cura.
Che se lo mondo te dotasse,
tu te seruisse e ho[no]ras6e,
za cossa bem no faressi
se [to] cor no sotemetessi
a raxom, chi e souranna
maistra e fìxicianna.
40
45
^ Questi versi si scostano anche più del solito dal testo latino. Pare che il
traduttore si ricordasse alquanto del metro YI del secondo libro. - da ex.
' fasse * Pajnnianum B. ^ seguir '^ et qui sceueut son cstre F. ' co-
gnosser * Questi primi Tersi non si trovano nel testo latino, ma bensì nel
francese, il quale tuttavia non ajuta a correggere il quarto.
72 Parodi,
YI, Hic prohat Propheta fama huiiis mondi ac gloria non esse petenda, cimi Uh
fugiant sicitt iientum.
"0 uanna gloria spandua in li milli[a]r de li homi, chi no e aotro cha inf-
fiaura de oregie , per faossa opinioni de pouo , che souensso loan quelli chi no
ne 8um degni! Za che fa a lo pordomo esser loao de so che elio a merlo per
uirtue, za che elio no quer aotro fauor ni guierduni cha de secreta consìencia?
5 Che far no se de menciom de la mondanna renomaa de questa breue regiom,
chi no uem quando noi uogiamo, ni reteneir [se] pò a nostro piaxeir. E se al-
chum se gloriffica de so linagio, so e cossa infifenta, che nobellessa no e aotro
cha meritar per uirtue, de che sum loai soi antecessor, si che losso e lor, e no de
quelli chi uennem apresso, se i no oueram corno elli fem. Ma tanto e de bem
10 in si, che li uai de li gentillomi am necessitae de seguir le ouere de lor ante-
cessoi; aotramenti elli desligneream, de che elli dem aueir unta. „
YI. Hic prohat Tropìicta omìies homines eqiudliter nohilles esse nechne unum esse
(dtero nobilliorem, ni[si] qui cor siinm miiltis honitatibus adimpleuit.
Chi conssidera l'umani linagio, e le stelle' nomerà,
usm tute da um paragio, e li homi in terra ordena,
che crea lo souram Segnor, in chi elio misse le annime dentro. 20
15 (e) chi de tuti e gouernaor; No te uantar de nassimento,
chi a lo sol la luxe [a] rendua ^ che chaum a drita franchessa
e la lunna a faita coruua, chi peccao no fa ni mallicìa.
YII. Hicproiat Propheta iiolluptates corporis^ alliquid non posse impendere bea-
titudinis comjìlcmentnm.
" Or oy de li delieti de lo corpo, a li quai monti no poni auenir senssa gram
25 faiga, e quando elli Tarn si gè rende[m] souensso despiaxeir e pentimento e paga *
de mallotia e doUor, in perssonua de quelli chi soa intenciom metem ^ in lor.
Che pur che faito se sea lo principio, chaum chi de Ic^' ; o uol aregordar, sa che
la firn e doUorossa. Che se tae deUicie poessem dar bianssa, le bestie mute se-
ream biae, chi no intendem saluo de compir lor delieti de corpo. La loia che
30 Tomo a in soa mogier° e figioy, serea assai honesta; anchor che tu ay oio dir
cha alchum foni za tormentay da soi figioy, chi e cossa oriber a natura. E an-
chor che perfiai li fijoi seani boim, si n'a lo paire souensso grande messaxio, si
corno alchunna fia ay proao. Per che tegno a bem dita la parolla d'Echipedes ^
nostro phillossoffo, chi disse che queUo chi no a figi, mal agur lo fa^ bem
35 agurao. „
YII. Hic prohat Proprietà quod uolluptas^ nullo modo p)0test hominem heatifficare,
per simillitudineni sn[mjptam ab apibits.
La natura de le dellicie conio le aue, chi rendem 40
no tra l'omo da mallicie, la mei, e apresso tendem
per lo so pocho dolssor a fichar soa pointura
chi passa in si picen d'or; forte, angossossa e dura.
^ in lo sol la luxe fonda ; cfr. F : Qui au soleil a clarfe rendue. ^ stelle due
volte. ^ cordis * pagaa ^ mentem ^ megier ^ Euripades F, ^ ma-
lagurai (forse mcdagurfai?) lo fam ; cfr. F: maleurfe l a fait beneure. ® ttollutc(s.
Studj liguri. § 2. Testi: 7. Boezio, III, vir, mi. 73
YIII. Rie prohat Propheta misseria[m] hominum multani esse, dum u[i]dent giiod
aliqiia mondana in eodem statu non manent et ad querendittn beatitudinem
pugnitant ^
" Doncba - sum tute soe uie deeuiamento de ueraxe fellicitae, senssa menar a
fini 80 che prometem; e Hi niay chi sum incluxi in lor te mostrerò^ breuementi.
Vo tu amassar richessa de peccunia? O couem che tu la sostragi da quello chi
l'a. Yoi tu aueir dignitae? Elio te couem [esser] a danger * de quello chi la da;
e cossi se noi souermontar li aotri, o te couem abassar a demandar, [per] aquistar 5
e reteneir. Voi tu poesansa? Tu serai^ semper in dota de toi sugieti. Couei tu
renoma(r)? 0 te couem sofferir monte asperesse e perigi, e za assegurao no ne
seray ^ Tuti quelli chi te ueiram te desprexieram, corno seruo de si uil
coesa corno toa carne. E quelli chi crem aueir nobellessa (f. 371rt) per le condicioim
de corpo, corno forssa, bellessa, lengeressa, sum ingan[a]i, che a pouera possessiom 10
s'apozam. Chi pò passar anoffanto de grandessa, ni thoro de fortessa, ni cigni de
lengeressa ? Eegoarda lo grandor de lo cel e la fermessa de so uiasso mouimento,
e no cubear d'aueir queste cosse, ma de cognosser e seruir la raxom chi so go-
uerna; che bellessa de corpo decorre, comò fior uouella, chi leuementi se goasta.
Se li homi auessem si forte uista comò louo cernei, chi ne otra li monti, si che 15
roba ni corpo no ueasse de ueir l'interior, la più bella forma de lo mondo parrea
laida. Se l'omo te tem bello, so auem da la frauellessa de li ogi; anchor iju
cha unna freue de trei giorni goasta la bellessa de lo corpo. Si che de queste
cosse poi far unna soma, che elle no pom dar so che elle prometem, ni am
perffeciom, ni mennam a ueraxe beatitudem, ni bit i fam quelli chi le am. „ 20
YIII. Rie Propheta redarguit homines, qui niultum sunt pronti in aquirendo di-
nic/as mondi et tardi in aquirendo eternam glorium.
Ai comò e greue la ìgnorancia che tal no e la mainerà.
chi togie a homo soa biansa. Chi raxom ne sapia render
e trouar no pò so che elio quer, unde nostro bem e [a] prender,
chi in contrarli camin fer! [terra,] 35
25 Or me di, homi, se noi array. unde quaxi aotro cha guerra
{b) Iso saùej^ noi, se uoi cerchai no e '', ma su in lo someto,
in le strae pree preciosse, und'e ueraxe bem e neto:
che so sum tute cosse occiosse? lo quar prego che u'adrisse,
E no se pesscha in bosschagie, reconcillie e atisse 40
30 ni bestie se cassa saluaige in lo so seruixo far,
in lo mar ni in riuera, per soa gloria aquistar.
IX. Rie prohat Proffeta siciid ista temporaìia beatitudinem non aducunt, mo-
nendo nos Alt, dimissis mondanis, cor nostnim in cellestibus erigatur.
" Se tu cognossi la faossa felicitae , si te mostreremo la ueraxe. „ B. dixe :
" Bem cognosso che richesse no am sufficiencia, ni reami possanssa, ni dignitae
^ pignitant ^Invece del D, il miniatore disegnò un 0. ^ Sopprimo un
che. * alanger; correggo con F. ^tuerai; F: tu seras. 0 tduerai? "^ La-
cuna non indicata, corrispondente al lat. : Voluptai-iani vitam degas? ^Del
verso mancante non è traccia nel ms. Cfr. F : Mais ou vostre bien sera j^t'is iV
avez vous encore apris. Vous le queres en terre bas Mais la ite le trovere pias
Car il est sur le del amont.
74 Parodi,
reuerencia, ni renomaa gloria, ni delleti dam ioia. „ Propheta dixe: "Sai tu la
caxorn? „ B. dixe: '" O me la par ueir per unna fendeura, per che e la dexiro oir
da ti pia ihairamenti. „ Propheta dixe: "So e simplessa, chi prende per beni
perifeto so chi no a i^ointo de perffeciora. Crei tu che sufficìentia agie defFeto de
5 possanssa? „ B. dixe : (e) " ^o. „ Propheta dixe : " Tu dy uei, che se ella no auesse
possanssa, ella auerea besogno de goardia. „ B. dixe: "Cossi e. „ Propheta dixe:
" Doncha conuem che sufficiencia agia possanssa per natura. „ B. dixe : " Cossi e
bem ueir.., Propheta dixe: "Parte che ella sea degna de reuerencia? „ B. dixe:
" Si. „ Propheta dixe: " Fassamo tute un de sufficiencia, possanssa e reuerencia. „
10 Dixe B. : " Fassamo, che lo ueir se a de otriar. „ Dixe Propheta : " Serea so degno
de loxo?,, B. dixe: " Si. „ ^ Propheta dixe: "E cui no a bessogno de possanssa
ni de reuerencia, auera deffeto de uir gloria?,, B. dixe: " Xo. „ Propheta dixe:
" Doncha couem meter questo condicioim comò le aotre. „ B. dixe : " Cossi e da
far. „ Propheta dixe: " Quello chi a queste cosse o queste condicioim sera biao? „
15 B. dixe: "Mandesi, che anchor che li nomi seam diuixi, la cossa e pur tuta
unna. „ Dixe Propheta: "Doncha uei tu che arror de homo departe so che e
tuto um, creando prender benna parte, de che quaxi am niente. Che chi no
quer cha richesse, e per sparmiar volle ^ sofFerir dezaxio e molestie e esser dessco-
guossuo e perder possanssa e renoma; e chi spende tuto per aueir possanssa a
20 souensso^ neccessitae, per la qual o falle de poeir, se o no la pò mondar. E
cossi e de li honori ■* e de le dellicie, chi dezonzem ^ cossa tuta unna : a chi ueni
l'uuna senssa l'aotra, falle a tuto. „ B. dixe: " E comò e chi le uol tute inseme? „
Propheta dixe: "La soma (d) de bianssa no se troua in queste cosse, che proao
amo che no pom dar so che prometem. „ Dixe B. : " Bem lo cognosso. „ Dixe
25 Propheta : " Or za che tu sai la condiciom [de] faossa bianssa, penssa de tornar
to cor a so contrario, e troueray la ueraxe, chi da perffeta sufficiencia, pos-
sanssa, reuerencia , gloria , honor e delleto tuto inseme , e senssa fini. „ B. dixe :
"Monto dexiro a so uegnir, per che e me terrò a lo consseio de Platom, to
amigo, chi disse che in la menor cossa chi sea se de qu[e]rir lo souram paire
30 de tuto, che aotramenti mai no se comenssera cossa chi beni finissa. „ Dixe Pro-
pheta : " Bem dy. „ — Or comenssa soa '^ oraciom.
IX. Hic Propheta comeiidat diuìnam potenciam et ipsam inuocat, tit de l'psa possit
aliquid dicere ueritatis.
Per raxom e senssa falla de lo bello mondo in to cor, 40
uay. Dee, pu drito ca stralla; che tu formasti in si picem or
feisti li cel soure le terre inseme, in si perffeta guisa
35 e li tempi corre grand erre ^, e in compia paxe ^ diuissa.
e feisti le cosse souranne E ay li alimenti zointi
senssa mesihia de mondanne. per propocioim e pointi: 45
In toa bellessa chi passa insseme freido e callor
tuto, ay discrita ^ la massa e eechessa ^'^ e lichor.
'Sopprimo: Propheta dixe si. ^ vollo', cfr. p. 78, 11. ^ sosuensso * homi
^ coìisionssem ; cfr. se desonze, p. 78, 2. ^ toa ' F : Tu qui par raison qui ne
fault Gouiiernes le bas et le Jiaidt Feiz le del et 2mìs la terre Et fais le temps
courre grant erre. * descripte F. ^ i)area ; e correggo con F. : en perfaitte
paix se dem'se. '" sechassem ; F. : secheresse.
Studj liguri. § 2. Testi : 7. Boezio, III, ix, x. 75
Per gram peisso terra no bassa, unde a se goarda^ e [in] si reuen
(f. 372«) ni fogo so cercho lassa e pur in so che sota teni'^; -^
per alcanna lengieressa. ti cognossando si inllustra
Cossi fa toa maistressa, e tantosto a ti se aiustra.
chi a diuisso creatura Le aotre basse de coci,
in trei moi per natura: che tu senieni ogni di,
l'unna chi de tuto s' alarga a ti per lley de bon aire 2o
da le corpe, l'aotra se incarna, fay*^ tornar, corno a bona paire.
la terssa e bestiai. De, perffeto beni e lumcra,
oxelli e aotro animah dane forssa e mainerà
La primera e angellicha, che toa gloria comtemplar
la segonda ànima(l) apella, possamo [ej aquistar; 30
chi e in menbre spandua che ^ ti cognosse e nostra fini,
e in tree parte fendua \ e principio e camim
(so e amor e memoria e retor, termen e ceesmo,
e intelleto, chi a uictoria) -, e chi tutor sea® forte e fermo
e fa comò doi retorni in lo so santo reame, 35
in qu'ella torna ^ ogni iorno ; in lo qual noi semper ihame.
X. Hic Propheta qiierit an sit Deus et uhi sift] òeaiifiulo. Quae ideo ostendit quid
slt Deus siile heatitudo.
(ò) " Da che tu cognossi che faita e faossa bianssa e quar e la ueraxe, or fa
a mostrar unde questa ueraxe a soa maxom, e auauti regoardar se alchum tal
beni perffeto, comò noi amo scripto, pò esser trouao in le cosse niondanne, a so
che faossa inmaginaciom no te ingane. Ma che à tal beni, no se pò za^ con- 40
trarla, che tute cosse no perlfete a ^^ comperaciom de bem perffeto se pom ap-
pellar niente "; per so che se in la generaciom de le cosse fosse cessa no perffeta,
de neccessitae couerrea che o fosse alchunna cessa perffeta, da chi elle procees-
sem. Che se so no fosse, homo no porrea inmaginar donde fosse uegnua la no
perffeta; perso che natura no e aueir principio da ^- le cosse chi fallem, ma 45
proceer ^^ da le cosse intrege e perffete [a le no perfete]. Doncha so bianssa falle,
corno noi amo mostrao, o ne couem esser unna in che sea tuta ijerffeciom. „ Dixe
Boccio : " So e cessa certa, conclussa e proaa. „ Dixe Propheta : " Or goarda unde
ella habita. La comunna opinium de tuti cor huniaym e che Dee sea boni e prince
de tute cosse, e za che elio e boni, o couem per raxom che so bem sea perffeto, 50
che aotramenti o no serea prince d'aotri beni. E za che couem esser alcum beni
perffeto, se quello no fosse perffeto 0 ne serea un aotro bem perffeto, chi uarrea
melo e serea prumer, per so che la cessa perffeta auauti e cha la men perffeta.
E per breuementi finir nostra raxom, (e) da conffessar e che Dee sea perfeto
^ fondila] F: fendile. - Questi due versi mancano a B e a F, e probabil-
mente sono una glosa del traduttore. ^ in quella torni:, cfr. F: Et fait aiissi
cornine denx conrs En quoy elle se tourne tousioiirs. * goarde ^ Probabil-
mente il traduttore non ha capito. Cfr. F: Ung qitanque garde a soy reiiient,
Axtre vers ce que soiibz soy tieni. ^ far ''chi ® Da leggere sto? Spossa
'" a>n " Questo periodo, preso da sé, non manca di senso, ma non rende ne
il latino né il francese. F : 'Car tonte riens qui est ntoins jMrfaite est ainsi ap-
pellee i)ou>' ce qu elle fault a auoir toiit ce que la p>arfaicte a. Forse basterebbe
sopprimere niente^ oppur sostituirvi coqì 0 simile. ^- de ^* proceem
76 Parodi,
beni. E noi auemo proao clie compia bianssa e in beni perffeto : per che coueni
che bianssa sea in Dee. „ Dixe B. : "A so no se pò contradir. „ Dixe Proifeta:
" Porresi tu proar che o sea principio de souram bem?„ "E in che mainerà ?„
" Quello e paire souram chi naturarmenti e pim de tuti bem, senssa che preiso ^
5 ne agia alcuni for da si, che elio e so bem e tuto unna coesa; che se o l'auesse
preisso da alcum, quello chi lo auesse dao serea più nober cha elio, chi auerea
preiso. Ma noi conffessemo che Dee é lo souram bem e Ilo - più nober ; cha se
elli fosseni doe cosse, quando noi digamo che Dee e lo prince de tuti beni, noi
no porreamo trouar chi queste doe cosse auesse misso inseme. Anchor, che al-
10 cunna cossa no pò esser tar conio quella chi e diuerssa da le; si che se lo sou-
ram bem, chi o in Dee, fosso aotra cossa cha Dee, Dee no serea lo souram bem :
la quar cossa serea malicia a dir. Doncha quando alcunna cossa no e meior
de Dee, alcunna cossa no e meior de lo souram principio, per che conuem che
quello chi e principio de tuto sea meior per natura. E noi amo dito che bianssa
15 si e in bem perffeto : doncha ella e ini Dee. „ Dixe B. : "A questa concluxiom
ni a la prumera raxom no se pò contradir. „ Dixe Propheta : " Or goarda se so
e proa certamenti che no pò esser saluo um bem perffeto (ci), (e che l'um sea
in l'aotro)^; che se i fossem diuerssi ni se fallissem, l'um no serea in l'aotro, si
che alchum de lor no auerea bem in si ni serea souram, no seando perffeto. Sì
20 che chaum pò ueir che pussor bem perffeti no pom esser diuersi l' um da l' aotro.
E noi amo dito che Dee e * souram bem ; doncha la souranna diuinitae si e
souranna fellicitae. „ Dixe B. : "Alcunna cossa più ueraxo, de Dee no se pò
proar. „ Dixe Proffeta : " E te uoio far conio li lometa ^, che quando elli am lor
principar intenciom certamenti, conclue[m] de quella '^ alcunna bella ueritae, chi
25 apellam corellayre. Tu uey che l'omo e biao quando elio a fellicitae e diuinitae,
che felicitae e diuinitae e tuto unna cossa; e sai che quelli chi am dritura sum
drifcurer, e che quelli chi am sapiencia sum sauij : cossi quelli chi am diuinitae
suni Dee, soe in i^articipaciom. Ancor che per raxom e per natura no possa esser
cha um Dee, ma in participaciom si assai. „ Dixe B. : "Certo bella concluxiom
30 e preciosso correllario e questo , conio elio se sea appellao. „ Dixe Propheta :
" Anchora te parrà assai bella la raxom che e te uoio aiustrar. Le ^ perffe-
cioini de sapiencia zointe inseme sum quelle chi fani fellicitae, si (f. 373«) comò
pussor menbri fam um corpo? o e [una] sora cossa chi fassa substancia de fel-
licitae, a chi le aotre fassam rellaciom?,, B. dixe: "E uorrea che tu me feissi
35 um exempio a questa demanda.,, Dixe Propheta: " IS^o digamo noi che bianssa
e souram bem?,, Dixe B.: " Si. „ " Sufìiciencia, reuerencia, gloria e delieti sum
membro de la felicitae, o fellicitae e um bem per si, cauo e testa, e ^ a compe-
raciom?„ Dixe B. ^: "Or intendo e so che tu cerchi ^'\ e dexiro oir toa con-
cluxiom. „ Dixe Propheta: "Se queste fossem menbre de bianssa, l'unna serea
40 diuerssa da l' aotra, che tal e la natura de le partie, per che pussor diuersitae
fam um corpo. Ma noi amo proao che tute queste cosse fam unna solla cossa,
per che elle no sum partie in menbre ; [perche] couerea " che bianssa no auesse
cha un membro^-, so chi no pò esser. „ Dixe B. : "Questo no e da dubitar,
ma e atendo so che romani. „ Dixe Propheta : " E te proero che tute queste
45 cosse sum uegnuo da unna, so e da bem; per lo quar homo quere sufficiencia.
^prexio ^ elio e ^ Parmi glosa inutile; onde le parentesi. "* a ^ Geo-
metrae B. ® quello ^ che le ^ o ; ma è correzione insufficiente , cfr. B. 75,
101 sg. Forse : e li afri. ^ Projìh. ^° Sopprimo : dLre B. " Cfr. F. : car
il comienroit. ^- louia memoria ; F : nng memore.
Studj liguri. § 2. Testi : 7. Boezio, III, xi.
77
per so che ella e bonna. Che so che l'omo quer si e bor.tae; che lo homo no
dexira so che no e boni o (6) che bom no par; e per autrilFexim, che so che
no e bom ^ se lo a sembianssa de bom homo lo dexira, comò bem ueraxe. Ra-
xom e caxom de che - e bontae , che quando liomo dexira alcanna cossa per
raxom d'aotra, l'omo dexira l'aotra principalmeuti, conio chi uoUesse cauarchar
per aueir sanitae ; si che homo dexira le cosse per caxom de bontae. E dito
amo che homo dexira tuto per raxom ^ de bianssa, per che bontae e bianssa suni
unna messma cossa. „ Dixe B. : "De so no se de alcuni descordar. „ Dixe Pro-
pheta: "Noi amo mostrao che Dee e ueraxe beatitudem sum unna messma sub-
stancia. „ Dixe B. : " So e ueir. „ Dixe Propheta : " Doncha possamo noi concluer
che la substancia de Dee e assixa in bem e no in aotra cossa. „
X. A questa parte uè retrai
chi pur uanitae cerchai,
chi tenebria a inclusso*
15 e rea couea conffusso^
e li cor terrem aduxe
a saciamento de luxe®.
Oro 0 pree preciosse
no fam ouere luminosse.
che so che più piaxe in lo mondo
se tra de la terra in proffondo.
In le quae più chi se deUeta
più gè noxe e più s' acega,
ma la luxe de coguossenssa
assihiairisse l' intendenssa,
(e) che quando uem quello splendor
may no cercham lunna ni sol.
XI. Hic Propheta uult ostendere quid sit Deus siue beatitudo, dicens quod qui et
quid est beatitudo e{s)t unum.
Dixe Boecio: "E otrio so che tu di, che bem l'ai proao per raxom certa. „
Dixe Propheta: " Ay conio te parrà doce lo bem de che e te parllero, quando tu
cognosserai soa perffeciom, che per unna raxom te manifesterò ! Or te beni so che
amo proao. „ Dixe B. : "E lo tegno bem. „ Dixe Propheta : " Mostrao amo che
le cosse che pussor dexiram no sum ueraxi bem, per so che inter lor sum di-
uersse. Che no seando l'unna in l'aotra, elle no am perffeciom; ma laora sum
perffete quando elle sum inseme, si che possanssa, gloria e reuerencia seani unna
cossa ; che se so no e elle no fam a dexirar. „ Dixe B. : "De so no se de dubiar. „
Dixe Propheta : " Doncha le cosse chi sum diuersse no sum da dexirar. „ Dixe B. :
" Cossi e. „ Dixe Propheta : " Or doncha quelle chi se zonssom , dexiram unitae
per caxom de uiuer^. „ Dixe B.: "So e raxom. „ Dixe Propheta: " So chi e bem,
l'è per* bontae che lo aia, o no^?„ Dixe B.: "Mandesi. „ Dixe Propheta:
"Doncha otri tu che esser [bom e esser] um e unna messma cossa ^'', [che] per
natura", chi no studia a far diuersse cosse. „ {d) Dixe B. : " Veir e. „ Dixe
Propheta : " Sai tu che tanto dura la cossa, conio ella goarda soa unitae, e falle
asi tosto conio ella se desuia? „ Dixe B. : " Come e so? „ Dixe Propheta : " Como
tu uei in le cosse uiue, che quando anninia e corpo sum insenie, lo corpo dura,
e quando elli se partem, si falle(m); e la forma humanna tanto dura quanto le
menbre se tennem inseme, e quando elle se partem, si lassaCm) soa essencia e
^ bom natura ^ per che ^ raxome * inclassa ^ confftissa ^ È da
leggere suiamento? Meglio ci avvicinerà al testo latino, il correggere nel verso
precedente e li cor in Questo li cor. ''de bem? ^ li par ^honor; F: Mais
ce qui est bon l est il jxir la participacion de bonte qu il a ou non. '" raxom',
cfr. F: donc ottroies tu par autelle raison que estre bon et estre ung soit une
meisme chose F. " Lacuna? F è scorretto: Car par nature ces choses soni
une substance doni vient (une mcismes choses et) qu(i) a diverses choses faire n
cstudient.
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78 Parodi,
unitae. E so ueirai per manifesto in tuto, che tanto c*mo la cossa e unna tanto
dura , e cossi tosto falle corno ella se dezonze. „ Dixe B. : " So e uiua raxom. „
Dixe Prophcta : "E alcunna cossa, secondo dexiro naturar, chi noia fallir ni
lassar de durar?,, " Se e conssidero le cosse chi am uoUeir e no uoUeir, e no
5 trouo cossa, se quelle deffor no li fam forssa, chi no uoia pur durar, ni chi [no]
se astem de uegnir a niente ; che tute cosse uiue amam de manteneir soa sa-
nitae e de schiuar morte e destruciom. Ma de li arbori e de le erbe chi no am
annima no so e che dir. „ "De queste cosse no dey dubiar, che tu uey che
elle nassam più tosto in li logi chi gè sum conuegneiui, aso che elle gè pos-
10 sani durar pu longamenti. Che alcunne cosse nassera in campi, aotre (f. 374«)
in montagna, aotre in pau, aotre s'aferram in le roche e aotre in sabiom; e
se homo le uolle transportar in terre de aotre condicioim tantosto secham.
Si che chaunna a natura d' ^ acostarsse a so bem e de - schiuar soa corrup-
tiom, tanto corno la pò durar. Che dh-ai tu, che tute am rayse a^ ma3'nera
15 de bocha, chi tram soa norixom de terra e la spandem in meolla e in sscorssa e
in fior, per aueir più forssa, e lo più tenero, so e la meoUa, si e dentro, e lo
fusto, chi e pu dur, si e deffora per diffender centra la desteuperanssa de lo
tempo, e per la dilligencia de la natura tute fam semenssa per multiplicar e
per durar tuto tempo per generaciom ? E cossi tute le cosse senssa anima tendem ■*
20 a so perffeto e a soa mainerà, si comò lo fogo aoto e la terra bassa, comò a
logi a lor couene[Tui] più, e so che a lor [e] couueneyuer si goardam e cor-
rompem lo lor contrario. E le cosse molle, comò e l'aigoa e l'aire, sum leue-
menti diuisse, ma asi tosto s'asembiam, quando elle sum lassae, e lo fogo fa
tantosto dipartimento. E no parlo de^ l' annima, chi a franchessa de uoUuntae,
25 ma de^ natura; che la morte che natura (b) fuze e perfaa dexiraa da uoUuntae
per alcunna caxom, e natura fa lo contrario, dexirando de zenerar, aso che le
cosse mortae agiam perpetuitae, per prouidencia de Dee, chi noi che elle du-
rem. „ Dixe B. : "Or cognosso e so de che e dubitaua, zoe chi dexira a esser, e
l'otrio. „ Dixe Propheta: "Or amo noi mostrao che bontae e unitae sum unna
30 cossa. „ Dixe B. : " Cossi e. „ Dixe Propheta : " Doncha tute cosse dexiram bem
e so semegieiuer, che quando le cosse lassam so cauo, eUe uarram niente; si
canzellam senssa gouernaciom, saluo ^ da lo souram bem a chi tute cosse ten-
dem. „ Dixe B. : " Veir e. „ Dixe Propheta : " E o grani loia de so che tu ay
fondao ueritae in to cor, e che tu cognossi so che tu no saueiui e che lo bem e
35 la fior * de le cosse ; per che noi possamo couffessar che la firn de tute cosse e bem. „
XI. Hic laudat Proj^heta studium et exercicìum in re e[t] dotrincan atque me-
morie dissciplinam.
Chi ueritae uorra trouar per benna contemplaciom,
[e] uor bem examinar, ihairessa de opinioni
per no poeir desuiar, fa[r a] si uenir arer,
in so cor de replicar; fa] la mainerà de lo cel^.
^ d omo -a ^ e ^ tendo ^ E no perde I annima', correggo con B:
neque nunc nos de voluntariis animae cognoscentis niotibiis, sed de naturali in-
teiitione tractainus. Ma restau dei dubbj. ^ per ~ Errato. Cfr. B. 81, 109 sg.
® Sarà firn. ^ Il senso è oscuro , né troppo chiaro è il testo francese : La
clarte de l entendement Et le cottrs de son pensenient Face arriere a soy re-
uenir Et au feux da cercìe ienir (1. e)ì peu de e.?). Forse era scorretto pure il testo
sul quale il traduttore lavorava.
Studj liguri. § 2. Testi : 7. Boezio, III, xii. 79
Laora uerra in so cor segoa l'amonicìon 5
lo thessoro che lo quer. che dixe lo nostro Platom.
(e) Se per lo corpo pessente a studiar e a imprende
osscuraa fosse la mente, so che l'omo no intende.
XII. Hic Proj^heta ìiidt ad memon'am reducere quod Boecius sepeus dixit, se ne-
scì're sillicet qiiibus gnbernaculUs ^ mondus regcdur, et dicit quod mondus nere
a ^ Deo dì'gnis giihernacidìis gubernotur.
Dixit 5.: "E m' acordo bem a Platum, ma tu me dai a intender che dor e
pessantor ^ de corpo m' an turhao la memoria. „ Dixe Propheta : " Se tu conssi- 10
deri so che tu ai otriao, tu dirai ancor, ti no sauey. „ Dixe B. : "E che ? „ Dixe
Propheta : " A quai gouernaoi lo mondo se gouerna. „ Dixe B. : " Bem cognosso
e mea ignorancia, per che e dexiro d'oir toa concluxiom. „ Dixe Propheta:
" Quello lo quar per comunna ussanssa apellemo Dee, lo guia, e lo gouerna ra-
xom. Como lo mondo se ■* ser[e]a asenbiao, se alcum no aaesse misso inseme le 15
diuersse partie e contrarie chi gè sum, e ordenao natura e soi mouimenti a certo
logo e tempo e quallitae, ouere e spacìo, e se alcum no l'auesse tegnuo inseme,
poa che elio fo faito? La contrarietae lo auerea despeseao. E so uo porrea far
chi no fosse sufficiente, e noi amo proao che Dee [rf] e sufficiencia e tuto unna
cessa. „ Dixe B. : " Veir e. „ Dixe Propheta : " Doncha lo gouerna elio per si 20
messmo, comò bem perffeto e che per raxom amo mostrao che o sea. „ Dixe B. :
"Cossi par. „ Dixe Propheta: "Doncha fa elio so per soa bontae, chi [e] perno
sum che lo mondo se uoze e se mantem, senssa corruptiom. „ Dixe B. : " Bem
m' acordo che cossi sea [la] cossa, che Dee gouerne tute cosse a lo perno de
bontae, e che tute cosse intendam naturarmenti a bem. „ Dixe Propheta : " Du- 25
bitar no de alcum che ogni cossa no retorne a la uoluntae de so gouernao per
natura. „ Dixe B. : "Cossi couem esser, che la gouernaciom no serea benna, se
li gouernaoi se deslengoassem '". „ Dixe Propheta : " Doncha torna a niente chi se
forssa contra Dee.,. Dixe B. : " Mandesi. „ Dixe Propheta: "Doncha e questo lo
bem souram, chi per forssa ordena e gouerna tuto; doncha de follia aueir onta 30
de assatar quello chi tuto souremonta. Crei tu che Dee possa tuto ? „ Dixe B. :
" Si. „ Dixe Propheta : " Doncha za che eUo pò tuto, so che elio no poesse serea
niente.,, Dixe B. : "So e ueir. „ Dixe Propheta: "Po Dee fa mal?„ Dixe B. :
" No. „ Dixe Propheta : " Doncha mal e niente. „ Dixe B. : " Elio par che tu te
zogi. „ Dixe Propheta : " Certo no (f. 375«) fasso, ma per la gracia de Dee auemo 35
azointo la fontanna de la substancia de Dee, chi no receiue in si cosse strannie
ni foranne. Per che, dixe Perminides, tute cosse a Uni auironnam^, in unna
s'arestam. Lo cercullo de le cosse uoze menando e si goarda senssa mouimento;
e so digamo per raxom d'entro e no foranne; si conio tu ay da Platom, che le
raxoim dem esser proxime a le cosse de che elle sum. „ 40
XIL Hic Pro2)heta iniiitat nos ad dexiderium summi boni ex diipli[ci] iitillitate,
sillicet anime et corjjOris''.
Quel' a ^ bianssa certanua in ato^ a lo souram bem,
chi sa uegnir a la fontanna unde loia no uem meni.
^ gubernacullus ^ Due volte. ^ ijenssator * j(o; o è da sostituire c/i^ a fow;o?
° Risponde a detrectarel ^ auironneni ^ aii/niam et corj)ìis. ^ Ote la
° inala ; F. Qui x>eut ttenir a la fontaine Du cler bien qui est lassus hault.
80
Parodi,
Per che rompi ^ le chainne
de le uir cosse terrenne.
OrflFeus chi mellodioxi
canti faua mellodioxi-,
5 apresso se faua andar
li boi per so uiolar,
e azonzer cerui e leoim
e leure(r) e cham felloni.
Quando soa mogier mori,
10 elio se desconfforta si,
tan tosto in unna campagna
ze, per querir soa compagna
(è) a li demonnij, che uegnir
fé, per eoi schunzuri dir.
15 Unde si beni atempera ^
eoi strumenti e canta*,
che mantenenti aue ferio
de sonar lo fer Zerberio.
Tantallus, chi se auea,
20 la lengoa deffor traea^
e la frota de tuti quanti
odando si deci canti
tantosto foni si boi®
che elli no sapem che dir.
Lo maor disse : Venssui semo,
per che e dago per conssegio
de rendergi soa mogier,
a pacto che se inderrer
se uoze per remirarlla,
che noi andey per streparlla,
si che più recouerar
no la possa per cantar.
No de alcum dar leze a li amanti,
che y no porream esser constanti.
Che quando andauam a lor camim,
che quaxi eram a la fim,
or se uosse per ueir l'amia
e tantosto li fo rauia,
si che perduo so confforto
mantenente chaite morto.
Questa meza fora e dieta
per uoi, chi in uia drita
dcuey nostra intenciom
m.ter, si che affriciom
no uè uegna d' obeir
la uanitae, ni soffrir
che a seguir so che falle
(e) se perde so che a uoi uagie.
35
40
45
Libro IV.
Incipit liber quartus B., in quo principallis Projìhefe est B. conssollari, dicendo
ei qtiod de sua misseria debeat conssollari, et etiam tractans ibidem de ocultis
radiis dittine j^rouidencie et de ceteri[s] fac.ti[s].
I. " 0 guia de ueraxe lumera, monto suni manifeste le toe raxoim e ueraxe.
50 Ma za che tute cosse ani bom gouernaor, conio pò passar alcuni mal senssa
puniciom? E pu, che quando felonia fiorisse, uirtue no perde sollamenti so
guierdom, ma uem scharchiza e ijorta le penne che mallicia de sosteneir. „
" Oriber cessa e gram sboimento seream, se la niaxoni de lo sourani paire fosse
ordenaa comò tu penssi; che se tu retee beni so che auanti amo proao a^ l'aia
55 de quello Dee, de chi reame noi parllemo, tu cognosserai che li boim som semper
possanti e li maluaxi seiui, e che no sum senssa puniciom li uicij , ni uirtue
senssa guierdom, e che a li boim uen tutor bianssa e a li maluaxi pestellencia ;
e monte aotre cosse ueirai chi so afFermeram e allieneram da ti herror e afri-
ciom ^ E te mostrerò la uia de tornar a toa maxom {d) e a ueraxe forma de
60 bianssa per le ale che e te dare. „
^ roinpir - sic. ^ atemperar
ma non so se la mia congettura basti.
cantar ^ tar lengoa deffor traictu ;
^ 1. xboij? 'e ** amiciom
Studj liguri. § 2. Testi: 7. Boezio, IV, i, ii. 81
I. Hìc Propìieta imìt laudare pena[s] B.^ quibus ad altom assendit, nam ipse B.
paulatiin documentis emenditltalibus ^ Prophete sanatttr^.
E 0 bem ale issnelle che noite parrà und' el era '. 10
per andar suza in le celle Li eeze* lo gram Sire,
de gloria celestial, chi a si tutor noi tire,
linde ioia no de mai cessar; in lo mondo che elio gouerua,
lo quai chi le uol aueir lo ceP, chi no desquerna,
in terra no pò romaneir, a quell'ostello'' ueraxe, 15
ina in l'aire, se elio uorra, uerger de piaxeir e paxe,
e in cel montar porrà, a lo quar no pom andar
unde ueira si gram lumera li ostinai pur in mal.
II. B. snperius rnouet qiiestionem, qiiod Deo '' regnante ipse uidet mallos dominare
et potentes esse, honos autem ^ deprimi et omni bona carere. Hic Propheta re-
spondet probans e[t] dicens qtiod mali semper tnalum habent et boni bonum.
[f. 37Ca] " Tu cognosserai leuementi che li boim am poeir, e ^ li maluaxi sum
eenssa possanesa; per so che l'um se mostra per Faotro, per so che bem e mal 20
Bum contrarij. Si che chi uè la fragillitae de lo mal pò ueir la forssa de lo bem.
Ma a so che meio sea cretua nostra substancia, mostreremo chaum persie fer-
meremo nostro propoxito, quando de l'um e quando de l'aotro. Doe cosse sum,
da chi auem tuti afar d'orni, soe uollontae e possanesa; e se l'unna falle, alcum
no comenesa mai, e manchando poeir, uolluntae g' e per niente. Che cossi sea tu 25
uei; che alcum uogia alcanna cossa e no l'agia, tu dirai che poeir li^" falle de
pcrchassarla. „ Dixe B. : "So e ueir. „ Dixe Propheta: " Menbrate che per le ra-
xoim de su, che chaunna uolluntae humanna, anchor che uagam per diuerssi
chamim, tendem pur [a] aueir bianssa?,, Dixe B. : "Bem e proao per unna ra-
xom. „ Dixe Propheta: "Menbrate che bianssa e bem sum unna messma cossa, 30
e chi uol l'unna si uol raotra?„ Dixe B. : "Bum lo so. „ DiXe Propheta: " So e
certo, che per aueir bem in si e homo bom, per che li boim an so che elli de-
xiram, so e bem, che no pom aueir li maluaxi; con so sea cossa che li boim e li
maluaxi uorream bem, e li boim l'am e li maluaxi no. „ [i] Dixe B. : " E chi
de so dubita no intende la natura ni la consequencia de l'argumento. „ Dixe 35
Propheta: "Anchor più, che se doi ordenai a unna messma cossa e ouera per
natura, e l'um la fa per natura e l'aotro la uoia far e no possa senssa aia, quar
terrai tu per più poesante?„ Dixe B. : "Anchor che e ponsse so che tu uoi dir,
e lo dexiro oir più ihairamenti „ Dixe Propheta: "L'officio d'andar, chi apertem
a homo per natura, metesse in onera per ussanssa de pee. „ Dixe B. : " Si. „ Dixe 40
Propheta: " E se um homo uà per soi pee e uni aotro, chi agia perduo lo poeir,
e se forssa d'andar cum le maym e cum le cosse, chi sera in so più possante?„
Dixe B. : " Quello chi naturarmenti fa so officio. „ D xe Propheta : " Crei tu cho
lo souram bem sea querio per bom e " por re uertuossanienti, o che li re lo re-
queram per diuerssc couee dessoidenae? „ Dixe B.: "M'acreao'^ cheli boim lo 45
([ueram per uirtue, e li reo in guissa dessconssa. „ Dixe Piopheta: Tu dij bem
* etnendifhaibus. Forse medicalibus. ^ sanantur ^ unde lera; — ho in-
vertito l'ordine di questo verso o del precedente; cfr. F: Si s en entre en si
grani lumiere Que nuit sei»ble quanque est derriere. * sezer * E da leggere
in lo cel'i ^ a quello stillo; questi ultimi versi non han quasi riscontro nel testo
francese. ^ de deo ^ ac ^ se '" la " o '- ma creao
Archivio glottol. ital., XIY. 6
82
Parodi,
o parmc che toa nahira s'adrisse. Or goarda che piceni poeir e la sitiofcai^ de
li maluaxi, chi no pom ucnir a so che naturaa dexir- li impenze, si corno a forssa.
Che serea, se l'aia de natura chi li auanssa li lassasse? Vei tu conio possanssa
tem ^raindi^ li felloim? So no e poco che elli queram e aueir no pom, e fallem
5 a lo bein sourain. [e] Per che tu poi ueir lo fi^rani poeir de li boim; che cossi
corno tu te possente quello chi iu lo officio de andar uà tutora per lo officio de
eoi pee, cossi dei tu zue^ar per più possante quello chi uà a lo bem, etra* lo
quar no se pò demandar. De che li maluaxi sum despo^iai de poeir, per lassar
uertue e tornar a uicij, no cognossando li bem per auogollessa de ignorancia e
10 per ardor de lecharia, chi li fa uerssar da aotra parte. Per che elli no pom
luxir^ ni centrar a li uicij, per l'otragio de fellonia e de ioteza, per forssa de
temptaciom; per che elli lassam da so bom grao de bem far. Per che elli no
sum soUamenti eensa possanssa, ma sum niente; che za se i lassam la comunna
fé de tuto, elli no sum in lo nomerò de le cosse chi sum. Ma de so per auentura
15 se merauegieram archum, che li maluaxi, chi sum più cha li boim, eeam niente. „
Dixe B. : "Cossi e. „ Dixe Propheta: "Che e no meto miga che li^ maluaxi no
seam mar, ma y [no] sum simpleinenti: che si conio tu apelli lo corpo d'omo
morto homo, e o no l'è, a simplamenti parllar, cossi digamo de li felloim esser
maruaxi, ma no lo sum simplcmenri, so [e] per ordem de eoa natura. Sì che chi
20 lassa so chi e in l' ordem de soa natura, lassa esser. Tu diray che li maluaxi
am poeir. „ Dixe B. : " E no lo nego ''. „ Dixe Propheta : " Ma no gè uem da forssa,
ma da seueresa; che de soura ay proao che mar e niente, si che ee i no pom
aotro [fi] cha mal, elli no pom niente.,, Dixe B. : "So e ueir. „ Dixe Propheta:
" E te faro intender che cessa e lo poeir de li maluaxi. E o mostrao che alcuitna
25 coesa no e più possente de lo souram bem, e che elio no pò far mal. „ Dixe B. :
" Cossi e. „ Dixe Propheta: " E alcum chi pensso che homo possa tuto? „ Dixe B. :
" ?ro, se o no e for de seno. „ Dixe Propheta: " E li re pom mal far? „ Dixe B. :
" Si, de che me peissa. „ Dixe B. : " Como pom elli più cha quello chi pò tuto,
ni am più poeir cha quelli chi far no lo pom?^ E più, che possanssa e um de li
30 bein chi fam a dexirar, e tuto so che homo dexira e ordenao a bem, corno a
cauo de natura; che noi amo proao. Ma poeir far peccao no pò esser ordenao a
bem, per che o no fa a dexirar, si che poeir mar far no e possanssa; per che
apar che li boim am poeir e li maluaxi fieuellessa. Per [che] Platom dixe ueir,
che® soUamenti li pordomi po[m] far so che elli uorem, e li maruaxi so che li
35 deleta e no so che y uorem, penssando ue^nir a bem per li mai de chi se del-
letam. Ma so no pò esser, che uicij no mennam mai a bonna fim. „
II. Vidi Propheta adirne probare [f. 377 o] per exemplum magnatimi, quod sem-
per boni siint poteiites, inaili autem sunt '" inbecilles et semi tot " duminormn,
quot uiciorum predichatorum granati sunt grntea ^''.
Quelli [chi] sum in segnoria
per grande tricharia,
uestij de robe frexae,
40 [de] saee '^ e lanne uarie '*,
cireundai da seruenti e maze
per far regoardar menaze,
se fam a li simpli dotar.
^ 0 fitìotai; il frc. : fothlete; e non so se esistesse un gen. seviotai {'se/>) *fle-
bil' tate. ^ natura dexiraa ^ Si vorrebbe : corno grande inpotenga tem li f. ;
cfr. B. 98, 75-76. Anche il periodo seguente è male inteso, e busta forse corregger©
qwrem e ma fnllern. * chi ita otra a lo b. l. q. ^ Forse fnzir. — B. ha un solo
verbo: obluctari. ® ti '' Dixe B. e n, l. n., ripetuto. * Erroneo, ®e che ^'^ sum
^^ tota ^- grateiint', ma la restituzione è dubbia. " se«e sete. "Cioè uariae.
Studj liguri. § 2. Testi: 7. Boezio, IV, ii, in. 83
Chi sau'amentj penssar De for apar ^ faoci delicij
per ima^inaciom e inuea^ e aotri uicij;
uoresse so eh' e uirom, che no e alcuni segnor 10
a delleiie cognosserea grande [e] themuo da pussor,
5 che lo cor dentro ser[e]a che souensso no se dogia
preisso e ligao de chainne per compir eoa uogia.
de le uir cosse terrenne.
III. IIlc ostendit Projìheta omnes iustos esse deos, et omnes mallos iti hestias re-
torciieri, et qund UH tiere in bestìas rediguntur qui, dimissis bonis operibus
et racione, nephandis negociis adhessertinf.
" Vei tu corno uicij sum inuolupai [in lo fango] e lo gram lozo[i] in che uirtne
ee mantem? Per che tu dei creer che uirtuo no sea senssa guierdum e uicij sensa 15
tormento; che lo firn per che la cossa e faita e lo loguer de l'oura, si corno quelli
chi correm a lo stadio per^ aueir la coronna, chi e lo guierdum de corpo. Ma
noi amo mostrao che bianssa e lo soueram bem, per chi tute cosse sum faite;
per che lo souram bem e lo guierdum de tute cosse humanne, lo quar no se pò
togier a li boim. Per che boim costumi no pom esser senssa lo guierdum. „ 20
(Dixe B.: " E in che guissa li maruaxi aprexiam li boim? „ * Dixe Propheta:) " Per
60 che la coronna de pordomo no pò chair, ni^ la bellessa de so cor no® pò
esser aranchaa per aotrui malitia^ E tute niainere de guierdum sum [per] raxoni
de lo bem che Tomo ii'atende, si che quello chi a bem in si no pò esser senssa lo-
guer. Or te souegna de questo correllario eh' e t' o conelusso, 60** [e] che [bem] 25
aotra chossa no e cha bianssa, sì che tuti [li boim] per la ior bontae partici-
I)am cum Dee. Per che alcum sauio no de dubitar che li maluaxi seam senssa
penna. Che za che bem e mar sum contrarij, se lo bem a so guierdum, per ra-
xom couem che lo mar agia soa penna; che si corno bontae e loguer ali boim,
cossi mallicia e loguer a li re. Si che chi^ se tem intachao de penna, no dubia *** 30
za esser intachao de mar. Per che se li [e] maruaxi se uoUessem reco[gno]s?er,
elli no porream penssar si esser sensa penna, che lo pezor mar chi sea, so " e
mallicia, no sollamenti [a] intachao ma cerreto. Doncha chi s'aloitanna da bem
lassa a esser, per die li maluaxi lassam a esser, chi auanti cram, ma [a] la
forma de lo corpo, che'- anchor[am], par ch'i'* sum homi. Si che quelli chi 35
per Ior mallicia am lassao de esser, no am più natura de homo. Che se tu uey
um homo dissagurao '* per uicij, tu no lo '^ dey tegney per homo ma bestia. Per
60 che per soa uoUuntae lo toie aotr[u]i so aueyr, di'® che elio e semegieiuer a
lo louo; e se elio e fellom [e] atenssa '^ uollunter, asemegiallo a lo cam; e si
aecossamenti agoaita de baratar aotri, di ch'elo e tal conio la uolpe. E se ira 40
lo prende senssa temperanssa e frem de discreciom, tello per pczo cha leom; e
se [a] paora quando no de, teneir lo poi ^'' più uil cha cerno. E se elio e lento e
peigro, di che elio uiue a mainerà d'axem; e se elio e muaber de so boni prepo-
^ de far; e si penserebbe a depar, se esistesse un verbo depareì. F serve poco:
et dessas de finilces delices ecc. ^ E probabilmente da leggere: ira e iiivea, come
in F: rf I/re d enuie. ^ a lo studio d aueir * Questa domanda di Boezio manca
al latino e non si connette col resto. ^ in " ni ^ aotra marutia ; F: mau-
uaistie. ^ so so ^ Lcgifi : E chi. '* dubiar " si '^ citi '* chi ; cfr. F:
Mes il appert a In forme du corj)s qu ilz ont encore qii ils furetit hommes. '* di-
^furmao? B: transforiìiatum. ^'° li ^^ de ^~ a senssa ^^ jjoei
84 Parodi,
nìmento e conseio, l'a[ue]ra[i] ta ^ corno li oxelli ; e se o 6c dellota in luxuiin, si
l'aaemeia a unna troa inffan^aa. Cossi e tuti quelli chi per mallicia la sani bouna
uita, per la quar cUi partlcipani cum Dee; si che chi so no uol, deuem bestia
e pezo cha bestia. „
III. [d] Ilic Gstendit Propheta quod mutacio aniinorum ^ qunm homines faciunf,
mallis operibus i/iherendo, est niaior quam si ^ suum corpus in aliquam * for-
mam bestie mutetur^.
5 Quando ITllixes de Troia nenia, no beucase do poxom,
chi per mar preisse soa uia, per caxoin ni diciom,
Eurus^ si forte inspeiis?e che lor cor poesse muar.
che lo naue mantenente Ma za tanto no sape far;
zen a l'issoUa de la deessa che l'omo a in cor so uigor
l'J figia de sol, incantaressa, per ouera de lo Creator,
chi tar poxom sape far chi per poxom no s'abandonna.
che li beueaor fé cangiar' So che o fa se'" si imprexonna
in li porci saluaj'gi, in le carcere de couea,
orssi^ e loui rauaxi. de ira, odio e inuea;
1^ Ma per um dee^ fo amonio li quai uicij a malia firn
lo ducha, chi a quello inuio mennam, comò re uenim.
IV. Hic ostendit Propheta quod uita ninlloruin homiìium magno tempore uiuen-
ciom, infelicior est quam si cito mortuus [inaìtis malitiae] vinculo solceretur *^
[f. 378 «J [Dixe B.: "E uego] bem che'- a torto no se dixe che anchor che
30 li peccaoi abiani forma d'orni, lor cor sum cambiai in bestie „ '^. " — conio noi
proeremo a so logo. E se lo poeir de dampnifficar aotri e gi fosse togiuo, lor penna
aerea menor, anchor li tegna [omo] per più uallenti quando elli pom acompir
80 dexiderio; ctìe se uollcir mallicia e rea cossa, anchor l'è più poeir, che a
men de lui la uolluntae languisse. „ Dixe B. : "So apar, ben che" e uorrea che
35 tar poeir gi fosse sostraito. „ Dixe Propheta: " Sostraito gè sera '^ elio più tosto
che tu no crei o(r) ch'i no pen8a[m]. In questa breiie uita no e cossa si presta, se
tato apar longa a l'annima chi no pò aueir firn '^ Ancor che souenzo gi sea
remedio a soa messehansa no compir so re uollcir, che quello chi più longamenti
fa mal e pezo agiustrao ''. Anclior te digo che li maluaxi sum men mar agurai
49 quando elli sum punij, cha quando elli passam senssa puniciom. E no digo corno
monti, chi dixem che alcanna fia li maluaxi tornam a bem far e cessam de mar
per munitiom; m.a digo che i sum melor quando elli sum punij, cha quando [6] se
gè perdonna li soi mesfati, e aotri [no] ne prendem exempio '\ So e cossa certa:
88 Tomo mete alcum bem cum lo mal de alcum, quello chi lo receiue no e men
* preponimento sa cossuo la rata co?no. Ho tentato di correggere; sa forse per se,
che anche altrove trovammo per e {he?). F non ajuta: S il est niuable et ne tient son
propos il est dessanihlant aux oyseaux. ^ arinorum. ^ sii * aliquo ^ mu'
tentur '^ Eucus '' caiu/iar fé ^ verssi ^ per dee nm *" lo " morietur
'2 Pe che il ms., invece di bem che; è uno dei tratti piìi scorretti. '^ Lacuna,
della quale il ms. non serba traccia. " per die '^ serea '" Tutto travisato il
latino : ncque enim est aliquid in tnm brevibus vitne metis ita sericm quod expec-
iare longunt inmortalis praesertim animus putet. Forse eia un'interrogazione reto-
rica: [Como] in questa breue uita ; e tato aparrà longo- ■ ..? " agitrao
'* Ho cercato di aggiustar le cose aggiungendo un no\ ma meglio sarebbe tra-
sportare questa proporzioncella: e aotri n. pr. ex., dopo sum punij.
Studj liguri. § 2. Testi : 7. Boezio, IV, iv. 85
mar agurao cha quello chi a pura malicia ? „ Dixe B. : " Cossi apar. „ Dixe Pro-
phota: " E se l'omo mete mar nouo cum la maruaxitae de quello chi l'a tuta
pura, eensaa missioni ' de beni, no sereallo pezo afjurao olia quello a chi so mete
alcum bein per recouerarllo? „ Dixe B.: " Mandesi. „ Dixe Propheta: " Doncha
am li maluaxi alcum bein quando elli suin punii, per la dritura de la puniciom ; 5
e quando elli no euni punij, si assendeni in mar iiouello, seando quiti de penna,
e 80 e mar, secondo toa conffessiom. „ Dixe B.: " A so no se pò contrariar. „
Dixe Propheta: "Doncha sum li maluaxi più malleiti, quando elli sum quiti
de penna, cha quando elli sum punij dritanienti; che punir li maluaxi si e drito,
e no punirlli si e torto. „ Dixe B.: „ A so no se pò contradir. „ Dixe Propheta^: 10
" Asi mar se pò ne,2:ar che drito no sea bem e che torto no sea mal. „ Dixe B. :
" Bem se se;:rue a 1'* concluxiom dauanti, ma e te quero se tu ay segno che le
annime apresso la morte de lo corpo abiam alcum tormento. „ Dixe Propheta:
"Si, monti e grandi [e], de li quai li uni per punir le annime per agror de
penne, li aotri sum purgatori j de mein penne. Ma nostra intenciom no e aera 15
tractar do so, anci de mostrar che la possanssa de li maruaxi, che tu tegneiui
asi [in]vlegna, e niente, e che quelli chi no sum punij no sum senssa penna, e che
lo poeir de mal far, che tu dexiraui tosto esser fìnio, no e monto lonci da la
fìm, e che quanto ^ [più] elio durerà, più li sera caxom de mar agur. Che li
maluaxi [sum] più mal agurai quando centra drito sum quiti da penna, cha quando 20
elli sum punij a drito. „ " Più ueraxe cessa de questa no se pò dir. Ma quando
o conssidero lo zuegar de li homi, chi e quello chi te uoUesse creer? „ dixe B.
" Cossi e — dixe Propheta — ma so auem [per]ch'i no pom goardar a lo splen-
dor de ueritae ni* leuar li ogi, chi sum acostumai in tenebre, semegieiui a oxelli
a chi la nocte da uista e lo iorno auogullessa. Che elli no goardam a l'ordem 25
de le cosse, ma a lor affecioni, creando che li maluaxi seam bem agurai pos-
sando mal far, per so che li par esser quiti da puniciom. Ma goarda che la du-
raber lei a statuio: che quando tu ay formao to cor in boim costumi, tu no ay
mester [d] de zuxe chi te renda to loguer, che ti messmo t' e acompagnao a lo
gram bem; e se tu meti to studio a mar far, no te stor demandar for da ti chi 30
te punissa, che ti messmo te zuigi per diuersse uie a mar. Che se tu goardi [or]
a lo cel or a zo^ chi e in terra, senssa che aotro t' auegna cha la raxom de to
diuersso regoardo, o te parrà che tu sei zointo quando a le stelle quanlo a lo
fango''; ma li sinipli no lo cognossem. Se alcum no auesso maj^ uisto e pen-
Bsasse che uista no fosso de perffeciom d'omo, zuigeremo^ noi che quelli no sum 85
auogolli, chi no lo crem esser? Tai sum quelli chi no crem queste cosse, e asi
mar creran se noi proassemo per uiue raxoim che li otragiaoi sum pezo aguraj-
cha li otragiai. „ Dixe B. : * So me par certo. „ Dixe Propheta: " Poi tu pcnssar
che li maluaxi no desscruam de esser punij? „ Dixe B.: " No. „ Dixe Propheta:
" Doncha apar che sea mar agurao in pussor maynere, quamdo elio e [maruaxe]. 40
E se elio a dcseruio d'^ esser punio, dime, dubierai tu che elio no sea mar agu-
rao? „ Dixe B. : ** No. „ Dixe [f. 379 «] Propheta: " E so tu fossi lor zuxe, chi
puniressi tu, o quello chi a faita la inìuria o quello chi l'a receuua? „ Dixe B. :
" E f rea punir lo marfator e satisfar a quello a chi fosse faito otragio ni mar. „
Dixe Propheta: " Doncha terressi tu per più misserto quello chi auesse faito lo 45
torto, cha quello chi l'auesse receuuo? „ Dixe B. : " Cossi apar. „ Dixe Propheta:
" Se mallicia de soa natura fa mar agurao lo marfactor, elio apar che chi fa
* O )nistìom? ' dixe B. ^ quando * li ■' orezo\ cfr. F: or por le del
or en ìa terre. " fogo ^ no zuigeremo noi * e desuiuo a ; corrci^go con F.
86 Parodi,
malicia a aotrui, che o sea pia marcito * cba chi la recoiue. Ma li auocati fam
aora tuto lo contnirio, chi se- forssam a inclinar lo ziixo [a] aueir marce de
quello chi [a] receuuo lo dano, habiando lo mai'factor maor moster de misseri-
cordia. Cha li maluaxi deuereain esser menai dauanti li zuxi no per corroseo
«^> ma per pietae, corno se mennam li maroti dauanti li mexi, a so che li zuxi per
drita via pi leua^sem niallicia de pechao; e cossi no aueream mester de auocati
per si defFender, e se li uollessom aueir, li deuereain cambiar la deffenssiom in
acussaciom. E se li maluaxi cognossesseni questa tanta uirtue, eili no aueream
mester de deffendeaor, ma se manterream do lo tuto in la [b] uoUuntae de l'a-
10 cuisaor e de li zuxi; e cossi no auerea ay[n]a iogo in cor de homo sauio, che
alcum no dessama li boim, e raxom no dixe de dessamar li maluaxi. Cossi so[m]
uicio e marotia de cor corno lan»or e marotia de corpo; e corno lo maroto cor-
poralmenti no a mester de esser abandonao, ma ne de aueir chaum pietae, assai
più se do aueir missericordia de li maroti de cor, a no perssef::uirlli crudernienti,
15 per 80 che la maluaxitae che elli am e più greue cha marotia de corpo. „
lY. H/'c Propheta repì~endit illos, qui conantnr multos ad mortem deducere.
Perche * andauoi si forte no seaj-^ [re], raxom 8egui(r)
a cerchar a mam la morte, e tensso[m] schiuai^ e fuzi(r);
chi presta uem senssa apellar no demenai forssenaria
e fa cauaili tosto andari' [a] alcum *,
20 e pezo ^ fai cha° li saluaigi si corno a uoi piaxerea
orssi, chi per fer coragi [e] o aueneiuer serea.
se sciirpeutam cum li denti? Ma corno sauio sor far,
Per Dee, no fai sangonenti quello chi uol bem guereza^",
li cotelli, che auci torto ^; a li boim de bem uoileir
25 seay tutor de boni ' confforto; e de li ree pietae aueir.
V. Hic ostendit Propheta cur niaìlifs] aliquando contingat bonum et e conuersso,
et hoc facit reicere '' quafmjdaìn qiiestioìtefmj difficillefmj ad sohtendum.
" Alchum homo no dexira esser exiliao, soffraitosso ni aontao ; auanti uor abon-
dar de richesse e possanssa, per star in paxe in soa citae, per so che in questa
mainerà pò *^ meio tractar ouere de perffeciom e gouernar lo pouo e far ^^ parti-
cìpar in lor biaiissa. 3Ia le carcere e li tormenti sum benne per li cìtaym de
40 malia vita; ma li boim sofferem li mai che li maifatoi deueream portar, e li
maruaxi am li guierdom de uirtue, che se dem dar a li pordomi — dixe B. — ■
Saveressime tu dir la concluxiom de questa raxom? Per so che e me merauegie-
rea, se e no creesse che aucntura senssa raxom so bcsturnasse; che la gouerna-
ciom de Dee me xboisse tuto, chi alcunna fìaa fa bem a li boim e mar a li mal-
45 uaxi, [e aotra fìaa da ali maluaxi] so che elli dexiram e fa" mar a li boim*^
Se tu no gè troui \d] raxom, che ditferencia serea Inter eo e le onero de for-
tunna?„ Dixe Propheta: " So no e merauegia, che o par che alcanne cosse
seam dessordenae e conffusse, de che homo no sa la raxom. Ma tu sai che Dee
chi e bom gouerna lo mondo, si che anchor che tu no eapi la caxom de so or-
50 dem, tu no dey dubiar che tuto cosse no seam bem faifce. „
^ Da corregger wmroi'o? -fé ^Pecche * per so ^ che a ^ torti; cfr.H:
non est iusta . ■ ■ ratio. '' Cioè boim. ^ schitiar " alcum sono seguia. F : Ne de-
niener forsenerie A nul tant soit de ma vie (sic .Come correggere ? Forse : [se] seno s.?
*** Sta per guierdonarl ^^ medicere ^^ pum ^^ Nel ms., far va irmanzi a go-
uernar. " far '^ Dopo boim, sopprimo le parole e a li mnhta.ri.
Studj lig-iiri. § 2. Tosti: 7. Boezio, IV, v, vi. 87
V. Hì'c Propheta tiult [oatendere] homines quando nesshint caussam re;/ qiiod
nofnj infclliffunf, multiun adinirare quod (aliquid) possit esse.
Quelli chi no sam la raxom e si ne parllam li pusBor
corno corre septentriom, corno se so fosso beror; 10
60 e lo carro sam Martini e za no so merauegiam
chi pur 1 torna a la soa firn, de so, che abasso uepam
•^ 6um lo qual uira lo cel, lo mar chi la riua assaota
si par merauogia e ter. e sol chi forte schaoda,
Quando e tuta pinna la lunna, che ueir e cossa lengiera, 15
se o gè uem oscuressa alcunna, ma forte e a saueir la mainerà -.
VI. Quia B. posuif quesfiones, sequìtur pars in qua Fropheta nidt dictis questio-
nibiis }-espondere, et ostendere quare bonis ali [f. ^%Qa^quando contiiigafiijt
malia et malli se(in>pe(r) 2^>'0sperentnr.
" Cossi e; [ma] za che da ti uem lo dom de desscrouir la raxom che tenebria
asscurisse, e te presj^o che tu me manifesti so de che e me merauegio e turbo. „
Dix Propheta: "Tuta geaeracioim e processi de natura p[r]endem soa causa,
ordem e forma de lo certo e fermo stao de l'inteuciom de Dee, chi e souranna 20
bontae e ordena le cosse in diuersse mainere; le quae diuerssitae eum apellae
destinaciorn, (le quai uè homo leuementi per prouidencia) ^, chi dixe l'ordem de la
raxom de le cosso deffor, zointe e departie in lo moo che despiega "^ ueraxe pro-
uidencia, chi contem tute cosse yn si, quanto elle seam diuersse e senssa nomerò;
ancor che ordenaciom ^ le ordena in so mouimerito, logo e forma e tempo. Si che 25
quelli ordem tempora!, cossi despiegai, quando olii sum simplementi in lo in-
tendimento de Dee, si e prouidcncia; ma quando simplessa se departe im le
cosse terrenue in diuerssi tempi, si e destinaciom. Ma ancor che queste doe cosse
seam diuersse, l'unna uem da l'aotra, che l'ordem de destinaciom uenì da la
simple prouidencia. Si corno l'ouerer a in® so cor la forma de so che elio uol 30
far, per che homo uè la materia e l'ouera defFor per corsso de [b] tempo, cossi
la simple prouidencia de Dee ordena e ferma singularmcnti so che a de far, e
per destinaciom ordena e ferma singularmcnti e in diuersse mainere e tempi
so che ella aprouista; si eh' e guissa do destinaciom missa in ouera, o per spi-
ricti chi ecruam a la prouidencia de Dee, o per annima, o per officio de natura, 35
o per mouimento de stelle e per uirtue d'angelli, o per diuerssi inzegni de de-
monnij. Uude certo e che prouidencia e la forma do le cosse chi dem esser faite
staber e benna ^ ma distinaciom e ordem muabev in lo tempo, che la simple
Ijronidencia a ordenao. Per so tuto so chi 0 sugieto a destinaciom, 0 sotemissc
a prouidencia, che destinaciom messma g'e subieta; e alcunne cosse eum chi 40
passam e souermontam l'ordem de distinaciom, so sum quelle qui sum zointe e
presso de Dee, si ferme che mutaciom de distinaciom [a lor] no se destcnde.
Como puseor roe se tornam sum um pointo, Beando l'unna Inter l'aotra, e quella
' più 2 Mal tradotto. ' La confusione ìi grande; ma so])primendo questo
periodetto, \i si rimo lia in parte. E.sso tuttavia risiionde «1 bit.: qui mcdus cuin
in ipsa diluirne intdlif/enfiae 2}urifate conspicitur , prouidmtia noininatur ; ondo
sarebbe forse da inserire dopo maiìiere, così : le quai ce homofin la mente de Dee]
per ]3r ; ma la diuerssitae ecc. ' despoffia * destinaciom ? " Si leggo
piuttosto am. '' boìine
88 Parodi ,
chi e più presso de lo pointo, chi e 80 cent[r]o, a niem mouimento e quassi e
corno ^ cent[r]o de le aotre chi se gè mouem d'intorno, e quella chi più s'aloi-
tanna se moue im niaor spacio, e se alcuna cossa se zonse a lo pointo li so sta
eenssa mouersse -; si che per queste raxoim ^ chi più s'alarga * da Dee a maor mo-
ò uimento de destinaciom, e quello chi più s'aproxima a Dee e più franche da lo
dicto mouimento, [e] so e chi se zonsse cum lui no a pointo de mouimento, ma
fuze tuta mutaciom e destìnaciora. Che si corno lo corso* de raxom, chi uà da um
logo a um aotro e proa unna cossa per unna aotra, e compera© a lo intelleto, chi
cognosse ihaira ueritae, e a Dee [zo] chi [s'] inzener , [e tempo a] perpetuitae ^
10 e lo cercuUo a lo centro; cossi e compara la mutaciom de destinaciom a ^ la proui-
dencia ferma e staber, chi moue lo cel e atempera li allimenti inseme, che l'um
transmua l'aotro o tra a soa natura, e renoua li corsi** de le cosse chi nassem e se
corrompem, per semcnsse e por fructo chi rendem, e inclue ^ le onere humanne
per zonzimento, si che '** no pom perir; che elle am lor principio da la prouidencia
15 chi e staber e chi le gouerua, la quar nj se moue de lo intendimento de Dee,
chi reatrensse le cosse muaber in soa propria fermessa, che aotramenti chan-
celleream. Lo quar ordem tu no poi cognosser; per che te semegiam le auenture
mondanne conffusse e storbee, ma elle am certe maynere chi le adrissam a bem;
che l'omo non fa alcunna cossa per intenciora de mar, ni etiamde so che li
20 maruaxi fam, che eìli lo fam per intenciom de aueir bem, ma aror li bestorna.
Ma tu me dirai: che pò esser più dessordenao che a li boim ucm alcunna fiaa
bem e aotra fia mal, e semcgieiuer a li maruaxi?" Or me di so li homi am
si ihaira cognossenssa, che [d] elli no fallem a zuigar quai sum li boim e quai
Bum li re '-. Certo le opinioim de li homi sum diuersse, che so che li um tennem
25 bom, li aotri tennem maluaxe '^ Ma noi creamo che alcum sea chi possa cognos-
ser li boim e li maluaxi, poa che elio cognosse le condicioim de li cor, che di-
uerssifficam a lo '* fuer de le complexoim de li corpi; che cossi e de li cor corno
de li corpi, a li quai a l'um e couegneiuer cossa doce e suaue, e a l'aotro amare
e agre e ponzente. E se so par merauegia a chi no cognosso le complexoim,
SO so no par miga a li fixichi, chi cognossem lo atemperamento de li corpi. E cossi
de li cor, chi sum marotì per uicij e saim per uirtue, li quai no pò '* bem co-
gnosser aotri cha Dee, chi e gouernaor, phillossoffo do li cor per soa prouiden-
cia, chi uè da l'aota finestra so che fa mester a caschum, e si l'aministra per
bella merauegia de destinaciom Che quelli chi no sam la raxom, se meraue-
iì5 giani de so che fa quello chi la sa; per so che alchunna fia crei che sea drito,
si e aotramenti dauanti quello chi tuto sa. Lucham, nostro familliar, dixe cha
la caxom chi tuto uciisse piaxe a Dee, e la caxom chi e uenssua, chi fa so che
li homi penssam, piaxe a cbaum **^; so e a dir che le caxoim che Dee a ordenae
um semper uictoria e no fallem, ma quelle a chi [f. 381 a] li homi goardam
■*0 sum uanne e uennem faille. Per che sapi che tuto so chi uem contra speranssa
e ordenao a drito, ancor che so paira conifuxiom a monte opinioim. Se alcum
e ei bem condicionao che elio sea bom a lo zuigar de Dee e de li homi, e " elio
no a gram cor in tute le auersitae: lasserà elio soa benna vita, per so che a no li
* quessi corno e - moruesse ' si che sta nel ms. dopo raxoim. * s àlar-
(jam * cor2)o ® Cfr. B. HO, 75 sg. ^ e ^ cor2}i ^ iucluem ^^ Da
leggere : per zonz. [de caxoim] chi 7io pom p. ? " Qui sopprimo un dixe B.
'^ Sopprimo dixe l'ropheta. " vuduaxi ^^ li '^ pom "^ Per ' Ca-
tone ' ! "se
Studj liguri. § 2. Testi: 7. Boezio, IV, ti. 89
sea uarssua a deffenderllo da soa mes3erenssa ^ ? 'No, che Dee lo sparmiora-,
che auerssitae no lo feisse maruaxe, per r.o dar penne a quelli a chi elle no euin
conuefrneiuer. Or um aotro pim de uirtua è [si] amigo de Dee, che* penssa Dee
che peccao serea se alcuin mal gè uegnisse ni maroi^ia de corpo; per so no lassa
che a li* uegna; che Dee^ disse che li homi perfFeti am si edifficao lo lor cor^, 5
cha alchunua auerssitae no li pò auegnir. E souenzo auem che li boim sum
missi in aota gouernaciom per abassar mallicia, chi tropo aota " eresse; aotra
fia departe De [a] alcuni, searondo le condicioiai de li cor, e aotra fiay ponzo",
a 80 che elli no orgoioxissem. [A] aotri manda tribuUaciom per conffermar lor
nirtue per ussaio de paciencia; e aotri am paor de interprender più che [ò] elli 10
no pom compir, e a questi manda tribulaciom a so che elli se cognossam, A
aotri lassa achatar nome gloriosso in questo mondo, per morir honoreiuermenti;
aotri da[m] exempio de soffrir tormenti, senssa pensser de esser uensui, per mostrar
che uirtue no pò esser uenssua per mar. E de tute queste cosse no de alcum
dubitar che elle no seam faite ordenameati e [a] bem, si corno apar per lo bem 15
chi auem a tuti quelli in chi li bem sum departij. E per queste caxoim auem
a li maluaxi aor prosperitae, aora auerssitae; e de le auerssitae no dubie alchum
che no li uegnam a bom drito. Che li lor tormenti fam alcum sostrar de mar
e castigara lor mallicia, e la prosper[i]tae lor inssegna a li boim che faita ella
e, quando ella serue cossi inprouistamenti a li re. Che alcum sum grossi, che 20
quando li falle alcanna cossa temporal, per quella adeueni che elli se abandonnam
a tute malicie; perche Dee li conssente [richg^a], a so che elli cesse. ti de tanto
mal far. Un(de) aotro se sente tacao de uicio e uè che elio a prosperitae; si se
soffere de mal far per paor de perder, e lassa ^ soa mallicia. Aotri sum alcanna
fia cheiti in [t] messauentura, che elli aueam deseruio aquistando tanta prospe- 25
ritae. (Alcum am prosperitae) '**; alcum am poeir de exercitar li boim e punir li
maluaxi; che cossi comò Inter li boim e li maruaxi no e pointo de acordio, ni
li maluaxi Tarn inter lor. E so no e merauegia; che elli messmi no pom acor-
dar lor" cor, anci fam souensso so che so cor dixe de lassar. De che auem bella
merauegia de la prouidencia de Dee, che li maluaxi fam souensso de li re boim. 30
Vogando che de malicia li uem grande uilania, si prendem ayna coatra malli-
eia e se tornain a lo contrario, so e a uirtue, per esser desemegeiui de quelli
che elli dessaman. Dee sollamenti a'- questo poeir, che lo mal li sea bom, e se
alchunna cossa lassa l'ordem special per alcum sembiante, ella caze in um aotro;
si e che cossa no pò esser dessordenaa in lo reame de prouidencia. Per che lo .35
Grego dixe: "Dee a tortissima uista, chi a tuto prone, „ si che alchum no pò
comprender le soe ouere, e (juando elio goarda so che elio a faito, elio deschassa
tuti mai. Si che [aj considerar l'ordem de soa prouidencia, no trouerai pointo
de mal in terra, anchor che [d] sembi che grande abondancia gè no sea. Ma
per 80 che tu no diessi longa [questa] raxom, e te diro alquante parolle rismae, 40
a Bo che possi sostcgnei so che ueuj apresso. „
^ Tutto frainteso. - sparmierea ' chi * che a no li; ma il scuso zop-
pica 8emi)re. ■" I^rrore- * 1. corpo? ^ aora ^ ponzem " lassatn
'" Pare erroneo. " Da correggerò acordarsc con'!' '- a so'lnmenti
90 Paroai,
YI. Hìc Frnpheta poalquani determt'nauit questioiies predirtas, facìendo mencionem
in sohiptione^ de prouidencia Dei/ et de fa(c)to, uult nos iniiUare ad cogita-
cionem altitudinis siimmi Dei/.
Se puramenti uoi ueii- De, che l'a tnisso in andeura,
lo drito de De e so poeir, de corsRO [a] metuo ley staber,
goarda su in la celestiale, iusta de lui* e duraber.
unde mai no e molestia; Che se elle ^ [^']astaUassem,
*' chi da lui le goerre desschassa che semper no retornaseem,
e a li alimenti lassa. tuto so eh' e ordem certam
Primo tempo [fa] fioi'[ir] buxoni deuerrea fallente e uam,
e la" stai sechar messom; che za no auerea duraa
tuto mete in so camini ulcunna cossa, se retornaa
10 chi le fa uegnir > firn. no feisse a lo comenssamento,
Como sauio de dritura, [a p]render o dar fermamento.
YII. [f. 382rt] IIlc jvohat Propheta onnient fortunnm tam aduerssam guani pro-
speram bonam esse et utilìeni uollentibìis eam pacienti animo tollerare.
"Tute maynere de fortunna sum bonne „. Dixe B. : "Como pò so esser? „
Dlxe Propheta: " Tute fortunne, o piaxeiuer o aspero, sum o per guierdonar o
25 per exercitar li pordomi, o per punir o per mendar li maluaxi; si che chaunna
fortunna e driturera e profì'eteiuer. Se ella e driturera si e benna, e se la e prof-
feteìuer si e bonna. „ Dixe B.: " So e ueir, ma lo comum parllar de li homi
dixe ^ souensso che alchum am rea fortunna. „ Dixe Propheta: " Voi tu che noi
parllemo um pocho a la maynera de lo pouo, a so che no payra che tropo so
30 allargemo '' da lo comum ussaio? „ Dixe B. : " Si. „ Dixe Propheta: " Alchum
sum uirtuosi im auerssitae e per auers^sitae se tram a onere de uirtue, si che
fortunna aduerssaria li e proffeteiuer. La fortunna aspera chi punisse e reifrenna
li maluaxi tem lo pouo a bonna? „ Dixe B. : "No. „ Dixe Propheta: " Doncha
la fortunna chi auem a li uirtuoxi e bonna; a li maluaxi tute fortunne sum
35 ree. „ Dixe B.: " Certo so e ueir. , Dixe Propheta: " Ma alcum no lo sa otriar.
[^] Per so no de homo uirtuosso tener a •* greue, se elio caze in contumacio de
fortunna, corno lo prò cauallor quando se cria a le arme; che a l'uni e^ a l'aotro
e aparegiaa materia*", o de gloria acresser a lo caualler, o d'acresser uirtue a
lo uirtuosso. Per che noi perchassai uirtue, no uo inuollupey in lasso de dillicie,
40 asi in pegricie; che tropo prenderessi aspera batagia contra fortunna, e perigo
che auerssitae no uè abatesse e dubio che ioya no uè corossasse ". Teneiue fermi
in lo mezo; che chi e più o men, ueraxe uirtue lo desprexia, senssa dargì pointo
de guierdom de so trauagio. In uostra mam auey lo poey de nostra fortunna
far bonna o rea, che tuto fortunne chi parem aspere ponzem, se elle no sum
45 corrczue '-. - -
^ soluciptions - Forse: in l'aire celeste, che assonerebbe con molestie. Cfr. F:
JRegnrde t^ers le del en hanlt Si trouueras gite riens ii y fault. ^ de. Cfr. F:
Si fait printemps fiorir bui.'isotts Et est(r)e seicìie les moissons. * Da correg-
gere? ^ ellem ** dixem; o forse: li comum jmrllar? ''se alJegremo ^e
" che ^^ aparegiao martirio " Mal tradotto. '- Mal tradotto e inintelligibile.
Studj liguri. § 2. Testi: 7. Roe;'.io, IV, vii; V, i.
91
VII. IUc uuU Propheta imiìfare unum qiicmque ' nd perei pimdaìn uiriufem, osien-
dens quod uirtus est illa solla quae non frangit in nduerssis.
Quando Paris Hellena raui,
lo rei de li Grexi se proui
de oste e nauirio, per circondar
Troia per lo frai uen^iar.
5 E per leuar a li spirti so uicio
de 8oa fija fé sacrifficio;
[e] e a so che da li dee moniciom
auesse [e] miiiistraciom,
le osse dessoterar
10 fé de so i)aire [e] bruxar.
La guerra dura^ K asrii
e funi venssui li Priami.
Soi dani piansse Uilixes
0 decolla PoUixenes.
Ercliulles soffri graym trauagl: 15
la gente mezi caualli
soteniisse " a so tallento
e oxelli feri * uoUento,
e lo leoni soortega
e de la pelle se a manta. 20
Tante aue de forte auenture,
comò cointam le ecripture,
che quando fo asay trauagi[a]o
da li dee fo assatao.
A um boni assempio u'^'adrizai 25
e cum li forti andar uogiay,
e ueirey che uan a^ quere ^
li cel chi am uenssuo le taro.
Libro V.
Incipit liber quintns B., in quo disputaftj de casu et fortuna, de * conueniencia
et differencia Inter liberum arhitrium et ditiinam prouidenciam , interrogans
etiam si aliquis sit casus^ et si est quid sii, qiierendo efiam [si] veroni sit li-
herom orhitriont, et si est quid sit.
I. " Toi amonimenti suni driturer, ma e te prego che tu me digi che cossa e
aucnfura. „ Dixe Propheta : " Caxo(m) e [d] auentura no e aotra cossa cha lo nome 30
che y am , che za che De statui e ordena ogni cossa, questa auentura no pò
aueir lego scussa caxom. Per che caxo(m) ni auentura no pò esser in la guissa
chi e dita, che quando l'omo fa aicunna cossa e aotramenti auem che elio no
Bperaua, so e auentura; corno se uni homo cauasse e trouasse tessero, li homi
dixem che so e auentura. E si no uem miga da niente, ma g'e caxom, che ^ se 35
mete inscme senssa prouixiom, per che apar che sea [auentura]. Che se alcuni
no auesbo misso lo tessero unde elio cauaua, so no serea auegnuo; e so e la
caxom de auentura, quando diuersse caxoim se assembiam senssa le intencioim
de quelli chi so fam ; che quello chi cauaua no intendea trouar thessoro, e quello
chi gè lo misso no auea intenciom che quello lo trouasse. Ma questo auegni- 40
mento fa l'ordem do prouidencia, chi chaunna cossa mete a prouidimento e a
drito tempo, comò se couem. „
I. Ilicprobat Propheta quod casus est inopinate rey euentits^" ex (cir)cumfluentibus
causis in iis '' que o[b] aliud geruntur *^, et hoc probat per siniilitudinem '".
' quamque '^ durar " sotamisso * ferir ^ n " vana ' quercm; cfr.
F: Et veez que cculx vont reqneri-e Le del qui ont vaincu la terre. ^ ce ^ che
ella '** coutis " et nis '' Questa rubrica non è altro che la definizione
del 'casus', data dal testo latino in fine della Prosa I: J^icet igitur definire ca-
sum esse inopinatunt ex conflucufibus causis in his quae ub aliquid geruntur even-
tum. '' Grave lacuna, non indicata nel mss. Manca probabilmente un foglio.
45
92 Parodi,
III. [f. 383a] lìic ponit Propheta quoti Deus ab etcriìo no solhon oìnnia prouidit
et facta hominum [cjognossit, sed ctimsequitur uoluntas hominum per liberi
arbitrii facultateni ; et ostendit quod nichil potest fallire ditiiva pì'ouidencia.
Amen ^
Tum ego: [Eiì] inquàm-. " Proao che libero arbitrio e, aor nasse maor que-
Btiom, che tropo par esser contraria cessa esse diuinna prouidencia, si comò e
dito, e esser libero arbitrio; che se Dee uè tute cesse e per nissum moo pò esser
fallio, bcssogno e che ueg:na quello, chi la prouidencia aprouista uegnir. Unde
5 ee Dee ab eterno a cognossuo no sollamenti li faiti de li homi, ma etiamdee li
segni e le uoUuntae, niente serea libertae de lo arbitrio, ni faito ni uolluntae pò
esser aotramenti [cha] corno elio a prouisto. Che se pò esser aotramenti, no serea
ferma pressiencia de quella cessa chi auem in lo tempo che uenira, ma 8er[e]a
opiniom incerta; la quar cossa e follia sentir de Dee. Ni zio me piaxe quella
10 raxom de alchum, chi se forssam de eoluer questa questioni per questo moo: la
cossa no de uegnir per so che l' aprouista Dee, ma e per lo conuersso: Dee la
proue per so che ella de uegnir. In questo moo e neccessaiio tornar in la con-
traria parte, che no e neccessario auegnir quelle cosse chi sum prouiste, ma [è]
elio e^ neccessario prouej'le cosse* chi dein auegnir. Quaxi se affaige cum du-
15 bitanssa ", quar sea la caxom, de l'unna a l'aotra, o la pressencia e caxoni de le
cosse, o le cosse chi dem auenir sum caxom de la pressencia. Ma noi ® [inten-
demo] ^ demostrar, [qualunque se sea] Tordem de caxom *, lo auegnimento de le
cosse sapue inanti esser neccessario. Ma e intendo proar lo principal proponi-
mento per questo moo'': se'** alcum seze, la opiniom chi penesa quello sezer e
20 neccessario esser ueraxe, e per lo contrario se elio e uey che elio seze, elio e
neccessario eeze: adoncha e in ì'unna parte e in l'aotra neccessitae, in l'unna
de sezer e in l'aotra de ueritae. Ma per so nigum seze che " sea ueritae, ma
elio e la ueritae iraperso che elio seze. E cossi cum so sea cossa che la raxom
de la ueritae procea pu da l'unna de le parte, anchora a intrambe le parte e
25 comunna neccessitae. Semegieuer[menti se] pò raxonaa de la prouidencia e de
le cosse chi dem auegnir; cbe se elle sum prouiste impersso che elle dem de-
uenir, e no auennem per so che elle ^^ fom prouiste, no per quello raen e nec-
cessitae in l'unna parte che in l'aotra; che elo e nessessitae che elle auegnam,
e e neccessitae che elle seam prouiste; la quar cossa [e] assai destrue lo libero
.80 arbitrio. _
' Questa rubrica pare si riferisca a tutta Fargonientazione e non alla sola terza
Prosa. Forse ò da leggere: .... sed facta hominum et Consilia rohmtatesque prae-
noscit (cfr. B, p. 126, 8 sg.). Inde consequitur — facidtatem. Etiani ostendit . . .
'-' Cum ego inquam il ms. Sono le prime parole della Prosa III nel testo latino.
Questo modo d'introdurre i capitoli e le argomentazioni si fa ora generale nel
nostro testo, ma non mi risulta che sia lo stesso pel codice francese, del quale
anzi dubito, ee abbia più da fare con esso. Forse il testo genovese dipende d'ora
innanzi direttamente dal latino, ma i brevi tratti che conosco di F non mi per-
mettono di giudicar con sicurezza. ^ a * Sopprimo dopo cosse le parole
chi sum prouiste. ® La traduzione zoppica tutta più che mai. ^ ito ne " Si
capisce facilmente come -demo (forse 'tt'ed.., donde ne d.) potesse cadere. ® Sop-
primo qui: ni per quello ordem (cioè or dem, cfr. n. 5) demostra, rii)ctizione er-
ronea. ^Sopprimo, dopo moo, un'intera proposizione: Se el/o segue la opiniom
che penssa quello seguir. E evidentemente un duplicato, più scorretto, di quello
che vien dopo. *" so e ^' Intendi: Ma nigun seze per so che ... ^* elle no
Studj liguri. § 2. Tosti : 7. Boezio, V, iii. 93
Jam nero quam preposterum ^ L'ordeni prepostero e contrario do lo natnrar
recto, zoe quello dauanti derer e quello derer dauanti; e do so e ar^omentao che
la pressencia de Dee sea raxom de uei^nir le cosse e no lo contrario, che cosse
seam raxom pressencial. Or tornemo a lo proponimento. In questa parte intende
proa che le cosse no snm raxom de la pressencia, ma la conssoquencia; che 5
Dee sa cossi le cosse chi dem aueg'nir corno le passao, che elio e eternai, ma le
cosse no sani mis?a raxom de la pressencia.
" Adoncha in le cosse chi dem auegnir^. . . Anchora si corno quando e so unna
cossa pressente, ella e de neccessitao, cossi quando e so che ella debia auegnir
ella e ueraxe neccessitae; e cossi lo aucgnimento de la cossa [sapua] auanti no JO
se pò schiuar. Anchora finalmenti so alcum penssa la cossa in aotra maynera
che ella e, quella no sicncia ma e faossa opinioni, loitanna da siencia; unde ee
alcunna cossa deuesse ^ aueg-nir che lo so auegnimento ne sea certo, corno se
porrà comprender che ella debia auegnir? Cossi corno la siencia no de esser
mesiha cum la falsitac*, cossi la cossa couseua^ de quella no de esser aotra- l^"»
menti cha comò (la cossa) e consseua; e questa e la raxom [d] che la siencia no
a boxia, che bessogna che la cossa sea comò ella e conceuua. Adoncha comò
cognosse Dee le cosse che dem auegnir no certe? ^e Dee le cognosse che elle
dem auegnir de certo, le quae cosse etiamdee sum possiber no uegnir, e si elio
fie ingana "; la quar cossa e follia no pu ^ sentir de Dee ma dirllo. E se o le uo 20
si che lo * cognossa quelle cosse poeir uegnir e no uegnir, che pressencia e que-
sta ^, la quar e niente certa e niente staber? e che differencia serea Inter quella
de Dee e Thirexia '°? Chi se infFenzeiua adeuinar *', sperando: quello che e d ro
o elio sera o no sera; e sero tegnuo sauio se elio sera, e trouero caxom [se elio
no sera]. Anchora che differencia serea de quella de Dee a quella de li homi, li 25
quai su le cosse no certe ^'' no am zuixio? l'er la quar cossa e da concluer che
con so sea cossa che apresso quella fontanna de la prouidentia seam tute cosse
terminae certanne certamenti, e de neccessitae ueraxe tutto quello che elio proue;
e cossi segue che no sea libero arbitrio, lo quar la prouidencia de Dee constrenze
e liga a um euegnimonto „. Quo semel recepto^^. Fuiti monti argumenti che lo 30
libero arbitrio no sea, aor segue pur in lo [f. SSéa] contrario per monti argumenti
che elio -sea, e per monte raxoim e conssequencie. Adoncha dixc e segue:
" Se lo libero arbitrio no e, monti " guai ^° si '" [ne] segue. Lo primo, che inderno
0 mal e proponui " e day guicrdom a li boim e penne a li ree, li quai no a(m)
meri tao la libertai de li annimi, costreiti a far so che e faito, bem e mal. Lo 35
segondo, par iniquissimo quello chi e dicto equissimo, so e punir li ree e remu-
nerar li boim , li quai no am receuua la uolluntae ma la necessitae. Lo tersso,
no serea dilierencia da li boim a li ree: de la quar cossa nissunna se pò pen-
Bsar [pu maruaxe] **. Lo quarto, seguiroa che li nostri uicij se refferissem a Dee ".
^ Cfr. 13, p. 127, 45. Kel seguente breve tratto, ò come un commento e un rias-
sunto, che fa il traduttore, dell'argomentazione di Boezio - Lacuna non in-
dicata. Non è ben certo a cho risponda questo periodetto interrotto. Cfr. il la-
tino, p. 127, 45-50. ^ deiiesser * fcUkitne ^ concesuua ^ e se elle se negauam
'' pili ^ e se 0 le uè chi se le. '•* quella questa '" Chirexia " adeiuar
^^ se le cosse nocretetn; cfr. B: si ufi homines incerta indicai, quorum est incertus
eventus. F non aiuta: des honimes de ce qu ilz cuideìit auenir ou non auenir.
" Cfr. B, p. 128, 81 sg. ^* in monti ^^ yrai ^^ se ^''proponilo ^^ B scelle-
ratius- ^'^ Sopprimo una proposizione, che mi sembra lo stesso di quella che
segue : ni serea caxom de quello.
94 Parodi,
Lo quinto, tio ecrea speranssa ' ni caxotn de pregar Dee, ni sperar alcuni liem.
E elio eeruirea - sjìerar o pregar alchura beni, eeando le coese pregae o sperae
nstreite a lo esser? E sì elio eerea leuao ® uia quello [commercio] de orar e
pregar infor Dee e li homi, per lo quar noi si * possamo esser conzointi cum Dee;
5 chu cossi la humanna generaciom serea habandonaa da speranssa de la soa fon-
tanna, si conio e dito de soura. „
III. Hic Propheta facit quariìdam ex[bJda>nacionem, comodo potest esse quod pro-
uidencia Day et libcrom aròitriom inter se repuffnaiìt, si vnitm dependet ex
cdtero ; quod ostendit enenire ex uicio nostri intellectus.
Quenam discors federa ^ In questa parte fa unna exclaniaciom de unna grande
merauegia, eoe che doe cosse intranibe ueraxe e nere se discordem, chi e contra
le raxoim de tati li fillossoffi. Che elio e dita^ la natura de la prouidencia,
10 confl'eimaa da tati fiUossoffi, e dita la natura de lo libero arbitrio, conffermaa
Beincgieiuementi, habiando ueritai casschum [)er si. Conssiderai l'um cum l'aotro,
l'um destrensse '' l'aotro, si corno e proao, e persso adoncha dixe : " Che merauegia
e questa, che doi sauij uey si discordem? „
Sed meiis cecis. In questa parte dixe: " Como pò esser? Ch'e aparencia, per
15 deffeto de nostro iutelleoto, chi par cossi, e no e corno par; che lo intellecto
graua[o] de la carne no pò ueir tanta sutigitae. „
Sed cur tanto. Dixe: " Se lo intelleto no pò montar si aoto, per che se affaiga
de montar? O elio sente la ueritae o elio no la sente. Se elio la sente, per che
uà olio cerchando so che elio |c] a? e se elio no la sente ni sa so che elio uà
20 cerchando, lo segoo quello chi no pò ueir; e so elio cercha quello chi ile negao
cognosser, elio no lo cognossera. „
An cum mentem^. Metuo la apparencia cum lo dcffecto de nostro intellecto, e
faita inquixiciom, per la quar par che l'anninia nostra abia eemenssa e rayxe
de cognossor sotillmenti, quamuisdee che no possa per monti impaihamenti, in
25 questa parte mete la ueritae segondo soa opinioni , la quar e de ^ Platom , re-
proaa per Aristotille e per .zexia. Platom mete lo idee per si da li corpi, e se-
megieiuermenti le annime humanne croae ab eterno e deputae a li proprij corpi,
e auanti che elle desmontassem a li corpi, elle cram jiinne de siencia e de uirtue
e aueream uista questa questiom; ma intrai in li corpi, elle perdei uam le par-
30 ticuUae e teneam le uniuerssae, unde dixe de soura: Quod quisqiie dixit inmemor
recordatur. Si che chi cercha la ueritae a um abito neutro, ni tuto lo sa ni tuto
lo ingnora; ma conssando per dotrinna e per usso le parte a lo tuto, che elio
cpella soma, so e li particuUai perdui ^** a lo so uniuersal, resscata-la *S ma no
8Ì sotilmenti per la greuessa de lo corpo. E questa e rintenciom [rf] de Boccio e
35 no de Aristotille, lo quar dixe che noua annima fo creaa in lo tempo, intra in
lo corpo e o conio una carta rassa e torà, in la quar nissunna cessa e penta; e
cerchando '^ e inffussa in lo corpo e inffondaa e creaa '^ Ma questa sentencia no
se acorda ni conucm a la sentencia ni a le parelio de Boccio.
^È inutile e manca a B. - se o serea; F non ajuta. ^ se elle sera m leuai
* no se ^11 Metrum IH è qui esposto e quasi commentato in prosa, citandosi
i princii)j dei versi, donde muovono le vario parti dell'esposizione. Nel testo fran-
cese invece, si continua a tradurre in versi : Quel cause peut mettre discorde Es
cJioses doìit l'ime s'accorde A l autre ecc. Solo tratto tratto, in mezzo ai versi fan
capolino le glosse, in prosa francese. ^ dito '' destrenssa ^ Anchur cum
mente ^ da ^^produti ^^ resscatal ^-ì. orando? '^ Da eopprimere?
Studj liguri. § 2. Tosti: 7. Buozio, Y, iv. 95
IV. Hic PropliPta soluit quesfioties sihi dictas, ostendens osscJmrifafem questionis
euenire prò tanfo, quod intelUtus noster et rado noni possunt diiiine proui-
dencie transsendere simplicitatem.
Tiim illa: Vetus haec est, hiquìt '. Faiti argumentì forti [im] intrambe le parte
de la questioni, in questa parte metando la raxom in ^ lo deffei-to de nostro co-
gnossimento, lassemo la questiom dieta de scura, la quar fo ^ dito no esser suf-
ficiente, respondando a lo prumer argumento e a unir* e a disputar quello, mo-
etrando che elio paira bon ^ e no sea. Doncha dixe che la questioni de la prò- 5
uidencia e antiga e assai disputaa e mai terminaa^; e Marcho Tullio in um
libero de diuinitae nega Dee no aueir pressencia de le cosse chi dem auegnir.
" Aora ay la caxom de la 08s[f. 385a]churitae de la questioni, [so] e che lo in-
telleto e la raxom humanna no pò montar a la simplicitae de la diuinna pres-
sencia. La quar, se ella se [)0 penssar per alchum moo, se [jo determinar „, si 10
corno se tocha in l'ultima Prossa, in la quar se tracia la natura de la diuinna
Prouidencia, so e de la ternitae e de la natura de la ternitac. Vey questa que-
stioni. E per 80 dixe che finalmenti elio sezera de terminarlla, ma auanti se uol
spiar monte aotre cosse. " E imprima e demando per che [quella] responssiom
desoura no uaH, la quar dixe che la pressencia no e caxom de neccessitae a le 15
cosse chi dem auegnir, e no impaiha lo libero albitrio. Tu no trai ^ lo argumento
de la neccessitae de le cosse chi dem auesnir, de altrunde ^ se no [che] quelle
chi sum preuezue no pò star che elle no uegnam. Adoncha se la prouidencia no
da nessessitae a le cosse chi dem auegnir, la quar cessa tu conffessasti pocho
auanti, li uorentoxi euegnimenti de ^^ le cosse no som constreiti a alchum 20
euento ". E metamo per impossibcr *- no esser pressencia de le cosse chi aue-
nem : no eerea de neccessitae '^. Ancora metamo la pressencia esser, ma no im-
paihar " l'auegnimento de le cos^^e: anchora stara Io libero arbitrio. E se tu
dirai la pressencia no esser caxom de neccessitae, ma ella e segno che le cosse
\b] debiam uegnir de neccessitae, digo che per questo moo se pressencia no 25
fosse, li cuenti de le cosse seream neccessarij; che ogni segno mostra pu '^ che
la cossa sea, ma elio '^ no fa quello che elio '^ demostra. Unde e da mostrar in
prima tute cosse uegnir da neccessitae, a so che apaira la- pressencia esser segno
de questa*^ neccessitae. In aotra mainerà, se questa e niente, ni quella no pò
esser segno de quella cossa chi e nulla. „ 30
lam uero- In questa parte dixe che la probaciom faita da segni e da '^ cosse
proisse deffora, no e souranna-" ni neccessaria probaciom, [ma questa e da trar]
de ^' conuegneiuer e neccessarie caxoim.
Sed qui fieri potest. In questa parte ressume la questioni de aneir -^ meior re-
specto de lo tempo pressente. "E corno pò esser che quelle cosse no auegnam, gj
le quai [som preuezue che] debiam auegnir? Quaxi che noi creamo che quelle
cosse, le quae la prouidencia proue che debiam uegnir, no uegnam, e no arbi-
^ Tu illa, in iine della rubrica, e poi in principio della prosa: Metus hoc est
in quid. Io ho rime-so il testo latino esatto, solo rispettando la trasposizione di
inquit. ''de ^ fa * Errore? ^ ella paira ùunna; il copista pensava a
questioni. ® ìiiar terminar ' no uni desoura " taxi '•* altro unde
^^ insemegienti da *' eicento '^ RÌ8i)()nde a positionis causa. - '^ RÌ8i)onde
a un'intera |)roposizione: num if/itiir, quantum ad hoc attinet, quae ex arbitrio
eueniuiit ad necessitateni cc(/aìitur ? Manca for.se (lualcosa. " impuihemo ^^ più
"^ ella '' ella i** questa de ^^ de ~° foranìia -' e de -"- anrir
O'j l'aroili ,
tremo cbc qiiamui&dee che uegnam ' La quar cossa e uoio che tu senti
meio per questo che e te diro. Noi ueffamo far- monte cosse pressente a oprio,
8Ì corno e iu le creature ^ chi se peygam aora in sa aora [e] in la, e aotre coese
a questo moo, e uigunna ueccessitae * constrcuzer e muar cosse; che inderno
5 eeream le arte •', se tute cosse se mouessem constreite. Adoncha le cosse chi no
am neccesiitae de pressente che elle sum faite, uennem senssa neccessitae. Ni
80 dira alchum^, che le cosse chi sum in pressente^ Adoncha debiando
negnir ^ elle eram libere. „
Sed hoc, inquisì. Aora mua e inforssa le questioim, demandando se de le cosse
10 incerte, che uor "• lo libero arbitrio ^^ pò esser prossencia, che monto se par di-
scordar; che [se] elle sum proueue, conssego/r ne de ^- neccessitae : [se neccessitaej
manche, elle '® no pom za ^* esser prouezue ''^, e niente no pò comprender la
scientia *® se no de certo. Or se le cosse chi sum incerte " fìm prouiste quaxi
certe, questa e unna coufussiom ^* osscura e opinioni faossa.
15 Cuìhs erron's caiissa. In questa parte penne la questiom do questo error, per
che l'omo no pò zuigar se de le cosse de lo libero arbitrio pò esser pressencia;
che le cosse che l'omo cognosse, elio penssa [che] l'o uirtue de cognosse in lo
cosse e no in l'omo, e elio e tuto lo contrario ; che ogni cessa chi e cognossua,
no e cognossua segondo soa uirtue, ma segondo uirtue de lo cognosseor. " E de
20 80 metamo um [d] picem exempio. Uni corpo rcondo altramenti sente e consi-
dera '^ lo uedeir, aotramenti lo tochar: lo ueJr tagando da lonzi zita li raxoi
de la luxe, e uè tuto quello inseme; lo tochar senssa ueir se apoza a lo corpo
intorno intorno, e per le parte cognosse tuto lo reondo. Anchora ^^ aotramenti
conssideram lo seno de Tomo, aotramenti la inmaginaciom. aotramenti la intel-
25 ligencia -^ e aotramenti la raxom. E lo seno conssidera la figura missa in la su-
gieta materia; la raxom jiassa questo e goarda lo aspecto lo quar e in li ein-
gullai, cum uniuerssal conssideraciom; l'ogio de la intelligencia e più alto e ^^
passao lo ambito ^^ de la uniuerssitae, uè quella pura simple forma, la quar a
nissum aotri e nota, tu e in um pointo. In la quar cessa e da ueir che la uirtue
30 de soura comprende tute quelle desota, ma la uirtue desota no pò montar a
quella de soura; che lo seno no pò etra la metheria e la inmaginaciom no monta
a le specie uniuerssae, ni la raxom no pò montar a la simple forma de la diui-
nitae. Ma la intelligencia, si comò goardando souer tute cosse, consenua la forma
de tute cosse de sota, zuiga, ma in moo no [f. 386a] cognossuo a le aotre uirtue;
35 che ella cognosse la uniuerssar de raxom e la figura de la inmaginaciom e [lo
materiale] de seni-*, [no ussando raxom ni inmaginaciom ni seni]; ma [in]
quello uno momento -^ de mente -" ferina -^ tute cosse cognossue. Ma la raxom
^ Supplisci : iiihil .. .ut evenirent sui natura necessiiatis habuisse. - Sopprimo
queste; cfr. F: noits veotis inoult de choses a l'ueil tant camme on les fnit.
' Corr. 'quadrighe'. ■* neccessaria ^ aotre ® alchimna '' Supplisci:
fquod quae mine fiunt] prius qiiam fierent, euentura non fuen'nt. Ho soppresso
qui le parole: elle sum libere, che forse venivano dopo uennem scussa neccessitae,
unendovisi per mezzo d'un e * Risponde al latino: eiiam praecoffuita. ^ in
quid ^^ chi uè " che u. l. l. arb. manca a B. ^- conssego ey uè de '' ella,
ridotto da un elle anteriore. '* possa ^^ pi'oueziia ^^ sci'a " certe
*8 connessioni '® considoxt ^^ ane hora ^^ Sopprimo diuinna. - e a
2^ albitrio -^ Manca: nec ratione utens nec imacjinatione nec sensibus. Proba-
bilmente, essendo ripetuto seni nella riga seguente, il copista saltò dall'uno al-
l'altro. -^ Risponde a ietti. "^ niente ^^ Potrebbe rispondere a formaliter,
sicché si 1 ggessc: [ne] forma [Imcnte] ; F: il voit toutes ckoses formelment.
■'a:
Studj liguri. § 2. Testi : 7. Boezio, V, iv. 97
quando ella goarda lo uniuerssar, no ^ ussa nd]o inmaginaciom ni seno, com-
prenda ^ le cosse inmagineyuer e senssiber, la quar diffinisse la uniuerssa de soa
conzeciom: l'omo e animai raxoneiuer de doi pee. La* quar, seando uniuerssa
cogniciom, e cessa raxoneiuer inmagineyuer e senssiber; la quar cossa ella*
conssidera per raxoneiuer conzeciom, no ussando inmaginaciom [ni seno]. La 5
quar inmaginaciom, etiamdee che ella receiua comensamento de ueir e de forma
da li seni ^, [inlumina tute cosse senssiber, no per seni] ma per inmaginae raxoim
de zuigar. Adoncha uey che in cognosser tute chosse chaum ussa auantì soa
propria facultae che de le cosse cognossue; e imperso che ogni zuixio e opera-
ciom de [lo] zuiga[o]r, e meste che chaum fassa operaciom de propria possanssa 10
e no d'aotra. E seando la cossa pur unna, li moy de zuigar sum diuerssi. „
IV. Hic ponit B. quod anima nostra mementom de
B. Spoglio fonetico e morfologico.
Avvertenza preliminare.
Lo spoglio grammaticale e lessicografico, che presento in queste pagine
ai lettori dell' 'Archivio', ha per sue fonti principalissime i testi seguenti:
1. La seconda parte delle antiche 'Rime' genovesi, da me pubblicata
nel voi. X dell' 'Archivio', pp. 111-140; e anche la prima parte di esse,
Arch. Il 164 sgg. , specie pel nm. l*", oltreché per raffronti qua e là ne-
cessarj. Si citano quelle con rp, queste con ri, aggiungendo l'indicazione
della poesia e del verso; ma si rimanda genericamente ad entrambe le
parti, colla citazione: 'Anonimo' o 'Rime'.
2. I testi, da cui incomincia questo paragrafo; e dc^ de-, dc^, de"*, se-
guici da un solo numero, quello della linea, indicano rispettivamente i
primi quattro; ps e rau. , accompagnati da due numeri, rappresentano,
quando paja necessario, il primo la 'Passione', il secondo i due ultimi
testi, 6 e 7, che provengono da un medesimo manoscritto. Ma di questo
ho creduto bene mettere a contributo anche la parte rimasta inedita, per-
chè molto importante; e conservando la stessa sigla, l'ho accompagnata
col numero del foglio, r[ecto] o v^erso]. Inoltre, il breve tratto del nostro
codice, che s'è detto a p. 37 parer d'altra mano (f. 5v-10r), fu distinto,
ne' casi che pareva opportuno, colla sigla mu^
3. I Frammenti di Laudi sacre in dialetto ligure antico, pubblicati dal-
l'avv. Paolo Accame negli 'Atti della Società ligure di storia patria',
XIX 557-572. Si citano con Ip, il numero della Laude e del verso. Furono
^ ni ^ comprender ^ lo * elio ■' Cfr. B : sensn tamen absente sensi-
bilia quiieque conlustrat non sensibili sed imaginuria ratione iudicandi.
Archivio glottol. ital. , XIV. 7
98 Parodi,
ritrovati dall'Editore stesso nell'Archivio parrocchiale di Pietra Ligure, ed
ò ben probabile che rappresentino il dialetto del luogo sul principio del
sec. XIV.
4. Le Laudi genovesi del secolo XIV , pubblicate da V. Crescini e G.
D. Belletti, 'Giornale ligustico', X 329-350. Sono un'altra copia delle
precedenti, più completa ma assai rammodernata, poiché il codice, onde
sono estratte, non è certo anteriore alla metà del sec. XV. Si citano con
Ig, il numero della Laude e del verso.
5. Una prosa genovese del sec. XIV, pubblicata dal prof. Crescini, in se-
guito alle Laudi, pp, 354-359. É la nota Epistula beati Bernardi militi Rai-
niundo Domino Castri Ambrosii, e proviene dal codice stesso, dal quale io
trassi la 'Passione'; cfr. qui p. 27. S'indica con ep. e la pagina.
6. Il Trattato dei genovesi col Chan dei Tartari nel 1380-81, nell' 'Ar-
chivio storico italiano', S. IV, XX (1887), pp. 161 sgg. Editore ne è l'av-
vocato Cornelio Desimoni, che si valse d'una mia copia. Si cita con tr.
e la pagina dell' estratto.
7. l Diversorum Cancellariae , registri dei cancellieri della Repubblica,
conservati nell'Archivio di Stato genovese. Cominciano coli' anno 1380 e
si spingono, sebbene con grandi lacune, molto oltre nel sec. XVI; la loro
lingua è naturalmente il latino ; ma, oltreché anche il latino può servire,
appariscono qua e là tratti dialettali, secondo si disse nella nota di p. 25.
Io li cito colla sigla div., seguita dall'anno, cui il registro appartiene.
Finalmente, indico con pr. le Prose genovesi, edite dall' Ive, Arch. VIII
1-97, nei pochi casi in cui sia opportuno ricordarle; e so mi occorra di
far confronti con altri testi, adopero in genere le sigle, adottate dal Sal-
vioni, Arch. XII 375 sgg. Con ann, e un numero, si rimanda alle Annota-
zioni sistcìnatiche del Flechia, con less. al Lessico relativo. Ed è quasi inu-
tile aggiungere che dello spoglio del Flechia ho mantenuto l'intero ordi-
namento, nonostante qualche diflScoltà, che vi s'opponeva; e che, sorvolando
rapidamente sulle cose, già ivi trattate a sufficienza, mi sono esteso assai
più, dove la materia era nuova, o mi pareva necessario di modificare in
qualche modo l'opera egregia del rimpianto Maestro.
a. Scrittura.
1. — b) ^ reso con i in rp ; ma nei testi più tardi, la scrizione gi prende
il sopravvento , almeno nell' interno del vocabolo. Ricordiamo : uegante
rp 2, 26, per veg.; dolleam mu. 51, 21, per dogan, doga Ig 23, 31, e, come
si trattasse di e, veihi Ig 25, 77, pijliar 5, 58.
e) Anche nei testi meno antichi, ihera 54, 22, ecc., non di rado; e inoltre,
per la nota analogia, piascun piascìinna 39, 28, ecc. Per sé: sihapar 65, 19,
masiho 44, 19, maxiho 200 r.
Studj liguri. § 2. Spoglio fonet. e morfol. 99
d) È the per te, sull'analogia di che per ke, in tkemer themuo 64, 32;
83, 11, thenor 51, 32, thessua 53, 49, oltreché in thoro 73, 11, ciV. cha per
ka; anche Dhe 29, 46. Frequente in ps l'intrusione di h nell'iato: metuho
vegnuho verificaho, sohe 27, 7. 10, ecc.
e) Se acc. a gè gì, per ghe ghi {gè nm. 50, pregerò rp 6, 253, insaluai-
gissem mu. 51, 9, ecc.), v' è pure, collo stesso valore, gue gui (lusengue rp
8, 418, digui 3, 344» ps 29, 16, ecc.; e perfino daguando rp 3, 215, com seguo
ps 31, 1), s'ha poi, quasi inversamente, acc. ad aigua ecc., anche aiga
rp 8, 30, gay ps 29, 1, gardà 30, 5, gerra rp 9, 2, segeìi 4, 22*. — Nel pa-
rallelo di sorda, gli stessi fatti, ma più rari: qui (1. hi) rp 9, 5, que 7, 171,
ps 28, 16, squergne rp 3, 263, squarchizar 7, 146 ; per contro chesto de' 8,
probabilmente per questu.
g) X rende, oltreché i e s, anche il semplice s', specialmente in ps e
Ig: roxe preixo paraixo caxa (in ps anche: casxa) ecc.
Il) s, quasi sempre raddoppiato in mu. , rende anche s', risso rp 4, 23,
ocissem mu. 53, 51; più spesso s, esan rp 3, 111, inuegise 3, 179, thessua mu.
53, 49, ecc.; o i, uerase rp 1, 73, hosia 3, 68, dise 3, 157, rason 7, 64, ecc.
Cfr. z per i, noze!)' rp 8, 141, inimizi 8, 245, bazar Ig 25, 133.
m) Oltreché il suono faucale iiìi, qui nn rende talora anche n: tennuo
rp 6, 1, onnunchena 6, 4; e s'arriva pure a venui rp 9, 189. Spesso, come
nei mss. toscani, in rp, lengni 1, 23, ecc., di rado altrove: ingnorancia
mu. 62, 20. Notevoli: uinge (1. vine) rp 5, 48, sengui (1. senni) 5, 96, e
qui certo anche tengo 9, 127.
n) ììi per n è qui pure, all'uscita, frequentissimo, e in qualche testo
normale ; n per tn quasi sempre in rp, davanti a labiale, e rende la giusta
pronunzia, cfr. Rom. XXII 314. Negli altri testi si fa raro, e abbiamo anzi
non di rado m per n, camgio 29, 8, qttamdo 41, 6, ecc.
o) Incoerenze grafiche : o per «, fijome ps 30, 43. 44, acosao rp 6, 57,
cfr. nm. 12; se per s, conscentando 30, 33; z per z\ zuma rp 3, 104, zera
9, 35; ss per z, disse rp 3, 142; e per s', constrenciinento rp 6, 114, e per 2,
aduce 5, 57. — Ha invece sue profonde ragioni, come quello che si fonda
sulla pronuncia, lo scempiamento delle consonanti esplosive (rarissime ec-
cezioni: peccaor peccai rp 5, 24; 6, 22); di m e di n {senno rp 3, 181,
se nne 7, 230). L'oscillamento maggiore che si avverte invece nelle con-
* Va qui principalmente badato all'effettivo incontrarsi di gui latino con
^i genovese, com' è in anguila rp 4, 10, ecc., ang'ila.
100 Parodi ,
tinue, ha senza dubbio il suo motivo nella maggiore difficoltà che presen-
tano ad un'esatta percezione. Scempio ò il Z in rp, e si oscilla per /", s,
che invece appaiono raddoppiati in ps e mu. , perfino dopo consonante o
in principio di parola: volleir 51, 3, fassandolU, farlli 51, 8. 9, Ilo 28, 31;
60, 44, ecc.; menssa 28, 7, ecc. Il r è molto incerto in rp, serra sera 1, 25,
starrai 3, 322, ecc. ; meno invece negli altri testi. Pel fenomeno in gene-
rale, cfr. Rom. XXII 314, e il § 3 A.
b. Rima.
1^. Il simpatico e fecondo poeta di ri e di rp mostra nel trat-
tamento delle vocali in rima siffatto rigore, che ben appare
com'egli fosse in questo seguace della scuola provenzale, così
ben rappresentata nella sua stessa Liguria da valenti cultori. Io
esporrò qui le norme principali, a cui fedelmente si tiene; ma
essendo rp troppo breve, perchè se ne possano trarre conclu-
sioni perfettamente sicure, e trattandosi di materia non ancora
studiata, sebbene assai importante per la Fonetica, mi varrò an-
che di ri, pur ristringendomi alquanto nelle citazioni. Per con-
tro, addurrò scrupolosamente, cercando di spiegarle, tutte le ec-
cezioni — e non sono molte — che si ritrovano nei due testi.
I. La vocal breve del dialetto non rima che con vocale breve;
vocale lunga non rima che con vocale lunga. Rimano insieme
soltanto, per -e, in ri: fé fede, fé fece, de deve, de diede, re
rex, ve vede, be bibe, che, e est, ze^ poé, Dótninè, cfr. 2, 19;
6, 136; 12, 214; 14, 108. 637; 44, 1 sgg. ; 53, 132. 166; 56,
35. 199; 63, 89; 72, 17; 115, 3; 123, 17 sgg., ecc.; in rp : de
deve 4, 55: e est; fé fede 8, 294: de. — Per -è, in ri: re
reo rei. De, me mio miei, Tade, Zache, e io, pe pee piede -i,
ve vieni, te tieni aste soste tnante, le egli, tu e, ve vedi, zue
pharise, ere crede, cfr. 2, 39; 4, 15. 41 ; 5, 17; 7, 1 sgg.; 9, 1;
12, 254. 466; 14, 86. 112. 134. 156. 218. 276; 16, 58. 85. 161.
170 {vei 1. ve). 309. 413; 18, 2; 45, 93; 53, 226; 72, 1 sgg.;
94, 5; 136, 157 sgg., ecc.; in rp: re reo. De etiande, me, e,
pe, manie, le, tu e, zue, cfr. 1, 57; 2, 14. 34; 3, 17. 235; 4, 3;
5, 11; 6, 27. 132. 156. 218; 7, 17. 113. 179; 9, 141, ecc. La
brevità di be bibe devesi al modo imperativo; per quella di fé
Studj liguri. § 2. Spoglio fbnet. e morfei. 101
fede, de deve, ve vede, nm. 4P; invece in ere crede sarà con-
trazione di due <?, da cree, mantenuto per analogia di creemo,
creer. — Cosi abbiamo da una parte -à, dall'altra -aa (che non
sappiamo se si pronunciasse già -a) : ri alegrerd 14, 282: averà',
cfr. 49, 70; 71, 77; spec. 123, 9 sgg., ecc.; rp sa 5, 33: an-
dar d; fa 5, 43: desfa; à 5, 69 : va, e così 7, 33; sa 7, 243 : fa]
fa 8, 204: ca', fa 8, 408: sta: ca: desfa. E invece: ri tiaa 1, 15:
celebraa, cfr. 3, 5; 56, 15, ecc.; rp maitinaa 3, 39: iornaa]
hiaa 3, 354: apelaa. Per le numerose rime in 4, e per le poche
corrispondenti in -/, cfr. nm. 44''; per le rime in -o, nm. 10.
Eccezioni non ve ne sono. Anche le vocali interne sono soggette
alla regola; e non rimano che fra loro gli d provenienti da au,
cossa 1. eòsa, pioso 1. còsu clausu, reposso, osso ossa *auso
*ausat, oppur rimano con vosse, da volse 'volle' (1. vose), cfr.
ri 5, 39; 12, 73. 228; 14, 220. 449. 619. 697; 38, 66. 90; 45,
43; 46, 1, ecc.; rp 3, 65; 8, 214 (ma dosso ri 36, 21: osso;
posso 134, 401: doso, l. pòsic dósu òsu); e pur fra loro, da
una parte: sezo seggio ri 39, 9: pezo', pezo{r) 16, 259 '.ìnezo',
lege rp 8, 400: seze; lezam ri 95, 17: correzam, tutti con /,
e dall'altra pelezo rp 8, 5: laoezo; verezi S, 71: pelezi, cioè
pelesu lave s' li ecc., Rom. XIX 484 e qui nm. 4; da una parte:
Margarita vita saita ri 2, 1; 49, 290, ecc., cioè Margarita
ecc., dall'altra: descunfita ri 49, 314: scrita, con t. Secondo
l'odierna pronuncia, farebbero eccezione digo ri 14, 394, digui
rp 3, 344, che rimano con nimigo, ligui; ma Vi di digu, ora
breve, conservava probabilmente ancora la quantità originaria,
cfr. § 3 A. E così è certo da dire per yxe 'la lettera x\ oggi
ize, che rima con pernixe ri 45, 57 (7); mentre isopo ri 6, 45,
oggi is'òpu, che rima con tropo, cioè tròpu, è da confrontare
con gli od. pipa, frate ecc.
II. La vocale aperta del dialetto rima soltanto con vocale
aperta; la chiusa soltanto con la chiusa. Si aggiungano ai casi
già citati : da una parte, prea pietra, od. pria, galea, nel sec. XVI
garia, desvea vieta, tutti con e, secondo il nm. 4, rea sul masch.,
cfr. ri 14, 32; 38, 130; 49, 166; 83, 3; dall'altra, con «?, se-
condo i nmm. 3, 4, 7, rnea, dea dia, sea sia, od. s<^, crea creda,
trea tria, covea od. kua;, monea od. muncea, e tutti gli imperf.
102 Parodi,
indie, e i condiz. in -ea, avea^ po?'rea, ecc., cfr. ri 14, 491;
16, 318; 43, 67; 49, 81. 90; 54, 11; 70, 3. 51; 98, 13; 110,
1 sgg.; 137, 19; 138, 125. 157; rp 3, 159; 7, 39. — Pajono
da mettere cogli e chiusi i vocaboli, che contengono un e in
iato con i, iato che al tempo dell'Anonimo non doveva essere
in tutto scomparso, come dimostra anche una certa mobilità
dell'i: irei, maschile di très, con i analogico, dei devi, vei
vedi, sei sis ed estis, tutte le 2."" plur. indie, di 2.* conj., acei
sacei, e di 3.^ lezei, pres. cong. di 1.^ nienei, fut. porterei ave-
rei, ecc., fei feci, e i perfetti in -ei, comovei e simili, inoltre
rei re, Zeilegge : cfr. ri 4, 53; 6, 9; 12, 170. 342. 412; 14, 194;
71, 71; 79, 175. 251; 87, 1, ecc.; rp 3, 59; 6, 31; 8, 57, ecc.
Si noti che ve^ forma contratta di vei, rima con -e, qui I e
nm. 41'\ — Per l'iato con e, mancano sicuri elementi di giu-
dizio: ere da cree può aver e da crco\ e di tree, feminile
analogico di très, o di ree reti ri 29, 22, mu. 88 v, non pos-
siamo dir. nulla. — Più gravi dubbj suscita 1' e in posizione,
specialmente davanti a gruppi con s, perchè troppo profonda-
mente sono ormai alterate le condizioni primitive, né sappiamo
da quando ; ad ogni modo le presunzioni stanno in favor del
poeta. Sono sempre distinti nella rima, dove son frequentissimi,
terra guerra e simili {tcera gucera), da iheì^a mainerà ecc.
{cera mainerà)', e rime senza dubbio esatte, almeno per la
vocale, sono pure: ferma: acesma ri 49, 245, cfr. gli od. ferran
scezimw, tempesta 91, 25: manifesta', festa 129, 30: sexta, g:
honesta 138, 156, con e, e probabilmente anche tempesta: testa
ri 79, 153; 86, 65, rp 5, 55, nonostante l'od. testa; cosi, d'al-
tra parte, con e, questo ri 91, 116: pesto; esca 63, 13: pesca,
e : ventresca 63, 88, : refrescha 133, 109, inoltre probabilmente
ahelestra 134, 231: menestra, ventrescha 112, 6: senestra, no-
nostante gli od. menestra sene'^tra, infine questo 94, 99: presto,
che ci darebbe già l'od. presta, e cosi cesta 63, 37: presta.
Ma harestre 138, 187: destre'^:
III. Non rimano se non fra loro, da una parte i vocaboli,
ossitoni 0 no, uscenti in vocale, dall'altra i vocaboli, ossitoni o
no, uscenti in consonante {l, r, forse n). Abbiamo innumere-
voli casi di rime in -ài- -e r -ir -eifrj, le quali si mantengono
Studj liguri. § 2. Spoglio fonet. e niorfol. 103
sempre distinte dalle corrispondenti in -a -é od -cT, in -i (es. ri
12, 648; 35, 1 sgg.; 72, 9 ^%g.\ 95, 173, ecc.), in -ei', anzi spesso
s'intrecciano rime in vocale e rime in consonante. Le apparenti
eccezioni provengono da guasti del testo. Così avremmo in ri
una volta -ar che rima con a, 12, 298, ma il v. 299 dovrà
leggersi : se fa grande mestar ( : sacrifìcaTr] ) ; come senza dub-
bio l'inintelligibile verso 136, 80 va corretto: parola dà axa-
minaa (: ahominaa). Al v. 56, 229 è un senteh^j, che rimerebbe
con De, ma questo dovrà mutarsi in cer cielo; e cos'i il v. 104, 1,
di correzione alquanto più difficile, sarà stato in origine: L'ao-
tissimo re de ce! o cer ^ E non conosco altre eccezioni, se non
di pura grafia.
Non minore esattezza troviamo nei parossitoni. Rimano in-
sieme, da una parte: acender ascender prender imprender
reprender intender offender render destrenzer inspenzer ven-
der ; beiver rezeiver , asteneiver basteiver caynteiver cove-
neiver cureiver dexeioer valeiver xeiver] scriver viver] re-
fiponder confonder) ponzer zonzer; cognoscer descognoscer ;
noxer coxer ecc., ri 14, 295. 319. 515. 535. 633; 53, 186;
00, 27; 79, 115. 225; 81, 9. 63; 86, 73; 88, 5; 89, 1; 90, 2;
95, 23; 114, 39. 43; 116, 5; 127, 43. 57. 67; 129, 45; 131, 11;
133, 7, cfr. il precedente; 134, 287; 136, 25 sgg.; 137, 15; rp
3, 83. 113. 131. 151. 334; 4, 53; 8, 320; 9, 305; dall'altra
pase, 1. pale, naxe\ spande comande, viande grande) prende
offende rende spende, bevende; crexe inqrexe; asconde afonde
circonde confonde responde, gronde sponde] nove ove: ri 14,
431. 555; 70, 15; 75, 39; 95, 49. 63. 113; 115, 5; 118, 1 sgg.;
126, 43; 134, 67. 233; 138, 191; rp 6, 118; 7, 70; 8, 90. Non
ricordo nessuna eccezione. Adunque il -/' al tempo dell'Anonimo
era ancora ben saldo.
* È meno necessario osservare che al v. 88, 1 di ri rcquer non è un im-
perativo, nel qual caso il -r sarebbe erroneo, ma un indicativo, e manca un
se, se requei-; o che ai w. 12, 566 e 567, le cattive scrizioni scpelii : dir ,
stanno per sepeliidl (ossia -i). Al v. 95, 121 è da leggere voio dir {-.falir).
Dubbio rimano se darsena 138, 109 {-.dà), od. dàrsena, ci offra un nuovo
caso di proparossitono, con accento secondario sull'ultima {air. pelago
54, 52:5o), o se invece sia proprio da leggere darsena. L'od. darsena ri-
sale a darsenal, e rappresenta un compromesso coU'ital. arsenale.
104 Parodi,
Meno sicuramente possiamo parlare dei parossitoni in -71 ca-
duco: nechizem ri 90, 1: gratizem, se son veramente casi di
-igine, il che è assai dubbio, nm. 8; multitudem ri 54, 260:
beatitud{in)en ', solizitudem rp 4, 19: amaritudem\ ancuzen
8, 356: ì'uzen. Naturalmente sono assai rari, ma i pochi casi
che si trovano sono tutti esatti, cosicché potremo concludere con
molta probabilità che, come il -r, anche il -n si udisse ancora
al tempo del nostro poeta.
IV. Dittonghi interni ei, ai aie. È notevole che questi sono
trattati dal nostro verseggiatore con maggior libertà. Infatti
V -ei sorto da -èct- rima talvolta con V ei di beneito, sebbene
la pronuncia dovesse riuscire leggermente diversa, Rom. XIX
484 sg., e r ai solito rima coli' aie sorto da alt e simili. Certo
abbiamo qui un buon indizio, che 1' u del nuovo dittongo ait
aveva assunto un suono indistinto, non molto lontano da i. Es.
di -ei: deleto leto so'^peto eleto aspeto 0 aspeito con feto (cioè
deleitu ecc.) rimano fra loro, ri 2, 3; 39, 68; 91, 84; 134, 355;
rp 5, 51; 7, 101; 9, 178. 222. 289; e fra loro rimano pure
beneito e recoieto 1. rekugeitu ri 4, 37^ ove la pronunzia po-
teva essersi fatta uguale, nm. 6; leggermente inesatta pare invece
la rima beneita : eleta ri 131, 3, posto pure che il secondo rap-
presenti eleita e non il dotto eleta, che abbiamo ora. — Es. di
-ai-.aw, faito rima con aoto aotro, guaita con asaota ri 86,
59. 83; 129, 89; rp 8, 212.
Per gli altri dittonghi, rimando ai singoli numeri dello spo-
glio. E fa appena bisogno di dire che le rime gazait'a : amara
0 simili, ri 49, 85; 91, 80; rp 4, 45; ponto : cointo rp 6, 229
e spesso ovunque; tanta : spainta rp 7, 135, ecc., sono inesatte
solo in apparenza, e dovrebbe scriversi, da una parte amaira,
pointo, dall'altra spanta. Meno facile è rendersi ragione della
rima speiga : biUega ri 138, 149. Tuttavia, poiché speiga suona
ora [de'jscèga, potremmo supporre che il dialetto possedesse ab
antiquo un doppione ceiga cèga.
V. Assonanze. Mentre il rigore del nostro poeta è cosi grande,
nel far rispondere fra loro identiche vocali, troviamo una certa
rilassatezza nell'accordo delle consonanti, cosicché si possa rac-
cogliere un discreto numero di mere assonanze. Es. : maistro :
Studj liguri. § 2. Spoglio fonet. e inorfol. 105
tristo 0 simili, ri 12, 376; 16, 10. 278; rp 7, 235; preiche:
djnte ri 6, 110; destrenze : offende li, 633; ventre: mar amente
rp 7, 87 (ma conmento : dentro 8, 21, 1. drento', e così fevre:
seve ri 14, 190, 1. freve); triumpho : gorfo ri 49, 146, cfr, 74;
ferma lacesma 49, 245 (ma 07^chi:porzi ri 94, 39, rp 7, 195,
riesce rima esatta, se si corregge porki, com'è ora). Inoltre:
intrega: tregua ri 73, 3, esempio non ben sicuro; losengue (1.
lus enge) : lengue 12, 402; schinche : cinque 114, 63. Alcuni
sdruccioli : inzenera : lelora ri 53, 300; subita : suscita rp 8, 322.
Nel primo caso, manca pure l'accordo della vocale atona non
finale: 1. telerai E l'accordo della finale manca in gramo : fame
ri 12, 472, cui forse possiamo aggiungere mente : talente 12, 109,
se è da corregger talento. Non parlo di pelago {: zo) ri 54, 52,
cui s'attribuisce un accento secondario sull'ultima, o di multi-
pico (prob. i) : richo 74, 13. Sono quelle a un dipresso le asso-
nanze sicure, e come si vede, si ristringono ancor esse a un nu-
mero determinato di casi, cioè, come negli antichi poeti fran-
cesi, specialmente all'incontro di gruppi, che contengono una
liquida o una nasale. Maggior maraviglia ci cagiona il difettoso
accordo delle vocali in gramo : fame, cosicché non sembri so-
verchio il sospetto, che il testo sia guasto, sebbene non ne abbia
l'apparenza.
Di altri casi, ov' entra in gioco una sibilante, non possiam
giudicare con piena sicurezza. Troviamo, ad es., niisse misit : se-
guisse ri 4, 27, missem : perventisseni {\. per ver t.) 5, 21, e
d'altra parte guisse (1. Q^s'e) : tramisse 75, 27, cosicché si possa
pendere incerti tra mise e mise. Giv . promixi : scrisi 102, 7,
ove r i rende possibile anche un terzo caso, cioè un promisi.
Nel participio si mostra la medesima oscillazione ; miso : abisso
ri 133, 124, che darebbe l'od. mìsu, ma viso : miso 74, 17,
donde si arguirebbe misti, cfr. ociso : tramiso 16, 449, e qui
pure divisi : misi 129, 69, mùjci : ennimixi 54, 57. Non è forse
inverosimile supposizione, che sul part. mìsu si rifoggiasse an-
che un pf. mise (1.* pers. misiì), e per contrario sul pf. mise
anche un part. misu, pi. mizi. Invece sarà vera assonanza in
romase : vraxe ri 12, 424 {s':z), e cos'i pure in dixe disse:
vise vedesse 12, 182 {s:s), dise 1. dise : scrisse 16, 9, dixe:
seguise 79, 231; ma è esatto dixe 134, 457: falixe.
106 Parodi,
In ogni altro caso, anche le consonanti si corrispondono con
perfetta esattezza ; e non si troverebbe ad es. un n in rima
con nn, o un r con r e simili; dimodoché, tutto sommato, le as-
sonanze, che venimmo enumerando, appariranno ben poca cosa,
né toglieranno molto alla lode di accuratezza e rigore, che noi
abbiamo tributato all'anonimo poeta ^.
e. Fonologia.
Vocali toniche
2. — A. Oltre gli esempj , già citati dal Flechia, abbiamo ercho arco
48, 11. — Ed è notevole amara\paira rp 4, 45, cfr. nm. l*" IV, che ci dà
un amaira, cioè amariu per amaru, come del resto occorre in più re-
gioni. — Possiamo toccar qui dei dittonghi ae, ai di formazione romanza.
Nell'Anonimo (e certo anche in dc*-dc^, in ps, tr.) si mantenevano distinti,
quantunque paja talora, per colpa dell'amanuense, il contrario; vedi, in
rima: per ae, ri 14, 1. 90. 168; 16, 66; 36, 45; 37, 11, ecc. ecc., rp 3, 11;
6, 74; per ai, ri 3, 2; 14, 154. 272. 284; 16, 25. 45. 265, ecc. ecc., rp 3, 9;
7, 171 ; 9, 58, ecc. ' Invece in pr. e mu. (e certo anche in de*) doveva già
* Dove la rima non torni o manchi, convien correggere il testo o sup-
porre una lacuna. L,a correzione spesso fu già indicata dall'Editore; al-
trove è assai facile. Cosi asohrio ri 12, 532 è da leggere asbrivo; 16,
368 corr. me rnaraoeio e; 22, 1, breue 1. beruer; 43, 18, 1. dir in veritae;
54, 210-11, l. fuziran : apareieran ; 57, 50-51, 1. rangurar : ... ben segiir star;
70, 55, 1. de zo miga no trovava; 79, 175, possei è da sostituire a possai,
lasciando intatto porrei nel verso seg., e così perdonai 6, 9 è da correg-
gere perdonei; 126, 45, 1. seguro o torse maturo, in luogo di nativo; 134,
181, 1. che tropo gran fala me par; voi 134, 223, 1. voi (:ioi); boi 136, 71
1. bo {: 20 : so : pò), ecc. E in rp, fore 3, 138, 1. fole {-.parole), e cosi can-
zon e fore 7, 79 sarà da leggere canzon fole; zoa 9, 213, 1. zova; sean
8, 366: sean, 1. saniseran. Dopo il v. 5, 93 manca senza dubbio qualcosa
(la nota è inesatta); così dopo il v. 6, 63; invece il v. 7, 197 non è a suo
posto e va espunto. Non so come correggere orgogi 7, 51 (ò'), in rima con
sagogi (ù). Non parlo della misura dei versi, che senza dubbio saranno
stati esatti, ma furono dai copisti barbaramente sconciati.
' Sono eccezioni apparenti: peccae ri 60, 17, che è da legger peccai; as-
sai 71, 5: citàe, ove, chi consideri il testo, s'accorge facilmente che, dopo
il v. b, il senso non corre, e deve mancare qualcosa; masnae 86, 29: mìd-
Studj liguri. § 2. Spoglio fonot. o moriol. 107
esser avvenuta la fusione nell' unico suono ce, come dimostrano stai 90, 8,
libertai 93, 35, ecc., scrizioni a rovescio, paere slaeto 49, 2, ecc., quasi fasi
intermedie, steto cite div. 1466, Ferrera 1468, ecc. In reine mu. 15 r, ali. a
raine, od. genov. rcena *rania rana, è pure una scrizione a rovescio, cfr.
nni. IG.
3. E lungo. In ei naturalmente, scritto di solito e, almeno nelle 'Rimo',
per tendenza etimologica. Ma V ei viene a mancare nell'iato: savea, save-
rea, coveall, 15, cioè savercea ecc., come prova anche l'od. pron., nm. 1'' II;
creo axeo, certo con e, donde lo sviluppo ou, nm. 15; e cosi irei, maschile
di tres, vei dei, 2* plur. ccvei saveì, e le altre forme, citate al nm. 1'' II, il
quale è pur da vedere per l'iato con e. — Resta e (e), com'è noto, pur
davanti n, m; ma per n fanno eccezione ps, Ig, segno di origine provin-
ciale : ceina ps 28, 40. 42; 32, 33, Ig 4, 67, peina ps 30, 28. 35; 31, 3, ecc.,
Ig 5, 47; 6, 32, ecc., quaranteina ìg 4, 66, Madareina Ig 11, 37; 20, 43, ecc.
Cfr. ann. 3.
Mutato in i: pnixe paisse mu. 62, 15 e 309 v, cfr. § 1 A nm. 4: provin-
ciale? Frequente è pin Rom. XIX 481 sg. (ma ninte un'unica volta mu. 320 v).
4. E breve. Di norma e (cioè e); ma l'antico te, tuttora vivo in più d'un
angolo della Liguria, apparisce in ps, che perù non è esente da qualche
sospetto d'imitazione letteraria, e più di rado in Ig : jjie ps 30, 19. 20. 21;
33, 2, ecc.; Pyero 33, 13, priego Ig 15, 53, e vadan pur qui ciefji Ig 20, 15,
alliegro 5, 13, oxielU 20, 54, pieto 25, 30, e per quello che può servire,
fierir Ip 1, 26. — Del dittongo stesso mi pajono esempj il solito mainerà^
od. tìiaine'a, da *manaria, e inoltre camairera rp 1, 3; mu. 59, 2; 60, 6,
con metatesi che può raffrontarsi a quella del tose, pianerò paniere; cfr.
Rom. XIX 483. Meno sicuramente s: può dire se staera rp 1, 28 {: rivera)
sia entrato nella stessa analogia, per le fasi * state ria *statiera, cfr. l'it.
fiera. — Sarà bene infine accogliere qui anche un cenno delle traccie, che
il dittongo ha lasciato nella posizione palatina: sezo pezo mezo ecc., cioè
tiplicae, ove il senso vorrebbe multiplioai, ma basterà correggere en tanto
in che tanto, sopprimendo insieme il che del v. 31, perchè tutto s'aggiusti.
Più difficile ò frai o frae fratello (e propriam. 'frate'), che rima due volto
con -ai, 43, 3 e 105. For.se da fruire, con -re caduto, contro la regola
di paire maire, o per commistione con un collaterale frae frat[r]e o
frate[r], o per troncamento, come nell'it. fra'. A f-ai deve rispondere
l'od. 0 antico frce.
108 Pai-odi,
sè^'u, da e ie ie ee, contro lavezo ecc., cioè lave's'u, da 1', cfr. nm. l** I. —
Per le varie posizioni d'iato, cfr. nm. 1'^ ii : mea od. moe; ei ès od. e"; me
De re reo, con f, anche nm. 41**; infine, nell'iato non originario con a, ab-
biamo già due volte pria mu. 23 r.
6. I lungo. 11 solito pruma rp 3, 103, ch\ prumer. — Nell'iato e-i le
'Rime' conservano l'accento antico, reina ri 12, 178: fantina, e così 12,
243. 253. 407, ecc.; non però in beneito mareito, ove le due vocali appa-
jono già strette in dittongo, certo per attrazione d'altri participj; cfr.
nm. P IV. E come e-i, cosi pure a-i, saita ecc. Al tempo di mu. però, l'iato
era scomparso e 1' i, davanti nn, già assorbito : renna regina 45, 27 e al-
trove, ali. a reina, frenna *freg-ìna 'fregola' 'furia' 261 r; cfr. Sarren tr. 6,
ali. a Sarrein ib., ant. it. Sarami. — Forse già lat. volg. nivola 34, 43; 53,
21. 28, cfr. m.-l., it. gr. 50, Arch. 11 440; e par indizio d'origine provinciale.
7. I breve. Le condizioni del nm. 3. Citeremo Seseiria Seceijllia Ceceilia
Sicilia e Cecilia mu. 248 v, 250 v, creissema 148 v (suU'ant. quarein'emaì),
ora kre's'ima; peigam 96, 3, ora cegaùj cfr. speiga nm. l*" iv. In veigo vedo
Ig 15, 15. 26; 16, 43, ecc., (ali. a vego 20, 10), resta forse 1' ei di *veidu,
per attrazione dell' inf. vei, dell' impf. veiva. Davanti n: meina meine Ig 6,
83; 7, 44, provinciale, cfr. ann. 7. — Resta al solito Vi di Ugo, rp 3, 345,
dc^ 1. 28, ecc. — In iato: oltre l'isolato veoa mu. 90 r, cui sta allato il
sempre vivo vidua, ricordo : sea sit rp 7, 39, cfr. nm. P ii, sea sete mu. 23 r,
che è l'od. sce, ali. a see 23 r, 122 v, Ig 17, 41, se mu. 80, 19 (ma sei ri
39, 55). Per fé, ve nm. P i, 41^.
8. I di posizione. Breve: profeto profìtto 54, 28 e altrove, [orbetrio rp
8, 145, cfr. l'od. abreliu 'alla carlona' 'a fusone'], enpe rp 3, 170, entre
7, 132, ora inpe intre, vencer mu. 53, 18, inffenta 72, 7, constrenze 93, 29, ecc.,
ora vinse finta costrinse, inzenzer cingere 54, 5, non più vivo, tacenti mu,
178r, ora gasihtu. Sempre simple 82, 43; 85, 34, ecc., forse latinismo;
ma d'altra ragione il sempre vivo binda inbindao Ip 1, 41, ps 35, 8, ecc.
AH. a meso messaggiero rp 4, 52; 8, 98, il partic. misso, sul perfetto. Due
esiti di -itja: necheza rp 7, 218, reeza 219, ecc., ma prestixia rp 3, 306,
in rima con pegrixia, mondixia mu. 154 v, 185 r, franchixia 55, 5, iustixia
dc^ 29. 38; ^qvo juexio ps 34, 28; 36, 42. È probabile, secondo si dirà meglio
nel § 3, che nel secondo esito abbia qualche parte -ize da -ities, che è
conservato integro in nechizem gratizem ri 90, 1. 3, cioè gratize ecc. (cfr.
peizem, cioè peize, ri 62, 23). Diversamente il Flechia. Per idia, nm. 23.
9. 0 lungo. Spesso scritto, e quindi già pronunciato, u: pimi rp 5, 85,
conpagnum 6, 100, munti molti 8, 206, perduni 9, 354, inuidiuso 6, 47, ecc. ecc.
Sludj liguri. § 2. Spoglio fonet. e morfol. 109
10. 0 breve. La pronuncia ó" è assicurata dalla rima; oso -.eroso ri 70, 25,
rp 8, 280, 1. os'u kros'u, ali. a vozo : gozo ri 133, 132, 1. vos'u §os'u\ scora:
corzora rp 9, 246, bestiore-.enzignore ri 53, 298, tutti con ó, ali. a torà:
fora ri 43, 71, oro:tesoru rp 3, 25; 8, 260, con o da au; infine, da una
parte le frequenti rime di moi modi, con fgioi figliuoli ecc., tutte in -oi,
e dall'altra di croi con szhoi ri 101, 18, cioè croi, plur. di crojo, e coi
chiodi. Cfr. Rom. XIX 480 sg. Esempj notevoli: cor cuojo mu. 113r, cfr.
p. 20, martorio (-.purgatorio od. -òjic) rp 6, 269, mu. 248 r, ecc., Gir omo
mu. 90 r, od. gomu, ove V ó sorse davanti al n originario. — Se preceda
a m, si conserva a schietto, come nel genov. od.: -omo cioè ómu. Un se-
condo esempio è corno come, cioè kòmu, ora kume, Rom. XIX 481, E ri-
mano solo tra loro: ri 14, 379. 699; 21, 1, rp 2, 63; 3, 89; 7, 95, ecc. — An-
che air uscita si aveva o schietto, e rimano insieme to tuo e zo ciò ri 12, 332,
rp 6, 29; 9, 313, ecc., so suo e zo ri 12, 303, ecc., zo e alò 12, 354, ecc.,
to e alò rp 3, 310, pò può e alò ri 14, 651 ; 100, 5, zo e pò 14, 525, so e
pò rp 2, 5, pò e bo bue ri 14, 469, lo zo so alò pò boi (che va corretto in
ho) 136, 60 sgg. — Davanti -h, era già u, come, pei tre esempj possibili,
dimostra la rima; bonisavon ri 49, 54, :raxon 128, 1, •.conpagnon rp 3,
133. 290; bom : tron : son : bochon ri 136, 180 sgg. Nella fiessione; bona:
persona ri 14, 286. 411, ecc.; inoltre sona:trona 53, 82, oggi sona, ma
truna.
12. U lungo. Noto ancuzen (: ruzen) rp 8, 356, od. ahkìs'e, che non pare ben
dichiarato in Arch. XII 409; bussula ps 28, 8, od. bisua. — Per aii', nm. 16.
— In formen mu. 149 r, confluiscono forse furmine e furgou, vivi tutt'e due.
13. U breve. Come al nm. 9; la scrizione u è, per più forte ragione,
frequente. Non so quanto valga corta rp 7, 178, od. kùrtii. Conserva V u, zoa
giova rp 9, 213, ecc.; e vanno qui i possessivi femmin. toa soa, come di-
mostra anche la rima; toa:coa rp 6, 94; soa:coa ri 79, 163, rp 3, 95,
:proa ri 38, 22; 79, 261; soe:doe ri 70, 43; 138, 193.
15. Dittonghi. Per esempj di AU lat., nmm. l*» i, 10, 29, .33, 37. Non
pajono indigeni: zoi rp 9, 219, di fronte a ioga ri 12, 362, yoge 138, 167
(: eroga, : croge).
Dittonghi romanzi. Da éu, eù, iù si sviluppa oic, ioti, cfr. § 3, e i primi
esempj appajono in mu. : creao credo 46, 27. 28. 33, cioè *kre''u krou,
m' acreao 81, 45, axeao aceto 151 v e axao 135 v, gameao camello 155 v,
spineao (s inou o spintoni) 47, 40, rooeao roveto 13 v, vreao vetro 144 r;-
spendeaor 10 r, 59 r 'chi fa le spese', venseao -eaor vincitore 46 r e v. co-
110 Parodi, Studj liguri. § 2. Spoglio fonet. e morfol.
gnosseaor 97 r, impenzeaor 112r, e così sponeaor faxeaor conhateaor. Ma
■meolln 78, 16, ora nioula. — Ricalcata sul singolare è la grafìa dei plu-
rali: lezaoì 51, 42, forhiaoi 29 r, seroiaoi servitori 56 r (ali. a servioi), def-
fendeaoi tenzeaoi confessaoi corrompiaoi. Anche in dir. 1468 cogiaoi racco-
glitori; oggi tehs'ue'j ecc., da tehs [eJuH. Rifatti sui precedenti, i plur. cre-
veaoi crav. capretti 48, 15. 22, cfr. il mio less., gameaoi 51 v, come gli
od. liiej lati, merkuéj, § 3. — Poco chiaro scorpìanra scultura 51 r, forse
per shurpóura, § 3.
[Continua.]
ATONE FINALI,
DETERMINATE DALLA TONICA,
NEL DIALETTO PIVERONESE.
DI
G. FLECHIÀ.
PUBBLICAZIONE POSTUMA.
Il dialetto piemontese, pigliato nel suo più largo
significato, potrebbe dividersi assai naturalmente, mas-
sime per ragioni fonologiche, in due grandi sezioni,
che si potrebbero dire, l'una dell'alto e l'altra del
basso piemontese; ed una delle più notevoli loro ca-
ratteristiche sarebbe per la prima sezione il predo-
minio dell' e atono finale (v, App. *) e per la seconda
il predominio, anzi generalmente il dominio incondi-
zionato ed assoluto dell' i atono finale; e ciò massi-
mamente là, dove nell'italiano si tratterebbe per lo
più dell'alternativa dell' e o dell' i atoni d'uscita.
Alla prima sezione apparterrebbero propriamente le
Provincie di Torino e di Cuneo, alla seconda quelle
d'Alessandria e di Novara. Quindi è che per es. le
voci le quali in Torino suonano skarpe, spale, valle,
robe, pare, mare, preive, antende, l' porte ecc., in
Alessandria si pronunziano sharpi, spali, valli, robi,
pari, mari, previ, antendi, f porti.
[L'Appendice citata, qui ed altrove, non s'è ancora po-
tuta rinvenire tra le carte del Defunto; e cosi s'è indarno fin
qui cercato un Saggio lessicale che doveva andare unito al
presente lavoro.]
112 Flechia,
Queste leggi fonetiche si adempiono, può dirsi, senz'eccezione,
così nell'alto come nel basso piemontese, e segnatamente in que-
sto, dove, per es., nella città d'Alessandria riesce impossibile il
trovare un vocabolo che termini in e disaccentato, come accade
a un di presso nel siciliano proprio.
Ora, fra tutti codesti dialetti o varietà dialettiche del Pie-
monte, ve n' ha una propria d' un villaggio topograficamente si-
tuato come sopra la linea intermedia che divide le due sezioni;
e in ordine al sistema delle vocali atone d'uscita, delle quali qui
si ragiona, affatto diversa non solo da tutti i dialetti che im-
mediatamente la circondano, ma per avventura da tutta la fa-
miglia de' parlari d'Italia; e quindi, al parer di chi scrive, ben
meritevole d'essere studiata e denunziata alla glottologia ^
Cotesto villaggio è Piverone, con popolazione d'intorno a 1600
anime; da oriente ultimo comune del circondario d'Ivrea (prov.
di Torino), e da tramontana e levante, contiguo al circondario
di Biella (prov. di Novara); ed ha contermini, a circa tre chi-
lometri di distanza, da mezzodì il comune d'Azeglio, da ponente
quello di Palazzo (canavese), entrambi, come Piverone, del cir-
condario d'Ivrea; ed a mezzanotte i comuni di Magnano e Zi-
mone, e a levante quello di Viverone, tutti e tre, già s'intende,
appartenenti al circondario di Biella. In tutte coteste terre, at-
tigue a quella di Piverone, regna assoluto V i atono d'uscita,
fuorché in Palazzo il quale ha proprio 1' e atono d'uscita in-
sieme col Canavese (v. App.), che viene a dire coli' alto Piemonte.
La legge fonetica, esclusivamente propria del vernacolo pive-
ronese, consiste nell'azione che nell'alternativa dell' e o dell' i
finale la vocale tonica ( semplice o dittongo ) esercita sempre
sulla seguente vocale d'uscita, ne' vocaboli d'ogni natura o ma-
niera, parossitoni 'o proparossitoni, per modo che l' atona finale
venga ad essere sempre e quando la tonica precedente sia a e
e o ce, ai au ei eu oi, e venga ad essere sempre i quando la
tonica sia e i u ù ^. Quindi, per cominciare dai plurali feminili
* [Cfr. Salvioni, Arch. XIII 355.]
* [Air ce, all' en, all' '/, è apposto nel ms. un segno di richiamo, cui
nulla risponde.]
Atone finali determinate dalle toniche. 113
che come di prima declinazione finirebbero di regola in e nel-
r italiano e nell'alto piemontese, e nel basso in z, vedremo nel
piveronese avvicendarvisi 1' e o 1' i finale secondo sia determi-
nata l'una 0 l'altra vocale dalla tonica precedente. E perciò
s' avrà sempre 1' e d' uscita :
Dopo r a tonica : andje anitre, anime, arke madie, husnarde
bugiarde, kassje casse, krave capre, fraje fragole, gavje catini,
(jravje gravide, ìnandide mandorle, lande lungaggini, maske
streghe, naje natiche, salvaje salvatiche, ivamje zìe, ecc.
Dopo Ve tonica: antreje intiere, arsele ricette, arjundele
malva, propr. ritondelle, filmele femine, gesje chiese, sireze ci-
liege, grioele gheppj, marele matasse, neve nuove, pere pietre,
selje lisce, slere stuoje, vrere impannate, loeve vedove, feore
febbri, ecc.
Dopo r e tonica: \^deja dava, feja faceva], bicteje botteghe,
berte gazze, kareje seggiole, cuwende chiudende, eì'he, feje
pecore, lengue lingue, melje melighe, penkne cingallegre, pertje
pertiche, seje setole setae, teje baccelli thècae, iversje storti
(propr.: guerce, cfr. Diez less.), verne ontani, ecc.
Dopo r ce tonica: cere aje, cewe acque, biankcere bianchicce,
bib^cere zangole, ccere chiare, flcere fiamme, gcure ghiaje, nei-
rcere nericce, rcere rare, slar ccere malesce, tumcere tomaje,
viceré *vitariae (v. App.), ecc.
Dopo .1' 0 tonica : biove turchine, livide, boje insetti, koje co-
tenne, bolke biforcute, koce cotte, Ugge cosce e zucche, korze
tardive, doce e dasdoce garbate e sgarbate, faloppe faville, fi-
lose gelose, gole fiamme, baldorie, gore vinchi, groje gusci,
lodne allodole, piote zampe, pìQbje piogge, virole vajuole, voje
vuote, ecc.
Dopo i dittonghi; ai: gaide gheroni, kuaire quaglie, ecc.; au:
ante alte, faude falde, sauge salse, ecc. ; ei : keine catene, feire
fiere, leine lendini, leisne lesine, veine vene, veire ghiere, ecc.;
eu: óapuleure taglieri, faceure fiscelle, meure mature, ma-
ì'jeure maritatoje, rcdavuleure pipistrelli, sbarneure *sfornida-
toje, sleure aratri, slireure stiratore ecc.; ai: roicle comandate
sost., Idre poltroni.
E s' avrà sempre 1' i d' uscita :
Archivio glottol. ital., XIV. 8
114 Flechia,
Dopo r e tonica: asselli ascelle, bastemji bestemmie, begsn
maggiolini (melolonta vulgaris), berni prune, berli cacherelli,
blessi bellezze, liristi creste, sesti cesti, suivelti civette, fersi
ciccioli fritti di majale, fremmi ferme, fresili fresche, messi
messe sost., tneski bagolari, velli vele, vessi vecce vesce, ecc.
Dopo r i tonica : amnigi anse, kastini castagne, kulini colonne,
liulici collectae, frigi fredde, fì^auzini forbici propr. forbicine,
vìquU visciole, lantiji lenticchie. Uri lire, miji mie, minzini
medicine, narisji narici, pli;)i pelliculae scorze, prigi pevere,
spingi spille, situici polline, hirtifuli patate, urtiji ortiche, va-
zivi vuote, virn volte, zanzivi gengive, ecc.
Dopo r u tonica : arfuncli rotonde, biiji bollire, klulii chiocce,
buioi denti del pettine ecc., hrusti croste, kruwi crude, sivùli
cipolle, druwi grasce ecc., duioi due f., fumni femine, nuni
niune, nuwi venute, murfluni mocciose, muski mosche, pata-
nuwi nude, punci punte, sansuioi sanguisughe, rubji gialle,
stubji stoppie, sunti bovine, tutni caciuole, turtuli turtore, unci
unte, ungi unghie, uiol uve, vandumji vendemmie, ecc.
Dopo r iì tonico : briìsld brusche, bruii brutte, bùski busche,
fuscelli, luiliiiji conchiglie, Idlni culle, fujiìri figure, frilsii lo-
gore, liivi lupe, muli mule, piÀpi poppe, sùci asciutte, sùmji
scimie, siizìiji cicigne caeciliae, silpi zuppe, triipi trippe, lìgi
aguzze, ùgi agucchie, iiltimi ultime.
Alla medesima stregua riescono quei nomi che dal tipo dei
neutri plurali del latino ritennero ne' volgari italiani il linimento
in a, passando al genere feminile, come le braccia, le ciglia,
le corna, le ossa ecc., e quegli altri di forma analogica, quali
le dita, le budella, le carra ecc. Di questa sorta nomi, alcuni
nell'alto piemontese mantennero 1' a finale, esteso pure al sin-
golare e fatti maschili in entrambi i numeri, come p. e. il tor.
paira pajo paja, 7nila mille mila, rnija miglio miglia, e anche,
nella provincia di Cuneo, dija dito dita; ma buona parte di
questi nomi in a assunsero, come feminili plurali, la simbolica
loro desinenza in e che nel basso piemontese si mutò poi gene-
ralmente in i. Ora codesto e plurale, nato da a per influenza
del genere feminile, nella varietà piveronese si mantenne intatto
quando venne a trovarsi preceduto dalle toniche che vogliono
Atone finali determinate dalle toniche. 115
r e d'uscita, ma passò poi in i se la tonica precedente è di
quelle che richiedono 1' i per l' atona finale. Quindi p. e. da un
lato asje *agia, hrage braccia, buele budella, kare carra, home
corna, servele cervella, ève uova, lavre labbra, osse ossa,
pessje perseca (alatr.), pcure paja, ecc., e dall'altro diji d'ita.,
fili fila, fusi fusa, mulini ^mulina, petti peta, pmni poma, piini
pugna, zimigi ginocchia ecc.
In ordine ai nomi vuoisi ancor notare, che quest'azione della
tonica per la determinazione dell' e o dell' i d'uscita, nel pive-
ronese, si esercita pur normalmente là dove il nome masc. di
tipo originario o secondario in -io soggiace a quell'apocope d' o
al sing. e d' i al plur. che può dirsi caratteristica della più parte
dei dialetti galloitalici'. Quindi : a) da -io originario dopo a :
armare armario armadio, kambe cambio, save savio, ecc.;
dopo e: batisfere battisterio, cilmiilere cimiterio, ruioinere [quasi
'ruvinerio'], vangele evangelio, ecc.; dopo e: Immerge com-
mercio, pruverbe proverbio, sterne *sternio, ecc.; dopo o: di-
moile demonio, g rigor e Gregorio, nigoge negozio, ione To-
nio, ecc.; dopo i: basili Basilio, gudigi giudicio, liin lilio gi-
glio, ecc.; dopo il: kriici crucio, diliìoi diluvio, dilbi dubbio,
fasiildi fastidio, ecc.; ^) da -io non originario dopo a: anave
*anavio — , ande *andio andito, kande *candio candido, manne
manico, care carico, pase mansueto, babe *babio da bablo e
pablo,. babulo pabulo, babbio (qui per rospo) e pabbio, malave
*malavio *mal-abito, malato (cfr. Arch. Vili 367, s. maroto) ecc.;
dopo e: eie olio eleo, sele *selio solido liscio, ecc.; dopo e: an-
terpe *anterpio, intrepido, dappoco, ecc.; — barenfe (-enfio,
-inflo) gonfio, ense *ensio insito innesto, erpe *erpio *erpico er-
pice (v. Arch. II 9, X 92), pesse *pessio persico pesco e pe-
sca, ecc.; dopo o: orde *ordio hordeo orzo, tosse *iossio tos-
sico, vole *volio volito volo, piove piovuto *plovito (cfr. nap.
kiuoppeto piovuto, kioppeta pioggia); dopo e: tebi *tebio te-
pido; dopo i: kribi *cribio *criblo cribro crivello, sìiivi *schi-
vio, schifiltà; vivi *vivio vivido; dopo it: rubi *rubio rubeo
giallo, dubi *dubio, duplo doppio, gami *gumio gumito cubi tu,
stumi *stumio *sturaaco, stomaco, upi *upio oplo opulo, oppio,
urubi grosso trivello; dopo li: siibi *subio sibilo, strilpi stor-
116 Flechia,
pio, stroppiato. Cadono pur qui i riflessi del tipo in -àtico, -ag-
gio: vjage kurage dalmage, bijlage baliatico ecc.
Siano qui finalmente aggiunti alcuni nomi maschili rispon-
denti per lo più a forme in -er del piemontese, lombardo ed
emiliano, ne' quali ha luogo l'avvicendamento d' e in i: kada-
vre papavre ladre', alegre, medre; dzembre niwembì^e stem-
bre', poL're, povero e polvere; gendri vendri tendri zendri',
magistrl, singri zingaro, subri bigoncia, uticbri; siikri zucchero,
e inoltre abate, pare padre, mare madre, arede erede, preue
prete, ureste ni., forme tutte, già s'intende, anche proprie del
plur.; cogli avv. shua.se, quasi, ange anzi;- oìmie uomini.
Quanto ai verbi, cotesto avvicendarsi dell' e e dell' i cade
nelle seconde persone, che per lo più coincidono in una stessa
forma nel singolare e nel plurale; quindi kante canti cantate,
nave nuoti nuotate, ìeze leggi leggete, tenie tingi tingete, mo-
rje muori morite, porte porti portate, tei kolje, ti corichi, fiacre
puzzi puzzate, laure lavori lavorate, trause, traversi traversate,
sauté salti saltate, zeine digiuni digiunate, meure maturi ma-
turate; e zemmi gemi gemete, piji pigli pigliate, pugi scodelli,
scodellate, zuwi giuochi giocate, stùd pulisci pulite; kantave
cantavi cantavate, pjave pigliavi pigliavate, lezlji leggevi leg-
gevate, hanteisse cantasti cantaste, kantìHssi canteresti, cante-
reste. E avviene pure nelle forme infinitivali procedenti da tipi
della terza conjugazione latina: pianze piangere, leze leggere,
perde perdere, kore correre, zemmi gemere, skrivi scrivere,
pì^uwi prudere, imzi ungere.
Anche le enclitiche osservano questa legge senz' eccezione :
aìidasne andarsene, dame dammi, damne dammene, fané fanne
facci, matte [mette] mettiti, faje fargli o farle, vaje vacci, dasse
darsi; specme aspettami, levte levati; vessme versami, kueróte
coperchiati, copriti, korje corrigli, drobje aprigli, sorte sfogati;
sautme saltami, darzeinte sdigiunati, pceiame pettinami; koite
cogliti; sbremti spremiti; pijji pigliale, pijmi pigliami, dasvigti
svegliati, musmi mostrami, andumsni andiamcene, kiirùji preje
corsole dietrole. E ancora nel pron. encliticam. ripetuto dopo in-
declinabili: wardje laje, guardali là, tvardje liji guardale li,
toardne kuini, guardaci qui; vaje dvenje, vagli o valle davanti,
Atone finali determinate dalle toniche. 117
vaje nin adosje non andargli adossogli, vaje nin ansihnji non
andargli in cima (propr. 'sopra').
L'effetto prodotto nel pi veronese dalle vocali toniche che de-
terminano nella serie delle vocali palatine d'uscita il doppio
esito dell' e e dell' i, si ripete analogamente in ordine nelle vo-
cali labiali (o u)', e, com'era naturale, per l'azione di quelle
vocali toniche {a e e o ce ai aii ei eie o'i ou) le quali vogliono
r e atono d' uscita, qui si viene ad avere 1' o, mentre s' ha 1' tt
per influenza delle toniche (e i u ù) che determinano 1' i.
Quindi, a—o: aso asino, bravo!, burazo borraggine, kardo ca-
pruggine, j;zaro amaro, runkazo fusaggine (cfr. mil. rankazen,
*roncaggine); e—o: ebo ebbio, peco pettine, seto ni. Settimo;
e — o: merlo, presto avv., termo termine; o — o: aDoUo, borno
cieco, cofo cofano, coro, drolo fr. dròle, govo o zovo giovine,
moro, ordo ordine, orgo organo, orlo, osto oste, solfo zolfo;
w — 0: cero agro, ma^ro magro, ivcero quanto quanti, poco (tor.
aire maire vaire); ei — o: beilo balio, neiro nero, surdeivo ni,
Sordevolo; eu — o: zneuro ginepro. — E all'incontro: e — u: ka-
l^zzu fuliggine, gedda garbo, vezzo, vcsku vescovo, vezzu ruzzo,
fregola; i — u: ankuizu incudine, himc pollo d'india, citu zitto,
^riciza brivido, ribrezzo, mime minio e micino, pruizii prurig-
gine, ursizu rosalia; u — u: kuku cuccolo; ù — te: bùlu elegante,
beli' imbusto, bilru burro, milsu, riìzu ruggine. — I nomi di
battesimo: karlo, baldo Ubaldo, gako, lario Ilario, mario,
nasio Ignazio, utavio Ottavio; kurnelio, mar celo, pero
Pietro, remo', berlo; grisosto, vitorio; guidu, ligie Eli-
gio, liviu, kainite, riku Enrico, ziliu, Basilio; cognomi:
f avaro, teano; bur§esio', ambrosio', fiirnu; soprannomi:
(jajo, tofo.
In forme verbali, prime e terze persone del plurale: kanto
cantano, cantino, cantiamo (cong.), kantavo cantavamo, canta-
vano; kì^edo credono, credano, crediamo (cong.), feio facevano,
facevamo, perdo perdono, perdano^ perdiamo (cong.), bogo si
muovono, boljo l)iilicano, bulichino, koljo coricano, morjo muo-
jono, muojano, moriamo (cong.), sccero vedono, vedano, vediamo
(cong.), auQO alzano, alzino, alziamo (cong.); ^eino cenano, ce-
nino ceniamo (cong.); purteisso portassimo portassero; meuro
118 Flechia,
maturano, maturino, maturiamo (cong. ); zemmu gemono ge-
mano gemiamo (cong.); liiirezzii scoreggiano, scoreggino, sco-
reggiamo (cong.); skrÌDU scrivono, scrivano, scriviamo; farijii
faremmo, farebbei'o; rumpu rompono, rompano, rompiamo; stufa
puliscono^ puliscano, puliamo (cong.).
Anche il pronome lo, usato encliticamente, suona lo o hi se-
condo la vocale tonica; quindi inailo mettilo, metterlo; purlàlo
portarlo; ienlo tienilo tenerlo; perdio perdilo perderlo; knzlo
cuocilo, cuocerlo; àuslo alzalo; fallo faglielo; nieinlo menalo;
hoilo coglilo; ma: sdremlu spremilo; pijlu piglialo; runplu
rompilo, romperlo; purtumlu portiamolo; diUla mettilo, hilzlu
cucilo, matuhc messolo. E encliticamente ripetuto dopo indecli-
nabili : heiklo lalo, vedilo là, heihlo lilu o kiùlu vedilo lì o qui,
ecc. (cfr. p. 116-7).
È noto come il piemontese abbia insieme col genovese un così
detto n faucale (cf. Arch. II 117); ma la faucalizzazione di co-
testo suono nel piemontese è di doppia natura. Il torinese, o
piuttosto l'alto piemontese in genere, ha codesta nasale fauca-
lizzata e l'ha come suono semplice; mentre nel basso piemon-
tese la nasale si raddoppia e si raddoppia in guisa che il primo n
suoni faucala e il secondo dentale; quindi mentre gl'it. lana
catena spina corona luna nell'alto piemontese vengono a so-
nare lana kadena spina kuì^una Vana, nel basso si profferi-
scono latina kadenna, spinna kurumia lilmia. Ora il pivero-
nese che, fuor delle sue specialità, concorda generalmente col
basso piemontese, non conosce punto cotesta faucalizzazione se
non dopo 1' a tonica, mentre dopo le altre vocali presenta la na-
sale inalterata, vale a dire ne doppia ne faucale, corrispondendo
per questo rispetto al dialetto canavesano che non soggiace punto
alla legge della faucalizzazione (cfr. Nigra, Arch. III 37); quindi
ÌjruiDanlamia -tanne, aggiunto d'una specie di fave; kantaraiina
raganella, datmiina dipana, fiibiahna (v. gì.) salamandra, tan-
na, manne manico, pajizanna paesana, piantanna piantaggine,
spianno spianano, tersanna ievza.na,, valzanna ni. (v. gì.); ma
spina, bicna buona, kurima, truna tuona; Mina culla, lùna^.
* Codesta limitazione della faacalità al n preceduto dall' a, è pur pro-
pria del dialetto d'Azeglio.
Atone finali determinate dalle toniche. 119
Sorgerebbe ora qui primamente il quesito circa il tempo e il
luogo in cui sia incominciato questo movimento d'invasione ita-
cistica nel basso piemontese. Un esame degli antichi documenti
volgari pedemontani farebbe credere che prima del XVI secolo
prevalesse ancora generalmente 1' e atono d' uscita, determinato
principalmente da ragioni storiche ed etimologiche. Quanto al
luogo donde siasi primamente diffuso cotesto princi])io fonetico
dell' itacismo, mi par verisimile che il movimento sia stato dal
basso all'alto e s'ha naturalmente da credere che le ragioni
storiche ed etimologiche abbiano sempre più cessato di operare
col prevalere generalmente delle tendenze fonologiche.
Venendo poi ad indagar le ragioni di queste singolari leggi
fonetiche proprie del pi veronese, dirò primamente come a me
paja ch'esse abbiano a ripetersi da certe condizioni topografiche
di Piverone. Già s'è detto che questo comune trovasi come sulla
linea intermedia che separa le due sezioni dell' alto e del basso
piemontese. Ora vuoisi ancora avvertire che passando da tempo
immemorabile pel bel mezzo di Piverone la strada maestra che
correva tra Ivrea e Vercelli, questo comune veniva ad essere
come il punto centrale in cui il movimento commerciale dei Ca-
navesani e dei Vercellesi, cioè dei commercianti che avevano
per nota caratteristica dei loro dialetti, gli uni l'uscita generale
in e e gli altri in z, veniva come ad incrociarsi e a confon-
dersi nei loro parlari confluenti nella promiscuità delle due
leggi 0 tendenze diverse. Quando poi la formazione dei due si-
stemi fonetici venne definitivamente a rassettarsi, Piverone, che
con questa sua positura veniva per conto della pronunzia ad
essere esposto alla doppia attrattiva dell' e e dell' i, dovette na-
turalmente trovarsi come in una lotta od oscillazione, in cui,
non potendo liberamente e ricisamente passare all'uno dei due
sistemi, dopo un qualche periodo di fluttuazione, per uscir come
dall'impaccio di questa quasi arbitraria promiscuità, finì per ac-
conciarsi con normalità maravigliosa a cotesta nuova legge che
io direi d' assimilazione quantitativa. In fatti, noi veggiamo
che in questa alternazione delle due vocali palatine d'uscita,
r e, la più forte e la più piena di esse palatine, è la voluta,
come finale, dalle quadro toniche a e e o, che sono i più forti
120 Flechia, Atono fin. dotcrmin. dalle toniche.
suoni semplici del vocalismo piemontese, mentre Vi, la meno
forte delle vocali palatine, viene a rispondere, come atona d'u-
scita, alle toniche meno forti e i u ù. Le figure che risultano
da questa legge sono quindi, da un lato a-e, e-e, e-e, o-e, e dal-
l'altro C-i, i-i, ii-i, ù-i; e quanto ai dittonghi tonici, vi si risponde
sempre coli' e atona, poiché essi dittonghi, oltre all'essere, come
dittonghi, i suoni più pieni e più forti del vocalismo, hanno
sempre pel primo ed accentato elemento una delle vocali che
toniche richiedono 1' e finale; quindi le figure di-e, àu-e, èi-e,
éu-e, òi-e.
Nell'avvicendamento delle due vocali labiali atone d'uscita
(p. 117-8) si dee pur riconoscere la stessa assimilazione quanti-
tativa che per le due vocali palatine; e questo fenomeno, come
già s'è notato di sopra (p. 118n), è pur proprio del prossimo
azegliese.
Per le diligenti e minute indagini da me fatte intorno a que-
ste leggi fonetiche soltanto proprie del vernacolo piveronese,
credo di poter affermare che esse vivono ed operano pur sempre
nell'assoluto e pieno loro vigore e non vi s'incontra un solo
es. che lor contraffaccia. I neologismi stessi, ossia le voci novel-
lamente importate in questo dialetto, s' adattano immediatamente
alle sue leggi, come s'è visto pei recenti nomi di battesimo ve-
nuti ad avere per atona finale V o o V u (v. p. 117), e come
si rileverà ancora da due recentissimi casi eh' io posso dire
d'avere colto in flagrante. Due soldati di qui vanno per servizio
militare l'uno a Girgenti e l'altro a Trapani, e di là scrivono
ai loro parenti lettere rispettivamente date da Girgenti e da
Trapani. Ma questi due nomi locali passati qui su labbra pive-
ronesi suonano immediatamente girgente, e trapane, e ciò,
già s'intende, perchè tra le figure di pronunzia piveronese recate
sopra non vi sono né quella d' -e — i, né quella d' -a — i, e per con-
seguenza non possono aver luogo le terminazioni in -ènti -àpani.
E ora, conchiudendo, mi pare di potere asseverare che nel-
l'assettamento definitivo e nella continua osservanza di queste
sue leggi fonetiche la popolazione di Pi verone abbia dato e dia
saggio di felicissimo istinto e di squisitissima sensibilità.
Piverone, ottobre
Anticritica. — La critica della mia Stoina dell' i mediano (Arch.
XIII 141-260), fatta da Meyer-Lìjbke, in Zeiischr. f. roman.
philologie, XIX 131-39.
La 'recensione', che intorno a codesto mio lavoro ha pubblicato il
Meyer-Lùbke, punto non manca di cortesia. Autore di due recenti e
celebrate grammatiche, una italiana, e l'altra generale delle lingue
romaniche, egli non va di certo fra coloro che presumano di fare un
punto fermo nella scienza, sia pure per un breve numero d'anni, e
non antivedano legittime proposte d'innovazioni anche a molto breve
scadenza. D'altronde, quantunque io, débole pensatore, mi senta li-
bero da ogni fréno che non sia quello della pura ragione, sono il
primo a credere che quelle due grammatiche siano due ricchi e stu-
pendi riassunti di studj linguistici, i quali debbano restare per molti
anni come capisaldi e punti di partenza per le indagini ulteriori K
L'accortezza del critico può talvolta essere stancata o fuorviata dal
difetto di chiarezza che sia nella scrittura sottoposta al suo esame ^.
Ma confesso, che, nel caso presente, la critica mi pare venir meno
appunto intorno a quelle parti del lavoro criticato, che meno meri-
tano il rimprovero d'oscurità. E vero cosi, che io riconosco nella
formola il li s- tu Iti (Arch. XIII IGl) le medesime condizioni fone-
tiche che in illl-s palis, onde si veniva, a ili! ì-stulti o i-stglti e
illl-'s palis, e quindi per gradi a llji stolti e d-elìji j^ali; ma seb-
bene si abbia in queste due serie delle combinazioni necessariamente
frequenti, e nella s, seguita da esplosiva o da altra cons., la identica
* [Mentre queste righe si stampano, corre la triste nuova che la salute
di Meyer-Lùbke sia in condizioni tutt' altro che liete. Tutti i romanologi
faranno voti fervidissimi perchè l'attività di un campione cosi altamente
valoroso non sia tolta se non per breve tempo alla loro ammirazione.]
^ In XIII 221 n. 1, accennando i coefficienti che determinarono il pala-
tinamento di si- iniziale, noto che «i cintjhiali (si — ares) da me veduti
hanno tutti avuto una cinghja di setole bianco-giallognole intorno alle
spalle ». Ora pare sia stato inteso che io derivi cinghiale da cinghia, e
che singulares, posto abbreviato tra parentesi, non sia bastato a fare inten-
dere, come avevo in mente, che cinghia non ha creato, ma semplicemente
alterato, per accidentale combinazione, la forma vera ed originale di quella
parola.
122 Biauclii,
causca generatrice della epentesi d' un i, nulladimeno séguito a dire
iii più incontri, che anche in altre combinazioni (de ab cum prò
illTs) si dovea finire in cl-eyli da-gli ecc.; poiché la quantità dello
-ì- e la natura stessa della sibilante producevano lo spandimento di
quella vocale; e ugualmente si veniva a de illi's annis ed a de
-illl's in fine di periodo; p. es. son di qu-er/Zt = s u n t de elljis,
quest'ultimo da illT^s. Doveva, mi pare, facilmente intendersi, che in
un primo stadio ammetto la l pura da ogni mistione con \o j soltanto
nel nomin. plur. in fine di periodo: son ({\x-elli sunt illi. Ma stando
all'incontro alle parole del M.-L., io parrei imputato d'ignorare che
la -s finale latina si estinse poi nell'italiano, e che de illjis, sia che
gli venisse dietro oculis, oppure palis, fini in d'-egli. Il fatto che
la forma più smilza e più assottigliata dell'articolo è quella seguita
da consonante scempia (?', d'-ei 'pali), e non quella seguita da vocale
[gli, degli occJy), non richiama per nulla l'attenzione del critico; e
in conclusione il suo discorso induce il lettore a credere che io am-
metta la mutazione di -is in -ii. Ma questo io non ho detto mai. Ho
sempre detto molto chiaramente, che secondo me (e non son solo),
accanto alla -s si svolse un i, che ne è il prodotto e non la trasfor-
mazione. Condono poi ad uno straniero la equazione, implicita nel suo
discorso: stinco '. skinho :: fistiare : fischiare. Quanto all'interrog. chji
[kji), che traggo da quis, dico per ora che, se avrò salute, ne farò
sentire, in tal genere, delle più grosse. Il M.-L. lo trae da qui, e
c'è veramente un chji italiano che nasce da questo; e ne tratto in
Arch. XIII 177 n, dove ammetto che lo -j- siasi diffuso dall'interro-
gativo. Qui egli avrebbe potuto osservare, che lo -i del relativo an-
tecedente, come ogni altro l finale, si sarebbe dovuto spandere in -V,
e quindi in -ji dinanzi a vocale; per es. : ^quiJ est e poi *quji est,
ed in fine kji est probus ete. ^ ; ma ci sarebbe stato di bisogno
che simili combinazioni preponderassero. In qui probus est ed al-
tre simili dizioni, lo -t non si sarebbe spanto, come non si è spanto
in già <=■ ecco hic, si, li, cosi, costì: era dunque necessario il con-
corso di qualche altra analogia, che in tal caso trovava il suo fon-
damento nella mutazione organica della forma interrogativa dello
stesso pronome (quis?).
Se a me piacesse di girare o dissimulare le difficoltà, accoglierei
di buon grado la correzione che mi si propone, derivando jìrugno
direttamente da *pruneu, e non daprù'nu *prunjo con n tra-
' Suppongasi: '.-suam iaiplet officium', o che altro si voglia.
Anticritica. — Nomi di piante: prugno, portg. abrunho. 123
smesso da 'prùTiolo, poiché non ammetto che un J, propagato sull'ul-
tima vocale da ì o da u interni, possa produrre alterazione nell'ul-
tima consonante {cominio, pilja, nidjo ecc.), ben inteso, nell'italiano.
Ma la morfologia dei nomi di piante ha diverse cause logiche e sto-
riche, che le dividono in varie specie, per dir cosi, filologiche. Co-
minciando dal /ìco e dal pero, che son temi primitivi, si viene al
castagno ed al ciliegio, nomi che dal frutto son passati alla pianta,
ed al faggio ed al leccio (fa gens, iliceus) che riformano il nome
sopra quello del frutto e del legname loro. Sotto l'aspetto storico, il
ììielo non è più il dorico-latino màlum, ma sibbene il [xTjXov de' G-reci
orientali. Da questi il commercio delle piante per noi non indigene,
o che siano d'innesto, passò in gran parte, nell'età di mezzo, agli
Arabi; ed arabi infarinati di latino bastardo vennero nei nostri porti,
e fors' anche nei mercati interni, a vendere gli an-dditali, gli al-bi-
cocchi, gli ai-lori e gli ai-cipressi. Il M.-L. voglia credere, che quando
profferiamo una sentenza, questa é preparata da considerazioni che
vanno anche di là dalle ragioni puramente grammaticali. Cosi , non
essendo probabile che i prugni o pnmt, come piante salvatiche ed
indigene, siano entrate in questo commèrcio, 1' a- del portg. abrunho
non potrebbe altro, se mai, che esservi stata trasmessa, per analo-
gia, da altre voci arabeggiate; ma è più probabile che vi sia mistione
tra prunu e aprugnus, che verrebbe a dire sterpo e frutto da
cinghiali. Se poi si volesse, in tesi generale, negare la propaggina-
zione di un i da u e da l interni, tale opinione troverebbe nel por-
toghese il più debole appoggio; poiché farinha, rainha da farina
regina, e tanti nomi in -inlio -inha, nei quali -n- si sarebbe dovuta
dileguare , si spiegano appunto ammettendo la propaggine dell' -i-
{-l'no e poi -injo). Il sutf. eu od iu non fu mai applicato a casac-
cio e senza bisogno, e deve avere avuto una ragione nel significato.
Là dove (p. 202) spiegai c'jrnjo e cgrnjolo con cor'nus, ossia can
l'epentesi d'un i svoltasi dagli omorganici r e n, non feci conto di
(arnia da f a r n u s , per non inciampare nella classe di faggio e fog-
gia da fageus, che é un vero derivato; ma non riscontro che il
medesimo suffisso sia stato applicato ad arboscelli o poco più, se non
come vero e proprio aggettivo di materia (por es. 'basta cornea').
C'è anche la difficoltà di un -lólo rimasto atono fin dal romano
comune: questa è per dir vero superabile per la considerazione di
età diverse di formazione; ma bisognerebbe vedere un poco, entro
quali termini il vero italiano (cioè quello del buon uso e de' più an-
tichi monumenti) ammetta, o no, sdruccioli in ~òlo derivati da nomi
in -io. Vera ragione di derivato in -io, ha prugn-uòlo, specie di fungo
124 Bianchi,
che nasce tra i pruni, spini o sterpi di varie specie, poiché ognun
sente che quel suffisso vi modifica il senso della base, e sta ad in-
dicare che non è il pruno stesso, ma ne dipende o sta con esso in
relazione. Mal si spiega, dal lato logico, prùgnolo e prugno come
vero e proprio derivato nello stesso senso di prunu. Siccome però
è una faccenda questa, che non mi riscalda molto, cosi lascerò dire
che *pruneu -e a sia stata da prima chiamata la frutta, per di-
stinguerla dalia pianta, oppure che si volesse con la derivazione di-
stinguere il 'susino salvatico', quando pruno indicò gli arboscelli spi-
nosi in generale. Noto nondimeno che primo -a nel senso proprio
sono ancora vivi nell'uso.
È certo che i diversi significati delle voci che si connettono con
menare, non si spiegano col solo lat. minare. Ora, avendo io am-
messo, e non escluso, la presenza di questo verbo nella mistione con
un tema formato da m a n u s , le difficoltà fonetiche opposte dal M.-L.
non mi feriscono. E giusto che *^maeni avrebbe dovuto dar ^ìnieni,
ma, senza dire che a ciò contrastava minare e che poi manca al
toscano il ditt. ie tra m e n, siamo nel caso di forme quasi sempre
accentate nella flessione, e di una serie fonetica per varj modi estinta
da contrarie analogie. Tale estinzione ebbe luogo perfino con la sop-
pressione del suffisso -io; p. es. : pannolano e pannolino dovettero,
senza dubbio, essere in origine -laneu -lineu'. Senza far conto del
frnc. grange, che potrebbe anche venire da *granica, noi abbiamo
Grania come nome di più luoghi: or come si spiega questo, senza
ammettere un *granium passato in * grami, e dat. abl. *grani5,
dove la dissimilazione impediva che il dittongo vi si diffondesse dal
nomin.-accusativo? Nella serie di -aniu, che è del resto assai po-
vera, il tipo di dat. abl. sopi'aflrece quello contrapposto di nomin.-ac-
cusativo. Accadde a questa specie quello che accadde in particolare
all'una od altra voce dell'italiano, dove per es. il dat. q,\i\. granajo
tolse ogni vita al nom. acc. '^granieri, fr. grenier. Ma c'è altro ancora.
Essendo mio proposito di trattare dell' i mediano, solo incidental-
mente mi toccò di rigettare l'equazione -z = -às, voluta dal M.-L. e
da me semplicemente rigettata con la manifesta intenzione di non più
^ I due composti italiani hanno la più stretta relazione storica e morfo-
logica con le voci francesi Unge e lange, che in origine furono aggettivi
ed andaron congiunti con drap: drap Unge, drap lange. Queste forme pre-
suppongono dat. ablativi secondarj rifoggiati sopra i nomin. accusativi
contratti *linT ^laniT, senza di che gli ablativi primarj linjo lanjo =
lineo laneo avrebbero direttamente prodotto lignc lagne {-line ecc.).
Anticritica. — Se -Ss mutisi in -is e quindi in -/. 125
parlarne (Ardi. cit. 191); ma il M.-L., come padre amoroso dell'o-
pera sua, molto naturalmente ci tiene (Zeitschr. cit, 134-37), quasi
io le avessi voluto dare un assalto a fondo. Tuttavia, quel che dissi
procedeva da maturo consiglio. A lui deve aver fatto impressione la
estensione geografica del fenomeno; poiché -ava -avi da -abam
-abas non si ristringe alla Toscana, ma anche si allarga all'Alta
Italia, come si diffondono a mezzodì i tipi cliiam-ava chiam-ive, leg-
g-eva legg-ive, che presuppongono -ava -avi, -èva -evi. Trattando io
dell'italiano nella sua forma più specialmente toscana, non perdo di
vista la conformità che certi suoi fenomeni incontrano ne' suoi varj
dialetti: anzi mi studio di spremere il toscano, siccome generalmente
più antico e meglio corredato di documenti, per levarne tutto quel
sugo che poi ci conduca a spiegare lo stato anteriore degli altri dia-
letti. Ora, non è necessario il rigore d'una legge fonetica per creare
certe conformità dialettali, ed il bisogno d'una configurazione analo-
gica si può estendere in un raggio geografico, oltrepassante di gran
lunga gli stretti confini d'un particolare dialetto. La legge fonetica,
che in ultimo accetterebbe il M.-L , sarebbe questa: ammesso tu
senti da sentis e tu siedi da sedé's, tu ami sorgerebbe da un se-
condario '^ames, già prodotto da amà's, che poi veniva a trovarsi
nelle condizioni di sedés. Questo metodo, di condurre i suoni nel
giro di tutte le loro mutazioni possibili, mi pare, devo pur confes-
sarlo, incauto e molto abusivo. C'è il pericolo, con queste corse e
trascorse di suoni, di ridurre ad una sola vocale e ad una sola con-
sonante tutti i suoni di una lingua che si trasformi in un'altra. Ma
nel fatto reale non si riscontra quel che uno s'imagina a tavolino.
I Greci moderni, nonostante il loro malaugurato itacismo, non hanno
sentito la necessità di pronunziare timi per timé = -rtaxi, come conse-
guenza del fatto che rtav] era divenuto timi, ed il ditt. at passato per
il suono v) avea l'obbligo di seguirne le sorti! Come nel greco, così
nel latino ei passa in i, ed ai finisce in e, senza incontrarsi mai in
un suono unico, essendo a tutti noto che p rivate i divien privati
e lì si ferma, quando aulai si fa aulae poi aule e non va più oltre.
Passato il periodo di mutazione d'un suono in un altro, la serio di
tutti i casi simili, che subiscono quella mutazione, definitivamente
s'esaurisce e si chiude. È una tendenza che del tutto si estingue, e
difficilmente rinasce, o nella medesima estensione o coi medesimi ca-
ratteri, nel ricomparire delle medesime condizioni. Per es. : le gut-
turali di cera e gente passano in palatino nel volgare scadente,
ma dal VI sec, in poi nessuna gutturale sofl're quest'alterazione di-
nanzi ad una pura vocale, anche se sia i od e, e soltanto la soffre
126 Bianchi,
dinanzi ad J seguito da altra vocale: cahagjo in cafaggio. Farò ve-
dere, se riavrò la salute, che in un solo periodo fonetico il tj lat.
passa in s [pozzo = puteus ecc.), ed in tutti gli altri presenta esiti
di figura diversa. Così, quando sedés, per via di sede's *sedeis,
si fa {tu) siedi, nello stesso tempo, e sotto la spinta della stéssa
causa, amas, per via di ama's *amais, si fa [tu'] cime. In queste
due serie la forza trasformatrice , che risiede nella lunghezza della
vocale e nella presenza della s finale, si esaurisce tutta nella crea-
zione di un i epentetico, il quale si rappresenta con le figure di *5e-
deìs ^amaìs. Ora abbiamo qui due dittonghi, ei, ai, i quali, come in
casi infiniti di lingue e dialetti, naturalmente passano nelle vocali
semplici, o quasi semplici l ed e, che poi anche si abbreviano. Ma
non sappiamo se, quando ciò avviene, le due figure si trovano allo
stato di sedls amés, od a quello addirittura italiano, ài siedi ame,
ossia, se 1 dittonghi si semplificano durante la vita italiana delle con-
sonanti finali, 0 dopo il dileguarsi di queste; ma ogni uomo d'im-
parziale criterio ammetterà, credo, pur nella prima ipotesi, che quando
ama's è ridotto ad ''^amais poi *amés, la causa alterativa abbia
raggiunto il suo termine finale, e definitivamente chiusa la seria dei
suoi efi"etti. La spiegazione che fa nascere un -i da un -e secondario
«=-as manca di semplicità, poiché -as per discendere ad -es abbi-
sogna della epentesi d'un /, e quando giunge allo stato di -es ha bi-
sogno di tornare all'epentesi per raggiungere lo stato di -i, quando già
le tendenze della lingua hanno preso un'altra direzione. Anch'io pre-
ferisco lo stadio di mezzo *amais ^arnes ame all'altro: *-amais
*dmai ame; ma è un fatto che prima di giungere ad ami, la lingua
percorre un periodo in cui la s finale, ossia la principal causa del-
l'epentesi, è sparita, e le seconde persone finiscono in -e, come si
vede da ti fide, [fw] ose parie vante e tante altre figure simili che il
M.-L. ci sfila davanti (1. e. 130). E vero che ne presenta altrettante
con i finale, ed attribuisce al linguaggio poetico ed alla rima quelle
in -e. Anche qui andrò in parte d'accordo con lui, per non avere
una fede illimitata nella naturalezza del linguaggio poetico italiano
del primo secolo; ma non credo che i poeti se lo cavassero tutto di
testa. Per me essi altro non fecero che profittare, per 1 bisogni del
verso, di una forma realmente vissuta e che stava tramontando, so-
prafiatta da analogie contrarie.
Senza rifare la storia delle nostre conjugazioni, può dirsi che il
fondamento storico di quest'analogia era larghissimo. E aìne, e poscia
anche amave, dovea divenire ami amavi, perchè non solo sentire dava
tic senti e sedere tu siedi (-és in -i concordato anche dal M.-L.), ma
Anticritica. — Di -ì's nel volg. lat. d'Italia. 127
anche perchè amasti ed amés amasse s dovevano o mantenersi con
-i 0 passare ad i nella finale. Alla base or^^anica, che esercita l'at-
trazione analogica, io aggiungo credis vendis ecc., ossia lo -ìs della
3.* conjug. Il M.-L. difende, all'incontro, la mutazione organica in [tu]
vende, crede e simili, facendo passare all' -ìs la comune vicenda dell' ì
breve, e ricorre ad esempj di altre lingue romane. Cosi egli viene a
fare la critica anticipata d' un lavoro, che si sa non essere compiuto,
0 per lo meno non pubblicato, nei quale lo -ìs avrà da recitare una
buona parte. Si vedrà come io nieghi, che il mantenimento dell' -i in
-ìs e da -ìs allo stato intatto, sia un fatto del comune romano: lo
tengo invece, compreso, s'intende, il suo prolungamento secondario,
come un fenomeno dialettale del latino d'Italia. Mi spiego: allo scio-
glimento dall'unità romana, il volgar latino d'Italia conserva sempre,
e non per un secolo solo, una buona parte di s ed anche di t finali,
ed anzi seguita in generale ad esser più latino delle altre lingue so-
relle, sebbene venga infine un rivoltolone che ne lo renda inferiore
in diversi punti. In questo periodo di vita isolata ed indipendente,
il latino italico assume caratteri suoi proprj, che non possono esser
comuni ad altre lingue della famiglia se non per mera coincidenza.
Tra questi caratteri entrano gli efietti della ~s sopra i suoni prece-
denti. Ma il M.-L., alla sussistenza d' un' equazione organica -2 = -is,
oppone il fatto italiano de' nomi de' giorni: marte-, mercole-, giove-,
vcner-di, da martìs etc. Io non voglio esser vinto di cortesia, e da
parte mia rinunzio volentieri all'analogia di lune-dì, che egli tiene
per inefficace; ma senza tener conto dell'irregolarità di mercole- da
Mercuri, noto l'altra irregolarità più generale che va contro la
ragione dei composti: capi-nera, capi-tombolo, petii-rosso , codi-bù-
gnolo ecc., dove tutti sanno che lo -i del primo componente è stato
sempre breve, e pur s'è mantenuto intatto, e come tale si sarebbe
pur dovuto mantenere in "^marti-di e simili, presupposti dal M.-L.
Or pare che egli non siasi accorto, od abbia trascurato la conside-
razione che io feci nel mio 'Dialetto ecc. di C. di Castello' p. 87-8 n,
che, cioè, la tendenza toscana a mantenere o cambiare in i lo i ed e
protonici intoppò, fin da antico, un ostacolo, che il tempo dovea ren-
der sempre più grave, nella spinta dissimulativa provocata dall'i
tonico seguente nella medesima voce. Se il dialetto era spinto a
mutar do fendo e respectu in difendo e rispetto, si trovava re-
spinto da questa via, rispetto a destino e resisto, dalla ripugnanza a
ripetere, per la tonica, con maggior forza, la stessa vocale. Di qui
l'oscillazione che in questa parte presenta la storia del toscano. Tale
ripugnanza oggi si spinge nel volgo, persino a mutar vicino in vecino
128 Bianchi,
e finire in fenire, che sono voci piane, e con maggior forza dovea
spiegarsi fin dalle origini, contro gli ossitoni *marticli ecc., che peg-
gio si comportavano dall'orecchio.
L'unica obbjezione che abbia qualche valore, contro l'ammissione
d'un ital. -i da -h, è desunta dalla desinenza delle seconde pers.
plur. de' verbi: mna-le ■= ama-tis, senti-te = senti-tis etc. Io credo
appunto che la figura proto-italiana di questa persona sia stata in
-ti, di contro al -te dell'imperativo, come nel dialetto calabrese, al-
legato a questo proposito dal M.-Liibkó. Piuttosto che lasciare senza
spiegazione i numerosi fatti che esporrò nel séguito del lavoro, con-
verrà ammettere che il sentimento, in presenza di forme {-ti e -te)
che aveano l'apparenza di participj passivi, finisse col preferir quella
dell'imperativo, logicamente più gagliarda ed enfatica, estendendola
da primo al congiuntivo {abbiate, che andiate), quindi poi agli altri
tempi e modi.
Una sola cosa essenziale mi si sarebbe potuta criticare ; ed è una
certa mia titubanza, a proposito di Monte-Scalari e Mont'-Asinari
(XIII 224), nel negare il dittongamento della tonica (sempre -aris
0 non -airis), come effetto del prolungamento secondario dello -is.
Ora lo nego addirittura, benché gli effetti di altra specie mi si pre-
sentino sempre più numerosi.
Il M.-L. (1. e. 137 sgg. ) è poi sulla fine costretto a minute cose,
dalle quali par che non riesca a strigarsi se non rinunziando ad ogni
ragionevole spiegazione. Se non conoscessimo il suo immenso sapere,
diremmo che qui ha perduto ogni giusto pentimento logico e fonetico
dell'italiano. Sia così lecito chiedere, com'egli mi spieghi lo scem-
piamento della L di mille e millia? come la disparizione dell' -z- di
queir -ia? E dov'è un neutro in -le che non faccia -Ha al plu-
rale? Né molla né fella non faranno al caso! E come prova egli
che mila sia forma recente di contro all'ant. miglia latineggiato in
miliaì Che forse, in tempi recenti, la fonetica toscana ha mutato -Ì2a
ossia -ìlja in -lai II fiorentino, in tarda età, di miglia fece mig§ja o
miggja, come di paglia fece pag0a ecc., ma non mai pala né somi-
glianti! Uscendo, dunque, dalle antiche ragioni di quantità, la diffi-
coltà di spiegare il fenomeno si fa maggiore.
Relativamente a giglio e gioglio, il M.-L. parla di dissimilazione,
ed è giusto, come anch'io aveva fatto; ma è la qualità della dissi-
milazione, chò va spiegata con ragioni organiche, perché affatto strana.
Se alla lingua, di juliu piaceva far luglio, essa poteva contentarsi
anche di loglio, senza cercare di gioglio. E perchè, in luogo di que-
sto e di giglio, non ricorrere a '-'loggio e '^liggio, o '^lodio e *lidio e
Anticritica. — Di giglio e gioglio, tigna ischia ecc. 129
forme conseguenti, che erano molte più ovvie? La via che condusse
al ff~ parrebbe proprio cercata col lumicino da qualche studioso di
sottigliezze, che per leggiadria avesse avuto vaghezza di passare
tramezzo a '^Ijoljo e *ljiljo ! Ohe bel gusto , e che orecchio felice
avrebbe avuto il popolo italiano !
Dice poi il nostro critico non esser di bisogno trarre liscion da li-
xivia, bastando all'uopo lixiva; ma quest'ultima forma spetta ve-
ramente ad una variante dell'aggettivo lixivius, che più tardi fece
anche -ivus. In ogni modo la soluzione del quesito dipende da un
esame più accurato dei cambiamenti dello -x^, a cui il M.-L. non è
forse ben riuscito.
La legge di propagginazione regressiva da un -i latino-volgare, ri-
sultante o rafforzato per contrazione di due vocali o più, è così so-
lidamente stabilita che non crolla per dirsi che io ricorra senza bi-
sogno a complicazioni, e disconosca le affinità fisiologiche che passano
tra \o i e l n s stj. Sebbene sia io il primo ad accorgermi del mio
poco sapere, mi pare che queste siano omai cose troppo elementari.
Sono le vocali atone quelle che si mantengono o si mutano secondo
l'influsso più 0 meno efficace de' suoni palatini, ed anche di altri. Nel
toscano, e nemmeno nel pretto fiorentino, non e' è suono, palatino o
no , che faccia deviare le toniche dalle loro leggi di mutazione : l' i
e Y xt danno e ed 9 come quasi da pertutto, e per isfuggire a que-
sta vicenda ci vuole una causa più forte, qual è il prolungamento
ed il dittongamento. Lo i tonico breve, che pare siasi mantenuto in-
tatto fin dall'origine, 0 che sia sorto da altra vocale che non sia lo
stesso i lungo, proviene dalle forme accentate sulla flessione 0 nei
suffissi in generale: tigna è l'arret. tegna = ti ne a, che si rifa sopra
tignoso ed intignare, mischia vien da meschia, che si rifa sopra mi-
schiare e -ato. In questa parte l'arrétino è il fratello maggiore del
comune toscano: tanto è vero che queste parlate vanno poi tutte
d'accordo con mescolare e mesticare da misceo mixtum, sia o no
tonica la vocal radicale. L'enormità del fatto, che il dittongo tonico
ae di aesculum siasi mutato nell' z di ischio, doveva avvertire il
Meyer-Lùbke, il quale adduce tale esempio, che qui la mutazione era
nata nei derivati ischieto -ato -one ischiaccia, che riagirono sul pri-
mitivo. Può avervi agito anche ésca (cfr. Arch. IX 428 e ivi n. 3),
ma il M.-L. potrebbe trovare un altro grosso esempio nel pis. lue.
0 pist. incigno incignare 'rinnovare' da e ne ae ni are. Le forme le-
gno degno pegno segno, da lignum ecc., dovrebbero finire col per-
suaderlo, che nemmeno nel toscano più spinto, poteva la palatinità
de' suoni accostanti sottrarre lo i tonico breve alla legge della sua
Archivio glottol. ital., XIV. 9
130 Bianchi, Anticritica.
normal mutazione. Con ciò intendo riferirmi alla mutazione della vo-
cale tonica nel suo genere, od ordine che voglia dirsi; che quanto
alla qualità specifica, cioè all'esser più larga o più stretta, può essa
dipendere dai suoni vicini, come per esempio in loglio sogno ogni,
dove 1' ó è stretto o largo secondo le varie pronunzie, ma in so-
stanza è sempre o e non u.
Mi parrebbe infine tempo sprecato a combatter la illusione che ci
sia stato un latino volgare *céresus, in luogo di cérasus, da cui
ciliegio ecc. L' afi'ermazione che sèdano da se lino n è forma italiana
e non latina volgare, non dice nulla a vantaggio di quella illusione.
Per la nota 2, Arch. XIII 222, oltre il sèdano, ci avevo, con altro,
anche il garófalo (--^uXXov) e V ànace o dnaco (scvkjov), ma feci bene
a tenergli per ora a dormire. Del resto, ho dato qui sopra uno sguardo
generalissimo alla storia morfologica de' nomi di piante straniere K
Bianco Bianchi.
* In origine, come sopra ho accennato di volo, ciriegio fu il nome della
frutta, che poi passò all'albero che la produce, ed è il gr. x.e/jao-tov venu-
toci direttamente per via popolare, come qualche altra voce de' nostri
ortolani. Per queste bisogna ricorrere a criterj complessi , trattandosi di
voci che il volgar latino non creò dal proprio fondo, ma accolse dallo
straniero.
I DIALETTI ODIERNI DI SASSAEI,
DELLA GALLURA E DELLA CORSICA.
P. E. GUARNERIO.
(Continuazione e fine; v. voi. XIII 125-40. — La stampa s'interrompeva dopo i primi 22
numeri, che fanno parte del § 1, cioè delle 'Annotazioni fonologiche', e coi quali
s'arrivava all'/ tattico in posizione ]
In posizione ^ 23. Sass. Intatto, se riviene a l: gita e an-
che lizu che è log., milu -a, pila, viiia, rizzu ericiu, niilli, an-
gidda anguilla, kunilu, fibbia; -issem -Tsses: finissi ecc.; -Isti
-Istis finisilpi ecc.; zinku cinque, vinti venti, fintu, ilprintu,
tintu, frissu fritto, libbra, libbru; is'ula, hulndizi, ecc.; ma
freddu. — Gali. Nella stessa ragione e inutili gli es., eccetto
fritu frigidu. — Còrso: gilu, om. giddu, mnmia, liccu liccio
e pur 'cosa da nulla'; -Ivi: sentii, pertii partii ecc.; spiriu e
spirdu, tristu, éinkue, stintu estinto; kuindeci ecc.; ma freddu,
e anche veìiti, allato a om. fritu vinti. — 24. Sass. Si riflette
invece di regola per e, se riviene a ì: vegtju video, irezza,
oddu -a ille -a, arecca pi. arecci orecchia, vegga veglia, celcu
e ceccu cerchio, fejmu fermo, zeJifiu zeJiìia zeJihani cerco -a
-ano, veldi verde, pesu pesce, frehJiu -a fresco -a, pernia, ame?ita,
ihJiumenza incomincia, dentri/, e drentu, trenta, [fetta], nettu,
vreddu vetro, kanelpru, minelpra, zeppu, isemplu *ex-simplu
sciocco, V. per es. Grundr. I 503 ^, ma anche isimpru che ripete
la voce log. e isimpiaddu che è il più usato; velina vergine,
' Il lettore condonerà se qui non distinguo tra posizione latina e posi-
zione neolatina, e anche tralascio qualche altro scernimento.
^ puddreddu asinelio, *putrillu met. di pulli'tru, è attratto nell'ana-
logia dei dimin. in -eddu, nm. 15.
132 Guarnerio,
vehhamu vescovo, lettera', solo in -itia s'ha 1' e: hiddezia, du-
rezia, pi. 7'ikkezi, ecc. — Gali. Di norma intatto: viJm video,
licca *ilicea elee, triaca, iddu -a, kiddu -a, kapiddu -i, arie ci,
pinniccu penneccliio, vig'g'a veglia, cilku cilkani, frisku, bisku
vischio, kisiu -a, pinna, sikku, vincu fìnga spinnu strinnu
tinnu cinna, Urina pinna, sinnu, vizza vezzo, diltu, [fìtta],
hindi eccu' inde, -inni inde in elisi: -minni -tinnì -sinni mihi-
inde ecc.; pilula viìini, slnibula semola, littara', ma veldi in-
semhi veskamu menta drenili kumenca trenta gÌ7iestì^a ma-
tessi [zeppa], alcuni dei quali sono evidentemente d'origine
dotta. Ancora e in -itia: hiddesa vie cesa ecc.; infine con e:
pesu ali. a pisha, e pudcletru. — Còrso. Torniamo pel csm.
ad e, che è chiusa se vi segue II, s^ o tt: asella ellu deltit
liuellu, desila fresku peska, vesku vescovo, kuestu kuessìù
dessu stessic, detta, bst. anche ditta, stretta nettu, coi quali
passi veka vedo ; ma è im' e schietta in trecca kavezza aree da
parecca secca, veccu marinu vitello marino, veg'g'a veglia,
pesu denu lena pena sena penna, pènnula o pènula palpebra
cfr. leccese Morosi lY 125, cennara insemme indrentic selva
verde pulletru (anche poltra, it. poltro) vetru maestra ecc.;
vetta vitta, ramoscello (cfr. tose, vette 'rami più sottili degli
alberi' Fanf. u. t.), saetta e vindetta; infine e: trenta, lenza
amo e anche 'striscia di terreno' Grundr. I 507-8, cere" a e
ceca cerchio, vergine ferma inferma. Nell'om. srt. di norma in-
tatto, come nel gali. : vigu vedo, iddu -a, kuiddu -a, cirka cerca,
missu fì'isha, kuistu -a, sikku ditta benedittu maledittu vin-
ditta, sing^a il segno, kuissu -a, ecc. — 25. Sass. Vi, secondo
la norma italiana, in famila Unga fìnga vinku sardina tina
ilpìHnic tinu dina sinilpì^u ecc. E ancora: anniggu ecc. nm. 108,
biJihu viscu, che ripetono i log. anniju ecc., visku; e del pari
niza ciliu e kinga cing'la, il cui k tradisce l'origine log.; nella
qual ragione entrano pure kissa -a, kilpu -a, kiddu -a, ditta
kuminza, ali. al già addotto ifihumenza, pindula pillola, sai-
pizza salsiccia e lintiza lenticchia. Qui ancora 1' -ittu (come nel
log.) dei dimin.: krabbitta capretto, ampulitta, ecc.; e V -inni
inde in elisi : binni ibi-inde, Unni sinni, zinni ecc' hic' inde. —
Còrso. Tornano famila lingua vinka fìnga stringu e strintu,
Il sassarei?e, il gallurese e il còrso. Vocali toniche. 133
lingu, om. spinna spegnere e spinta -a spento -a ^. Non ben
chiaro zippu ali. all'it. zeppo; ma non fa specie hnbiu -a treb-
bio -a, che è a fìl di norma da trlbulu M.-L. it. gr. 36; c'a-
nuga (v. n. 83 n) cenere, sarà *ciniga incrociatosi con bruga
brucia.
0.
Lungo. 26. Sass. Di regola o: soli, solic, alpoì'i astore uc-
cello di rapina Sp. ve, kazzadori, minori piccolo, missaddoìn
mietitori, passaddori paletto catenaccio, palpO}4, sabl)ori sa-
pore; poni pone, kwona, passona persona; Ugni, muntoni mon-
tone e mucchio, pivaroni razoni tizzoni', hozi voce, inoggi in
lioc[ue] qui, nodir, dodizi, no. — Gali. All'incontro p: soli
sglu astori fiori missadgri pastori, vinidpri avvenire, dpci do-
dici ecc. ; ma seguito da nasale è o : kurona passotii poni donu
Ugni pipargni ì^azgni. — Còrso. La norma ci dà o schietto:
sole solic amore milore sinore, adore; pidmone, lione epe.
lejone, kunkone grossa conca, kuffone ali. a Jioff'a corbello,
ermone armus omero, fukone focolare, pullone germoglio, kan-
zona perdonu donu nipote skopa', dódeci vómeru; ma nell'om..
astgri pastgri armgnu lignu kunkgni parsgni rag''g''gni. —
27. Sass. Si ha Vo in noi voi-, kpmmu quomodo, [noìnmu
nome]; ora pi. pri e allora che è però letterario, ankora du-
npra; nibbpddi nipote, aliJipbba e più comunem. iMpbbidu
scopa, sprigu sorcio; e con 1' ic, oltre il comune tuttu, anche
pummu, che è pur log. — Gali. Qui, son nella regola del pre-
ced. nm. : pra, usato solo come sost., ankpra noi vpi scopa ni-
poti', ma si distaccano kgmmu ngmmu pgmmu. — Córso: npi
vpi, ma bst. noi voi', pra allpra malora ppmu, ppmi di terra
bst. pommi, kpmme bst. kum^ne ora. esc. kumu, npdu, no non
e anche nioi un unn innanzi a voc., cfr. tose. ; ma 1' g in vgce
epe. ggce e ngynme.
Breve. 28. Sass. Di norma p: iJihpla scuola, vp vuole; fa-
zplu filplu^ linzplu, nizzpla nocciuola, paggolu pajuolo, kup-
' Insieme con spintu csm. Ort. 206 e om. srt. Ort. 62, ho spentu om. aj.
Ort. 284, e d'altra parte raccolgo pur ventu vinto.
^ Lo Sp. or. [ 63 e 70 pone fdolu e raiìolu, ma a me non risultano così.
134 Guarnerio,
piplu gemello, panajpla panattiera, ranplu ragno, vincliplu -a
rivendugliolo -a, karrajplu acquajuolo che porta l'acqua nelle
case coi somarelli, foggiato sullo spagnolismo harrera strada,
liurriplu che non sta mai fermo, vagabondo; fora foras fuori,
gain jovis[dies], nphu nuovo, nphi nove, phu, hgi bove, pmmu
pmmini, fpggu gpggu Ipggu, kpzu coque, pp può, bipddu vuoto,
mpdduy apprphhu ad prope vicino; spzaru suocero, ilppgamu
pphhulu pbbara, akkó akkpllu eccu'hoc, paro e perf. — Gali.
Parimenti p: skpla vp, bplu io volo, fiddplu linzplu, g''pi npu
noi pu bpju fpìiu Ipku, kpci cuoce, 7'pta, 7ytu cerchio, mpduj
spcaru sipgamu ppara bpitu, pero e con l'epitesi perpni. —
Córso. Ancora o: skpla, split suolo, spie suola, vpli o vpi,
vple 0 vp, dplu duolo, [mplu molo], fasplu pacplu vacplu 6, I,
kamispla c'espia, kurg^plu corrigia cordicella, km^sacpli pic-
coli Córsi, santa maria ciripla S. M. candelaja, famaccpla
nebbia, fumo, muntanplu montanaro, paispli ranpla, e nei
nnpp. matteplii pelracplu ecc.; fori e fpra, g'pvi, mpoi mp-
verni, npvu dinp di nuovo, npve, pvu pu pi, ove oe, bpje pi.
bpj om. bpja, pmmu, spnu spna suono -a, g^phu, kpku coquo bst.
kocii inf. koce, noce nuoce, rotu, rotula, rgta ruota e anche
una specie di gonnella, viptit vuoto, pple pp; spcaru, stpmaku
[irpula truogolo]. — 29. Sass. Ma con o: kori cuore, mori
muore, oltre bonu e ì^os'a. Legittimo 1' u di nura pi. miri, che
è pur log., M.-L. I 138. — Gali. Qui son nella norma data dal
nm. preced.: koiH, mpri onde mpru muojo, rpsa; ma di nuovo
bonu e di più ommu, senza dir di nura. — Córso. Ancora
regolari kpre mpre rpsa rpsula bpnw, ma o schietto in nora
nuora, sora suora, populu', o in tonu tuono. L' u di kùfini
cophinus, Bon. sm. 56, verrà dal più comune kuffone 26.
In posizione. 30. Sass. L' ó lungo o chiuso si continua
per 0 come al nm. 26: gossu giù, prontu cobbu *clopu cop'lu
cappio, ma ons dà qs: ìpps'u -a, ecc. — Gali. Qui pure:
sppsu ecc. ; ma : kmmosu e kunnosku, mela katonna ; prontu,
inno ingiù. Per 1' ù di tusu io toso , cfr. log. iundere. —
Còrso. Prevale 1' o schietto: koppia bst. koppiu pajo, kunno-
sku, sposu askosu pìetosu, koci koce bst. kose cuci -ire, ali. a
V V '^
kuci che è forma italianeggiante ; om. ing'ó kuag'ó, — 31. -oriu
Il sassarese, il gallurese e il còrso. Vocali toniche. 135
-ORIA. Sass. Analogamente a quanto ci dava il nm. 6 I, la ri-
soluzione normale è ogg : abbaddoggu abbeveratojo, *acquatorjo,
log. ahbadorzUy kuhliaddogga *coricatoriu dormitorio, liad-
dogga convolvolo selvatico, cfr. log. ligadorza aligadorza) ma-
naddogga mangiatoja, missaddogga falce da mietere ; palpogga
puerpera, log. partorza, rasogga coltello. Dal log. ripeterei, cfr.
nm, 6 IV: kussola *cursoria [regio], terra determinata in cui
si corre, quindi circolo, territorio, distretto, log. kussorza, mer.
-orga. — Gali. L'esito normale è tmp. og''g''ii, clng. otS'cu:
kussog''g''a laatog'g'a ìnissatog''g''a, rasog~g~a coltello, ras. di
balba rasojo. — Còrso. Pel csm., tranne bst., e epe. -ocu, om.
e bst. -og''ic: frantocu frantojo mulino, binatgca cesta per ri-
porvi l'uva; prisgca *prehensoria, fune di peli di capra con
cui si prendono o si legano le bestie, fune qualunque, VI. 62;
bst. fi'lssog'a Le. 390 e anche per metat. fìrsog~'a Mt. 162, pa-
della da friggere, onde frissug'inu friggitore; infurkatog" a in-
forcatura, impikkatog~a, parpalog'a '-^palpitoria cuore, rasog^u,
om. srt. murii(2g~u luogo dove si è incontrata la morte. —
32. Sass. L'esito -ori è in kubalpori *copertoriu coperchio
delle casseruole. — Còrso. Ancora p come al nm. 26: kuridpre
corridojo, trisore e tisore cesoje. — 33. Sass. L' ó breve di
norma viene ad p, cfr. nm. 28: folio volti, [ozio log. olio],
isoli', Iwggu cuojo e anche kolu, onde kulplu cotenna, colla ri-
soluzione, di cui al nm. 31; oggi, mpggu e nella ragion log.
niQJu, hoddic collo ali. a holla xóXla, peci occhi, ihhplu scoglio,
plzu orzo, poKliu porco, mpjju muojo, rnplpu molpi morto -e,
plpu orto, polpa porto, pssu kpsa nptti pttu. Ma all'incontro:
kojpu colpo ali. a Jwjpic corpo, pQjpu polpo, liojbu corvo, foj-
biza forbice, ojfanu orfano, porru, orriu horreum granajo,
Im^ìni corno, torva torna, fossi forse, mossu morso, drommi,
inonza monaca, sonnu sonno sonniu sogno, longu, ripondi ali.
a ripplpa; kontu konti fronti ponti e anche monti] infine è o
in cqgga *cloca *cocla conchula lumaca ali. a zozza chioccia,
oltre dabboi de post. — Gali. L' r> si ha soltanto dinanzi a
del, g, g \ vpddu ispddi rigoddi, kpddu collo, skpddu scoglio,
tmp. pgii clng. pcu olio, pg''g~i hodie; cui si aggiunga dabbpi o
da ppi. Del resto, sempre o: porru orriu olzu kolbu olfanic
136 Guai-nerio,
folvica fossi mossu korru torva polku, kolpu corpo e colpo,
folti olili moltu molti sotti toltu drommi sonnu sonniu lon§u,
monga monaca, rispondu kontu konti monti kontra inkontra',
liog'g'u cuojo (onde skug'g'à scorticare e akkug'g'ulà indurire),
oc ci occhi, kosa fossa ossu notti. — Còrso. Di norma o: fplu
volli più {kple sole tple)', kpg'u cuojo, pce bst. pg'e oggi, mpg'u
(più comunem. mena mina), lipllu pccu skplic przu Uprlìu
dprmu dpì'me, foiose bst. forze, mprsu kprsu pprku, mprgu
mprge muojo muoja, forte sprte mprtu prtu ynkprdii morda
kprpic prbu grpssu pssu Rosa pp' ppi dpnna kpttu pttu notte
npstru vpstru; gumnpttu salsiccpttu ecc.; kpllera, pprtaku an-
drone porta come nel gen., pstrika, tpssiku e tpsku. Ma è o
schietto dinanzi a nas. + cons, : sonnu sonu oni longu Jwnte,
Jiontu conto e conosciuto, fronte ponte risponde tonde; e in
liolpu colpo, polpu, orfanu (più comunem. urfanu), hornu in-
torìiii torna '^. — 34. Sass. A tacere di duna sng. e pL, de +
omnia, in cui si dovrà 1' u alla frequente proclisia, cfr. pistoj.
ugni pis. unni, it. pni Grundr. I 522, sono comuni col log.
ipuna spugna e turnu tornio, detto del parlatorio delle mona
che, i quali hanno ragion speciale nell' o greco, Arch, suppl. I 12.
— Gali. Gli stessi esempj, e nella stessa ragione: pidpu po-
lipo. — Còrso, spuna stt^uppa stroppu Kurt. 7826; om. unni
dunni e muzza mozza, nella composizion nominale kapimuzza
Ort. 62; quanto all'om. inni ogni, dovrà 1' i ai casi in cui si
trova preceduto da /, come p. e. di onni kosa, di' nni k.,
d' inni k.
U.
Lungo. 35. Sass. Intatto: duru madduru muru fiisu di-
junu luna, luni lunedì, pruna, ilpru?nma struma aborto, luzi,
micddu muto, agguddu, nui nube; pùliza pulce, swnniene su-
men untume grasso, gùdizi giudice, inkùdini, sùaru suber, tn-
vara tuber specie di tartufo. — Gali. Stesse condizioni. L' ù
di piummica pomice non disobbedisce al volg. pùmex, ma si
^ Pel bst., ali. a intornu ritornii e simili, trovo in Le. : cornu carne, coi
quali andrà scornu cantone.
Il sassarese, il gallurese e il còrso. Vocali toniche. 137
deve all'attrazione di piummu piombo. — Còrso: duru maturu,
hura bure, fasu cUciinu, funa fune, lumme piumma luce, puca
pulce, aliutu sputu nudu) più su; g~itdici ank'ùtina sùaru e
sùvaru, nÙDidu bst. mdw, om. luku bosco, lukio di nassa
villaggio nella pieve di Ghisoni distr. di Sartene. Se baronie
realmente risponde a 'veruno', come dà il significato, convien
dire che la voce abbia subito qualche deviazione analogica. No-
tevole Vo anche per lat. ti nella varietà csm. di Alesani: on un,
0)10 uno, to tu, ajoto ajuto, ecc. Falc. 592 sgg.
Breve. 36. Sass. Di regola o cfr. nm. 26: gola e 'ola, [piobi
piove], krnzi croce, nozi noce; gobanu giovane, qmmaru
omero, ecc. — Gali. Intatto: gula kruói, pùliga fulica folaga,
ùmìnavu, hùiiu cubitu gomito. — Córso. Torniamo ad o pel
csm.: gola, bst. gola, so sum, kroce noca (ma piove va all'o),
g''òvanu, góvitu pi. gòvite (ant. tose, govito)', ma nell'om. srt. :
gula kruói nuca ecc. — 37. Sass. Stanno legittimamente nella
norma del nm. 28 i possessivi toja iQJa, toi to' pi. ambigenere,
soju spja, spi so'. — Gali. Del pari: Ipju to', spju, sp'. Ma fuor-
viano: cpanu giovane, che deve essere letterario, ^?pc7, alkptina
incudine che è pur mer. ankpdina ali. al log. inkùdine, e pur
kpa cubat nasconde. — Còrso. Ancora: tpju tpi tp spju ecc. —
38. Sass. Uu è dovuto all'iato antico o nuovo in dui due, ui
ubi hmi in-ubi, fasi fuit, fassi fuissem; ma in kua nasconde,
proverrà dalle voci arizotoniche. Son logoduresi : gnu giogo,
kùiddu cubitu l'dumu olmo; senza dir di rudda rudis, akketta
rudda cavalla selvaggia, nùmmaru e lupu. — Gali, sempre
V u del nm. 36. — Còrso: dui masc, duje fem. e anche d'ambi
i generi, duve e due de-ubi, induve, fui, fusti -e; ma als. doje
due, dove, foi fo', om. zcv. dui duji duva.
In posizione. 39. Sass. Se lungo, rimane: nudda nulla,
tì'udda mestola, buggu buggosu imbuggd bujo -oso abbujare,
bruza brucia, gulpu gusto, fuljn fusto, frutti. — Gali. V. al
nm. 38. — Còrso. Rimane pure; e sia citato solamente: csm.
hucu bst. bug^u bujo. Strano il bst. pprgu -a purgato -a. —
40. Sass. Ma se breve, riesce a o cfr. nm. 36: lozzu fango,
pozzu, rozzu, vajjona vergogna, ilproppiu storpio, ilproppia
*exturpiat Grundr. I 516, ma cfr. Kurt. 3039, ziodda cipolla, dolzi
Archivio glottol. ital., XIV. 10
138 Cniarnerio,
e (lazzi dolce, kncca culcita coltre, dappiù, tarra torre, fqrru
forno, sr^^du sordo, all'incontro: salda soldo 33, maìilia mosca,
iJUlalpa ascolta, aalfm agosto, anza oncia, mandu, fondu di
kaulu, fondu d'uà cespuglio di vite, sa sunt, kulambu piombu
ombra bakka sobbra sottu: zajfaru fandaggu ondizi, ontaddi
ùntati. — Gali. Sempre u secondo il nra. 36; onde: puzzu
riizzit, [suzzic sozzo], sinnuzzu ciudda, bidzu polso, dulci
kulpa isculta tiirra lussa fundii, fiindu di vita, mundio unda
kulumbu (più usato hulùmbidu) umbra bukka sunna sutlu su-
pra, muUu verso, stuppa; pùlvara, rùndula rondine, ùndici
ùntati, fnùcélku moccio. — Còrso. Si ritorna all'o nel csm. :
salimog^a salamoja, lozzu sudiciume [luzzosu sudicio), pozzu o
pozza pi. pozze, lu pozzu blgn. il mare, gocca e nello st. sign.
anche gotiu {sgotta sgóttani sgocciola -ano), vergona cipolla
dolce polpa volpe ascoltu voltu, poltru pù'lidru it. poltro
Asc. I 18 n, koltre (più comuni kuUrone kultrina), sipolkru
dappiù, korre e kore correre^ torre g'ornu forka fornu orsù
sordu (ma sollu soldo 33) rossu tossa moska bosku agostu
fondu mondu tondu kulombu rompu piombu bokka §otta in-
g'otte mottu sottu sopra stoppa', pòlvara òndeci, mòndulu da
mundo scopa da forno, mócciku. Ma nell'om. srt. è u: ciudda
sunnuzza sulku sipulkru furru g^wmu surdu fundu mmidu
dundi urina pung'a bukka supra. — 41. In questi dialetti,
-ucLU si riflette come se fosse -oclo. - Sass. finaccu gingccu
pidpccu. S'aggiunge kulpra M-L. I 132, senza dir di fipltu turba
Kòrt. 3349. — Gali, fnoccu pidocc''u ecc.; oltre fì^otta dap-
più.— Còrso: finoccu dinoccit ecc.; oltre kolpa polsu kprsa
kprtu, bst. fprga folaga. — 42. Sass. Uu si mantiene, come
nell'italiano, in aliulpa aligusta, tujba turba, ùltimu e altri, fra
cui in ispecie notevoli : assunga o assuna e una. Proviene dal
log. in kujpa log. kulpa, buzzu pulsu log. bulzu, mulpu mosto,
piilvaru 0 piùaru log. piùere polvere della strada [pojva7^(c
polvere da fuoco ha Va per Vp dell' it. pplvere], mulca mor-
chia feccia dell'olio, ursu, tulpa torta, kulunna kunnu trunka,
unde dove, unda (più comune mar etti) g randa rùndini, mukku
moccio {mukkunpsu moccioso o anche bimbo), gutta gotta, il-
puppa. — Gali. Qui è sempre 1' u, secondo il nm. 36. — Còrso.
Il sassarese, il gallurese e il còrso. Vocali toniche. 139
Oltre che in unca ung'a e fungu (als. fongo), pure in dunde
e kenafu che è il genov. karuggu.
Y.
43. Sa ss. Con la solita varietà di riflessi: mendida man-
dorla; huiiru pahlnlu gisw, òossa', grutta, midjm mirto, tunnu.
— Gali.: mendula g~essii; paperi quasi *paperiu; bussa
multa. — Còrso: amdndida; g~'essu peppere, leoecca libeccio;
bidwii cìmbalu; borsa ionnu; grotta e morta mirto; notevole
papeu carta VI 91, cfr. sen.p«peo papio Parodi Rom. XVIII 596.
Dittonghi.
AE. 44. Sass. Come e del nm. 10: zelu cielo, cegtju^ sebbi
siepe; e con e pel suono attiguo,'cfr. 11: fenu fieno. — Gali.:
celi ceku sebbi, kerii quaero voglio. — Còrso. Gli stessi esempj,
oltre deda taeda, abreju ebreo; ma kergu kerzu, cerco chiesto,
pel r che segue, cfr. nm. 16. — OE. 45. Sass.: pena zena: e
qui passi anche feu foedu brutto, che è log., v. nm. 183; gli
stessi esempj nel gali., ma fedu, e altresì nel còrso. — AU. 46.
Notevole, nei tre nostri dialetti, il costante distacco tra 1' o per
cui si continua I'au e quello per cui 1' o. - Sass. Prescindendo
da kodda coda, che spetta veramente al nm. 26, au dà o: ot^u
tisoru kosa poggu pobbaru, oltre gosu gaudiu pi. §osi lodi dei
santi, come nel log.; ma si conserva anche intatto: lauru traio
kaula kaidafìori'y e pure inalterato è V au romanzo: faula pa-
raida faida ecc. — Gali. Nelle stesse regioni: 0)'u poaru e
poru ecc., ma kpda e la7ni lauru che è log.; faida ecc., ma
somma saum- sagma, con cui andrà piota accetta Muss. beitr. 88
e M-L. it. gr. 35. — Corso. Costante l'o; ai cit. esempj aggiun-
gasi : ancostru inchiostro , e ode cosu c'osine ecc. chiudere
chiuso ecc. ; e parimenti nell' au secondario : parolla bst. pa-
rglla parglle, [topa topo, topu pinmdu pipistrello], tota tavola
e nei vocieri assai comune per 'bara'. Unico esempio del ditt.
intatto: kaulu, ma probabilmente accattato, preferendosi il pi.
bre'^ke brassica.
140 Guarnerio,
Vocali atone.
A. Protonico. 47. Nulla di notevole pel sass. e gali., dov'è ben saldo,
se si prescinde da qualche caso di larga ragione, come ginnaggu g'in-
naccH 6 I, ecc.; ma pel crs. è da notare che, nelle formole -ar- e -ar°
(-AL-), primario o secondario, s'altera in e nel csm. , non però nel epe.
(cfr. nm. 2): berberu barbiere, ermone omero, ermuraccu ramolaccio, erijs^a
artiere, erpta arpia, che mi sa di letterario, erburone albero, keritade ca-
rità, feracu farò, fera derà cfr. sera seria, ecc., ferina, merone marra, ke-
rugu 42, kerkanu, kerkera ^caricarla cartucciera, gerdinii guerdà pertimmu,
serbadó Salvatore, sberkà imberkà, sperbere sparviere, ecc.; e sempre in
armonia col nm. 2, anche per nasale o palat. attigua: grenellu, frencè fran-
cese, g'ennacii 6 I, fecia faceva, regoni ragione, pieng~endu streccassi e si-
mili, coi quali passi lekà lekatu lagare -ato. Nell'om. è più saldo, anche
date le formole sopra notate: armane arma karkera guarda ecc. — 48. Non
mancano però esempj di a intatto in quelle stesse formole pur al csm.:
balhone knravana carovana, mar inaru par olla '^ cui aggiungeremo: harega
sedia. — 49. Fuori di cotesto formole, è ben saldo pur nel csm., e innume-
revoli gli esempj : mano maggiore, pacolu vacolu 6 I, kasatu fasolu salsicca
kavezza kavicca rasocii ecc. — 50. Casi sporadici di a in e nel crs. sono:
peppere papyru e bst. medelena JNIaddalena, nei quali sarà per assimila-
zione; e peura che dovrà Ve al metatetico perua dov'è normale, nm. 47, —
51. Altre alterazioni sporadiche: sass. rulpagga roncone, se da rastru e
■cosi gali, rustagga, crs. om. rustaca; ma crs. csm. ristaceli specie di pen-
nato;- crs. surakka ali. a sarakka;- infine per influsso della nasal labiale:
bst. lumintd lamentare, ben diffuso, e om. rumèntulu ramentu spazzatura,
genov. ìi'cmenta Flechia Vili 385. — Postonico. 52. Nella coniugaz., in
penultima di sdrucciolo, il epe. dà e: kdntenu pòrtemi gòhenu, fàlenu da
falà scendere, ecc.; e così nelle forme d'impf., con l'accento ritratto: érete
eratis, èremi erant, aìemii aìete aìenu habebamus -atis -ant, vidiete -ìenu.
— All'uscita. 63. L'è nell'impf. è pure del epe: aveje viileje mishulaje
sfu^aje ecc.
E. Protonico. 54. Qualche caso di a iniziale: sass. arimani, akkó ah-
hgllu eccolo; gali, arimani arisera; crs. csm. anc'osfru 46, asl uscire asl-
mune esciamone, abrejic 44, om. accidiu eccidio, che è alterazione popolare
di voce letteraria. — 55. Sass. Di norma si riflette per i: tinta tindaddgri
3ig§à, pidgccu 41, ecc.; ma se gli segue r o r- passa di solito in a (cfr.
nm. 16): kariaza 1, sarraddu, zajbrddu cervello, barrì'g§a verruca bruco,
bargamina 9, parnizi e più comune pranizi pernice, paldunà perdonare,
parg por hoc, ecc.; tuttavolta: zerr'i cernere, e d'altronde: manfani less.
Il sassarese, il gallurese e il còrso. Vocali atono. 141
s. menyu, manuali majale grosso, Kort. 5311, Bianchi XIII 21.3. — Gali.
Qui pure i e superflui gli esempj {felizu felizl sanno di letterario); ma a
nelle dette formole e quando gli segua nas. + cons. : sarratu tarrpri , var-
rùkiil'.i bruco, intarrà calbeddic, passoni 26, carri cernere, jìarrici pernice,
nialkanti, màlkiiri mercoledì, paldt paldicnà, salpenti e salpia IG, tanta tan-
tadpri, ecc., e anche innanzi a r secondario: marudda medullu; in hiriasa
pi. kiì-iasi, come in annattà adnectere congiungere, si tratterà di spinta as-
similativa. — Córso. Ancora i nel csm. e om. , non nel epe. dove è in-
tatto, e inutili gli esempj; nelle cit. formole il csm. è sempre all'è: feraru
ferera 6, feracu febbrajo, cerniJu *cernic'lu crivello, y)ersona, terzetta specie
di pistola, merkrnte perdami cerbellu ver^oùa ecc. ; ma fa eccezione il csm.
blgn., dove talora s'incontra a: tarrenu vargonna pardunà tarzetta, che è
di norma nell'om. (cfr, nra. 16): baronie 35, farutu -parò sarrà intarratu
parsoni pardutu serpenti, parpena appena Falc. 590, cartdulu cerniculu, ecc.;
resta e arasa 1, che è di tutta l'isola, al pari di mamierimi majale castrato
e con d inserto mandarinu, per influsso di g'andarinu che pur dice ma-
jale e vien da cjandM. — 56. E u per influsso del suono attiguo, oltre che
nel solito dumani, nei sass. funtmnà, log. fentornare, metat. di mentovare,
e subbard exseparare, gali, suard, e nei crs. surnmenta swnmengu summinà
piiuvann truvella suppelli- Tom. lustinkii csm. rustinku è metat. di lenti-
sku e riduce Ve in u quasi fosse *lu-stinku. — Postonico. 57. Sass.
In penultima di sdrucciolo, passa di norma in a: pinaru gmmaru nùrn-
marii tennaru ycnnaru vennari, Zeppar u 11, gbbara gqbanu , ecc., ma è i
nei numerali: ondizi dodizi tredizi ecc. e in dnilu angelo. — Gali.: pt'd-
varu vmmaru, lìttara libane ecc.; undici dodici, ecc.; ma altresì t( nel
tm-p. àilnulu cfr. it. àgnolo. — Còrso. Ancora a nel csm. e om., intatto nel
epe: pòrbara pèvaru vómaru g~ennaru vennari socaru suvaru ecc., ma
òndeci dodeci tredeci ecc. e om. ondici ecc. — All'uscita. 58. Sass. e
gali, concordano nell'avere costantemente -i e superflui gli esempj; all'in-
contro nel crs. csm. e epe. è di norma intatto: ììiare pane mane erimane
sette'^ amore udore ecc.; ftihone pullone 26, sarkone stalla less., ecc.: pen-
sare vulere sentire ecc.; e cosi nell'epitesi di -ne agli inf. : amane andane
fané ecc.; ma nell'om. sempre -i, una delle più spiccate caratteristiche
della varietà: mari pani mani erimani setti ecc., diilori udori, ecc., baboni
mamìuoni nonno -a, suceroni suocero, piloni specie di berretto v. less., ecc.,
pinzari teneri sintiri ecc., spirani fani ecc. 59. Fuori della norma pel sass.
qualche caso isolato di ragion morfologica, e in maggior numero nel gali,
e ancora più nel còrso specialm. om., ne incontreremo ai nm. 208 e 219.
Qui passino: csm. enzi anzi, innnnzi ali. a nantif, kimenti Clemente, v.
Bianchi X 03, sriti ali. a sette rifatto su deci ecc. — 60. Per l'ettlissi qui
142 Guarnerio,
si aggiungo: tmp. brana *v'ranu veranu primavera, bramii terra pre-
parata in primavera.
I. 61. Sass. Di regola ben saldo in qualunque formola. A tacere del-
l'estesissimo marahiìa, sono casi sporadici di ragione diversa, con a: an-
gunaìa it. anguinaglia^ con cui andranno come prodotti dalla stessa causa:
ahhgbba 27, anibi gingiva; con u: sulà suliltu *su[b]ulare sibilare cfr.
it. zufolo Kòrt. 7442, frusu -à *frust'lare *fustilare con epentesi di l
dietro f, cfr. frusina nm. 118 e M.-L. I 53; e pei suoni attigui: busihha
visica, unguddi inglutire, umpari in parem insieme; come pure in penul-
tima di sdrucciolo: sìmmula 22, preddusiìuulu 18. — Gali. Ancora ben
fermo, tranne pochi casi isolati, con a: alhgtina 37 it. ancudine, hatonna
30; con «: unriia gìngìva, sumidda somiglia e anche somiglianza, si«<a ex-
citare cfr. marci 56, oltre a s'imbula e petrusiìnuUi , che quanto ad àhula
(crs. àgula), \ì sarà scambio di suff., quasi *aquula parallelo ad aquila,
cfr. Diporti glottologici, Milano 1893, p. 23. — Còrso. Di norma intatto,
e di ragion speciale i pochi casi con a: ankudina v. q. s. , ankona imma-
gine sacra anche it. , canuga cinisia cenere 25, om. amianti annantu va. +
ante; con e: cekala ben esteso; con o: bst. songuni singuli -uni; con u
tra n e m: nummici Ort. 252; in penultima di sdrucciolo: niónaka pòr-
taku ecc., e ìnàstuha mastica Mt. 78, oltre nùvulu nubilu. — 62. Per Tet-
tlissi passino: sass. falpà *fallitare log. faltà mancare, lolga ghiera anello
log. lòri§a lorigitta; gali, preska persica, steddu fanciullo che sarà z[i]-
tellu; crs. fraska breske brassica, bst. fgr^a 41, ecc. — 63. Nel csm. e
epe. s'ha -u all'uscita della 1^ prs. sng. del prf. : jiuriaju temeju krideju
portai ecc., korsu corsi, morsu, vidu, intesu VI. 88 e Ort. 178; dove agirà
l'analogia dell'etimologico sintiu sentii. Nell'om. sempre particolare pre-
ferenza per -rt, ma vi concorrono ragioni morfologiche, onde v. nm. 208 e
219; e qui piuttosto i già addotti mia tia sia raihi ecc. 22.
0. 64. Concordano i varj dial. nel dare di regola u sia protonico che
postonico 0 finale, e superflui gli esempj ; ne fa eccezione il crs. als. che
lo conserva intatto: mortaro, skolaro, ecc. — 65. Fuori della norma qualche
a all'iniziale, ma oltre nm. 61, cfr. la frequente prostesi del nm. 199: sass.
aliba oliva, d'onde alibari 6 III, onori onore, gali, arici orice bordatura
Caix st. 431 ; e inoltre sass. akkannu hoc anno, crs. aguannu, manderà 6 II,
e più frequente nell'om.: alivu -a che è pur hst., adore, arilocu orologio,
argoluf ahkore occorrere, attobre, attusu, leambronu Leonbruno;- qual-
che a anche in penultima di sdrucciolo: sass. gàganu diaconu, màjrnaru,
gali, màhnaru. — 66. Altri casi sporadici, con i: sass. ihhuru obscuru
less. per influsso dell'i- innanzi a s- ; gali, irrilocu orologio per analogia
alle frequenti prostesi di ir- cfr. nm. 198, sirintina serotina sera per assi-
Il sassarese, il gallurese e il còrso. Cons. continue. 143
milazione alla sillaba che precede; e proverranno dalla lingua della col-
tura i gali, or'ig'ìni, orazioni e simili, mentre in oliavi sarà influsso di pgu
olio. — 67. All'uscita, notevole soltanto che mentre il sass. e gali, danno
-i nelle 3® persone pi. dei verbi e con loro si accorda Tom.: ani abiani
abarani ecc., il csm. esce in -u: anu avìanu ecc. — 68. Ettlissi: crs. fri(-
steri 0 fresteri ecc.
U. 69. Intatto, di regola, in tutti e tre ; nel sass. e gali, anche in penul-
tima di sdrucciolo, in luogo dell' ettlissi: merrula tàrrulu tarlo, ùrrulu
urlo. — 70. Casi sporadici fuor della norma. Sass.: i in imbiliggn umbi-
licu nell'analogia di in- iniziale; in risinglu per assimilazione; e in niz-
zgla nuceola e sirenu sublenis tranquillo less. per dissimilazione. — Gali.
Parimenti i per spinta dissimilativa in mikalgri *mucaloriu e vulintai vo-
lontà; ma a in naccola e albata vomero albata arare da urvum less. —
Còrso. Ancora: gulinteri volontieri, e rimore (assai diffuso, per influsso
del prefisso ri-)\ mentre è assimilazione nell'assai diffuso fdigine e in-
flusso del suono palat. attiguo in gileppe giulebbe. — 71. Anche qui, nel
crs., non infrequenti i casi di a- iniziale: aramore umore Le. 385, «nanw^tt
une-, nei quali però segue r o nasale, cfr. nm. 198.
Dittonghi. 72. AU. Sass. Passa in i in ihhuljjd ascoltare sull'analogia
di i- innanzi a s''; e ha perduto la vocal labiale in arecca orecchia, agljni
agosto, atunii autunno. — Gali. Similmente: iskultà, aree ci, ma otunnu\
è au romanzo, ridotto ad a e apocopato in cedda *[au] cella. — Còrso.
Anche qui va perduto di solito il secondo elemento: aree e a a^ostn askoltu,
ma arifghi ali. a orifohi potrebbe andare piuttosto al nm. 65 con o in a;
per au romanzo ritorna acellii. — 73. AE. Sempre i, sass.: ilpìu aestivo
temp., ilpimd aestimare amare, [fingccic 41], ziodda 40, ecc.; gali.: istimà
ciudda, eoe; crs.: istati cipolla \^fìngccii'\, ecc. — 74. E u pel suono labiale
attiguo nel sass. pri</'rnc?rt, ^dX\. pruenda, anche it. profenda Ascoli X 11.
Consonanti continue.
J.
Iniziale. 75. Sass. Di regola dà g (per le alterazioni d'or-
dine sintattico v. nra. 193): ga, gamia janua, gelia gittd, golii
28, gpggu ginnaggu guru gohanu, guu 38, guljm, gùcUzi giu-
dice, [^gorra 5], ecc., e qui collocherei pur gaju -a nonno -a,
in cui l'Hof. 119 vede un *diaviu^ ed io invece un semplice
* Cosi correggo, perchè erroneamente l'IIof. dà gagu [*diavus], che
nel log. vale coagulo; la voce log. è gaju.
144 Giiarnerio,
aviu Kcirt. 948 con j- prostetico, sorto dapprima nella combina-
zione sintattica tra l'articolo e il nome, lu -j -aju e poi abbar-
bicatosi come parte organica della voce; cfr. nm. 155. — Gali.
Riesce al suono g"^, ma ancora cfr. nm. 193: g~a g'^anna g''e-
sminu ghetta g'iità g'oi g~innaccu g~oku g''uru g~uu e g'uali,
g^iiseppa ecc. — Còrso. Concordano csm. e om. nell'esito g"^
ma nel epe. prevale lo schietto g: g''a g" esalmina g~iitd, g~unu
giugno, giumenta g^uvalim g''iseppe [g~ilepx>e 70], ecc., ma il
ben noto lalu M.-L. it. gr. 98. — 76. Sa ss. Non specifici e co-
muni col log., Hof. 61, i casi con i: zinihhiri ginepro zinzula
giuggiola. — Gali. Qualche esempio con e clng., g tmp., i quali
0 provengono dalla lingua della coltura, come coanit óuaneddiù
cuinlù, tmp. goanu ecc., coja gioja, oppure dal log., il cui i si
riproduce costantemente con e o g, sia che continui J, sia altre
formole, L.J NJ GJ, ecc. — Interno. 77. Sass. Ancora g con
pronuncia intensa come doppio: maggu peggii, [ahhaggà ab-
bajare]; ingulpu; ma è assorbito in diurno o diunu. — Gali,
clng. cc^ tmp. g''g'': mag''g''u mag''g''ori peg''g~u\ comune è diimii,
oltre peii peggio, che è il log. peits. — Còrso csm. c~, bst. e
om. g~: macu o mag~u il mese e anche come nel tose, 'albero
fiorito', pecu picò peggiore, aceg~a acceggia beccaccia, dicunu
\_dbljag~'à^.
* Con cf e e si vuol rappresentare quel suono palato-linguale, che è
proprio del gali, e del crs. e che comunemente si trascrive con ghj e chj.
Il Falc. 574-5 ne descrive la preferenza dicendo che 'bisogna alzare la lin-
gua premendola e raccogliendola pel mezzo al centro del palato; le guancia
fanno un moto di restringimento che tende agli angoli della bocca e in
pari tempo la lingua batte un colpo secco diretto verso la parte anteriore
del palato e scatta subito cadendo, mentre che intanto dal moto che si è
prodotto pel subito ritrarsi, esce un suono acuto, come di fischio, che
compie la preferenza con la sua i mista del suono molle e grasso dello j,
simile a quello di quajja quaglia nel romanesco'. Con questa descrizione
parmi s'incontri quella che dà ora il Bianchi XIII 178 n di quel 'suono di
mezzo che da gj conduce a dj' nel tose; così che, se non erro, il suono
speciale gali, e crs. risulti della stessa natura e non ne differisca forse se
non in questo che, mentre nel tose, la gutturale a contatto dell',/ viene 'a
partecipare di una fregatura palatina e dentale', nel gali, e crs. essa piut-
tosto subisce un'intaccatura palato-linguale.
Il sassarese, il gallurese e il còrso. Cons. continue. 145-
J complicato. 78. LJ. Sass.: aìu pala ?nelu famiìa kunsilu
pila folli vola \hì-iki\] ìpuld talcl iralmld ecc.; filolu muleri ecc.;
e anche lj romanzo: akkull isoli isoli. — Gali. Riesce all'in-
contro a del (cfr. srd. mer. Il): hattadda padda meddu kunsiddic
pidda sumidda] foddu foglio, fodda cavolo, vQddu\ ispuddd
taddd trabaddd ecc. ; fuldolu rnudderi ecc. ; akkoddi akkuddi
irrigoddi irriguddl isoddi isudcU ecc.; e saranno voci colte:
famila sbalic isilu inkaìu evannelu, kunsilu 'corpo municipale',
^. e. ku7isilu senza kunsidda. — Còrso csm. e epe: ala mela
ciìu gilu mila famila più fola vola, kpla cullea, lulw, pild
spula ecc.; mulera, bst. mole e mola, fìlolu malolu ecc.; kple
sole [ole ecc.; ma nell'om. zcv. torna come nel gali, -del-: tadda
meddu giddu famidda pidda, voddu muddera fìddplu kpddi ecc.
— 79. Sass. E i in pochi esempj che ripetono voci log. ozio
33, kizu 25, lizu ali. a gilu, koza cullea coglia borsa, kozuddu
montone, mazu malleu bastone della lavandaja [ma con mdz-
zura martello di legno da falegname, cfr. it. mazzero, e mazza
battere forte pestare, s'entrerà nella ragione di 'mazza']; con n
epentetico : anzenu alienu straniero. — Gali. Giusta il nm. 76
le voci rifoggiate sul log. danno tmp. g, clng. e: pgu e oca
olio, kigu kicu inkigà accigliare, ligu licu, agu aglio, pugund
pucund germogliare, ispugund smelare levare il miele dalle
arnie, Rom. XX 68, angenu, ecc.; ed è schietto log. ì)uza bullea
otre borraccia less. s. imhpliggu. — Còrso. Notevole deviazione
il csm. mug" ere muliere Ort. 269, in cui il -lj- si assottiglia in
-j- e con l'esito normale, cfr. nm. 77, viene a -g~-, risoluzione
che si ripete in g'^ g''- illi ^ in funzione di dativo masc. e fem.
d'ambo i numeri, e di particella pleonastica innanzi al verbo
'essere': bst. g'e illi est, it. gli è, segno dell'affermazione, csm.
g''era gli era, epe. g~ere g~érenu, om. aj. g~i. fag'i fargli, g~é-
rani, ecc. Falc. 586-7. — 80. Sporadicamente il crs. altera il l
in n (cfr. leccese némmaru Morosi IV 131, tose, gnómero II
424): land tagliare, trapanala travagliata Tm. 206, hùnulu
mallo delle noci, kunulò voce dispregiativa Tm. 295, che postu-
' Per lo spandimonto di illi in *illii *illji v. D'Ovidio IX 100 e Bian-
chi XIII 102.
146 Guarnerio,
leranno culliolu corteccia della noce verde. — 81. RJ, v. iim. 6
31 e 39; sarà di ragion morfologica il g succeduto a j in al-
•cune voci verbali, cfr. pres. in -gii nm. 222: sass. rnojju *mo-
rjo morior, pajja paja, gali, molgu moìga, crs. niprgu, mptvje
muoja, kerga *querjo cerco, mentre ne' tmp. palg'a molg''a
nm. 6 n. si avrà l'alterazione di j q. s. notata pel crs., ma ap-
presso consonante; infine è sostituzione del sufF. -oniu a -oriu
con i internato nel sass. zimhoina cupola, nel linguaggio dei
zappatori zimhonia, che ripete lo sp. cimhorio lanterna sulla
cupola di un duomo Kòrt. 1863 ^, cfr. log. zunboinecjda lanterna,
e sarei propenso a mandarvi insieme limhoina borraggine, log.
limbuda, che fanno pensare a un derivato da liniba lingua, cfr.
inflitti lat. huglossa. — 82. SJ. Sass. Sempre i: ììazu -à, hazii,
hariaza cfr. log. kariasa, geza chiesa, kamiza] fazohi 28, ki-
zina metat. di ^hiniza *cinisia cfr. mer. cinizu, prizoni', hat-
tizà *baptisiare, kuzi cucire. — Gali. In postonica s: asti agio,
hasu kiriasi, brasa bragia, ma anche kazu e g''eza; in proto-
nica pure s di solito: kisina fasolu kusi kusidora, isdrisl *ex-
de-resuere Ascoli VII 516 n, ma sempre z in kazoni pizoni pri-
zQìia', caduto l'i in masoni mansione branco gregge, ìnasonada
famiglia, che proviene però dal log., Flechia Mise. 204. —
Córso. Il csm. e epe, a formola postonica, parrebbero unifor-
marsi alla norma dell'italiano (Grundr. I 533); innanzi a vo-
cale che non sia a: bacii^ baci, kacu koci koce cuce -ire, in-
nanzi ad a: e arasa', ma anche qui kamica ali. a gìnsu ingrisi
grigio ingrigire ; a formola protonica di norma s : kasalu fa-
solu fasanu, amrnusatti imbronciato quasi *ammus-iare, e talora
g: canuga 25 cinigia, fagolu, oltre i soliti kagone prigone ecc.;
nel bst. e om. è all'incontro costante la sonora: bagii caragu
koge (bst. però anche kose) cucire, bragera bragia, fagolu pìn-
* P. e. nel modo di dire assai comune: mi i'aì fattu In fjabhii kanf/u la
zimhoina di santa kaddalina (che è la chiesa principale di Sassari).
^ Superfluo ricordare che per e si rende il suono tose, del e tra vocali,
come in bacio cacio ecc., il quale si distingue solo per minore stretta orale
dallo s di scemo, Ascoli Cors. d. glott. 22. Men superfluo notare che nel
crs. occorre insieme la sonora g, com'è nei tose, bragia cagione e simili,
la quale sta allo ; cosi appunto come e allo s, cfr. Arch. XIII 335 n.
Il sassarese, il gallurese e il córso. Cons. continue. 147
gone prigó ecc., i quali nell'om. zcv. assumono il suono speciale
gall.-crs.: prig~g~oni prig~g''ó prig''uneru. Concordano crs. e gali,
nel regolare haitizà e sta da solo csm. g'~esa, fognato Vi per
dissimilazione, come nell'italiano (Grund. I 527), mentre om. ha
gega. — 83. NJ. Sass. E n: hanu hampana kalpana intrani
rona lina vina sardina vajjona, inela kitona, runoni ìnsinolu
(ma anche fdumela), duna 34, ecc., e le derivazioni secondarie
o casi d'i ascitizio: atunu, diurni, 77, fdonu filato log. fllonzu,
kitjuhunu sposalizio, iìpuppinu stoppino, ilprmmninu sconcia-
tura, e simili; sinori donde le forme sincopate del parlar ru-
stico ino 0 ano; intatto in sonniu sogno ali. a sunà; senza la
nasale in kujuhd come nel log. kojud conjugare sposare. —
Gali. Riesce a óìn'^: intranni strannu rannu tinna vinna
vitikinnu -ulu, log. bidiginiu, vitigno, bainnu "gavin-iu Ga-
vino, valgonna danna ecc.; ma ancora sonniu sunnid, kujud
kujunnu. — Córso. Nel csm. e epe. è lo schietto n: hampana
kampand battere la campagna, kalkanu e kerkanu, lanu sost.
e vrb., lana sost., vina sonu vergoìia, hisona (bst. ona) fa di
bisogno, kunu cuneo, g^unw, sinore sinoru e sincopato so sa
cfr. genov. ; e coli' i ascitizio : kapanu cercine da mettere in
capo per portare pesi o l'anfora, cfr. lucch. capagnata, kapiti-
iiulu capezzolo, lucch. capitignoro Pieri XII 172, karavana ca-
rovana, in rima Tm. 397, urfanu orfano, ecc., e nei vrb. fru-
gund. mugunà e simili ; intatto nel solito sunnid. Neil' om. e
' Con questo digramma voglio indicare, non già l'intensità del suono,
che ò nel tose. -n^n-, equivalente a -nnj- (D'Ovidio IV 160 n, e ora Bian-
chi XIII pass.), ma bensi il particolar suono gali, e crs. om. e blgn. di cui
già altrove (Dip. glott. cit. al nm. 61, p. 14 n.) ho toccato, il quale pare in-
tinto di nasal gutturale, onde pensai rappresentarlo con un. Ma per non
sovrabbondare in trascrizioni speciali, mi contento di ììn, avvertendo che
la pronunzia sta di mezzo tra lo schietto n e il gali, e crs. ng del nm. 178
e aggiungendo la descrizione che ne offre con la nota diligenza il Falc. 591:
'Il suono balanino è nasale, ma con una intensità maggiore che non in
'quelli somiglianti di gna gne ecc. nell'italiano, e per averne un'idea,
'quanto si possa, sempre meno disforme dal vero, conviene stringere al-
' quanto le narici e insieme sollevare il mezzo della lingua ritirandola e
'premendola forte al palato, non senza emettere un tenue cenno dell'acuto
'suono dellT.
148 Guarncrio,
csm. blgn. torniamo a nn: bannu, kiincenna quasi 'congegno'
aratro, fllanna conocchia, lannendusi, ecc. — 84. Entrano nella
ragione del log. i sass. mmizanu mattino, monza monaca e an-
che una specie di lumaca mangereccia, bainzu *gaviniu v. q.
s. ecc., e parimenti gali, monga cfr. nm. 76 ^ — 86. MJ. È allo
stato di nn nel sass. e gali.: hinnenna hinnannà 14, ma intatto
in gremiic solo nel senso di 'corporazione d'arte'; e del pari
nel crs.: vindemniìa simitda. — 87. CJ. Sass. Sempre riflesso
per -ZZ-: brazzu, agrazzu brusco, gazzu^ lazzu laccio, minazza,
siazzu staccio, vinazza trezza [frezza freccia] mudcUzzu, rizzu
23, zozza chioccia, rilpuzzu dirain. di restis orzajuolo, quasi
'piccolo spino', ecc.; in proton.: azzola dimin. di acia matassa,
azzaggu acciajo, nizzola e anche linzola 143, ecc.; e preced.
da cons. : onza oncia, kalza kalzetia, kalzi calcio, ali. a kaz-
zetta kazzi kazzig§d ecc. 103. — Gali. Riesce invece a -ce-:
hì^accu g~aécu facca minacca vinacca triaca [f ricca], licca
[i] li ce a elee, cocca chioccia; isacca schiacciare Kòrt. 4541;
accaccu naccola ecc., e nei derivati: famacca fmnaccina neb-
bia, ecc. — Còrso. Ancora -ce-: acca accia di filo, hìeccii
g'eccu staceli yninacca vinacca ar muraceli, liccu 23, trecca ecc.;
nei derivati: malaccu ecc., ladruccu ecc.; unca, kalcii kalcigd
ali. a kalza skalzu ecc. — 88. Sass. Fuor della norma pochi
casi in -ce-: facca, bucca se pure qui spetta Kòrt. 4864. —
Gali. Fuor della norma qui riescono siazzu che è pur log. e
suzzu brutto che è l'it. sozzo Arch. II 325. — Còrso. Pur qui
l'esito -zz- non sembra indigeno : arrazza o arazzu *acraceu lam-
brusco, bst. lazzu, sciocco, detto delle vivande, it. lazzo Kòrt. Ili,
mullizzu immondezza, coi quali passi frezza o flezza freccia.
— 89. Accanto a -ce-, nel crs. talora -ce-: nocc~a 'cucchiajo
di legno per raccogliere il latte che si mette nelle forme {fat-
toce) per fare il brocca' cfr. it. coccio coccia Kòrt. 1972, krocce
* 85. Sia lecito qui ricordare F assimilazione di nu nell'iato. — Sass.:
(Janna 75, ginnaggu, mannali 55, ma maniali manovale giornaliero, che è
pur log. e sarà foggiato sull'it. — Gali.: ganna ginnaccu rnanneddu
cfr. it. mannello tnannellina. — Còrso: gennacu ynannaga mannaja, man-
nerinii mannHlu, ecc.
Il sassarese, il galkirese e il còrso. Coiis. contiiuift. 149
voce scherzosa per 'gambe', che panni cinicea cfr. it. gruccia
senes. croccia, kròccula nacchera specie di conchiglia, diminut.
di clochea, kuc~c~u liuccuccu cuccio cucciolo v. less., spaccu
spaccati spaccio -ati; om. zcv. sacca, schiaccio, hokkucca boc-
cuccia; coi quali passi hiic'ca buccia shuccalvA^a, che ritorna
nel tmp, shuccd sìjuccidà e ha riscontro nel tose, hucchie
Fanf. u, t. — 90. GJ dà sass. -gg- e gali, e crs. -g~g~-: assaggà
assag^g^d, piag^g^a. Sono dal log. il sass. rilozu orologio e gali.
riloéic 0 irìnloóu nella norma del nm. 76. — 91. TJ. Sass. 1.
Protonico, preceduto da vocale, si riduce a z, quasi risalisse a
SJ 82: razoni arrazund, stazoni {orazioni ecc. sanno di lette-
rario). II. Protonico, preced. da cons. è ;:r: kanzona linzpln ecc.
III. Postonico, preced. da voc, zz: piazza palazzu, rezza 14,
pezzu, lozzu 40, pozzu, ihJiabizzu iJUiabizzu *ex-capitiare deca-
pito -are, ihliahizzaddu scapato, ecc. (qui passi pur kazza cac-
cia); curioso, ma di certo non popolare, lo i di spaziu grazia
ozia biddezia ^ galpizia ecc., come non popolare lo -zia di kus-
senzia piniddenzia ecc. — IV. Postonico, preced. da cons.: ili-
humenza 24, inalzu e mazza, folza, panza pancia. — V. Resta
isolato prezu prezzo ali. a diprizià priziosa, e ancora attatlu,
atlatiaddt-t sazio -ato, che è logudorese, Flechia Mise. 200. —
Gali. I clng. s, tmp. i: razoni slasoni ecc. — H. Unzolu ecc.; —
III. piazza, sazzu sazzà sazio -are, stazza casa di pastori in
campagna e anche la campagna stessa v. less. s. stazzona, rezza
pezza, kizzu citiu per tempo, vizza vezzo, lozza, puzza 40,
sinnuzzu, coi quali mandiamo: immizzl putrefare delle frutta,
it. amìnezzire , Kòrt. 5345, e prizzosu pigro cfr. log. preittia
mer. preizza pi[g]ritia; — kacca, gucca (anche gatta)', grazia
spaziu ecc. ali. a biddesa brutte^^a puaresa ecc.; — IV. telzu,
ma humenca; — V. ancora presa ali. a disprizid e minispre-
ziu disprezzo. — Còrso. I. ragone o regone ecc., ma om. rag"-
g'oni 0 rag~g6, siag''g'~oni ecc.; — li. kanzona Unzolu ecc.; —
\\\. piezza stazza pezza kavezza, shavizza (a) posto obliqua-
mente Le. 238, sing'ozzu pozza e altresì prezza, ma ancora
^ In sass. non si dice fortezia, come nota lo Sp. or. I 128, ma fidpalfj :ia
e in gali fultadesa.
150 Giiarnerio,
kacca e §occa', — vanezza houìk, f/udizia ozili, miUiranza ecc.;
due esemplari soli con g : minuge cfr. it. mmugie Grund. I 533
e om. srt. hrunaga bragia brusta, ma che fa il fuoco più vivo,
donde hrunagata fuoco fatto di hrmiaga, che sarà da *pru-
nitia incrociatasi con *brasia, cfr. Kurt. 6427 e Muss. beit. 37;
— IV. jìiarzu, panza spanzatii ecc., ma anche qui kcminca. —
92. STJ. Sa ss. E z nel classico esempio bnr.za -«; imh'ulpia
spazzola non sarà che l'it. hruslia Kòrt. 1428. — Gali. clng. s,
tmp. i : brusd hruzd. — Còrso csm. e epe: brune briiód,
d'onde sbrùculu Tm. 296 palo da attizzare il fuoco, als. sbro-
óoli pali per ispazzare il forno VI. 61; ma bst. e ora. con la so-
nora : bruga briigava ecc. , con cui andrà begu sciocco tose.
ant. be.'^cio bestiu Kòrt. 1145. — 93. DJ. Sa ss. Iniziale (cfr.
nm. 193): gaganu, diaconu chierico sacrista Muss. beit. 121,
gossu 30; mediano: oggi, agguddu -à aggiini Arch. II 140; coi
quali passi akkaggi accadere; mezza mizzina bariletto Kòrt.
5361, rozza ecc.; olia ali. ad ozza] son logudoresi: zurradda
giornata, ìnpja ali. al legittimo Moggu, rqja saetta, usato come
imprecazione, e gosu gosi 46 gosare godere. — Gali. tmp. ga?^-
rala clng. carrata cuA^rateri giornata giornaliero, che saranno
foggiati sul logudorese, V. nm. 76; Qg~g~i ag'g'atu ag" g~ ang~ i ', cfr.
arrug''gà girare vagare, desunto dal log. arrodiu -are circolo
circuito ecc., e frag''g''u -d aborto -ire ali. a fradid nm. 159,
inno in-deorsu che presuppone *ing''ó e prikog~g~'i praecordia
coratella; mezza razza ecc., olzu] caduto il d, come nel log.,
in moju mujteddu, lapìa ^lapidea pentola Parodi Rom. XIX
484 ^. — Còrso: g^ornu g''urnata; csm. e epe. a, bst. e om. g~:
oc e pg''e, mog'a, pocu pucale poggio, arripacd appoggiare,
trapucava valicava, [^viaca vieg''u]; mezzu, przu', merezza
meriggia Mt. 96. — 94. PJ. Sa ss.: picconi è dall' it. (più co-
munemente i zappatori karomba); azzua acciuga è comune col
logudorese; apna, tnela apia, ilprqppia ilpì^oppia 39, ecc. —
Gali, picconi ancuga\ strappid', so.ju sajtii savio -ezza. —
* Etimo oi'a confermato dal vasa lapidea ad coqicinam degli Stat. berg.;
Lork, Altberg. 236.
Il sassarese, il gallurese e il còrso. Cons. continue. 151
Còrso: appiu struppid ecc.; piccone, ano uà, bst. ancuve. —
95. VJ, BJ. Sass.: rabbia gabbia allivid, sajvia salvia; agf/u
aggi habeo-eam; e nella ragione del logudorese: arrajuladdi(,
arrabbiato, marruja marrubiu, ruju rubeu, gaju 75. — Gali.,
tmp. bb, clng. p: §abbia gapia, rabbia e ompia; trap, g^g", clng.
ce: aggu ag''gi e acca acci', comune: g''izzu appassito flo-
scio ing^izzl appassire Kort. 8706 ; karruga quadruviu è d' im-
portazione genov. — Còrso, csm. piogga ^ ; csm. epe. e", bst.
om. g": acu ac'i, ag~a ag''i, karucit e keriufu 42; isolato è
lonzu lumbeu it. lonza longia Flechia II 361.
96. Iniziale resta di regola intatto in tutte e tre le regioni.
La solita dissimilazione è nel sass. e crs, gilu, di fronte al tmp.
ligu clng. licu; e nel crs. s'aggiunge cola loliu, cfr. senes. gig-
glio Bianchi XIII 220. Casi sporadici: crs. csm. rustinkii metat.
di lentiscu 56, om. lustinku gali, listinku e listinhanu, sass.
il.piìikanu con avulso il 1-; sass. dassd per lassd Ascoli XI 422,
il cui d- passa analogicamente al sinonimo daga per lagd XII
27; cfr, tm^p. dampd stendere, gettare qua e là, ali. al sinonimo
lampa crs., e srd. sett. e log. — 97. Nel vernacolo rustico o dei
zappatori di Sassari, -l- scade a r : ara ala, arenu alito, ariba
oliva, ihìiara scala, [ìlora kurombic ecc.; così anche nell'arti-
colo, e iniziale preceduto da proclitica in vocale: ra rima e
ne sori la luna e il sole, cfr. algher. Ardi. IX 339 e testi vivi
e il genovese II 122 ecc. Nel crs. è muferu mufolo. — 98. Sass.
e gali. In alcuni vocaboli, evidentemente importati, il ^l- si
* In Tm. 247 abbiamo fiegya, ma dev'essere un errore di stampa. — Lo
Sp. or. I 139 n. osserva giustamente, che i dialetti della Sardegna mancano
di una parola che significhi pioggia, tranne a Bitti, dove è proja, dicen-
dosi comunemente nel log. abba, raer. akua, gali, ea, sass. eba, benchò s'ab-
bia il VTh. piòere e l'aggettivo piovosu. Ora si può aggiungere che il gali,
ha il vocabolo per esprimere la piccola pioggia e la piccolissima: piuicina
piuicinndda e piuicina oppure piovicina -à; e il sass. pure, ma da altre
basi: muddino, nmddinedda e muddinà da moUis e rua'ina rus'inedda e
riis'inà da ros.
152 Giiarnerio,
pronuncia come doppio: parintella stillif , cfr. sellaì'^u selynon.
— Córso. Pur qui: parolla kandelle lagrime e kandella per-
sona cara VI. 99, onde nell'om. zcv., secondo il nm. 102: pa-
rodila, cfr. bst. ammadapena a mala pena Le. 357. — 99. Tace-
rebbe nel giiW. saìkd barcollare, se è *salicare; andà saika
saìka andar barcollone, koisdika cutrettola, log. ìndisdida Muss.
beitr. llOn. — 100. Alterazioni sporadiche: sass. e ^2i\\.madoni
madonare amylon amido, log. immadonare\ crs. moiina mu-
"tila capra senza corna, p. e. a jelusia è motma o cornuia Mt. 33;
bst. anlru altro; s-àss. pindula ali. al gali, pilula. — 101. L'om.
spesso lo tronca all'uscita: hazzi per hazzile, 'burdinà per hiir-
dinale bordonale, cfr. Flechia Vili 333 ; gali, e sass. non mi
danno se non 7nd reale, antica moneta. — 102. Sass. Il doppio
-LL- passa in dd: haddu -d heddu edclu -a, puddreddu 24,
kiddu -a, ziodda 40, nudda, trucida 39, t7''pddiu truddià cre-
pitum ventris, puddiginu ecc.; fdureddu dinareddu panneddu
grembiule, fidiliedda forcella, arnese che portano gli asinaj, pi-
sareddi pesciolini, riaddeddn rigagnoletto, ecc.; milli ilpella
pisellu trankillu ampulla, balla palla da fucile, e simili, son
voci della coltura; in siziìu e sinziìu, sigillo, che è pur log.,
■sarà influsso dello sp. sello, e in pupia pupilla cambiamento di
suffisso. — Gali.: iddu -a middi mille, bakkiddu bastone, ka-
pumiddu camomilla con immistione di kapu-, cfr. log. kabonila,
kpddu collo e colle, biddiku bellico, puddetru, puddunà (da
pollone) germogliare, irribiddd ribellare, inguddi ingollare, bed-
dula donnola, ecc.; nucedda nocciuola, nueddi (novelli) gioven-
chi, pisUeddi pesciolini, pikkuleddi pezzettini, éelvareddu cer-
vetto, itlticeddu, steddu 62, ecc.; ma kolla stella e altre voci
letterarie; isolato dmpula e anche ambula ampolla, dov'è am-
pulla che s'intreccia con ampli or a. — Còrso. Nel csm. e
■epe. è intatto: bellu (anche sost. 'ninnolo giocattolo' voce infan-
tile, cfr. log. bellei milan. bebej ecc.); calambella zufolo ('ciara-
mella'), corno di becco ridotto a forma di zampogna VI. 103 n.,
kuraiella, kidalellu, sassolino cfr. log. kódulu cotulu ciottolo
Kòrt. 2228, malacella uccello di cattivo augurio civetta, pidia-
rellu cosa da poco pochettino, nudelli giunture rotelle, purtellu
finestra, zitella -a', bidlikà pullulare, sfalla ingannare sbagliare;
Il sassarese, il gallureso e il còrso. Cons. continue. 153
cUiika -à solletico -are, ecc. Ma nell'om. srt. torniamo a -dd-^:
lu.wadda g'adda vaddi idda -a nudda, ciu.dda 40, puddetra
pmldagn aceddu calambeddi, niedda nigellii, babbareddn vez-
zeggiativo di babbo, cuinamiaredda ninna-nanna, fidduledda
iirfanedda vileddti uiteddata ziled(Ja -a.] i\n\)^. ditminihedil Uy
franci^kedd a ecc.; sinniireddu Iddio {g'uru pa lu sinnii-
/'eddii)', a dda allo, ind' idd' infe/'nu ind'ill- Arch. II 156 n.,
cui s'aggiungono, sempre nella regione di ZIcavo: nim dda non
ili a- non la VI. 7, di dd' Ave dire l'ave VI. 6; ma qui pure:
stella d'onde stilla risplendere, Ih soli stillava in celi Ori 248.
— 103. Sass. Per le risoluzioni specifiche di l*^ v. nm. 123; qui
sia intanto notato che ls dà /:r e per assimilazione cj, come è
costante jj per l + sibil. secondaria (cfr. nm. 124); onde: halzu
0 bazza polso ali. a bucciconi less.; azza alzare, hazzi calcio,
kazzelta kazziggà kazzalapga, kazzina, kazzoni calzone, a
V aìiliuzza alla scalza, civ.log. ishvÀzu, dozzi dolce, ecc. —
Gali.: balza balza (anche balda v. less. s. balconi), falza ecc.;
hessa celsa lentischio, cfr. log. raorigessa morus celsa. — Córso,
(^ui s'aggiunge l'alterazione di l in r: arza alzo, farza ecc.;
alterazione che del resto si compie dinanzi a qualsiasi conso-
nante: karhi qualche, kerkana, kuì'taliiia kaytanile colto o tratto
di terra vicino alla casa che si vuol coltivare ad orto VI. .59 e
TU, dovóe, marbifyfit malviaggio, imprecazione, mar minati i'. mal-
mignatta verme velenoso, l'unico dell'isola, porpa pòrbara sar-
cicca ecc.; bst. ir boja il boja, tar botte, lar viaa. — 104, Còr-
so. Rimane isolato: puca pulce, cfr. lucch. pnce Pieri XII 118
e il nm, 121. — 105. E di tutta la Corsica il ridursi di ld l'd
a il (cfr. abruz, e roman.): kalla skalla ariskalla, faUetle om.
fallelti faldette specie di sottana Ort, 133 n. (sass. faldella, gali.
fardetla), solla saltata, ecc.
L complicato. 106. CL-. Sass. (cfr. nm. 103): cabi rara
* Nel vernacolo di Zicavo si suol trascrivere questo riflesso per dr (cfr,
Tm. 56-59), ma da ciò che no dice il Falc. 579 appare evidente che il
proferimento )ioii differisce dal noto dfl, se non torse por una più spiccata
intensità.
Archivio glotfol. it;il., XIV. 11
154 (niarnerio,
cainnià éohlm rtihbà accubhà 30, coda, cQf/Oo 33, [caffi' schiaffo,
di tutta l'isola], ecc.; ina per influenza del logudorese: gaggi'-
gaggacldu *clago *coag'lo coagulo, gunipà e gómpere *clomp-
complere arrivare, coi quali passi geza ecclesia. — Gali.: d'ai,
caeddu foruncolo, e ara d'ou, e anima cohhu cind e adi ca-
du ecc.; ma cjeza. — Còrso: cam cara codu, code chiudere,
e astra stalla, cassa (it. chiasso -uolo), cappa moneta K()rt. 4543,
Gukketta tocco del campanello (cfr. it. chioccolo chioccare Diez
less. s. V.), ecc.; ma (fesa, om. cjega. — IO?. ^CL* (*TL*). Sass.:
macca macchia d'alberi (ali. allo spagnolismo manca macchia
dei vestiti, che è di tutta l'isola), arecca 24, vecca, ìpicca 18,
occa, kocca cocchio, finpcca ginoccu pidpcca ; kuccari, ac-
cappà ecc.; celca e cecca 24, muìca e mucca morchia, mirica
18, incinà inclinare, ecc.; e con s-c in c-c: cacca -d succino
-are. — Gali.: rnac~ca arie ci specca vecca, occa flnoc-
ca ecc., roccu rocchio, pinnaccu pennacchio, pinniccu pen-
necchio, ecc. — Córso: karnacca macca specca recc>''
arecca pareccu secca, vece a, marina, annecca annic'lu
capretto o agnelletto d'un anno, Uavicca, ecc. ^; Ime e era sac-
ca ecc.; mine a, cere' a e ni. ceca VI. 50 (cfr. kircolu specie
di pasticcio), torca ecc.; e qui forse ancora; csm. eoa om. eg''u
haedulu capretto, log. edu. — 108. Sass. È gg anziché ce, ma
come succedaneo del / logudorese, in annigga annic'lu cavallo
di un anno {\oq. anniju), kabiggu *capic'lu capezzolo (log. A'«-
bìju), pìggu *piclo plico piego (log. p^/w), idpigga urtic'la or-
tica (log. urtija), mamiagga covone (log. manm'ja), rilpagga
*restuc'lu stoppia (log. restaja), fidpigga stecco bruscolo (log.
fastija), sangaisugga, farrogga farraggd frugo -are (log. for-
roju -are ecc. Rom. XX 65); raìpagga 51 diminut. di rastru,
col -r- perduto per dissimilazione, dove però il log. ha r astrala
o rustaXu. — Gali. (cing. ce tmp. g'g")'. 1iapig~g''a pie e a pig"-
g~a,trig''g'a trichila pergola {\og.tr{ja),vig~rfa vitulu (log. bija),
^ E in nuove derivazioni: spaveccu spettacolo spaventevole, bst. sca-
poccn scapellotto, ecc.; spesso con un e solo, per analogia delle forma-
zioni in -ARiu -ORiu nm. 6 e 31: fattoca fiscella, forma da fare il cacio,
pinnac'u *pinnac'lu granata scopa, tintinnacii, rustaca 49, ecc.
Il sassarese, il gallurose e il còrso. Cons. continue, 155
maanag'ffa rusiacfg'aj ecc. ^. — 109. Sass. Non indigeno: hn-
7iilu; allato al quale ricorderò (jrcibiìa graticola. Lo i logudo-
rese è in lintiza lenticchia e au.za acucula ago Ascoli II 398.
— Gali.: Imniddu secondo il nm. 78; tmp. f/raila ali. al nor-
male ka(rig~g'a *cratic'la; e col i log. m e o g giusta il nm. 76;
clng. linlica, tmp. linluja', tmp. vgidd vedere (log. ojì' oclu). —
Córso. Oltre knnila, anche kaviìa e cernilu cerniculu crivello,
cfr. genov. ant. cerneio od. cerneggii Arch. I 354 n., II 129 n.,
Vili 338. — Ilo. Ancora nella ragione del log., i sass.: lu'-
vakkd ihliuvakkd *coperc'lu coprire e scoprire, gali, kuvàlul e
kavakà Hof. 69; e in quella del mer. il sass. umljraija umbra-
culu ombra. — 111. SCL SC'L. Sass.: iscd^H schiavo, masu-
maschio, asa astula truciolo (cfr. log. ascza quasi *ast'lucea e
isasare fare a scheggio); misd mescolare, 7^asd raschiare, frusu
-d 61, fischio -are. — Gali.: isai' marno asa frum ecc., isacód
87, isappa *ex-clappa schiappa scheggia, isoppa schioppa. —
Còrso. Siamo nel csm. a se", che però, in ispecie nel epe, va
cedendo il posto allo schietto s;]i : scavu scoppu scìippà scu-
petto.', raasci'. fì'iscd (bst. frisfid, cfr. tose, fistio), uscio uscalu
*ust'lo *ust'latu brucio -aio; ma nell'om. e csm. blgn., d'accordo
col gali., siamo a s: saccu 89, masu ecc. — 112, GL. Sass.
Iniziale {cfr. nm. 193): ganda gazzu, gumeddii *glom-ell- go-
mitolo, ganfiullltu {punì li jangulilH afferrare per la gola fare
il golino-, cfr. it. gangola 'glandola sotto le mascelle, nel collo'
Diez. less. 453). Sta a parte: zozza -i chioccia -are, come nel
log. — Gali. (cfr. nm. 193): g''anda g~accu g~umedda g^dn-
gula gangola, li jànguli gavigne; ma cocca. — Còrso: g''anda
g^andarinu 55, giacca g'umitulu g^drulula ecc.; isolalo c^Qva
9. — 113. Notevole il crs. grómlmlu o grémhniu granello, sì
per l'antica dissimilazione (gl-lu), e si per la doppia forma che
attesta le due basi glom- glem- Ascoli II 409. — 114. Sass.
Mediano: v>^gga viggd 24, ecc.; kinga; una cfr. nm. 178; \in-
guddì inglutire, singuddiUa diminut. da singlutu]. — Gali.:
A questo nm. spetterà il surt. sass. -//t)- tm[i. -[/~f/'- clng. -c'c'- o crs.
'99-0 -c'c"-, che serve di derivazione di pres. ind., cfr. nm. 223: diunegga
da diunà, humparig''gu compro, Ubareg"g"i liberi ecc., v. Arch. II 398.
156 Guaraorio,
DÌg ffa -d liarfifit -d coag'lo -are, skag^g~d squagliare, strlg"-
g^iila stregglila; niufa Imfamuìdd aggomitolare, ing'^tdtl ecc.,
(la cui si viene a urina innuttì ecc., cfr. sangusiinnida per san-
fj US ihig''ida, (YnmmiiiYo di sangu<:ug''g''a'^sa.ng\ie sue' la, con epen-
tesi di n; isolato: sikutu ali. a sinnuzzu. — Còrso: l)eg''g~a
hig^g^d veglia -are, ieg'^g'a teglia ijst. teg~g~e tegole, kag^g'^atu e
oni. srt. kag^g~ijm secchio di legno per farvi il cagghiato, mug~-
g^d bst. mugg'qìie mugulone, ruggd *rugulare ragghiare, ecc.;
singozzu om. sung'uzza, sing''uni singuli uni bst. song''uni (epe.
Centuri filigli, che va perdendosi ed è solo dei vecchi); final-
mente culaie che è la voce it., essendo proprio del crs.: porku.
— 115. BL. Sass.: bia/ìku, hiaitla it. ant. biavo blaw; fìb-
bia^ ecc.; [«7/)rt//a]. — Gali.: bianku ecc.; asuhia sub'lat
M-L. I 61, ecc.; \siad(la\ — Còrso: bianku biastemma e bie-
stetiuna Mt. 125, biada bieteraca, ecc.; fìbbia nebbia tribbia
-d, ecc.; [stalla om. stadda]. — 116. Stanno da sé: sass.: gal-
Jìernma r/aljuìnmd bestemmia -are ali. a frallìemma -imind ma-
ledire, che è il log. frasliiìiare, gali, g^astinima -d, crs. om. e
epe. (Centuri) g~asleìnma, quasi si risalisse a y-, nm. 75. —
117. PL. Sass.: piana pianila pialla piatta, piaii piace, piena
piana riempire, pienu 2, pinbi piubl piùaru 42, ipiena 8, ecc.;
doppia, koppiplu gemello, ecc.; cfr. pif/ga 108; conservato come
nel log. in isemplu e teiuplu ali. a isimpiaddu 24 e tei/ipiu;
finalmente: iJiJiplu scoglio. — Gali.: piena piind piwnma
pigia 46, ecc.; kappia, kupphdi gemelli, ecc.; isimpri kum-
pritu ecc.; skodda 33. — Còrso: piettu piatto, pialld nascon-
dere piatta nascosto a l'appiatta di nascosto, piatesi avvocati
cfr. it. pialo ecc., pigssu piovuto, pieoe antica divisione ammi-
nistrativa (oggi: frane, canlon), pievanu om. piuimmi, piigd,
kumpiì finire perire, ecc.; doppiu koppia ecc. — 118. FL. Sass.:
fìakku fiaklid fiamma fiaggu -d, *flagare flagrare K()rt. 3302
fiutare annasare, p()ri flottu 41, ecc.; unfid gonfiare, ecc.; il
nesso, conseguita l'epentesi di /, passa in fv. frusu -d 61, frn-
sina fuseina fiocina. — Gali. Nelle stesse condizioni, e non fa
d'uopo d'esempj. — Còrso: fìatu, fiadqne torta di ricotta ova
fior di farina e zucchero, tose. ant. fiadone favo di miele Diez
less. s. V., fiamme, fdkkula come in it. , ecc.; om. li fiokka
Il .sassarese, il gallurese o il còrso. Coiis. continue. 1-57
floccu capelli Ort. 240; mgonpe ingunjìn , infìard *infla[g]rare
infragrare infiammare, ali. a fraga fiutare: e qui ancora fr per
la formola epentetica: fraéellu sfracella Kòrt. 3300, bst. />Ì5/m.
fischiare.
li.
119. Sass. e Gali. Iniziale, ben saldo e superflui gli esempj;
ma cfr. nra. 193; mediano tra vocali, si pronuncia intenso, come
doppio, in ispecie nel gali.: mankarri magari, merrula mer-
lo, ecc.; ùrrulu urlo; perrula perla, tdrrula tarlo; senza dire
di sarra pancia del tonno, che è di tutta l'isola, e insieme del-
l'it. sorra. — Còrso. Iniziale, nulla di notevole, se non forse
osmarinu rosmarinu, dove prima s'ebbe il dissimilato '^losma-
rinu, onde poi cadeva il l- per l'illusione che fosse l'articolo,
cfr. it. usignuolo e simili M-L. it. gr. 114. Mediano, di norma in-
tatto; e il doppio -rr-, anticipando una tendenza così peculiare
dei linguaggi gallo-italici Arch. X 63, si scempia, come si suol
vedere anche dalla scrittura , nel bst. in ispecie : sera serra
monte, tera ferera 6 li, uierone 47, kataru aklwre liore liórenu
accorre corre -ono, ecc.; om.: sarà tara faru^ guarà guerra, ecc.
— 120. Sass. Sono casi sporadici di dissimilazione: kuliri *hi-
ri[bjrii cribru crivello, comune col gali, e log., Flechia Mise.
201 ; fujfunidda briciole diminut. di fujfaru furfur tritello cru-
sca, V. less. s. fajfaruzza; rumasinu rosmarinu che è pur log. —
Còrso. È del pari dissimilazione nel epe. ferale ferrajo, e nel
ben diffuso murtale mortajo, ma non senza attrazione analogica
della desinenza che subentra, come vi sarà pure in katalina
kris tò fai u, , passale passere, pifanu corno marino die è l'it,
piffero Kòrt. 6162. Aggiungi groìa *groria gloria VI. 74, al-
terazione popolare di voce letteraria, con cui s'accompagna m-
g'aìa ingiuria, sass. ingaìu soprannome. — 121. Sass. Normale
che R^ passi in l^, cfr. nm. 123; e se il nesso è -/'c- {-le-) ne
segue l'assimilazione; maj,ca j/iucca 107, celca. cecca, 107; ma
per -rg- v. nm. 176. — Gali. Normale ancora l'alterazione di
i;- in /° : celvu acerbo e cervo, halha polka lalgu palgd vii-
donna, salpi 16, .vo^j)« eentello {b^' a solpu centeWixve) , paliì,
ahhultii vicino, uff (dia •'ad-fai'tu nascosto, ecc.; e pur tra parola
158 Guarnei'io,
e parola: pai iarra per terra, inveì di inver di, ecc.; e ancora
V, nm. 176. — Còrso. Conserva intatto il r*^ e superflui gli
eserapj; isolato m'occorre csm. ni. ceàu circ'lu 107. — 122. Co-
mune anche al sass. e gali, l'assimilazione di -ri- in -/■;'- in carra
-ure -one ciarla ecc., pur logud. éarra ecc.
123. Sass. Il V^ che pi'oviene da R-, come il l*^ etimologico (v.
nm. 103), ai quali giova aggiungere il s- che riesce alle medesime ri-
sultanze (v. nm. 141), danno luogo ad alcune alterazioni speciali ^ che
riassumo nello specchio che segue :
I. — L(RoS) + C gutt. : il l riduce l'esplosiva gutturale sorda alla
continua sorda doli' ordine e vi si assimila, onde ìììl^: bahJìoni bal-
cone, kolihi kì'JUtadda corchi corcata ; balilta barca, mahhaddu mercato,
mdhliuli mercoledì, pahlii perchè, hahhi qualche, ecc.; ilìTiala scala,
iUhgla scuola, ilìkolpa ascolta, ilìlìglu scoglio, burraliha burrasca, vilìhu
vischio, moTilia mosca, hul\ì\u bosco, lìhHula liscula, bulilìà buscare tro-
* vare, iUhribi scrivere, ecc.
II. — L (R o S) + G gutt: il l riduce parimenti l'esplosiva guttu-
rale sonora (anche second.) alla continua sonora dell'ordine e vi si
assimila, onde JJ^: ajja alga, lajj'u lai'go, mgj'ju *molf/u *morjo ecc.;
ijjjanaddu *isgaìiatu svogliato da [lana spagnolismo voglia, dijjulpu
disgusto, dijj'razia disgrazia, ecc.
III. — L ( R, 0 S) + T: il ^ riduco l'esplosiva dentale sorda alla fri-
cativa interdentale sorda /> e alla sua volta assume, per cosi dire, la
tinta interdentale del suono attiguo, onde Ip*: aljni alto, uialpi mar-
* Furono studiate sistematicamente per la prima volta dal principe
L. L. BoxAPARTE nelle Osservazioni che precedono il Vangelo di S. Matteo
volgarizzato in sassarese. Nò questi curiosi fenomeni sono proprj solo del
sass.; che si estendono ad alcune regioni log. attigue, come il Meilogic,
V Anglona, il campo d' Ozieri ^ che non mi è dato qui descrivere; cfr. per
ora Sp. or. I 28 sgg. e le mio Nov. pop. srd. waW Archivio d. tradii, 'pop.,
An. II e III (1883-84).
- Il Bon. sm. vili e xxviii paragona giustamente questo suono al ted. c/(,
allo sp. j e al greco mod. x-< g trascrive ba^ya moyya ecc. le voci che nella
grafia comune, adottata anche nel testo del vangelo, sono balca moka ecc.
Già lo Sp. or. I 28 aveva notato siffatta corrispondenza.
^ Il Bon. sm. xiv e xxviii dice che è la pronuncia del ;' greco gutturale
forte, quale si odo in yc.Xcc; o trascrive: ayya loyyu iyyabbaddu ecc. ,=
alga lalgu ilgabbaddu ecc.
* Il Bon. sm. xviii chiama il suono di questo l: dentale duro, e dice che
il l si sottometto puro alla trasformazione in l dentale duro, onde tra-
Il sassarese, il gallarese e il còrso. Gons. continue. 1.59
tedi, folpi forte, sglpi sorte, uiol[)i morte, polpu porto, tùlpin-a tortora;
alprii altro, ecc.; ililpinu fi^lfxi viljiiri kilpu ecc., malpru maestro, il-
Jjrani'., ecc.
IV. — L (R 0 S)-f D: il l riduce il d alla fricativa interdentale so-
nora d e alla sua volta le si avvicina, onde Id'^: i^C^di perde, veldi
verde, koldii laida uddir. paldunà, ildiniiffgaddu sdentato, ecc.
V. — L (R o S) + P 0 B, oppure F o V, oppur M: il l assume il
suono di un j cui segna un leggiero sibilo ^, mentre la labiale (P o B)
o la labio-dentale (F o V) o la nasal labiale (M) si mantiene inco-
lume. Questo suono ./ si potrebbe definire una fricativa palato-linguale
e se ne avrà la sorda, se precede a sorda (P, F), la sonora se avrà
appresso la sonora (B, V, M); le quali differenze però quasi sfuggono
all'orecchio e non ne terremo conto nella trascrizione per troppo non
moltiplicare i segni distintivi. Si noterà invece più facilmente, che il
scrive: allu palli balloìii = alta palti baltone. Senza uscire dalla grafia del-
l'Archivio e ricorrere a comparazioni con lingue a me ignote, parmi di
trascriver bene codesto nesso al modo che ho fatto con {IJi)., ma gioverà
notare quel che ne dicono il Bon. e lo Sp., ai quali si offriva il destro di
confronti con altre favelle. Il Bon. scrive: 'Il suono di questa l, benché de-
cisamente dentale, differisce pochissimo, se pur differisce, da quel della
lettera II proprio del solo gallese per le lingue celtiche, qiiale si ode due
volte nel nome proprio di luogo Llanyollen od in qualsiasi voce di questa
lingua in cui il segno grafico II occorra'. Alla sua volta lo Sp. or. 1 29:
'il nesso di cui si tocca fa sentire il suono dello dhsal arabico'; e bene
osserva che la preferenza di questo nesso {Ip) si ottiene appoggiando la
punta della lingua schiacciata tra i denti ed il palato.
* Il Bon. sm. xix nota che occorre qui la pronuncia del l dentale dolce,
'che chiamar potrebbesi gaelico mannese',nel qual suono cangiasi pure
il d, epporò trascrive: kalìii lallu = caldu laidi', ecc. Lo Sp. or. I 30 poi
osserva che il nesso ritiene 'il bleso suono della lettera dhad arabica'.
'^ Bene lo Sp. or. I 30 n. quando nota, che il .sibilo, sentito in questo in-
contro, s'ottiene schiacciando la lingua nel palato, prima della chiusura
delle labbra. E il Bon. sm. xx lo rappresenta col greco A e lo paragona al
// gallese 'moidllé'; onde trascrive: coXpu iXpina suXfarn fulfaru album
halba ecc., per colpii ilpina sulfaru fulfaru album balba ecc. della grafia
comune; e acutamente aggiunge a p. xxii: 'che un orecchio alquanto de-
licato ed attento potrà per avventura osservare una lieve differenza fra il
suono della l precedente le cons. dure p e f a quello che la medesima /
riceve, allorché è seguita da cons. dolce b v m' ; epperò chiama la prima:
sibilante dura, la seconda: sibilante dolce. A lui pure non è poi sfuggita
la differenza fra il suono proveniente da ^ o >• e quello da s.
l(ji) ' (uiai-noi'io,
suono / di>rivato da / elio risalga a s, sia più continuato, ossia oflVa
un sibilo più continuato e però lo renderò con /': hojpu colpo, Iwjpa
culpa, hujiìu cori)0, Qjf'.iìm orfano, ii'jjfdu perfido, sajoia salvia, pajma
palina, bajbara barbaro, ajòurii albero, rjhrt. erba, srjci serve, mojiìiu
majmaru marmo, orjmu verme; siupini sospiro, 'ipinn spina, 'tpirn spe-
rare, ipaijda spalla, tpigga spiga, ripomli risponde, ecc.
VI. — L (R 0 S) + N: il / assume il suono clie ha in kalda e si-
mili, ma la nasale rimane intatta: ilnaldra.ddii snaturato, ecc.*.
VII. — Il / della particella pnl pel, produce nell'iniziale della voce
seguente tutti gli stessi fenomeni, che siamo venuti fin qui esponendo;
pahltadl = pai kadi per cadere, pnjh'd'i = pai giidi per godere, p'dfjr
— pai tij per te, pjaldà- pai dà per iIai-q, paj ptide =pal pudjf per po-
tere, pajla=pal fa per fare, piaj vidr:' pjaj ìnanù ecc. ^
124. RS. Sass. E costante l'assimilazione regressiva: pessu
l^erso, pes sigio 16, rivessu dibessii iìivessit, bosso borsa, fossi,
mossu 33, gossa. 30, passona 26, pissigl perseguitare. Simil-
mente quando la sibilante è secondaria (cfr. nm. 103); mazzii
marzo, oziu 93, fez za terzo, tuzzi iuzzind torcere, muljìazzi
tttzzinaddi baffi attorcigliati, tizzibuliku o tuzzibiikki' tergibocca
tovagliuolo log. lerzebukhit, iJiJlazzo/fa carciofo, ecc. — Gali.
Nella stessa ragione per rs originario; ma si mantiene r sibil.
second., cfr. nm. 121; è sciolto il nesso per metal, in presila per-
sica. — Còrso. E intatta la formola: persa persika traversa
borsa fpvsi morsa parsona, ecc.; e uniformemente al nm. 103,
pur qui rz, specialmente nel bst. e om. : forze forse, borza
marza, ecc.; solo esempio per l'assimilazione: assènahu arsenico
Mt. 76. — 125. Escono dalla norma i sass. basdkkara saccoccia
e basimi borsetta di pelle di gatto di forma allungata, in cui i
zappatori sogliono tenere il tabacco, e il temp. basakka saccoc-
cia, foggiati sul log. bìÀsa borsa. — 126. RN. Sass. Costante
l'assimilazione progressiva: inverra, inferra \6, korru, torra
33, forra 40, farreijdu karri, zurradda 93, zerri cernere, ecc.;
e non fanno specie tarnu 34, eterna e simili, che son voci im-
portate. Sciolto il nesso in pranizi pernice. — Gali. Ancora
-rr-: varru o invarrà 16, korra karri, starni storno, hintqrri
* Cosi anche il Bon. sm. xx; ma lo Sp. non ne dice nulla.
^ Similmente il Bon. sm. xxr.
Il sassarese, il gallureso o il oòrso. Cons. continuo. KM
dintorni, carri 55, spirrd *ex-perna v. less., stam'/.a e anche
parrlci. — Còrso. Intatta la forinola nel csui. e epe: imbernic
infame g'orna, cernili' 100, ecc.; ma nell'om. si assimila e poi
si scempia giusta il nin. 119: fura forno, liora korutu Jiontorx,
carili al) t staccio di filo di ferro, clie sarà [inj cernicula con
sostituzione del suf^.-tala cfr. Flechia Vili 338. — 127. RT
R'T nel crs. volgono a rd, con nn d che nella pronuncia oscilla
tra sorda e sonora, cfr. napolit. Ascoli II 154 n.: spirdti^ spirdiù
santa, ine'rduna meritano, ecc. — 128. Costante in tutti e tre
i dial. l'assimilazione del -/• d'infinito con la consonante del pro-
nome enclitico; sass. : dilla dirlo, amavoi amarvi, dassi darsi,
fanni farne, padenimi potermi, falli farti, finitli finirti, dazi-i
darci, ecc.; cosi pure nel gali., e nel crs: pregallu, om. bu-
skaddu buscarlo, tuuibaddu *tumbarlo, s§allissi metter gallo
inorgoglirsi, ecc.
Iniziale 129. Sass. Di norma intatto, ma v. nm. IO'?. —
Gali. Nelle stesse condizioni; resta solo non ben chiaro pàliga
fulica folaga, che è pur log. Hof. 72. — Còrso. Nel csm. sem-
pre incolume, ma nell'om. si torna alla ragione gali., cfr. nm.
193. — Mediano 130. Sass. Fra vocali si fa v: gara vola ^-à-
vofa.no , b affa cpggu s,otììeito, baco ni bufo moscone scaraftiggio
alato Ascoli X 5; appresso consonante passa in b: fQJbi~-a for-
fice Ascoli X 3. — Gali. Entra nella ragione di -v- e dilegua:
triu2zu trifurciu tridente forca, triuzzig~g''d sventolare il grano
(log. triaUa, mer. trehazza), ecc.; folvica sarà una riduzione
àeWìi. forbice. — Còrso. Di norma, intatto; ma ancora Ira-
l'onc om. bai'onu.
V.
Iniziale 131. Sass. Prescindendo dalle modificazioni tran-
sitorie del nm. 193, talora mantiene l'alterazione in ?;-; baddi
valle, bakka baìiìiagga vaccaro, berarra primavera, berrina tri-
vello, binu bidè bipdda bplu, bozi voce, baggà levare cavar
fuori, comune a tutta l'isola, Ardi. XIII IIG, basikka, ecc. —
Gali. Al di là delle alterazioni transitorie del nm. 103, pur qui
162 Giiarnerio ,
talora mantenuto il h-: hinnemia hoci hoita hulid buia husika
bakkamwidu vagabondo (accostato, per etimologia popolare, a
nacca e mondo), hunibitid vomitare, hranu veranu 60, ecc. Il-
lusorio il caso di cfalìUK, verme, donde ing'almikà bacare, in
cui V deve essere caduto e sostituito da un /- {g"-) prostetico
sull'analogia dei nm. 155 e 171. — Córso. CtV. ancora nm. 193,
talora persistendo il />: herc hlola hii.Uà ho biikd , om. bisika
bicmikare , bumakeg~u cosa da far recere, bst. berbikkind amo-
reggiare (che pare da verbu, cfr. in altri dialetti parlare st.
sign. ), ecc. Col Q: goìpe volpe che è anche tose, goce voce,
galiitleì'i volontieri. — 132. Sa ss. In b nelle voci composti, die-
tro a n, .s, d, (ad-), Arch. II 141 n. : kif/tubiddà, vinboliggu fa-
gotto V. less. ), (biuddd *ex-vocitare, abbizià avvisare, ecc. —
Gali. Similmente: kiimbita imbidikd, abbidvadddd v. less. s.
imboliggu, ecc., e anche dietro a l primario o second. , piUbat^t
kolba nalbi 16, albata vomere v. less. ecc. — Córso. Nelle stesse
condizioni del gali.: imbec'c'd imhidia, imbla (in-viam, cfr. lat.
obviam) utile opportuno, inbindiku Ort. 262 iabindèku VI. 109
invendicato, bst. inbidia inbiiu iabece inbolti benbenutic abbi-
cina abbisa, e insieme passi ebbive evviva; inoltre: korbu spar-
bere pólbara salbdtikit sarba serbadó, sirbè Silvestro, ecc.
133. Casi isolati fuori della norma: sass. fantumd, che ripete il
log. fentomare metat. di mentovare; gali, pisinu visina log. p/-
sina Muss. beitr. 120; crs. fvaska Kort. 8746, lìpera vipera che
è anche del tose, e d'altri dialetti Flechia II .358 e Vili 195,
om. uespa dove è vocalizzato. Appresso consonante: om. malma
malva, per spinta assimilativa e influsso di palma, cfr. log. pai-
mazza *malv -ucea. Mediano tra vocali. 134. Sass. Assume
il suono speciale //, cfr. nm. 193: cabi chiave, ìiabi trabi isabu
brebi nebi priha -d viba nobu nobi gobi, muhl. muovere, piubl
piobi aliba, anibi gengiva gobanu gvdlndda, Idbaddi lavati, ecc. ;
si complica con la metatesi in plhara ali. a vibara vipera; ta-
lora dilegua per influenza del log. illiia 73, riu, riaddedda *ri-
vatellu, saai boi bainagga ita, biaiUu=ìt. biavetto (blaw), ecc.;
senza dire di ziddai civitate. — Gali. Il dileguo è costante:
isau, dia pi. ai *avia uccello, e ai grai nai suai trai brei mi 21
pria -d via unnia 61, boi uà non, tiued(li 102, riessur, oliar I.
Il sassarese, il gallui'cso e il còrso. Cons. continuo. 163
piuiclna -fl^ Uità, lievitare, lad, nmi muovere, cgaau graida ecc.,
datiali *[ae]stativale estate (log. istadiale), nailid galleggiare
natare Sp. ve. ndika-nàiha 'a galla' quasi navica-navica, ecc. S'ag-
giungono : pipava vipera ctV. nm. 100, e ^parnentio spamintd
spavento ecc., attratto nell'analogia dei temi in -mentu. —
Còrso. Ora intatto: scavu nere nivd vwu, nooa noce g~Qvi
pioce g^ÓDanu ecc.; ora vocalizzato o dileguante: oue oe , aua
uà, missicm nonno, cfr. genov. messiaii messer-avo e madanà
madonna-ava nonna ; oltre le voci del prf. già vedute : pur-
taja ecc. 63, ha l'epentesi: hoje bove. Alterazione recente: sti-
fali stivali, Irafalkà *tra varcare travalicare. — W. 135. Sass.
È il comune gto in guadano, guaktid ; la schietta gutturale in
gerra girrd, già guida, giiidaht ginduld. — Gali. Tranne in
valdid o valkera gualchiera, siamo alla gutturale: gadannu -a
0 gannd, gerra girreri già gidd, gai guai; e con la sorda:
kindalu akkindidd. — Còrso. Nel csm. guera guindidu guaz-
zata guazza Kort. 8873, gualdu selva; ma nell'om., tranne in
guarà 119, siamo a e-: carda valdu cida -à uarnd alimentare
Ort. 188 VI. 74, cfr. it. guaniire ecc., o a h-: hindalu.
S.
136. Sass. e gali. Iniziale ben saldo, ma cfr. nm. 193; e pa-
rimenti mediano tra vocali. Sta da sé il sass. àijiu ainaygu e
con metat. di vocale daiu^ che ripete il log., di fronte al gali.
dsinu Ascoli II 142 n.; ed è di larga ragione il s del sass. hu-
sikka gali, busika it. vescica Kòrt. 8668. Si riviene a -x- s- nel
sass, isemplu isimpru isimpiaddu, gali, sirnpru sciocco. —
Còrso. Di regola intatto, e superflui gli esempj; cinale 114 non
è voce indigena; e quanto a simmia, semmu simmi simmise
simmizie scemo ingruUire sciocchezze, v. Bianchi XIII 221 n. 11
bst. ci dà, oltre sia sia, anch(3 sorLu sorte sorto ecc., ne' quali
è forse da vedere un influsso del genov.; mediano tra vocali:
om. bisika, e qui passino anche csm. kuéinu bst. kuginu. — 137.
Sass. Costante la prostesi dell'i dinanzi a s-, o non fa d'uopo
d' esempj. — Gali. Non ha la prostesi, quando esca in vocale
la parola precedente. — Còrso. Manca aft'atto. — 138. ]^Ianca
164 (nianiorio,
in tutti e tre il S finale; con la sola eccezion del sass. e gali.
e'Jdis 0 lis [iljlis davanti a vocale, eddi o li innanzi a conso-
nante. Noteremo: noi l'oi poi dabboi sei mai assai, om. e bst.
anche no' po' ina'. — 139. SS. Sass. Di solito intatto: fossa tossa
grassa, assd assare abbrustolire, ecc.; abbasà ali. a bassa, forse
da *abbass-iare. — Gali. Parimenti: fossa tassa ecc. e abbassa.
— Còrso. Pure incolume e superflui gli esempj ; passi qui piut-
tosto un caso di ns al posto di ss: minsere minse messere (il
parroco) Ascoli II 150 n., con cui andrà il gali, transd ali. a
trassd v. less. — 140. SC + e od i. Sass.: asa, malp7'u d'asa fa-
legname, fasa fasina nasi nasi pasl, pasali luogo da pascolo,
kresi krisi pesa kìmnosi kunnisl (e analogicam. kunnosx, co-
nosco), frusina, ecc. — Gali.: fasa kresi pesa pasi kunnisi
ìiunnoht (ma anche kannosliu) ecc.; piskina piscina è log. —
Còrso: sende om. senda scendere, asa fasa nase om. nasa na-
scere, pasa pasali 'bergerie', pesa bst. pisaie pescivendole ,
krese om. akkresa, kanose, om. kunosa fòsina fiocina, ecc. —
141. ST. Oltre le risoluzioni del nm. 123, nulla di notevole, se
non la frequenza dell'attigua epentesi di r: sass. allilprì alle-
stire, ginelpra, lelpra, lesto, liljrra lista; gali, e crs. : ginestra
lestru listra ecc. — 142. STR. Si riduce a ss nel epe. nossa
vessa nostro ecc., viene a s nell'om. nasi nosa vosi Ort. passim;
sciolto per metat.: sass. drfjìjm, gali, dre-^ta.
N.
143. Sporadici e di varia ragione i casi di alterazione di N
iniziale e mediano. E dissimilato in l nel sass. linzola nocciuola,
gali, lamina nominare, senza dire del sass. lialóniggu, che è un
esemplare molto diffuso. Si aggiunge il gali, alkgtina crs. om.
alkàlina {csm. ankàdina). In sili, finale di propaross. : sass. e
gaW. snllara, voce importata; ìHgamu origanu come nell' it. ro-
gamo; gali, ràìuhda rondine attratto nell'analogia dei sostantivi
in -idu. — 144. Concordano tutti e tre nel geminarla sotto l'ac-
cento dei proparossitoni: sass. gennaru vennari tonnara ecc.;
gali, ge'nnaru ólnnara ecc.; crs.: cènnara vénnari ecc. ecc. —
145. Il riflesso di -men s'ha nel sass. nommu (oltre kolpinnmv.
Il sassaroso, il gallureso e il còrso. Cons. continuo. 165
leCji'/mmi che saranno letterarj), gali. nOiìnaa, crs. nomme, ali.
al log. nòmine mer. nomini^ ecc. — 146. Còrso. Di -òne è fre-
quente il riflesso tronco: bst. hakkó boccone, simunò prigó,
om. raggó e simili. — 147. Gali. La proposizione in assimila il
suo n componendosi con l'articolo: illu in hi illa in la. — 148.
MN. Sass. sonnu danna ecc., MNJ: duna de omnia, e forse
atunu *autumnu -iu; sonniu ali. a sana. — Gali. Nelle stesse
condizioni. — Còrso: sonnit danna kandanna, donna ecc.;
oni onanAi sona,, om. ong''i song~a. — 149. NS. Sass.: mesi ipesa
paesi pesa, pesa d'uà grappolone log. appèsile d'aa penzolo
d'uva Caix st. 446, ippsa, masedda mansueto, masoni branco
gregge 'inasonada famiglia Flechia Mise. 204, ecc.; e saranno
accattati dalla lingua della coltura: pensa inzensa e simili. —
Gali.: mesi sposa niaseda , jitesn mensa, tasa tonsu 30; ma
pensa, pinsà. — Còrso: mese pesa presti paese paisani sposa
Isaia ecc.; mansa che è 'sui generis' e popolare; milensa pen-
sa ecc., om. srt. : penzu pinzerà pinzari , manzonu sopranome
di bue, ecc. — 150. NG. Sass.: longu finga ecc. — Gali.: sarà
analogico (cioè proveniente dagl'infiniti ecc., cfr. nm. 178) il nn
di spinnu stìHnnu éinna. Notevole sùnnidu nella frase a pedi
sànnala, quieto quieto, quasi 'ad un sol piede' cfr. logud. d'Osilo
a pei-sinzu. Non può essere singulu senz'altro, e vien da pen-
sare a una contaminazione di questa voce con quella che è ri-
flessa nell'ital. agnolo, della quale però non vedo alcun paral-
lelo sardo. — Còrso: longa lonfji fìnga tingu ecc. — 151. ND.
Sass.: kanda damandu fonda mondio tonda undi kandela len-
dini, ger. kridendi cammendi ecc.; ma vinnemia che è pur
log. — Gali. Parimenti: kanda (con l'analogico tanda allora,
log. landò), fanda, manda ràndala ecc.; ma bijinenna. —
Còrso. Sempre intatto qui puro, tranne nella varietà om. zcv. :
kaanna da/manna mdnnami mandami; videnna; inna *ind-u
noi, inni *ind-i noi, ecc.
M.
152. Oltre il solito esempio di m- in n-, che è nel crs. nóspale,
abbiamo il sass. niad(Ja, medullu, che è il log. ncadda, e il sass.
na/jbazza malva, cfr. mov. narbci narhedda e log. palmazza al
166 (iuanierio,
nm. 133. — 153. Mediano è concordemente geminato, anche
in protonica: nommu ommu ni'immaru, a/nraiku liìnmì prum-
missa, ecc. — 154. Importante che aUato a tianif. tianerhja sass.
gali, e di tutta la Sardegna, sabbia il crs. aj. fioinn tiamata te-
game -aia ; v. Arch. II 57 n.
Consonanti esplosive.
C.
C av. A, 0, u. — 155. Oltre le modificazioni sintattiche del
nm. 193, si presentano, per la formola iniziale, i casi già ad-
dotti dall'Ascoli II 135 n.: sass. gamba jamhci, gatta jattu, gali.
g'ariiha rfaita^ e insieme crs. csm gattu e jattu, om. g'amha.
La successione, secondo che io credo, sarà ga- a-, (v. nm. 171),
poi^a- col ;'- prostetico^, conguagliatosi all'etimologico del nm. 75.
lUusorj ancora i casi di ca- in óa-: sass. camhd Ascoli II 136 n,
e crs. calambella om. calambeddi che dipende come l'it. ciara-
mella dal fr. chalameau Ascoli I 73 n.; e con questi passi an-
che il crs. stanca cessare di piovere II 13Gn.- — 156. L'altera-
razione in sonora talvolta si fissa, come nel sass. gqbbura co-
pula strofa canzone ali. a cobbu 106, gali, [jàitu cubitu, che oc-
corre anche colla gutturale fognata e l'accento trasposto v/Uuj
crs. aj. (jatliva ecc., cfr. log. e nm. 106. — 157. Provengono dal
logudorese : hattla -a captivu vedovo -a, bar-rid caricare Mrrm
carico, comuni al sass. e al gali. — 158. Mediano tra vocali.
Nel sass. è normale la riduzione in sonora, di pronuncia intensa,
onde si suole geminare pur nella scrittura: paggio irnbriaggu ,
preggii ami§gu fìgga fico (frutto), ipigf/a, maddrigga *matrica
lievito (cfr. railan. mader detto del fondo dell'aceto), triggu tri-
ticu, figgaddii ilpoggamu stomaco, fpggu Ipggu, inoggi in -hoc-ue
* Sarebbe sorto dapprima come rimedio all'iato nelle combinazioni sin-
tattiche, e fattosi poi saldo; cfr. nm. 75. Avremmo cosi lo stesso fenomeno,
che l'Ascoli II 455 n vedeva nel la-j-alta di alcune scritture napoletane;
cfr. Gorra, Dell' epentesi di jato, in St. d. fil. rom. \l 529.
^ Anche gali, sfanì-alu finito; cfr. lorab. ani. sianriiarse^ Salvioni Giorn.
slor. XXIX 461.
Il sassarese, il gallurese e il còrso: Cons. esplosive. 167
qui Ascoli VII 527 n, harrnf/ga verruca, ecc.; e pur nell'ultima
dei pi'oparossitoni, però meno intenso: hàrlf/f/a carica fico secco,
pessifjf/io mediggu predigga, dlliggit delicu Caix st. 26, imhi-
liggu Imidtiggu ecc.; in proton. parimenti: huggùmarii nig-
gqra niggureddu , huggd 131 ecc., e nella lunga serie dei
vrb. in -icare: iJiJiuriggd *oscur -ic -are, mussiggd morsicare,
puddriggd imputridire, riisiggà rosicchiare, ras'iggd raschiare,
imbidiggd involgere e metaforic. raggirare ingannare {imhpUgga
fagotto V. less.); fuor della norma, bnsihka 136, che è pur log.
Gali. Qui all'incontro è intatta la sorda: aka pakii imhviaku,
py^ekit éeku, aìnihii fika (la pianta) fiku, (il frutto), biddiku 102,
husika matrika triku, fgku Ipku, hriika bruco, lattuka: kukiim-
warii, pekuri mediku, veliika pertica, dilikii tristo dolente, che
è il log. dlligii delicato Kòrt. 2471, vikulu culla v. less., limd-
tiJcH , fammdtikìc fuligine, ecc.; arrikà hukà raussikà rasikd
runzikà rosicare con epentesi di n, hnhulikà fracikd, ecc.; fuori
della norma pochi casi dovuti al log.: grogii crocu giallo, p?'-
liga 129, soddizigi solletico. — Còrso. Di norma intatta: aku
éeku hillìku fìku amiku antikii foku Igku g^okii pèkura ecc.;
ma è g innanzi ad a: paga prega piega frega sega spiga fè-
gatii. ecc., ali. a paku prekìi, frehu ecc., benché l'analogia abbia
intaccato anche le altre combinazioni e s'oda prega piega ecc.
Nel bst. prevale la sonora: agu figa foga Ioga ecc.; e cosi nei
vrb. in -care: hezzigd beccare, d'onde hèzzigu becco, e simili,
coi quali passi arpagà, che è l'it. erpicare in senso metaforico
uncinare rubare, d'onde aì^pagone e arpone spilorcio. Ancora la
sonora appresso cons., combinata coli' ettlissi : fprga ])ì. forge
folaga. Nell'om. è normale la sorda originaria; e perciò anche
bisika fika urlika ecc. ; la quale nella varietà di zcv. si rad-
doppia: lokka rikkamatu mikka mica (che è pure di altre va-
rietà e nel bst. è minka), e così nell'analogico vekku video. Ma:
kagòmbara , segondu, sigara. — 159. Sass. Prescindendo dai
casi non specifici, come manu mani[c]o nm. 83, panza *panti[c]a
nm. 91, viagrja *viadi[c]u nm. 93, la gutturale non cade se non
in battrea *-iega, cfr. log. buiega, e in freu frid frico -are sul-
l'analogia di leu Uà ligo -are, dove il dileguo è legittimo, cfr.
nm. 172. Provengono dal log.: nionza 84, barrid 157 o karrid
1G8 (ìiianiM'io,
donde liarr'uujya (3 1, ecc. ^ — Gali. Oltre manna DÌag~g~t', an-
cora hruitea, cui s'ag-giunge fiela fegato; e di nuovo harrià kar-
i'ia(f(fit ecc. — (jòrso. Oltre che in manu panza viag'ìi, si
dilegua in priera e bullm, bst. biUteja. — 160. Sass. Prece-
duto da n, il A" resta: kdnkaru canchero, kankarà indolenzire
intirizzire, mani kankavaddi da la vreddn, ecc. Di LG RG SG,
V. nm. 123. — Gali, e Gòrso. Sempre ben saldo e superflui gli
esempj. — 161. Isolato il crs. sitva e anche sttu sucu asavd ex-
sucare ali. ad asinjà Ort. 120; cfr. nm. 172.
G av. E, I. — 162. Sass. Iniziale, si riduce di regola a j; ma
per le moditìcazioni sintattiche, v. nm. 193. Gosi : zela cielo ^,
zelilii cerchi, zelpu certo, zessa cesso, zena cena, zentu cento,
z'ibu cibo, zi ecce-hic ci, zerri cernere, zajbeddu cervello, ziodcla
39 , ziddai cìttk, zìmiza cimice, Z'j sarà Gesare, ecc. ; ben di
rado C-: óegfja cieco, cecca 107, il primo dovuto forse alla lin-
gua della coltura, e l'altro all'assimilazione. Sono poi di ragione
logudorese: kiiu 25, kizina 82, ninga 25, kiddra cedro, e con
l'atona in a: kariaza 82. — Gali. Di norma intatto: celi^ cena
centu cibu ci carri calheddu ciudda citai cimmica, cedda 72,
celvu 15, cedra ciniula o cing''a cinnara, ecc. Qui ancora: kicu
kiriasi, oltre pochi casi con lo z-, come nel log., dove pure non
è indigeno (Hofm.): zedn cedo, ziba, ecc., il qual esito è normale
nella varietà di Agius, costituendo uno de' suoi distintivi. Isolato
è g'elda cerda briciolo, in cui piuttosto ilei fatto riconosciuto
al nm. 155, ammetterei la degradazione fonetica di e- in g-, cfr.
mer. gerda, e quindi il trattamento normale del g- iniziale
nm. 174. — Gòrso. Pure intatto: cela cerlu coita ceka cer-
* A questo nm. non spetterà il sufi, di dorivazion verbale -ìà, che ripete
il log. -lare, corrispondente all'it. -eggiare (cfr. Schuchardt Literaturbl. 1884
col. 02 e Kom. XX 66): sa.ss. ffiitiid log. huttiare, ihìiilpid ruzzare scherzare
log, iskcrtiare Kòrt. 7237, ihhaddrid v. less. e simili; gali, iskatrià, biffià
beffeggiare, kulià culeggiare, hudià restare alla coda, rtdnià ruminare, ecc.
^ E non zeli come lo Sp. or. I 28 n. ; zeli non si dice se non della tela
delle ragnatele e del burattello : zeli di tarrànkulu, zeli di siazzu.
' E non geli come lo Sp. ibid. , che non esisto in gallurese. V'esistono
g''eli 0 jeli, cioè: tu geli, o i geli, cfr. nm. 174, e zeli che vaio 'sospetti'
ed ò voce dotta (li to' zeli Urani ecc., Gavino Pe>;.).
il sassarese, il gallnrese e il còrso. Gons. esplosive. 169
lìella cila cimmica cennara ecc.; ina con l'atona in a e il suono
speciale e: e arasa camiga 61. — 163. Mediano tra vocali.
Nel sass. l'esito normale è i, che specialmente nell'ultima dei
parossitoni si proferisce intensa, onde spesso si trova trascritta
con la doppia : fazi facit, hamhazi bombace bambagia, pazi piazi
(lezi dizi radizi, radizind abbarbicare, urizu orlo lembo it.
orice Muss. beit, 84 e Caix st. 431 , ìjozi onde Tjuzià gridare
A^ociare, nozi noce, krozi, luzi alluzi accendere, sQzayvr fià-
zifjgu *fracicu v. less. s. frazà, ecc.; e in sillaba protonica:
azeddu aceto, piazeri vizina ecc.; ma: mazeddu. Nell'ultima
dei proparossitoni è z : kdlizi sàlizi fojbiza gùdizi pi'diza zimi-
za, ecc.; però ondizi dodizi tredizi sedizi nell'analogia di dezi.
È pure sorda in qualche altro esempio, o accattato dal log. o
rifatto sulla lingua della coltura : imiuzenti nizissarìu pruzzedi
rizzebi fdzzili e simili. Di schietto log. sono sprigu sorcio e ad-
degi ad-decere convenire. — Gali. Rimane ben salda: faci bam-
baca paci piaci deci dici, arici bordatura, bpci e bucid, gruci
luci spcaru acetu vicinu ricli fdcili ecc. ; kdlicu sdlicu fol-
vica pùlica g'ùdici cimmica] -ùndici dodici tredici sedici ecc.;
i pochi casi con la sibil. son comuni al log. felizi felizu, fra
zikic ali. a fràcikii, dizisu] ferozu innuzenti e simili; ma la
sibilante è normale per l'ag. dove tornano dizi fazi ecc. —
Còrso. Assume la pronuncia tose, e, nm. 82 n: face bambace
piace {face dece pera kroce socaru^ ucellu krucetta macelhc
cimmica giùdice òndeci iredeci, ecc.; sporadici i casi con la
sibil.: frazà v. less., e om. bazzi bacile; senza dire di susina
M-L. it. gr. 162. — 164. Comune a tutti e tre è l'assorbimento
del -e'- e la metatesi di vocale nei continuatori di vocitu vuoto:
sass. bioddu gali, e crs. biotti (e anche bpiiii). — 165. Sass.
Preceduto da N, si riflette per z: sinzeru inzensu kunzibbì
concipere, prinzipi, ecc., oltre rdnzigf/u rancido come nel log. ;
e parimenti se è germinato: azzetti azzendi. Se. all' incontro
gli precede l o r, valgono i nm. 103 e 124. — Cali. Si man-
tiene e : sincera kalcu kalcina dalci falca ecc. ; accetti ac-
cendi ecc.; ma però kimzipì inzensu voci colte, e rdnziku (log.
rdnzigu) allato all'indigeno rànciku. Qui pure con la sibilante
Archivio ylottol. ital., XIV. 12
170 Guarnerio,
specifica dell'ag. : sinzeru ecc. — Còrso. Del pari e: sinceri'
kalcina dolce, sdlcu e sàlice, kalce e kcilice (e pur kalze Tm. 212
219); ma v. il nm. 103-4. — 166. CT. Sass.: latti le.tlu,pettu.e più
comuneiii. pittorra 194, tpittunmdda scollacciata, vindetta dretta
kgttu notti otti'., fiotti' 41, asuttu, fratta e i zappatori frùttula,
pettini ecc. — Gali. Nella stessa ragione. — Còrso. Parimenti:
attovre prisuttu ecc.
167. CR. Sass. Iniziale: kredu kreha hrozi krada lìrof/f/a
crocu giallo, ecc.; secondario in kralpaddic castrato; ma con
la sonora i soliti : §rassu fjrutta, (jrdttula grattugia. A formola
mediana prevale la sonora: sagru kansagra, melagra acetosa,
agrazzn acraceu lambrusco, lugrà, ecc. — Gali, kreda kru-
du ecc., ma più frequente la sonora: graci {/roga; grastà grasta-
merda castrare; ecc. — Còrso, kreda krese kroce krada ecc.
Quanto a rati crates graticci, arazza acracea uva acerba lam-
brusco raverusto, essi entrano veramente nella ragione di gr-
nm. 177, cfr. Ascoli II 143 n. — 168. CS. Sass.: lisa lisciva,
esi isì prosirnu kosa ecc., allato a lassù -à tissi frissu frissuru
assuna ecc. Di s da ex + s- o ex dinanzi a vocale: asalta -a,
isoli isaìì, isankata sabharà 56, isimpiaddu 24, coi quali passi
isiddà ex-citare iseddadi svegliati; ma se segue altra cons. che
non sia s o e, allora avvengono le alterazioni vedute al nm. 123 :
iJihoppia scoppio, ihliadda -l excutere battere, ilpuddà *ex-tu-
tare spegnere Ascoli I 36 n, ilhriminti log. istremuntire *ex-
trem- tremare, ilproppia ilpruppiegga exturpiat, ecc. — Gali.:
lisa esi ecc.; lassa fijssa tissi ecc., e con aferesi dell' rt-: sunna:
sgddi saddi, suarà 56 satd 61, sàpida isaminà ecc., cfr. nm. 111.
— Còrso: lisiva asi, asimune esciamone, ansa -à flato -are, ecc.;
lassa e anche lasà, tesse tessere, f7nssog~a fnxorìa., assimga ecc.;
asuvic -à asciugo -are, disila om. disittd, sanku ecc.
QV.
169. Sass. Iniziale, smarrisce di solito l'elemento labiale (e
per le alterazioni sintattiche entra allora nell'analogia di C-, cfr.
nm. 193): kandu kantu, ki qui ms. fm., ka quam, karra [pla-
tea] quadra piazza Rom. XX 59, kali kaliddai, kalìUi kalihana
Il sassarese, il gallurese e il còrso. Cons. esplosive. 171
qualche qualcuno, [kommu ma più comune kariìenti], ecc.; an-
che a formola mediana; akkettu cavalluccio, akkel Lare Ma', tran-
killu; ma tra voc. la sonora in dggila aquila, oltre che in ug-
guald e agguarà, sigi. Non entra nel conto algunu, e c'entra
appena probbingu. La formola intatta, oltre che in kuasi, è nei
numerali; kualiru huattoldizi liuaranta kuintu ecc.; — Gali.:
kandu kantu ecc., e insieme kasi, katoldici karanla kalteri (ma
kiiattrit), kintu kìndici, lievi quaerit vuole, ecc. ; akiteddii caval-
lino, dkula 61, akkliià acquietare, ecc.; ma aggalà e sigi —
Córso: kuandu, kuantu huattrii kuatbnnu kualkunu ecc., ek-
kua cavalla, trankuillu ecc.; allato a karki karkidunu, kere
kergu keriic, ecc.; e spesso anche gu nel bst. ; guadru ingua-
drà guale gitasi guattii egua freguenti', comune àgida 61. —
170. Sass. Anche kve- kvi secondario perde l'elemento labiale:
kilpu kiddu kissK, akkó eccu'hoc ecco, akkollu eccolo, inkiddd
in eccu'illac, là, inkihi in eccu'ibi, costi, ecc. — Gali. Pari-
menti: kistii kiddu, ki eccu'hic, qui, hici quici, kìi eccu'ibi, costi,
kindi eccu'inde, colà, kidd kulandi eccu'illac'inde, kuland'innó
colaggiù, kidandHnsù colassù. — Còrso. Intatta anche questa
formola second.: kuestu kuellu kuessu ecc. — 170^. Sono esempj
di V (/>) da QY (cfr. nm. 157): sass. eha acqua, abd abali aequa-
lis ora, ahalabd or ora, cfr. it. ant. avale; — gali, ea ulteriore
risoluzione di eba, abal abali; oltre abbajola acquajola truogolo
e abbuata covile del cinghiale, che sono schietto log.; — còrso:
ava a vale aimlavd.
G.
G av. A, 0, u. — 171. Iniziale, nel sass. è di norma intatto,
però sporadicamente cade (cfr. nm. 193): la 'ola gola, santu aini
santo Gavino nm. 6 n, uttulinu, log. utturimo idturigimc viottolo
-ino, dimin. di guttur, cfr. log. gùtturu e iUturu gola gozzo. Qui
ancora alcuni casi paralleli a quelli del nm. 155: (jaddu gad-
diiia fjaddUtu, gunncdda gonnella. — Gali. Parimenti: la 'ula;
g~adda g~addina g~additiu, oltre g'avetta garetto, g''arroni ghe-
rone , g~ang''uld abbajare cfr. it. gagnolare Kòrt. 3595 , g'alg^a-
slolu gola, vahfaslplii gorgia v. less. — Còrso. Ben saldo, pre-
172 Guarncrio,
scindendo dagli stessi casi sporadici di J- g": g'aUu g'alUna, coi
quali forse vanno om. g'cu-fjali torrente bst. g'èryalu burrone,
cfr. Kort. 3609, — 171*. Sass.: busta gustare desinare, hutlla
buttici goccia -are, bainzu 84, sono esempj di labializzazione ac-
cattati al log., cfr. 170*. — Gali, bainnu ecc. — Còrso. Qui
il filone è più vivo : bunnella om. bminedda, epe. busu. bùsula
guscio Kort. 3576 app., bulata gugliata Mt. 37, coi quali passi
il già addotto blndalu 135. — 172. Mediano tra vocali. Nel
sass. è costante il dileguo: tea Uà lego -are, ilprea strega,
azzua acciuga, aolpu, la Liera *l' aligera 6n Alghero, tianu
tianeddu tegame, senza dire di guu giogo, e di fì^aula teula
e simili. Con l'epentesi: eju ego; e con lo svolgimento di v b
(Ascoli I 91 211-2): kujubd liujubunu sposare sposalizio , ^i«-
bali giogo, cfr. nm. 161. — Gali. Pure normale il dileguo: Ha
Uà Istria austu, impleu impiego, spau spago, fua fuga, tiulaju,
tegolajo, ecc., oltre eu fau gtiw, e con la caduta del v: kuiud
e g^uali. — Còrso. Meglio conservato. Allato a eu (anche eju),
ancua iiamu fraula ecc., s' hanno lega (e anche lehu) Ugà,
strega ecc. ; e ancora qui qualche caso di v : anc'uva, bst. g~u-
vativu, tose. gloDatico, Picchia III 131. — 173. È ng da ngv
nei sass. Unga sangu samjisugga angidda ungentu dilpingl
angunala ecc.; alla qual serie spetterà pingu pinguis sostanti-
vato 'sporcizia' donde pinginosu sporco, che sono pure log. Di
santa sana salasso -are, nella norma del nm. 178, cfr. Ascoli li
455. — Gali. Nelle stesse condizioni. — Còrso. Intatta la for-
mola nel csin.: lingua sangue, sanguimt parentado sanguinicéu
strage, anguilla ecc.; ma nell'om. : sangu sangunosu ecc.
G av. E, I. — 174. Iniziale. Intatto nel sass. (per le altera-
zioni transitorie v. nm. 193): genti gelu gini ginpccu, ginia
parentado, gennaru [galdinu gipponi], ecc. ; fuor della norma :
gisu gesso, che è log., e anibi 61 gengiva, dov'è caduto. — Gali.
Di norma g", ma v. nm. 193: g'enli g~ennaru ecc.; qui ancora
cade in unnia gengiva; e fuor della norma: caldina éaldineri,
accattati dalla lingua della coltura. — Còrso. Parimenti g~: g~elu
gemma [g~obboni giubbone, g~erdinu\eQQ,.\ isolato il caso di dis-
similazione che occorre in dinoccu ginocchio indinne" e" atu, cfr.
sic. dinocchiu napol. denuccJtie , Muss. beit. 49 e ^I.-L. it. gr.
II sassarese, il gallurese e il córso. Con. esplosive. 173
164 ^ — 175. Interno tra vocali. Di norma si elide nel sass.
e oltre i soliti frncldu vinti trenta didclu diddali mai malprif,
mailprayn artiere, jjaesi, ancora: nieddic nigellu, kuri^ia corri-
gia, tenda legenda novella notizia cfr. it. lienda, ecc., e nella
desinenza -agise: far)Yniia h. ferrami, prubòdini \ì. provana
propagine, salpdina sartagine padella per friggere. Quando re-
sta, si gemina e si tratterà di voci letterarie: màgglna ima-
gine, rùggina traggimi *tragere imper., inlpiggini urlggini.
Analogamente: leggi la legge. Uggì leggere, affliggi friggi fuggi
■suggì ecc. Son poi accattati dal log.: riziìa all' a vegga 114 e
sizilu -d sigillo -are, oltre sajetta sagitta usato solo come be-
stemmia. — Gali. Nelle stesse ragioni: fritu vinti trenta ditu
mai mastra paesi nieddu niiddura kurrìa ecc.; farràina pni-
hàini saltdina. Nelle voci in cui resta si fa g", cfr. nm. 77: md-
g''ina rùg'ina orìg'^ini e anche si raddoppia : leg'g~i lig'g~ì fricjg''i
fag^gi sug''g''ì kurreg'g~i pruieg''gi e simili rifatte sull'it. -. —
Córso: fredu venti trenta dita mai bst. ma he fuor che, me-
stru, ma anche majestru e Qnaje, paese e pajese, saetta e sajetta
usato solo come imprecazione; e ancora: filig''g''ine rég'g''ine e
gli mi frig'^g' e leg''g'e sug'g'e, om. struc''e struggere; sig'illu
ruggita ecc. — 176. Sass. Se a g precede r, questo volge a l
secondo il nm. 121 e la palatina si assottiglia in ,/, onde si rie-
sce al suono (; ì del nm. 78, cfr. nm. 6 IV: aìentu argento,
atentera miniera d'argento, Ipalì spargere; ma appurri dià-^ov-
rigere porgere dal log. apporrire. — Gali. Parimenti: vìlina
spali, e anche pulì porgere. — Còrso. Intatta la formola, salvo
Ritornerebbe anche nei sass. ildinuòcaddu ildiniiccesi, che raccolgo sol-
tanto dal Ben. sm. 67 e gè. 2.5.
Sotto ([uesto nm. parrebbe dovesse collocarsi frundda germoglio, quasi
diminuì, di fruges, col quale andrebbe il gali, fruja, che lo Sp. ve. regi-
stra come corrispondente al log. e seti, frua 'germoglio' e 'latticinio'. Ma
il Lorck, Altberg. spraclidenk. 172, alla luce di parecchie voci dialett. del-
l'Alta Italia, porta direttamente la voce sarda a frui nel senso di pro-
durre fruttare, onde frua il frutto del latte, i latticini 'burro cacio qua-
gliato' e il frutto del seme 'germoglio'. Cosi frurdda non sarà che il di-
minut. di frua, e fruja una forma con l'epentesi di./. Inutile aggiungere,
che erra T Hofm. 89, collocando frua nella serie di -g- gutturale.
174 Guai'norio,
il colore della palatina: a/'ifentit, hórg'ine (ma vergina la Ma-
donna), sparrfe e sperrfe, skorrfe, porcfe surffente, liiu'g~oìu
corriggiuolo.
177. GR. Sass. Di norma intatto: f/rdndini f/rnssa fp'un-
da ecc. — Gali. Parimenti: f/rdida f/ràndini graniiola (jrossu,
Orunda ijruìidacina ecc.; ma cade la gutt. in ramina gramigna,
arestit agrestis; cfr. prizzosu *pigritiosu 91. — Còrso. Di solito
intatto: grada grana granone grandina] pigra pillegrinu ecc.;
ma nel csm., non mai nel epe, si riduce talora a r- cfr. nm. 167
e Ascoli II 143 n: rame grano, rappa grappo, runi grugni, ram-
màtika gramm.; pellirinu. — ■ 178. GN, NG'. Sass. Riescono
entrambi a n\ lena sena pena dinu punu, anoni agnello, anassi
partorire delle bestie, kunadda; anihi gengiva, ànilu angelo,
ebaneht evangelio, assuna ìpana ar/gaiil, ilprinl ilprina, pini
e piena, punì pungere, tini e timc; ma fuigi (finga), e cosi per
in + g prim. o sec. : ingenera, ingumiddd inglom- ingomito-
lare, ecc. Sono di foggia log.: Ungi Ungere leccare, ingirid ac-
cerchiare inglria in giro attorno. Di gn assimilato come nel log.,
sono esempj, a tacer di cannisi: rnannu risinnd. — Gali. Co-
stante r esito nii : linna sinna pinnit dinnu dnnuli unnla
sauna spanna eoannela ag'g'unnl strinnl e strinna, spinni e
spinna, pienni panni tinnì e tinna, ecc.; e parimenti nei com-
posti con in + g prim. e second.: inninaccà inginocchiare, in-
niità *ingid'tare indigit- additare, innummd innurnmiddd in-
nuitl sinnuzza sangusùnnala cfr. nm. 114; ma fìnga, con cui
passi munga mungere modo scherzoso per 'battitura' (cfr. milan.
mungiida^, senza dire di li)igd ingirid. Infine: kunnosi ìnannu,
ammannd ingrandire. — Còsso. Da -gn- di solito n', lena pena
sena dina kunata ecc., ma ang^one. Da -ng'-, ora n-: g'une
spuna dnulu ecc., ora -ng"-: dng'ala dng''alu, e gli inf. ffung~e
fìnge stringe ting~e pang'e speng''e sping^e (ma fìnga sti-ingu
tinga ecc.); tacendo di kunnosku kannose. Nell'om. e csm. blgn.
ritorna l'esito gali.: sinnu annu annonic spanna vannelu an-
nida, anni unge, spinna spenga, pienne piennendu.
Il sassarese, il gallurese e il còrso. Gons. esplosive. 175
T.
179. Iniziale, a prescindere dai casi del nm. 193, sempre in-
tatto, salvo nel còrso decla taeda cfr. sic. M.-L. it. gr. 96. — • 180.
Interno. Tra vocali si riduce nel sass. a d di pronuncia in-
tensa, quasi dd, specialmente in postonica : fadda, padda paddi
patisco -ire, pikkaddu munedda, seddl sete, diddu vidda, higddit
164 , rmiddic saludda; -ètu: kannedda ecc.; 2^ prs.pl.: mi-
reddi feddi ecc. ; prt. pss. : kuntaddu contato e anche sostant.
racconto fola, ipUiddu spelato , a^fdc^d/. ecc. In proton. : frad-
dedda, fraddlli cugino, kaddena, riaddeddu 134, imddulinu
rotulinu gomitolo, ecc.; kantaddori pililiaddori pescatore, zap-
paddori ecc. Ma nei proparossitoni : héidu gomito, sùbhida,
semmida semita sentiero. Temi in -tate: pieddal pietà, fUJ>id'
dai festivitate festino, ziddai ecc.; in -tute: inlpù sìjdUù ecc.
Dilegui sporadici: iriQgu iviiìcMySiazzit setaceu, fìaddu v. loss.
Voci dotte: dehhiia dbhiia e simili. — Gali. Ben saldo: fata
hurapatit -/, aUii 156, mariiit, sifp'etu )'oia, rota cerchio, ecc.;
videti intreti ecc., slata data ecc.; natali frateddu, katedjìu
cagnolino, ecc.; sùbita semmita ndsita, volita valore, ecc. Ma
tornano ancora: haritai citai mitai e simili; isaitù silvitii, salli'i
saviezza, ecc. Senza dire di piede, occorre il d nei temi in -toro:
missadpri ka.sidpra laadgra ecc.; oltre feda feto, maseda man-
sueto, badeddi budelli, attinti al log.; e spada, dalla lingua della
coltura. In alcune desinenze , la pronuncia del t è cosi intensa
nel temp. , clie la scrittura non di rado lo rappresenti con la
doppia, in ispecie nei parossitoni: kielta si(jrelta idicettu kan-
netta, bambittà innattì, ecc.; trlpitla strepito. — Còrso. Nor-
malmente intatto e non fa d'uopo d'esempj. E però d come in it.
in biada spada strada, ma anche slrata e kuntrala, grida bu-
delli e in qualche altro: spada, bidella vitella, piskadorl, oltre
pude in tutta la flessione, ma bst. e om. sempre pule. Nelle
stesse condizioni doU'it. pure i temi in -tate -tute; ma non man-
cano traccio della riduzione gali.; Uberlai bst., ecc. Nell'om. zcv.,
più spesso che nel tmp., si gemina : ingrattu patta patti ajatta
matta ecc.; amatta, far atta ferito, tradatta tradito, ecc.; 2^ prs.
pi. sarei ti amletti cimiti ecc. — 181. Sass. Prec(?duto da n re-
176 Guarnerio,
sta incolume: kanta genti denti ecc.; ina se da /, /•, s, subentra
il nm. 123 III: libalpai pubcdpai ecc. Di antica geminazione:
sajetta kaddenitta, kankaritti piccoli cancheri, kìxibbittu, ynaa-
nitta grandicella, — 182. TR. Sass, Iniziale, intatto fuor che
per posizione sintattica, v. nm. 193. Mediano tra vocali, si riduce
a -ddr-: paddre maddre laddrit maddrhjija lòS, padd rome,
baddroni *botrone (ìÓTQvg grappolo, abbuddrond aggomitolarsi,
puddreddu 24 n ecc.; ma preceduto da cons., resta intatto: intra
dentri (più comune drentu^. Sciolto il nesso per metat., come
spesso avviene, se vi precede e: predda preddn vreddii. Ma
dareddu rientra nel nm. 180. — Gali. Si conserva sempre:
trudda mestola, trig'g'a trichila pergola, ecc. ; latru matrika bu-
troni puddetru ecc.; intra ecc.; con la metat.: drontii dresta
brutoni ecc., e col dileguo: dcveta altit altro, ecc. — Còrso.
Di solito intatto: paire maire vetrit latri ptulletru patrone, spa-
tronatu deserto desolato VI. 72, aìtru e antru, kidtrlna; drentu
daretiù ecc.; ma bst. pedra ladru nudritu spadurnatu daredii.
Nell'om. zcv. sempre inalterato e perfino con la doppia lattru
pettra, coi quali passi atfru altro, che è pur del bst.
D.
183. Sass. Per l'alterazione transitoria di D-, v. il nm. 193.
Mediano tra vocali è dd: fedeli fìddeli kruddeli suddori ecc.
pur nei proparossitoni: gràbidda trlbidda. Son comuni al log.
gli esempj dov'è dileguato : feu foedu brutto, (jia guida, miudda
midollo, tolpÓLna testudine, lìmpiii limpido , feìnu, tepido. Non
sembra indigeno alkotina ali. al più comune inkudini. E scam-
bio di suff. in fràziijga e ranziijfin, rancido, cfr. lucch. Pieri
XII 174; e così in ingratité, cfr. nm. 180, eh' è però esempio
da poco. — Gali. Intatto: hredit, buda abbudassi farsi folto
Rom. XX 56, kruda sudpri {prudi] ridi mediku ìnedicina
grdida predika ecc. Ritorna con t: alkotina, ma anche fritu
friliira freddo -ura; e infine fraciku o frdzikit e fy^acikumi
fracidume ràiwiku o rdnziku. Parrebbe dissimulato per r in
marudda medulla; ma cfr. il còrso merolla. — Còrso. Di so-
lito si mantiene : fìdu krudu sudore ecc. ; ma nel bst. passa in
t: strila strido, vite ridere, matonna ankùtina, dissdpitu [it. ani
Il sassarese, il gallurese e il cerso. Cons. esplosive 177
clissapitd] scipito, con cui passino f/^etic om. fritte e matalena.
Torna il r in m^rolla. Di pula apluda v. Flechia II 329 e M -L.
it. gr. 97 n.
184. Iniziale. Prescindendosi dal nm. 193, il sass. non co-
nosce se non qualche alterazione che gli viene dal logudorese;
così: bu'cu polso, hargamina 9, veljylgga pertica. — Gali, uel-
tika, oltre hesudulói pisello. — 185. Interno tra vocali. Nel
sass. è costantemente hb: abbi ape, kabbu akkabbd Ascoli XI
431, kdbbula contrada regione, kabbidannu 6 n., gobbuva 156,
cobbu 30, aJiJipbba ihUpbbulu scopa, iJiJiobbiri log. ishobile spaz-
zaforno, apprpbbic 28, zìnibbiri ginepro, prubbdini, ai^ribbà
V. less., sabbe', sabbard 56, ecc. Dileguato dinanzi a tonica la-
biale in ziorjda 40 ^ È m nell'ultima dello sdrucciolo in veK-
Jiamii vescovo, cora' è pure nel log. e gali. ; esempio che ricorda
Giacomo da Jacopo. E Pìhkd'u sarà rifatto sull'it. pevere. —
Gali. Generalmente intatto: apa kapu , kapuld varcare {erani
kapidendi lic koddic varcavano il colle) kupalta coperta, ppat^a
pgpulit fepiu, sape, alikapità log. akkabidare raccogliere Ascoli
XI 430, ecc.; ma spesso digradando in b d dilegua o si voca-
lizza giusta il nm. 134: arrea arrida arriva -are, malsauritu
mal saporitu insipido, poaru e poru, suard e surà sceverare,
ciudcla, shda *stupula stoppia Ascoli II 144 n ecc.; e qui si tol-
leri il curioso caso di p (del nesso sp) in v che è in keoia zolla
piota, divariato dal log. keoa ali. a kesva kerva cespes Ascoli
1. e. — Còrso. Più spesso si conserva: apa kapu skopa ni-
pote ecc.; ma: dissdbitu dissapidu ecc.; è v in: kavezza, sa-
vore peoaru bst. navoni, ecc.; e si arriva al dileguo: puareilu.
Il g da V è nel bst. prigosta prevosto. — 186. MP. Sempre
intatto; solo nel gali., quasi eccezione: àrabida ambidiita. —
187. PR. Sass. V. nm. 193. Interno tra vocali si riduce a bbr:
^ Rasenteremmo il sass. putta pigola nm. 19, crs. pìulu lìiulellu pulcino,
ammettendo l'etimo pipilat Diez less. s. piva, cfr. Kòrt. OlGO ; ma più mi
par probabile la congettura del M.-L., it. gr. 124, che si tratti di voci ono-
matopeiche.
178 Guaniorio,
sohbra nòbi-lH; ahbrl. 11 nesso è risolto per metat. in krahha
e derivati lirabhittu krabhaggu ecc. — Gali. Ora il nesso con
la sorda: supra liaprittu kapriplu, knprenda coperta, seinpri;
ora con la sonora: atri abrili e da qnesta al v: avru aper e
polkuL'ru porcus aper cinghiale, log", porkabru. — Córso: hapra
sopra supranu il maggiore, aprile, sempre] ma anche: leora
lepre , inkavriidassi la vina mettere i tralci v. less. s. kavriu.
— 188. PS. Sass. Di norma assimilato: kissu mafessi, làssana
lapsana senapa; ma d'altronde; kasa, malpru kaseri falegname,
gisu, nisunu ne ipse unu. — Còrso. Ancora: kuessit stessu,
su sa ipse -a codesto -a, om. 'ssu 'ssa, nissunu, g'essw, ma kasa
kasunetta e talora anche nisunu. — 189. PT. Sass.: selli nella
*nepta (ma più comunem. nibbodcli) grulla, rikallu ricap[i]tu
cibo, azzitld. — Còrso. Ancora: akkalld ecc.; e il solito caso
di dileguo protonico in simana settimana.
B.
190. Sass. Per b- iniziale v. nm. 193. Mediano tra vocali, di
norma dilegua, cfr. nm. 134; seu sebu, bii bibis, ui ima ubi
in-ubi, kua nascondiglio kud cubare nascondere, nui nube, ruu
e ru rubu rovo, kannau cannabis, sula subula lesina, suld su-
liltu sibilare soffiare leggermente fischio leggero, kilidu cubitu,
siiaru suber, faula faulaggu 6, pardula parola, laula, triula -d
trebbia -are triulas giugno il mese delle trebbiature 6 n, laoru
labor seme laurd laborare arare, aulpi abortire (delle bestie),
illierd liberare partorire, ecc. Rimane talora, e assume il suono
speciale che segniamo per b v. nm. 193 e ITO"": abia aveva fa-
biddd fabeddu marabila pjmbenda 74. Nelle desinenze dell'impf.
in -abam si ha b: amaba kanlaba ecc., mentre in quelle in
-ibam, originali o analogiche, s'ha il dileguo: fìnìa drummia',
abìa', timmla kridia, È voce logudorese: tùvara tuber specie
di tartufo. Dov' è -bb-, siamo al -p- dal log. o a voci della col-
tura: debbi debbilu log. depel, kubba botte log. kupa , sùbbidu
abbila e simili. — Gali. A formola mediana tra vocali il di-
leguo è costante: bì bere, kti eccu'ibi, ftkriu skrìi scribo -is.
kaaddu, kannaillu dimin. di cannabis cordicella, koa kud kua-
iQffg'u nasconde -ere -iglio, uitu cubitu, laori biade, aemmu
Il sassarese, il gallurese e il ci'irso. Coiis. esiilosive. 179
illiard aulti priieada, nftuìa nube, didida faida paràala laida
faiddd maraila, ecc. ; cosi in tutte le desin. dell' impf. : amaa
aia sapia vidia ecc.; e cosi il second. in ea (eb.a) acqua. Nei
pochi casi in cui si conserva, provenienti di solito dalla lingua
dotta, volge nel clng. a p: hupa botte, sépiiu depila liparadori
e simili. — Còrso. Iniziale è ben saldo, tranne qualche raro
caso di (j-, che andrà con quelli del nm. 131 : bst. gudelle bu-
dello, bst. guaja baja sclierzo. Interno tra vocali , talora cade :
fola kapufulacu G I, due dove, diàule taula o loia 46, lùaru
uber, con l'articolo agglutinato, poppa delle capre, trud trovare,
nulli nubilu ecc.; impf. andaa kridia ecc.; e con l'epentesi di J:
beju heje bibo -ere; ma anche rimane spesso allo stato di v:
duce kivi eccu'ibi, fava seou leDeccu, diva cibu trippa cfr. log.
kiu midollo, cova 9, ora. aj. liàkkavu caccabu pignatta, donde
kakkamtnà cuocere lentamente Kòrt. 1450, góvitu silvaru trì-
volu nilvulu ecc. ; e si determina anche in p : kipio cibo vapu
babbo, tacendo di kànapa it. canape', com'è rp da rb nel bst.
surpd sorbire, e similmente nel gali, sulpi o bi a solpu. —
191-2. BR. Sass. Iniziale si conserva: hrazzu brebi ecc., ma di-
venta però fr- in franka v. less., e perde il h in rokku piuolo,
se è r it. brocco fuscellino Kort. 1353. Interno tra vocali si ge-
mina: labbra libbra libbra ecc.; il nesso è sciolto per metat.
in fvibbaggu februariu e frailaggu fabrilariu. Assoluto dileguo
del b in kulivi Vdribru cribru 120 e in kulpra colubra 41 ,
comuni col log. — Gali. Di solito intatto a qualunque formola •'
bracca br irida briglia ecc. ; labru libra libra ecc. ; ma clng.
lapru lipru lipra. Risoluto il nesso per metat. in fraikà fabri-
care, frcbba, e dilegua probabilmente il b in inirind cfr. log.
interinare metat. di *intene[b]rare e inleriginare *intenebricare,
cfr. rum. hiiunerecd. — Còrso: bracca breske, brenna crusca,
brenna brani (p. e. le pinatte andqnu in brenna), briìa \briaku
imbriaku], brusta brace spenta, che è pur del tose, e del log.
da *bruslulare Kort. 2032, imbrustolate castagne arrostite, ecc.;
ma il b può cadere: riaku briaco, ramma brama; mediano, di
solito resta: labru libra ecc.; ma può volgere a -v)--: attovre,
oppure a -pr-: lipra, o perdere il b: feracu febbrajo, cfr. fer-
rajo di quasi tutta la Toscana, tranne Firenze. La solita metat.
in frebba.
180 Guarnerio,
Accidenti generali.
193. Alterazioni transitorie delle consonanti iniziali.
Sassarese.
Molto estese e variamente atteggiate codeste alterazioni, se-
condo la qualità dell'iniziale sorda o sonora e secondo la com-
binazione sintattica in cui detta iniziale si trova. S'iia una com-
binazione da dirsi debole^, quando l'iniziale è preceduta da pa-
rola uscente in vocale non accentata, che insieme o in ispecie
vuol dire dagli articoli hi la li, dai pronomi proclitici mi ti si
zi hi ni hi li, dalle preposizioni di da, dai pronomi personali
noi voi, dalla particella vocativa o, dall'avverbio dabbpi, dalle
voci verb. sei es e vai imperai., unitamente con tutte le 3® prs.
sng. e pi., tranne le poche che distingueremo più in là. S'ha
all'incontro la combinazione da dirsi forte: I. dopo una pausa
qualsisia; e vuol dire, non soltanto dopo le pause logiche al
chiudersi del periodo, della pi'oposizione, del capoverso, ma pur
nelle pause lievissime che provengono, per motivi svariatissimi
dalle inflessioni che la voce assume nel discorso; II. dopo una
parola uscente in consonante, che in fondo vuol dire dopo l'ar-
ticolo indeterm. uìi e le preposizioni in han', III. dopo una pa-
rola uscente in vocale accentata; lY. dopo i monosillabi procli-
tici segnati: e et (comprese le locuzioni comparative: k'e, kanV e,
komin'e, kament'e, cfr. Schuchardt 1. e. 18 e D'Ovidio IV 180,
cui s'unisce ìind' e dove), ne nec, no non, a ad, pa per, a aut,
si se congiunz., ma, ga, più, ki quid quod che, ki quis?, ka quale,
a habet, e est, so sunt, pò potest, vp *volet, tre tres, di dies, tu,
ine' to' so' aggettivi possessivi d'entrambi i generi e numeri, te
toni, fa' di' da' Ipa'.
* Cfp. Schuchardt, Les modifications: si/ntactiques de la consonne initiale
dans les dialectes de la Sardair/ne ecc., Rom. Ili 1 sgg. Egli pel primo studiò
questi fenomeni e segnò da maestro la via per la quale si deve mettere
chiunque voglia continuare l'indagine. Anche è da vedere la monografia
del principe Luigi Luciano Bonaparte ; Inilial mutations in the Living
Celtic, Basque, Sardinian and, Italian Dialects, Philological Society, Lon-
dra 1882-83, che largamente studia i fenomeni dialettali italiani in con-
fronto con gli idiomi celtici; ma non ò qui il luogo di giovarsene.
Il sassarese, il gallureso e il còrso. Accid. generali. 181
Se la consonante iniziale è una momentanea o fricativa sorda,
l'alterazione è qualitativa; l'iniziale cioè s'altera perchè di-
venta sonora nella combinazione debole. Nella combinazione forte,
all'incontro, non ne avviene alcuna alterazione. Così trattandosi
di K, avremo : un kori ali. a lu f/ori, a kuaranla ali. a di <jua-
ranta; trattandosi di P: un ■pohhnlu ali. a lu hpbbidu; di t;
e terra ali. a la derra. Similmente per il e proveniente da cl :
camma ali. a lu gamma] per or: krabda capra ali. a la grabba;
per PR: preddi ali. lu breddi prete; per tr: trucida ali. a la
drudda. E nell'ordine delle continue, per f: un (ilglu ali. a lu
uilplu; per s: un santu ali. a lu s'antu', coi quali passi l'esito
sibilante di e-: in zelit ali. a lu zelu.
Se invece l'iniziale è una sonora, l'alterazione è quantita-
tiva. L'iniziale cioè non cambia di grado e serba la schietta
pronuncia nella combinazione debole; e l'ha intensa, come di
doppia nella forte ^ Dov'è da notare che c'è come un contrasto
tra il caso delle sorde e questo delle sonore; poiché per quelle
la schietta condizione originaria è nella combinazione forte e
l'alterata nella debole, mentre per queste la condizione origi-
naria è nella debole e l'alterata nella forte. Così per d: a lu
re ddemmu dina o ddetnmu dina a lu re ^. Similmente dicasi
di R, M, n; ma è da notarsi che la lor,o modificazione è lievis-
sima, onde sfugge ad orecchio men che esercitato ed attento. Il
L va però esenta da ogni alterazione (tranne naturalmente il
caso di allu alla ali. a di lu da la ecc.). Riguardo alle sonore
palatine è da avvertire, che il suono occorrente nella combina-
zione debole, cioè il suono a cui diamo, secondo la norma ge-
nerale dianzi espressa, la qualificazione di pronunzia schietta,
è sempre _/, che è quanto dire il normale riflesso di j-, g'-, gl-,
DJ-, BL-, e insieme il riflesso sporadico di e-, g-, cl-; il quale j
' Rispetto alla preferenza delle consonanti doppio, v. le acuto osserva-
zioni dello Schuchardt I. e. 7-8.
* Come in tose, anche nel sassarese, drju deus ha sempre d- intensa,
sia nella combinazione debole, sia nella forte: lu ddeju, adurà a ddrju,
krid'i in ddrjn, cfr. D'Ovidio, Bi alcune parole che nella 'pronuncia toscana
producono il raddoppiamento della consonante, iniziale della parola ser/icente,
in Propugnatore V *.
182 (iuarnorio,
si rialza in g- nella forte. Onde: lu jogfju ali. a tre fjpyf/i; la
jenli ali. a h'Mi geiiii] la janda ali. a pa ganda; di jossc ali.
a in gossu; la jalpe>mna ali. a pa galpemmd; lu jattu ali. a
un gattu ; la jaddu ali. a im gaddu ; la jeza ali. a in geza.
Fanno eccezione alcuni nomi che mantengono il g- in qualsiasi
combinazione: gohaìm guhintura guhaneddu ginnaggu gorra',
ma son voci accattate.
Non sarà superfluo notare, che a formola mediana s'ha quasi il riscontro
del fenomeno che ora studiamo per l'iniziale. Nel caso cioè delle sorde,
s'ha a formola interna, tra vocali, lo stesso esito che nella combinazione de-
bole, vale a dire la conversione in sonora, che si pronuncia intensa, come
doppia: fo^gu vidda kabbu; e dopo consonante, in voce, la condizione inco-
lume, come nella combinazione forte: manku kantii tempii. Fa eccezione e
da CL, che a formola interna tra vocali si conserva di norma intatto e ge-
minato : veccu\ può però darsi anche la sonora: habiggn. Nel caso poi delle
sonore, a formola mediana, sia tra vocali e sia dopo consonante, s'ha sempre
la esplosiva, che tra vocali si raddoppia : inguljni ppggu, kinga vegga.
Stanno da sé b- e y-, che in parte coincidon nelle loro alte-
razioni. Dato il B- etimologico, egli assume pronuncia intensa
nella combinazione forte, e si riduce nella debole a un suono
particolare: h, che tramezza tra beve che il Bonaparte chiama
^h spagnuolo, meno la])iale che il b toscano'': ìoi bbpi ali. a
li boi. Ma dato all' incontro un b sass. da gutturale, egli si con-
serva sempre intatto a formola iniziale, mentre a formola me-
diana tra vocali s'attenua anch'esso in b: éba acqua. Anche al-
cuni b- etimologici, come be bene, non subiscono il cambiamento
testé notato, cfr. log. in Sp. or. I 12 n. Il v-, che si mantenga
incolume nella condizione assoluta, si fa v di pronuncia intensa
nella combinazione forte, e b nella debole: e vvimi ali. a lu
binw, ma se è b- nella condizione assoluta, riman tale nella
posizione forte, mentre riesce ancora a b nella debole: trn boii
ali. a li bozi. Ciò non parve molto chiaro allo Schuchardt 1. e. 12,
perchè nel caso del b- in b- si avrebbe un affievolimento e nel-
l'altro di V- in b- un rinforzamento. Io credo però che contrad-
diziono non vi sia; e di vero, nel secondo caso non si tratta
* Osservazioni sulla proìiuncia del dialetto sassarese., in sm. v.
II sassarese, il c,-aUiirese e il còrso. Aecid. ojencrali.
183
più di un V-, ma di un b- sass. che entra nell'analogia del b-
etimologico. Gli esiti di b e y a formola mediana, concorrono a
dimostrare che il v è trattato come b ; perchè v dietro conso-
nante dà sempre b: kumbihi imbuliggd abbizzà ecc., e tra vo-
cali dà b. Onde, dall' un canto: ab'ia fahiddà ecc., e col dileguo:
uni nube; e dall'altro: cobi chiave, ita uva.
Particolare ò anche il caso della gutturale sonora g, che in-
tatta nella posizione forte, dilegua talora nella debole: in gola
ali. a la 'ola', a cui corrispondono a formola interna: longii ali.
a lea legai.
È da osservare infine, che le alterazioni qualitative non sono
mai espresse nella scrittura ; e delle quantitative sol quella di
g di contro a j. A miglior evidenza, ecco ora riassunte in uno
specchio tutte le alterazioni qui discorse :
Alterazioni qualitative (cons. sorde).
C,QU:
uìi ho ri
manku
lu goìi
f9§g^''
T:
e terra
kantu
la derra
vidda
P:
un ppbbulu
tempre
lu bgbbula
kabbu
CL:
a camma
celcu
lu gamma
veccu kabiggit
CR:
kun krabha
inkrasUi
la grabba
saggru
PR:
hun preddi
kuniprà
li hrnldi
sobbra
TR:
kun trudfja
intra
la dm (Ida
laddru
F:
un filo Ili
unfià
lu vilplu
buvoni
S:
un santa
pensa
lu s'antu
ros'a
C:
in zpIu
kunzibbi
lu zelu
dizi
Altera
ZIONI QUANTITATn
'E (cons. sonore).
D:
a lu rr ddnnmu
kandic
dcmmu dina
feddi
R:
un rrc-
—
hi re
merrula
,1:
pa yogjju
ingulpu
lu 3990^
P?ÙÙ^''
G:
kun genti
fingi
la jenti
leggi
DJ:
in (fossu
agguiìi
di jossu
nùùi
GL:
e (janda
hinga
la janda
vegga
BL:
pa yalpQìmìià
—
la jalpemma
—
C:
un yattu
—
lu jattu
—
G:
un f/addu
—
lu jaddu
—
CL:
in f/cìa
—
la jeza
—
B:
un bboi
cambà
li boi
abia imi
[e baltiaj
—
[una battiaj
[eba]
V:
e vvinu
kumbifu
lu binu
cabi uà
tre bosi
—
li bozi
—
G:
in gola
lonOii
la. 'ni a
lea
184 GuariKirio,
G a ] 1 u r e s e ,
La combinazione debole o forte dell'iniziale è determinata
dalle stesse ragioni che vedemmo nel sassarese; ma alle voci
che s'accoppiano con e et, son qui da aggiungere: fui e Un e
fino a, V. nm. 233; e insieme passi anche duì^ che in composizione
con vinti trenta ecc. impartisce il suono forte, come appunto vi
precedesse un' e: mniiddid trentaddui ecc., mentre nel sass. :
mniidui ecc.; questo ha più della pronuncia log. vintiduos, quello
della toscana: ventiddue.
Nel gallurese, le modificazioni sintattiche hanno però molto
minore estensione. Non vi si conoscono le alterazioni dell'esplo-
sive sorde; le quali rimangono incolumi in questo dialetto, anche
a formola interna tra vocali. Solo per le fricative sorde s' ha
l'alterazione; ma non però ben distinta se non per il s-, che è
sordo nella combinazione forte, e sonoro nella debole: kun
sanile, he s'antu. Pel f- ho raccolfo sporadicamente qualche caso
d'alterazione, p. es. a jìrfg'idd ali. a lu vig'g'ula; e sono forse
mere infiltrazioni del sass. o del log. — Quanto alle sonore, il
D- assume nella posizione forte il suono intenso, quasi dd-, simile
all'it. in denaro, e nella debole il semplice d, siinile all'it. in
credito: tre ddind ali. a lu dind^', e analogamente nell'esito
di CL-: ire e e ai ali. a la cai. Le più sensibili delle modifica-
zioni sono offerte dal suono speciale g" normal continuatore di
j-, g'-, del nesso gl-, e sporadicamente di g- cl- bl-. Il suono g",
che è nella combinazione forte, si affievolisce in j nella debole
(che è, in termini diversi, il giusto parallelo di quello che ci
dava il sassarese): e g~ustu ali. a he j asili, a g''innard ali. a
di jinnard, kun g'accu ali. a lu jaccu, tre g''addini ali. a li
jaddini, in g^eza ali. a la jeza, a g''astimrnà ali. a la jasiim-
ma ^. — Il V- mentre è saldo nella combinazione forte, tanto si
attenua nella debole da non lasciare che una lievissima aspira-
zione: kuìi vvinu, la 'inu. Concorda col sass. il caso isolato di g-
gutturale, che talora tace nella posizione debole: kungida la 'ula
* Ancora qui fuor di^la noi-iiia la voce dru, che ha sempre suono forte:
lu ddeu, adiirà a ddeii, kridè in ddru.
* Se si ha e- o f)- come risultanza di j- o g', rimangono intatti: cqanu
caldinu gugijula e simili, che sono però voci importate.
Il sassarese, il gallurese e il còrso. Accid. generali.
185
Alterazioni qualitative (cons. sorde).
S:
trij santi
pensu
li s'anti
rgs'a
F:
a fiffgulà
glfanu
lu v'ig'g'ida
—
Alterazioni quantitative (cons. sonore).
CL:
tre e e ai
incappuzzà
li e ai
ne cu
D:
tre ddinà
mundii
lu dina
kredu
J:
e g~ustu
ing~iistu
lu justu
raag(ju
G':
a g~i}iìiard
—
di jinnarà
kffg'i
GL:
kiiìi gaccn
ì(ng~a
lu jaccu
viggo
G:
tre gaddini
—
li jaddini
—
CL:
in geza
—
la jeza
—
BL:
a g'astimtnd
—
la jastirmna
—
V:
kun vvinu
kolbu
lu 'imi
e ai
G:
kun gula
Inngu
la 'ida
fau
Còrso.
Nelle stesse condizioni del gallurese. Solo è da notare, che
tra le voci determinanti la combinazione debole, qui entra l'ag-
gettivo possessivo d'ambo i generi e numeri mio', la mio vona
bst.; e tra le determinanti la combinazione forte, la particella
vocativa o: o g'uvd! I fenomeni son comuni al csm. e all'om.
in ordine al s-, all' esito j di j- g'- gl- cl- g- bl-, a b- br- e a
V-; ma è solo dell' om. la moditìcazione del F-; onde, se ne togli
l'alterazione del b- che manca al gali., tutte le altre sono co-
muni tra gali, e còrso, salvo le differenze circa il v-.
Alterazioni qualitative (cons. sorde).
S:
un santti
mansu
lu s'antu
rns'a
F:
zen fiddglu om.
ór fatiti
lu viddglu om.
buvonu
Altera
ZIONI quantitatia
/■E (cons. sonore).
CL:
fu e elisa
torc'u
porta c''usa
aree e a
J:
0 ffuvà
infustu
di Juvannu
tnagu o ìnacu
G':
hun g'ente
fng~e
la jenie
legge
GL:
a gandM
sinffozzu
la janda
Uggà.
G:
tre galli
—
li jalli
—
CL:
in gesa
—
la jesa
—
BL:
e gastemma
—
la jastemma
—
B:
e bbonu
imberkà
lu VOÌIU
semi
BR:
kun hbrnmma
irnbriaku
la vraìnma
attovre
BL:
tre blocei
—
i vlocci
—
V:
e bbeccu
imbecca
la vecca
ngvu fguj
Archivio glottol. ital., XIV.
la
186 Giiarnorio,
Accento. 194. Prescindendo dai casi di estesa ragione (come sass. fìg-
f/adu 19), e dagli accidenti analogici nella conjugazione (nm. 219 e 231),
mi restano: sass. pittorra pectora petto; gali, kuppiuli ali. al sass. kup-
piglu gemello 117 dov'è forse uno scambio di suff. ; gali, ambula ampulla
102, uitu ali. a §ùitu rifatto sul log. kuidu 156, sirintma serotina sera 66
attratto nell'analogia dei temi in -Inu. — Geminazione e sdoppia-
mento. 195. Sass. Caratteristico il raddoppiamento delle sonore mediane,
provenienti dalle rispettive sorde: e in gg 158, t in dd 180, p in bb 185;
CR in g^r 162, tr in ddr 182, e pr in bbr 187- Si gemina inoltre il -e- ri-
sultanza di CL 107, il -g- continuazione di J, dj, cl, g', 77 93 108 175; il n
nella seconda dei proparossitoni 144, il m 153 e sporadicamente il l 98 e
il R 119. — Gali. Più rara la geminazione; è costante solo pel n 144, pel
M 153 e pel r 119; sporadicamente si raddoppia, oltre il l 98, anche il t
180. — Córso. Rara pur qui la doppia, tranne che per l, n, m; ma Tom.
zcv. offre pur la geminazione del e 158 e del t 180. Caratteristico ad en-
trambe le varietà crs., csm. e om., lo scempiamento del doppio rr primario
119 e second. 126. — Assimilazione. 196. Sass. Di nu nell'iato 85, di
Mj 86, di Rs 124, di rn 126, di mn 148, ct 166, cs 168 e ps 188; oltre la carat-
teristica di Is, Iz (rz) 103 e 124, re (le) 121, ri 122, e cfr. 128 (infin. e pron.
enei.). Di sillaba a sillaba; cuccù 107, zozza 112, UUìinhidda scintilla, dove si
complica con la metal., cfr. log. iskintidda e istinkidda. — Gali. Ritornano
i sopraddotti casi normali dei nm. 85 86 124 ecc., tranne 103 121 e 124.
Tra parola a parola 147. — Còrso. Comuni i nm. 85 128 148 166 168 188;
cui s'aggiunge ld in il 105; e per Tom. torna rn in rr r 126 e di più nd
in nn 151; di sillaba a sillaba 133. Più complicate nei nnpp.: ceccé Fran-
cesco, Ielle Elena, miynmu ni emme rné vezzeggiativi di 'Domenica', o
simili. — Dissimilazione. 197. Sass.: ùrruln 119, kuliri 120, kaloniggn
143, limola 143; e per ettlissi di r: rulpagga 51, faggu 118, dareddì'
182 araddu. — Gali. Ancora: ùrrulu hiiliri darHu e simili; majaìa 6.
<ilkgtina 143, lumina 143. — Córso: colu 96; bst. reafe leale, epe. ferale
murtale 120, om. alkntiiia 143; hu§ómbaru; gròmbulu ^rémbidu 113, e an-
cora il dileguo nei casi del nm. 182. — Aggiungimenti. 198. Sass.
Oltre la prostesi costante di i din. a s- 137, e la sporadica di ./- ai nm. 75
155 e 171, assai frequente Va- aggiunto innanzi a r- e altre consonanti che
si raddoppiano come vi fosse il prefisso ad (cfr. srd. mer. e sic. Ascoli II
138 n e 150 n): arrabiegga arrazunà arruinegga, arremunidda remunita
conservata log. arremonire gali, rimuni.^ annittd nettare, attujmintd tormen-
tare, ecc.; qualche volta anche in-: innnmmii nome, imbalpu basto vrb. —
Gali. Cfr. nmm. 137 155 171 131. Qui pure Va-: arruinig'g'a avvaldid ad-
disispirata akkiinfglti ecc., ma preferito Vi- dinanzi a r-: irrazoni, irridi
Il sassarese, il gallureso e il còrso. Accid. generali. 187
ridere, irriguddì raccogliere, irrispondi, irribeddu irribiddà ribelle -are, ir-
ribrstu, irreski riesca, irrilocii orologio ali. a rilocii, irrumgri ecc.; isolato
innoììimu. — Còrso: amba arikurdd ariskallà askallà, aniaccà macchiare,
allisu liscio, addisperatii, assekku seccatura, ecc.; talora anche /- o in-: ir-
rittu ritto, insinitria, impumpata in pompa, ecc. Casi isolati: als. denzani
anziani, bst. skuasi quasi che è pur d'altri dial. — 199. Sass. Vocale
epentetica è nel sass. ùliimn 38, gali, turino, tornire log. tórinu tornio,
kiùrrulu chiurlo, córso taraskone specie di ballo cir.ìì. trescone, e per
l'inserzione il log. taraska^. — 200. Sass. Consonante epentetica in
ìneju cju deju 10, tpju spjti 37, kaddreja; frusu -a 61, frusina 118; but-
trea 7, ginelpra lilpra lelpru allilpri 141, trgnu tuono; ginterra 2, zìn-
3ula 76, lìnzgla 87, sinsilu 102, pmdula 100, findei fini fidelini Flechia II
346, ecc. — Gali. Parimenti: tpju spju e inoltre bpju 28, frusu brvttea le-
stru e simili; trispru, ancuga 94, manharri 119, runzikd 158, sirintina 60,
kumundinu comodino, insembi 24, simbula 24, bumbittd 131, ecc. — Córso:
meju eju; butteja ideja galeja §ineja, dreja o treja Andrea, ahreju, mat-
te ju e teju, ecc., bpje 28, duje 38, epe. lejone 26, oltre le forme verbali
hcju brje 21, deja 4, epe. aveje vuleje e simili 7, e purtaju temeju ecc. 63,
per tutta la qual serie cfr. senese Gorra 1. e. 537; fiàkhula \)?,t. fristià 118,
ginestra listra ancostru ecc. 141, katraletta cataletto, skarina squama ecc.;
nnhona 61, ancua bst. ancuve 94, bst. minha 158, angunia, ma per minse
V. nm. 139; sgambellu sgabello con ravvicinamento a gamba; grémbulu e
^ròmbulu 113, calambella om. calamheddi 155, kugombaru 158, bst. «mÒM
amo lenza, ijrembiplu grembiale. — 201. Sass. Occorre l'è pi tesi di -i,
oltre che nei comuni noi voi dabbpi sei *ses, sci sex ecc., altresì in mam-
mai mammà, ei è, e nelle voci uscenti in cons. : éddisi illis, lisi [il]lis. Di
•ni in timi tu, treni tre, e parmi anche in unì dove, *u' + ni. — Gali.
Oltre gli esompj di ragion comune, ancora qualche caso di -ni: camtnani
inf. = camma, e7ii è, teni te, rcìii re, perpni 28; ancora sid se: sid eu se
io. — Còrso. I soliti esempj di -i; e per -d: perked, hummed. Frequente
assai csni. -ne om. -m': avane {ava + ne) ora, olitane kusine cosi, babane
papà, piune più, vone voi, e negli inf.: amane amare, sentitte ecc.; om. reni
re, babani raaìnmani funi fu, eni è, treni teni, kuini qui, vinini venire ecc. —
Suoni co ne re scinti. 202. Dell'articolo sono esompj: crs. lazzu 88, lùaru
190, laiiuc lumbrelln, Ingu agio; om. luciminu gesmino. È all'incontro ab-
bandono di l-, per l'illusione che vi si avesse l'articolo: sass. ilpinkanu
* Non si può disgiungere questa voce log. dall' it. tresca di cui ha il si-
gnificato; e nulla ha essa che fare con lo sp. tarasca figura di serpe di
cartone, con cui la confonde l'Hofm. 160.
188 Quarnerio,
96, crs. ari folli orifoju 72, osmarinu 119. — Dilegui. 203. Sass. Aferesi
di atona iniziale: rilo5u 90, inadoni 100, mulca \07 , ri[/amii 143, kona
figura imagine, ecc.; ettlissi di protonica o postonica: 62; apo-
cope: dina e i vocativi gampà, mavima sire mamma sirena, ecc., oltre
gl'infiniti nm. 219. — Gali.: licca 24, ceclda 72, rìlqcu 90, ceUu 15, stiu
statiali 134, suniia 178, nata anatra, frizioni afflizione, [xmsnni agasone
cavallaro log. basone'\, ecc.; è aferesi di sillaba iniziale: niparu 12. Poi:
preska 62, steddu 62, branu branili 60, ecc.; e infine dina, i vocativi e
gl'infiniti. — Córso: stintu 23, razioni orazioni, ecc.; frusteru, herkera 47
(srd. karrig era), vr anata primavera, /ras/ia poltrii ecc.; forga breske karku
62, salòli 165, ecc.; o kiimà, ininsè, vabuzi babbo-zio, zio paterno, duttó ecc.,
cfr. inf. 219. Nei peggiorativi: sfacciato, simmo scemone, ecc. Nei nnpp.:
assù ceccé (= ceccekku) frencé kili mari maddalé g~isè gisep-
pù ecc. — Metatesi. 204. Sass.: cobbii 30, cogga 33, pinvaru 42, gaggu
guìnpà 106, ecc.; preddAisìmulu 18, drammi 33, trau 46, pranizi 126, drelpa
142, kralpaddii 167, krabba -ittu -aggu 187, frailaggii frihbaggu 191, drentu
predda preddu vreddu 182, ecc.;- puddreddu 24, funtumn 56, kizina 82,
ilpinkanu 9(5, ilpp§gamii 158, diddigeddu mignolo, ililìinkidda 196, ecc. —
Gali.: pigija 108, cobbii 106, ecc.; drunimi, preska 62, prizzgsu 91, hatrigga
109, dresta ÌA2, grastd 167, brutgni drentu 182, fraikà frebba 191, frummihuli
formiche, drihheitu decreto, ingranici ingarbugliare, ecc.;- kisina 82, /?-
stinhu 96, intrinà interi^inare 191, kamasinu magazzino, cilaka cicala, ecc.
— Còrso: gesalmina 75; bst. infulenza influenza, perua 50; prsog~a 31,
drentu frebba ecc., bst. spadurnatii epe. spatiirnatii 182, bst. treatii, om.
skrupini scoprire, ecc.; skiinternata (con inserzione di n per avvicinamento
al prefisso kun-), stahha tasca come nel genov.; rustinku bQ, gradiva gra-
vida Mt. 42. — 205. Sass. È metatesi di vocale in bigddu 164, cambà
155, kummoni communis branco di pecore o di porci, non senza influsso
analogico dei temi in -oni, cfr. log. e mer. Arch. XIII 118; inoltre zimbo-
nia limbonia 81, coi quali passi ««iu = àinu asino 136. — Gali.: &;p<M,
dwmd = rfranà digiunare. — Còrso: bigiù. — Etimologie popolari e
in crociamenti di voci diverse. 206. Sass. Prescindendo da milinzana
it. melanzana, pedanotii e manahoni, si richiamino qui: gangulitti 112, kar-
raggu less. s. v., sirenu less. s. sirinà ecc. — Gali.: hapumiddu 102, &aA-
liamundu 131. — Còrso: canuga 25, mandarinu 55, briinaga 91, malma
133; haramusa cornamusa, bucertola lucertola con avvicinamento a òwco.
Il sassarese, il gallurese e il córso. Il nome 189
§ II. APPUNTI MORFOLOGICI.
Nome.
Articolo. 207. Sass. Determ.: lu la, li; di la di la, di li',
a lu a la, a li] da he ecc.; in lu i' lu i' la, i' li', kun lu ku' lu
hu la, ku li; pa he pai, pa la, pa li; ecc.; indeterm. : un una.
— Gali. Gli stessi; caratteristico: illa illa illi nel nella ecc.
147. — Còrso. Nella varietà csm. predomina a a, i e e pari-
menti nelle prepos. articolate : di u o d' u, di a o d' a ; a u, a
a, a i, ecc.; ku u o k' u, ku a o k' a, ku e ecc.; pe u pe a ecc.;
nel epe. invece: lu la, li le, di lu di la, pe lu pe' l, pe la, kun
lu kulu, kun la ku la ecc. Questa forma è pure la più comune
nell'om., dove il pi. li è d'ambo i generi; però, in qualche va-
rietà, ancora qui : u a e simili. Molto diffuso, nelle combinazioni
articolate, inde per in: csm. Ì7idé u o ind'u, inde a o ind' a,
inde i 0 ind' i, nel nella nei. Anche n tt n a, ni ne, da inn u
inn a inn i, che sono forme positive dell' om. v. nm. 151, dove
tornano ancora n it n a ecc., oltre che indù lu, inda la, indù li
e 'nu lu, 'nu la, 'we li. Per Tom. notevoli altresì: addu allo,
di' ddu dello, indi del' nel, v. nm. 102. Indeterm. un una. Va-
rietà als.: 0 a, 0 = ao al, on un; ind' o nel, ind'on ind' ona in
un in una, n o nel, ecc.
Metaplasmi. 208. Sass. Qualche raro caso di feminili di
terza in prima: frehba pelpa Lorra. — Gali. Più frequenti i
feminili di terza in prima: apn frehha peda hirra lussa, fanta
ali. a fanlu drudo -a, funa, ankùtina o alkólina, piùmmiéa ecc.;
coi quali passi la kana la cagna. — Còrso. Ancora più nume-
rosi gli esempj (cfr. lucch. Pieri XII 161): ankùdina apa dota
mola nona padula pella peca puca priggnna tossa ecc. e an-
che om. frehba funa legga lita ecc.; inoltre maschili di seconda
in terza: fumme come in altri dialetti, C])C. ferale niurtale 6 III;
e per ultimo : /nana, come in Toscana.
Plurale. 209. Normale pel sass. e gali. V -i di seconda
esteso a ogni genere e declinazione: sass. la Unga li linf/i, kojlii
vecci ìnuleri pastori ecc.; e parimenti gali.; intatti natural-
mente i nomi in -ai: li viriddai e simili, e gli ossitoni: li vilpù.
100 Guarnerio,
li re, ecc. — Còrso. Nel csm. e epe. Y -i di seconda è normale
pel pi. mas. e 1' -e di prima pel fem. ; li acelli omini kastani
(juadani ecc., le mane mani, kastane dite, g'(jìite (sng. g'enta),
radice valle ecc. L'-e talora si propaga ai masc: li krine, or le
orti, lette tetti; ma nell'om. è -i pei masc. e fem.: ciuddi ci-
polle, porti porte, mulini pastori, kateni bracci donni perii
stelli inani (anche sng. una mani) ecc.
Generi e casi. 210. Sass. Prezioso cimelio del neutro plu-
rale: piltórra pectora petto; e apparente incongruenza di ge-
nere: la risa il riso. — Còrso. Caratteristico dell'om. è l'esten-
dersi dell' -a di neutro pi. al pi. degli altri generi in ogni de-
clinazione: li annedda korba korra dita f'ratedda jorna laì^ma
loka oc~ca pèkura stazza fiora boja freta nozza ecc., cfr.
lucch. XIII 162; con qualche esempio pur nel csm.: li trippa,
li kuUella; accanto ai quali ricordo la frase (non specifica, del
resto) unn e bera non è vero. Incongruenza di genere: la la-
menta querela giudiziaria, pozza pozzo, om. vomara ecc.
Composizione nominale. 211. Sass.: manimqnkulu senza
mani, mammojfanu orfano di madre; kodditolthu collotorto. —
Gali.: kapiultati capovolti. — Còrso. Assai numerosi gli
esempj : kapioana kapiardita [om. kapimuzza~\ senza testa nel
senso di 'senza marito', faccitonda gambistortu, dilidic cukka-
Jata dalle dita snodate, manivella dalla mano bella, om. facci-
vizza pediminori, maskirossa dalle guance rosse, detto della
mela colorita, tumbaboja uccisore di buoi, ecc.
Suffissi di derivazione. 212. Citiamo: 1. -ale: crs. kasale
famiglia patrimonio, akkasalata donna di ricco patrimonio, kul-
tale e diminut. kultalina pezzo di terra vicino alla casa che si
suol coltivare ad orto, g'arcfali 171, lucinale lucignolo e bst.
occhi, nidikale endice guardanido, pacale poggio, undale tor-
rente, ecc.;- 2. -anku: crs. kalanka piccolo seno per riparo
delle navi, e kalanke ni. in VI. 82; cfr. Arch. VII 494 598; —
3. -inku per significare abitante di un paese: sass. businkii
abit. di Bosa, sussinku abit. di Sorso; crs. alesaninku abit. di
Alesani, kerdinku ab. di Cardo vili, presso Bastia, brandinku
ab. della pieve di Brando, orezzinkii ab. della pieve di Grezza j
pumuntink(f , che abita 'post montem', al di là dei monti, ecc.;
Il sassarese, il gallurese e il còrso. Il pronome. 191
e ni.: kasiaka;- 4. -one caratteristico nel crs. per la deri-
vazione dei diminutivi (cfr. Ardi. VII 434-5): csm. -one, om. -oni
-onu: familone famiglinola, fraieddona fratellino, e simili j ma
anche senza che vi si senta la funzione diminutiva : kafoìie coffa,
fakone focolare, ermone spalla, pilone berretto, ecc.; om. Ita-
honi nonno, mammoni nonna, suceroni suocero, fiikoni, (ir-
momi, aciddonu uccello, piloni e -onu, pullomc germoglio pol-
lone, sakkittonu mendicante, cosi detto dalla bisaccia o sacchetto
che porta, aróibabbonit bisavolo, ecc. Nei nnpp. : Ittvikomo
fi ali gnu ecc. Avverbj : hsi. penculoni penzolone, strehinoni
(csm. strasinone), cfr. om. altredoni avantieri. Non m'è chiaro
csm. anone angolo. Ancora bst. pruniccone pruneto.
Pronome.
Personali. 213. Sass.: eju mi me di me a me kun meygit;
ta Li te di te kun teggu; se si eddu -a; noi voi, edcli il li,
eddis illis, d" eddis di loro, kmi eddis eddisi lisi 201; in elisi:
mi ti si, zi ecce hi e a noi, ci, hi ibi ^ a voi, vi, gli, a lui, a
lei; lu la li, ni inde ne, di questa cosa o di questo luogo. Nel-
l'affissione, ti si riduce a -ddi come nella combinazione debole;
e hi si fa hi nella combinazione debole, ma vi nella forte. L'ac-
cento cade sempre sul primo dei due pronomi affissi alla forma
verbale; e circa le geminazioni, parleranno gli esempj. Avremo
dunque : mimi andò me ne vado, pónimi sdrrami, torraminilu
tornamelo, dammlla dammela; ti dogfju ti do, moljrraddi mo-
strati, kahaddlnni cavatene, pesaddinni alzatene, rididdìnni ri-
detene, veniddinni vientene, vaiddinni vattene; zinn andemmu
ce ne andiamo, àbbrizi aprici, paldaneggazi perdonaci, dazzllu
daccelo, gittazzilu gettacelo, polpazzlra pòrtacela; kunsideddìbi
• Così il D'Ovidio IX 79 e il Salvioni Krit. jahresbcr. f. rom. phil. I 128,
anche pel lomb.-ven. ^e nella stessa funzione; ma altrimenti il Marchesini
st. fil. rom. Il lo e il M.-L. it. gr. 211. Questi obietta che ibi può dare nel
srd. solo i e non hi, e ciò è vero, trattandosi di b tra vocali; ma qui può
ritenersi che Vi- di ibi sia ben presto caduto per la condizione atonica in
cui la particella di solito veniva a trovarsi, e il Ij- (o v-) entrava nell'ana-
logia del b- (v-) di bos vos, cioè del pronome a cui [i]bi era primiera-
mente riferito.
192 Guarncrio,
consolatevi, kumpareddihinni compratevene; divìlit diglielo, da-
vilu daglielo, diddibilu diteglielo, deddihila dategliela; Idssaluj
diddili ditele. — Gali.: eu mi me hun mekw, la ti te kun
teku] iddu -a; noi voi iddi- le stesse forme del sass. in elisi,
tranne ci ecce hic in luogo di zi. Il v di vi, sia nella funzione
di 2^ pi. sia di 3* sng., cade nella combinazione debole, mentre
resta intatto nella forte. Avremo dunque: arriketimilli portate-
meli, poltamilli pòrtameli, bokatillu levatelo, bokatmni leva-
tene; paldimaci dacclllu daccelo, lampemmucillu gettiamocelo,
g'ettaóillu gettacelo, isimmuclnni esciamcene; ditilllu diteglielo,
detiillu, dateglielo, divillu diglielo, vindivillu venderglielo, las-
savilla lasciargliela; pisendismni levandosene, bokanillu léva-
nelo ecc. — Còrso: eu e', ma eju in posizione enfatica: Vag'u
da pieng'e eju, e talora anche iu nel epe. e om. aj, me a me
hun meku ecc. ; tu als. io, te a te kun teku ; ellu -a om. iddu
-a, a ellu, ecc.; se a se, no' vo' elli om. iddi', forme in elisi:
mi ti si ci ne om. ni, lu la li le, g^i gli a lui a lei a loro 79 ;
om. zcv. in posizione enfatica a mia a Ha a sia milii tibi sibi
22, ma nell'atonica: ini fi si-, e qui si tolleri l'imperson. ommu
p. e. bst. pmmit si resta un pocu a chiecchierd Le. 224. Per
le forme in elisi è da notare, che lu la li le precede sempre
l'altra particola atona pronominale in cui s'incontri: li mi
lampa me li getto, lasdtelumi ecc. Altri esempj d'affissione: in-
sìnami valitene ajìlene esséndusine, kullèmucine scendiamo-
cene, kullàtevine andàtevine, la m'ai fatta ecc., om. minni tinni
sinni ecc. Con l'infinito: taìammi prigallu falli dalle kullaéci
kampacci tumbassi sgallissi inorgoglirsi 'metter gallo', ecc.;
tenessi avvidecci, pudetti poterti ecc.; ma: tóndemi tosarmi,
ting''emi tingermi, piéng^eti piangerti, pérdeti krédesi éssesi és-
sesiìie ecc.; e nell'om. manca sempre la doppia: dali dargli,
bannali, come vedami vedermi, vedasi vedersi, ecc. — Posses-
sivi. 214. Sass. Innanzi al sost. e con l'articolo: me' lo' so'
per ambo i generi e numeri; dopo il sost. o in funzione sostan-
tivale: ?neju -a mei, tpju -a toi, soju -a spi [la so' mule ri, la
mamma ìneja, lu doju e lu mejic], nplpru -a -i, vplpru, d'ed-
dis. — Gali. Nel primo caso: me to' sp\ nel secondo: meu
-a -i ecc. \ìa me' mamma, V anima mea], npstru vostra ecc. —
Il sassarese, il gallurese e il córso. Il pronome. 193
Córso. Ancora nella prima funzione: me io' so' per ambo i ge-
neri e numeri; nell'altra: meju -a e anche mea mei; ipju -a
ipi; spjti ecc.; npstru vpslru epe. npssu vpssu om. nosu -i vosu
-i. Notevole è mio d'ambo i generi e numeri, di tutto il csm.;
nel epe. e bst. mp d'ambo i gen. e num., sempre tra l'art, e il
sost., la mio vita^. — 215. Còrso. Ai nomi di gradi di paren-
tela i possessivi di V e 2^ sng. sogliono aderire in elisi: màm-
mata mamma tua, bàhhitu babbo tuo, babbituzìu tuo zio pa-
terno, mazla mia zia e simili, efr. per altri dialetti M.-L. it.
gr. 214. — Dimostrativi e relativi. 216. Sass.: killm -a -i
questo -a -i -e, kissu codesto, kirjrhi quello, issa ipse, ilpu iste,
mafessi indecl. stesso; M ka masc. e fem. per persona e cosa,
relat. e interrog.; kassisia qualsisia. — Gali.: kislu kissu ecc.
— Còrso: kuestu oppure stu, kuessa oppure su sa, si se, kiiellu,
stessu, dellu desso; ki ke per ambo i gen. e num., interrog. ki
ka, kiunkue kualunkue ecc.; neutro: co coke; om. kidstu kuiddu
kuissu o 'ssu 'ssa ecc. — Aggettivi pronominali. 217. Sass.:
alprif, alprittantifr dunuim, neutro indeelin. duna 34 ogni e ta-
lora anche 'grande, cosiffatto': m' a daddu duna bera mi ha
dato certe pere cosiffatte; kaJiUi kaJihiunu algunu nisunu 188;
neutro indeelin. nudda; kantu tanta ppgfju troppa tuttu, ecc.
— Gali, altu 182, altrittantu dunnunu kalki algunu nVsunu,
tamaniu tanto Areh. VII 586 n. e Vili 396 n, ecc. — Còrso:
altra, oni sing~ani bst. song" imi singul'uni 114 ognuno, kualki
kualkiduna kualkicosa alkunu nissunu nhamu 9, uni poki al-
cuni pochi efr. friul. Ascoli II 442, nulla, bst. nunda (che forse
va ripetuto dalla ragione stessa che l'Ascoli XI 417-8 assegna
all'it. nierde; per nun non v. nm. 27); certu certunu verunu;
tanta kuantu tamantu; tuttu, tremindìd fm. treminduje e tram-;
om. altru zcv. attrìc urini danni inni dinni 34, luti' innunu,
karki karìddmiu karkikosa nudda, baroni' veruno 35; ecc.
* Non manca nei vóceri qualche esempio di nìt<' ina swi, ma saranno in-
filtrazioni letterarie.
194 (liiarnorio,
Verbo.
Tipi delle conjugazioni. 218. Si riducono a due, perchè,
tranne all'inf. e al prt. pass., è normale il passaggio dei vrb.
in -ère ed -ère nell'analogia di quelli in -ire. — Infinito.
219. Sass. Quantunque nella flessione avvenga la fusione ora
accennata, pure non manca qualche inf. che mostri V-é: ahe
mde' sahbe e insieme pudde. Nel gali., oltre i precedenti, an-
che: pusside Une kride kade, e altresì qualche transfuga della
quarta: vine. Nel còrso non si distingue tra -ère -ère ed
-ire, sempre avendosi l'accento e la desinenza che spettano ad
-è[rej; onde: koì^e curi -ere, diskore leg~e perde piem/e skrive
sparg'e vince ecc. ; {/ode persuade rude letnme ecc. ; more
pale dorme sente vene veste ecc. Nell'om., l'uscita è in -a (cfr.
mii. 210): essa accenda korra cuda fugga pieng~a o pienna
piova ispinna tinna venda', attena obtinere, rida ternma veda',
mora apra esa senta venaK Quanto all'epitesi, csm. -ne om.
-ni, che occorre così frequente, v. nm. 201. — 220. Participio di
PERFETTO E GERUNDIO. — Sass. Formc deboli: kadiiddu e pur
kagguddu (inf. kaggi csidere), palpaddit piazuddu vindudda ecc.
Tra il forte e il debole: ilpèt^ridit. steso, móhidda mosso, che
son nella ragione del log., Ascoli II 432 n. — Gali.: piacutu
lig~g~utu vindutu krisutu kimnisulu kumpaì^uia sig''iUii tra-
dutu ecc.; e da vrb. di 4^: isiUu [flrutii] paltutu vinutu vi-
stutic ecc. Esemplari forti: presu tenta ecc. — Còrso: kunisittn,
kriduta ricevuta valida ecc.; persu stesa messu intesa ecc.
Per la P conj. frequente la forma accorciata: kassu cassato,
pesku pescato, tomba ucciso, trova iahindèku o inhindikit
Ort. 262, VI. 109 invendicato, om.huska buscato trovato, kom-
pra tumba ecc. — Pei gerundj, v. nm. 4. — 221. Circa le de-
sinenze PERSONALI non accade avvertire se non la vocale al-
l'uscita della 2^ e 3^ pi., che è i per entrambe nel sass. gali, e
crs. om., mentre il crs. csm. e epe. ha e nella 2^ e u nella 3''.
— 222. Indicativo presente. — Sass. Frequente la gutturale
* Fa assoluta eccezione la varietà di zcv. , che anche conserva l'antica
sillaba finale: andari davi siavi sapiri vidiri viiliri imiriri ecc.
Il sassarese, il gallurese e il còrso. Il verbo. 195
analogica nella l"^ prs. sng. (v. i nmm. 230 232): so/jgii sono,
doggu ilpQgfju, soggu so, ceggi(, biggu bevo. Vo di fozzu faccio
dipenderà forse da forme come soggu e simili ; e su fazi facit e
cliii dicit saranno foggiati dazi da, ilpazi sta, e bizi beve. —
Gali.: sokit dokio stokit sokit viku hiku deku foccu. — Corso.
Mancano al csm., ma nell'om.: doku vikto. Specifiche della va-
rietà di zcv. : soju sono e so, doju do, vojic vo; e comuni a
tutto il csm. alcuni pres. ind. e imperat., derivati coti la gutturale
analogica, susseguente a l, r, n: falgu scendo da faldy mgrgu
diffuso in tutta l'isola, summenga semina Mt. 95, shuttongu
sbottono Le. 228, kamminge cammina imperat. 2* prs. sng,, oltre
pongw tengu come nell'it.; om. kurgu corro. — 223. Un par-
ticolare dove fonologia e morfologia si confondono, per dirla
con l'Ascoli II 151 n. e 398 (v. ora M.-L. II § 203), è l'infis-
sione palatile nel pres. indicativo (sass. gg, tmp. g'g" clng. ce,
crs. g~ 0 e, cfr. nm. 108): sass. nppeddrigegga da appeddriggd,
huziegga kujuhegga mimmegga diuneggani uhharegga ecc. ;
gali, huciicca da bucid, kumparig~g''ii liarig~g~i sunnng''g~'a ecc.;
crs. dissipeg''a dissipa, lapideg^i kalcécinu calpestino ecc. cfr.
Falc. 577; si estende anche al cong. , imper. e inf. : bst. kac-
cig''g''d, millanl:ag''g'd ecc. — 224. Imperfetto. — Sass. Le voci
analogiche del pres. si propagano talora all'impf.: dazia ilpazia
e simili. — Gali. Talora vi si continua l'infissione di cui era
dianzi parlato: tmp. dag~g~/a clng. daccla, andag~g''la stag"-
gìa. — Còrso. Nulla di notevole, se ne togli l'epentesi di j
nell'ora, e nel epe. (cfr. nm. 52 e 63): kantàja aija ecc., pw-
tdje -djemu-djete -djenc, ave'je o alje, facèjenu ecc. Isolato deja
dabam nm. 4. — 225. Perfetto. — Sass, e Gali. Non soprav-
vive che una forma, quella col carattere sibilante: -si {-es'i -is'i),
che ha attratto nella sua orbita tutti quanti i verbi. Ora però
nella viva parlata va prendendo il sopravvento il prf. composto
con 'essere' o 'avere'. — Còrso. Le forme deboli son nelle ra-
gioni dell' ital. -ai -avi ìi -ivi; nel epe. e in qualche varietà
csm., come nel Niolo, con l'epentesi di _/: purtaju temeju kri-
deju, ni. kaskaju ecc., cfr. nm. 63, Forme forti: intesi spesi e
simili, ni. intesu, korsu morsit piensi giunsi ecc.; vidi bebbi,
bst. ppbbe potè ecc. Frequenti, nel bst. segnatamente, le forme
196 Guarnerio,
analogiche foggiate su dedi: biilede volle, stedi stette, fede
fece, arrivedi piledi hindedi pinsede ecc. — 226. Futuro. —
In tutti e tre la formazione normale; ma non mancano traccie
.di futuro con l'ausiliario 'avere' sciolto e preposto: sass. aggu
a di dirò, abeddi a intra entrarete, tmp, ag~g~u a dì, à a hat-
tizd; crs. om. ag'^g'^u a piddà, ag''g'i(' a smintà dimenticherò, e
simili. — 227, Congiuntivo presente. — Sass. Caratteristica
del modo è '■la, comune a tutti e due i tipi della conjugazione,
con l'accento ritratto nelle due prime voci del pi.: finia finiami
flniaddi finiani. Tipi analogici propagatisi dalla P sng. del
pres. ind.: dogijia ilpQggia vegijia biggia, fozzia ali. a fazzia. —
Gali. Ancora '■ia, ma nel tmp. si tende a espungere Va, in ispecie
nel pi.: finia finimi finiti finini) secondo il pres. ind.: [molg~a
6 n e 81], vpddia, oiki biki deki, focca. — Còrso. Pur qui qual-
che forma analogica: bst. vaga, om. vika. — 228. Cong. imper-
fetto. — Sass. e Gali. Anziché la desinenza normale -essi o
-issi, assume talora V-ussi dell'ausiliare 'essere', e così questo^
come gli altri verbi aggiungono la caratteristica del modo Ha,
propria del cong. pres.: fùssia aùssia ecc., come parimenti la
possono affiggere le forme regolari : intressia vulissia ecc. —
229. Condizionale. — Sass. e Gali. Unica forma quella in -ia,
ma pur comune la perifrastica con dia doveva : dia ape', diaddi
abé, avrebbe avreste. — Còrso. Preferisce la forma -ia, ma
non del tutto spenta nella 3'^ prs. sng, e pi. e P*^ pi. l'altra: -ebe
-èbemu -èbenu, specialmente nel epe.
Paradigma degli ausiliarj. 230. ''essere'; sass.: inf. esse
o asse', prt. ilpaddu; ger. sendi) ind. pres. soggu sei e, semmu
seddi SO) impf. era eri era, eràmi e'raddi erani; prf. fus'i
per le tre del sng., f usimi fusiddi fùsini', fut. saraggu sarai
o sare sarà, saremmu sareddi sardni; cong. pres. sia si sia,
siami siaddi siani', impf. fassi per tutto il sng,, fùssimi fi'is-
siddi fùssÌ7ii, ma volgarmente: fùssia fùssiami fùssiaddi fùs-
siani] cond. saria sarilpi saria, sariaìni sariaddi sariani ) —
gali.: esse, stata, essendi] soku se' e, semmu seti so; era;
fus'i; sarag^g^u clng. sarac cu, sare sarà; sia; fussi; saria; —
còrso: esse om. essa o èsseri, stata, essendu; so om. zcv. sojii,
si fj, smnma om. simmu, seti om, siti e anche este, sonu o so;
II sassarese, il gallui-ese e il còrso. Il verbo. 197
erio evi era erdinu e rate e rami, epe. ere èrete érenu e eoi
g~- prostetico g~eì^e fferenu ecc. v. iim. 79, om. eràmi érati érani',
fui fusti fa, fmmnic faste fu7iu o furnu; sarac it sarag'u o
serag'u, sarai o serai om. saré, sarà; sia; fussi', saria o se-
ria, saresti o seresti, saria o sarehe. — ^ avere'', Sass.: ahe\
audda, ahendi; aggic ai a, abemmu aheddi ani] dbm abii
àbia, ahiami abiaddi abiani ; abisi abis'ilpi abis'i, abls'imi abi-
s'iddi abis'ini', abaraggu, abarai o abaré, abarà, dbaremmu
al)areddi abarani, oppure agg' abe ecc.; agga aggi agga, àg-
gami àggaddi àggani', abissi per le tre pers., abissimi ablssidi
abissini, ma volgarm.: abùssia -iami -iaddi -iani', aliarla aba-
rilpi abaria, abayHaìni abariaddi abarìani;- gali.: ae, autii,
aendi; aggu clng. accu, ai a, aemmu o emmu, aeti o eti,
ani; aia air, ais'i aisisti] aaraggu o arag~'g~u, aare o are,
aard', agg~a o acca, agg''i ag'g'a, dg'g'i'mi àg~g~iti dg''g~ini;
aissi 0 ai'issia; aarla o aria, aaristi;- còrso: ave', avutu,
avendii; ag'^u o ac'u, ai a, avemniu o emmu, avete o ete ora.
aveti 0 eti, anu om. ani: avia avli avla, aviamu aviaie avlanu,
epe. aveje o aije, aiemu aiete aienu, om. aija', ebbe ébbinu po-
chissimo usato; avragx^ o avracu, averai averd, ava^emmu
-ete -anu, om. aurag^u aure' aura; ag''i o aci om. ag''a, àg^amu
dg''ate dg''anu e anche abbi dbbimu; avessi e anche avissi]
averci -esti -ebe, oppure averta -isti, om. aurei -ebe o auria -isti.
Paradigma dei due tipi di conjugazione. 231. '■amare']
sass.: ama amaddu amendi; amu -i -a -emmu -eddi ^ani;
amaba -bi -ha -dbami -dbaddi -dbani ; ames'i per le tre del
sng. ^, ames'imi -es'iddi -e's'ini', amar aggu -arai o -are, -ara
-aremmu -areddi -arani^ oppure la perifrasi; àmia ami dmia
àmiami dmiaddi ^ dmiani; amessi per le tre del sng., ames-
simi -essiddi -essini ; amarla -aì'ilpi -aria -ariami -ariaddi
-ariani', ama dmia aìnemmu -eddi nani;- gali.: amd amatu
* Lo Sp. or. I 102 dà manesti per la 2* prs. sng. del perfetto, ma non è
in uso che nel parlare delle persone colte.
* La l"* 0 la 2^ pi. del cong. pres. hanno l'accento analogico sulla prima
sillaba, cosi come l'hanno sulla terzultima lo corrispondenti persone del-
l'imperf. indie.
198 Guarnerio,
amendi\ amu ameti', amaa -ai -aa -àammu -dati -dani; aines'i',
amarag'g'u o amar ac cu -are -ara] àmia, 3* pi. dinini', amessi;
amaria; ama àmia\- còrso: ama oppure csm. amane om.
atnani, a?natu amendu; amu -i -a -emmu -ate oui. -ali ^ ^anic
om. ^ani', kantava -avi -ava -dvamu -dvate -dvanu, epe. purtaje
per le tre del sng., -àjemu -djete -djenif, om. hantaa o kantaja
kantai] hantai ni. kaskaju, kantasti -ó -ammu -aste -gnu bst.
-ormi ora. -oni\ kanterag'u o -acu^ -ai -à -emmu -eie -anu,
om. amare per tutto il sng., -eli -ani; kanti per tutto il sng.,
epe. kante, kdntimu Hte Hnu, om. ^iti ^ini; kanlassi -assi -asse;
kantaria o -erìa, -aristi -arebe o -evie, kantarèhemu o -ariemu,
-ariste o -eriste, kantarébenu o -arienu; kanta -i -emmu -ate
Hnu. — 'finire'; sa ss.: fini fmidda fìnendi; fimi -i -i -immu
-iddi -ini; finla -li -la -lami -iaddi -lani; finis i pel sng. ^, -Is'hni
-Is'iddi -Is'ini ; fìniraggu -irai o -ire, -irà -iremmu -ireddi
-irani, oppure la perifrasi; flnia pel sng., flniam,i ^iaddi -iani;
finissi pel sng., -issimi -issidi -ìssini ; finirla -irilpi -irla -irlami
-iriaddi -irlani; fini -ia ^iami ^iaddi o ^iddi, ^iani;- gali.:
fini finitu finendu; finti -i -i -immu -iti ^ini; finla -li -ia; fi-
nis'i pel sng., -Is'imi -Is'iti -Is'ini; finirag'ffu o -accii, -ire' -irà.
-iremmu -ireti -irani; flnia oppure fimi pel sng., flnimi -iti
^ini; finissi; fiinirla; fimi;- eórso: senti o sente, om. sintl o
senta f sentitu sintendu; sentu -i -e -immu -ite ^enu o -unu;
sentla -ti o -le; sentii -isti -l -immu -iste om. -isti, -inu; sentirò
0 sentir ag'u, -ai -à; senta pel sng., séntiamu Hte -ini, om. senti
sentimi; sentissi; sentirla.
Verbi irregolari. 232. 'andare' ; sa ss.: andà andaddu
andendi; anda -i -a -emmu, -eddi ^ani; andaba; andes'i; an-
daragga; àndia; imper. vai o vazi;- gali.: andà -atu -endi;
anda; andaa e più comune ayidag'g'la o -accia; andes'i; àndia
àndimi; anda tu;- còrso: andà om. zcv. andari, -atu -endu;
vo om. zcv. voju, vai va andemmu, andate zcv. andetii, vana
om. vani; andava om. andaa; andò bst. e om. andede, an-
donu; vada vadi vada bst. vaga, àndimu vddinu; anderla;
vàitine vattene. — 'dare'; sass.: da daddu dendi; doggu
* Lo Sp., ib. 122, da ftnìsli; ma anch'essa ("• forma dotta.
Il sassarese, il gallurese e il córso. 11 verbo. 199
dai da o dazi, demmu deddi dani; daha o dazia, daziani;
desi des'iddi', daraggic darà; dóggia o ddggia, dnggiaddi dóg-
giani; darla;- gali.: dqku o daku, da dani; dag''g''ia o dac-
cìa; desi; darag''g''u; dia diani; dessi',- còrso: da zcv.
da)H, data dendic: do om. dohio zcv. doju, dai da; deja; dedi
-esti -ede -e' dime; darag^io darà; dia diete. — 'fare'; sass.:
fa faddu fendi; fozzu fai fazi o fa, femmu feddi fàzini;
faida; fes'i; faragga; fózzia o fdzzia, fozzi fdzzia fózziami
fózziaddi fózziani; fazzaria;- gali.: fa fatte fendi; foccu
fai 0 focci, faci femmu feti fdcini; facla o fazia; fes'i; fa-
rag gu; focca o facca, f deciti fdccini; fessi; farla;- còrso:
fa fattu facendu o fenda; faccu fai o faci, fa o face om.
faci, femmu feti fami om. fani; facla o fecla epe. facle fa-
cèjenu; feci bst. fedi, fece feste om. facisti, fècenu; farag''u
0 feragu; facca; facessi o fessi zcv. facissi; farla o feria
Q'^Q. farete. — 'stare'; sass.: ilpà ilpaddti ilpendi; ilpQggii
iipai ilpazi ilpemmu ilpeddi ilpani o ilfàzini; ilpaha o ilpa-
zia; ilpes'i; ilparagga; ilpoggia ilpQggi; ilparla;- gali, sta
stata stendi ; stoku stai sia slemmu steti stani ; stag^g^ia ;
stesi;- còrso : sta zcv. stari, statu slendu; sto stai sta sternmu
steti stame om. stani; stava; stedi; starag'u; stia stiamnm;
stessi; starla. — 'dovere'; sass.: dibi dihiddu dehendi; delm
dehi dehi o de\ dèhini o deni; dibia o dia o duìna, dihii di-
hla dilnami dihladdi dihiani o dlani; déhia debimi dèbiaddi
o dehiddi, dèbini; dibissi;- gali.: dii diutu; deku dei dei o
de', dèimmu o demmu, de iti o deti, deini o deni; diìa o dia,
din 0 dli; deki dekimi de'kifi; dilssi diissini; diaria o dia; —
còrso: deme deve devenu; duvla o deja, duviate ecc.; du-
vranu ecc.; duvesse. — 'bevere' ; sass.: bibi o bii, biddu
bibendi; biggu bii bizi bìzini; bibis'i; biggia bìgQiani; bi bi-
iddi;- gali.: bl, bitu, biendi; bii beve, blini; bila bilani; bi-
is'ini; biki; bi biti;- còrso: bivi o beje om. bia, belu o bejutu,
biendu; beju bei bee o beje, bilmmu om. bimmu, bèjenu; biia;
bebbi; bierag^u bierd; beja ; bierebe ; bilie. — 'potere' ;
sass.: pudde pududdu pudendi; possa poi pò pudernmu pu-
deddi poni; pudia; pudls'i; pudaraggu pudare; póssia pós-
siami ppssiaddi póssiani; pudissi; pudarìa;- gali.: pude
200 Guam e rio,
picdulw, ppssu ecc. conforme in tutto al sass.;- còrso: pude
zcv. pule 0 piUeri ; possa poi pò pudemmu bst. e om. pu-
temmu, pudete ppmiu; pudia\ pudci -esti -è bst. pphbe; pu-
dracu pudrà pudranu; pgssa possi possiti; pudessi. — '•sa-
pere'; sass.: sabhe sabhuddu sabhendi; sofjQu sai sa sah-
hemmv, sabbeddi sani; sabbia; sabbaraggii sabbare'; sappia
sdppiaddi, ma sono forme italianegglanti ; sabbissi;- gali.:
sape' sapida sapendi; soka sai sa sapemmu sapeti sani; sa-
pia; sapis'i;- còrso: sape' zcv. sapiri, saputu sapendu; so
zcv. soju^ sai sa sapemmu sapete satin; sapia; seppe; sappi. —
^vedere' ; sass.: vide vilpit videndi ; veygu vedi vedi vi-
demmu vid^ddi védini; vidia; vidis'i; vidaraggu vidare; veg-
lia'veggi véggiami vég giani;- gali.: vide vistu; viku viditi
vìdini; vidia; vìkia vikimi vikini;- còrso: vede o vedi zcv.
veda 0 vidiri, vista o viduta, vidcnda zcv. vidennu; veggu
ni. veku zcv. vekku esc. viku, vedi om. vidi, videte vedenti; vi-
dia; vidi vide om. viddi viddinu; viderac'u vidré om. vidare';
veOga om. vika. — 'volere'; sass.: vule vuluddu vulendi;
vola voi vp vulemmu vuleddi vplini o voni; valla ecc.; vu-
lis'i; vpla vòìaddi; vulissi; vularia;- gali.: vule', vulutu o
vidzutu, videndi; vpddu voi; vulia; vpddia vpdditi; vulissi o
vuUssia;- còrso: vule zcy. vuliri, vulutu o vulsutu; vpìu
zcv. vpddu, voli 0 vpi, vple o vp, vulemmu vuleie vglenu o
vpnnu om. vomii; vuUa; l'plle bst. vulede epe. e om. vplse;
vurre' vurrd; vpla; valessi om. vulissi; vurria bst. vulerebe,
vurriste vurrianu. — 'vivere' ; sass.: vibi vibiddu vibendi;
vibu vibi vibimmu; vibia; vibis'i; vibia; vibissi;- gali,: vii;
vlu;- còrso: vivi om. viva; viventi. — 'morire'; sass.:
mutH molpu mtirendi; "mojju nm. 123 II, mori mori murimmu
muriddi marini; rnuria; muris'i; muriraggu; mpj'ja nipjji
mpjjami mpjjaddi mpjjani;- gali.: muri; molgu mori; mòlg~a
nm. 6n e 81, molg^i mòlg'imi mólg'iti mòlg'ini;- còrso: mpre
zcv. mariri om. mun o mora; mprgu o mptm, mori mpre mc-
renu; muria; morsi ni. morsu, morse; murerà; morga.
rContinuaz. e fino in questo stesso volume.]
ANNOTAZIONI SISTEMATICHE
alla «Antica Parafrasi Lombarda del Neminem
laedi nisi a se ipso di S. Giovanni Grisostomo »
(Archivio VII 1-120) e alle « Antiche scritture
lombarde» (Archivio IX 3 22).
DI
(Continuazione; v. Arch. XII 375-440.)
Sommario: — I. Sigle. — II. Grafia. — III. Lessico. —
IV. Fonetica. — V. Morfologia. — VI. Sintassi. — VII. Varia.
A due dei paragrafi già studiati (I, III), mi sia lecito, prima di conti-
nuare queste 'Annotazioni', presentare al benevolo lettore una serie di
'Aggiunte' e rispettivamente di 'Correzioni'.
Al paragr. I (Sigle; XII 375-81).
Aggiungo le sigle seguenti, relative a pubblicazioni omesse o venute
più tardi alla luce :
af. = Una canzone di Maestro Antonio di Ferrara e l'ibridismo nel lin-
guaggio della nostra antica letteratura, di P. Rajna, in gst. XIII 1 sgg.
arb. = Glossario del dialetto d'Arbedo, per V. Pellandini con illustrazioni
e note di C. Salvioni, in 'Boll. stor. d. Svizzera it.' XVII-XVIII.
bars. = Die sprache der reimpredigt des Pietro da Barsegapé, von E. Kel-
ler; Frauenfeld 1896.
best. =5 Ein tosco-venezianischer Bestiarius, herausgegeben und erlàutert
von M. GoLDSTAUB und. R. Wendriner; Halle a. S. 1892.
bot. = Studio di lessicografia botanica sopra alcune note manoscritte del
sec. XVI in vernacolo veneto, di J. Camus, in 'Atti dell' Istit. veneto'
s. VI, t. II.
ArchiTio glottol. ital., XIV. 14
202 Salvioni,
brend. = La '' Navigatio Sancii BrendanV in antico veneziano, edita e il-
lustrata da F. NovATi; Bergamo 1892. V. rràa. XXII 300 sgg., Rass. bibl.
d. lett. it., I, fase. 2.
bvic. = Vocabolario del dialetto antico vicentino, di Don D. Bortolan ;
Vicenza 1894. V. gst. XXIV 266 sgg.
ca. = Una redazione tosco-veneto-lombarda della leggenda versificata di
Santa Caterina d'Alessandria, di R. Renier; in stfr. VII 1 sgg.
cad. = Antiche laudi cadorine edite da G. Carducci; Pieve di Cadore 1892.
cavass. = Le Rime di Bartolomeo Cavassico, notaio bellunese della prima
metà del sec. XVI, con introduzione e note di V. Gian, e con illustrazioni
linguistiche e lessico di C. Sat.tioni. Due volumi; Bologna 1893-4 ('Scelta
Romagnoli' disp. 246-247). Le cifre rimandan senz'altro al 2° volume.
cb. = La cantilena bellunese del 1193, di C. Salvioni; nella Miscellanea
'Nozze Gian-Sappa Flandinet'; Bergamo 1894.
cm. = Tre corredi m,ilanesi del quattrocento, illustrati da G. Merkel.
Roma 1893; in 'Bollett. dell'Istit. st. ital. ' num. 13. Gito le pagine del-
l' estratto.
cmezz. = Nuove considerazioni sopra un contratto di mezzadria del sec. XY,
di C. GiPOLLA. Verona 1892; nel voi. LXVII, s. IH, dell'Academia di agricoltura,
arti e commercio di Verona. Si cita l'estratto, che ha numerazione propria.
die. = Framm,ento di un antico manuale di Dicerie pubblicato da A. Me-
DiN e illustrato da V. Crescini; in gst. XXIII 171 sgg,
dlm. = Un miracolo della Madonna. La leggenda dello Sciavo Dabnasina,
di L. BiADENE. Bologna 1894; in 'Propugnatore' N. S. voi. VI. Cito secondo
la paginazione dell'estratto.
d\. = Il dialetto di Verona nel secolo di Dante, di L. Gaitee; in 'Ar-
chivio Veneto' XXIV.
dver. = Documenti dell' antico dialetto veronese nel sec. XV, pubblicati da
GB. C. Giuliari. Verona 1870, per Nozze Miniscalchi-Erizzo Ponti.
fv. = Fiore di Virtù. Saggi della versione tosco-veneta secondo la lezione
dei mss. di Londra, Vicenza, Siena, Modena, Firenze e Venezia, editi da
G. Ulrich; Lipsia 1895.
gb. = Una leggenda di S. Giovanni Battista del sec. XIV, pubblicata da
G. Ferraro; in 'Archivio per le tradiz. popol.' XIII.
gel. = Il Gelindo, dramma sacro piemontese della natività di Cristo, edito
con illustrazioni linguistiche e letterarie da R. Renier; Torino 1896.
Annotazioni lombarde. — I. Sigle (Aggiunte). 203
gp. = La guera de Parma. Ein italienisches gedicht aiif die schlacht von
Fornuovo 1495, herausgegeben von H. Ungemach; Schweinfurt 1892.
gpa. = Girardo Pateg e le sue '•Noje\ testo inedito del priìno dugento.
Nota di F. NovATi; nei 'Rendiconti dell' Istit. lombardo' s. II, voi. XXIX.
guai. = Accenni alle origini della lingua e della poesia italiana e di al-
cuni prosatori e rimatori in lingua volgare bolognesi e veneziani dei sec. XIII
e XIV, per A. Gualandi; Bologna 1885. A pp. 18-22 è stampato un lungo
documento notarile in volgar bolognese.
if. = Pei' la storia d'Italia e de' suoi conquistatori nel M, E. più antico,
ricerche varie di C. Cipolla; Bologna 1895. Si ricorda specialmente que-
st'opera per le dotte considerazioni intorno alla nota Iscrizione del duomo
di Ferrara, pp. 607 sgg., 689-90, e tav. V.
im. = Il castello di Mesocco secondo un inventario dell' anno 1503, di
E. Tagliabue; in 'BoUett. stor. d. Svizzera it.' XI 239 sgg.
ipn. = La iscrizione volgare del Ponte Navi in Verona dell' anno 1375,
di C. Cipolla; in 'Archivio veneto' XI. S'allega anche per i documenti
in volgar veronese che forman l'Appendice.
kj. = Kritischerjahresbericht uber die fortschritte der romanischenphilologie.
Ib. = Altbergamashische sprachdenkmàler, herausgegeben und erldutert von
J. E. Lorck; Halle a. S. 1893. Cfr. Itb. XIV 445, XV 53 sgg.
Im. = Il Lamento della sposa padovana nuovamente edito di su la per-
gamena originale, a cura di V. Lazzarini; in 'Propugnatore' N. S., voi. I,
parte L* Si citano i versi.
Iv. = Una lettera del 1297 in volgare veronese, per C. Cipolla; in 'Ar-
chiv. stor. it.', 1882.
Iver. = Lauda spirituale in volgare veronese del sec. XIII, edita da C. Ci-
polla; in 'Archiv. stor. it.' s, IV, voi. VII, pp. 152 sgg. — Questa lauda
fu poi riprodotta, in lezione che stimerei definitiva, da F. Pellegrini in
gst. XXIII 158 sgg.
md. = Iresti antichi modenesi dal sec. XIV alla metà del sec. XVII, editi
da F. L. PuLLÈ; Bologna 1891 ('Scelta Romagnoli' disp. 242).
mtt. = Cronaca bolognese di Pietro di Mattiolo, pubblicata da C. Ricci;
Bologna 1885 ('Scelta Romagnoli' disp. 153).
np. = Nozze principesche nel quattrocento. Corredi, inventari e descri-
zioni, a cura di Emilio Motta (Milano 1894), per Nozze Trivulzio-Cavazzi
della Somaglia.
on. = Di un inedito volgarizzamento dell' '' Imago mundi'' di Onorio di
Auiun, edito da V. Finzi; in zst. XVII, XVIII.
204 Salvioni,
pm. = Del trattato dei sette peccati mortali in dialetto genovese antico, di P.
E. GuARNERio ; nella Miscellanea ' Nozze Cian-Sappa Flandinet ' ; Bergamo 1894.
pstr. = / processi contro le streghe nel Trentino cavati dai documenti e
pubblicati con introduzione e note da A. Panizza; in 'Archivio trentino',
1888-90. Cito i quattro fascicoli di estratti, rimandando con la cifra ro-
mana al fascicolo e con l'arabica alle pagine, che son numerate come nei
corrispondenti volumi dell' 'Arch. tr. '.
pv. = Antichi testi di letteratura pavana, pubblicati da E. Lovarini; Bo-
logna 1885 ('Scelta Romagnoli' disp. 248).
qt. = Il castello di Quart nella Valle d'Aosta secondo un inventario ine-
dito del 1557, di C. Merkel; in 'Bollett. dell' Istit. stor. it.' num. 15, Si
citan le pagine dell'estratto.
rv. = Contrasto della rosa e della viola, di L. Biadene; in stfr. VII.
sf. = Statuto della fraglia dei muratori [di Padova] edito da G. Lupati;
Padova 1891.
srv. = Il Serventese dei Lambertazzi e dei Geremei, di FI. Pellegrini;
Bologna 1892; in 'Atti e Memorie della r. Deputazione di Storia Patria
per le provincie di Romagna', s. Ili, voi. IX. Si cita l'estratto che ha nu-
merazione propria.
stb. = Statuti delle società del popolo di Bologna, pubblicati da A. Gau-
DENZi, voi. I; Roma 1889.
td. = Due antichi testi dialettali pubblicati da K. Bartsch e A. Mussafia ;
in ' Rivista di filologia romanza ' fase. V, VI. Si cita l' estratto che ha nu-
merazione propria.
tri. = Dal Tristano veneto, di E. G. Parodi; nella Miscellanea 'Nozze Gian-
Sappa Flandinet', Bergamo 1894.
vq. = Il Contrasto bilingue di Rambaldo di Vaqueiras, di V. Crescini ; in
'Atti e Memorie dell'Accademia di scienze, lettere ed arti in Padova' VII disp. 2.^
w. = Intorno ad alcuni testi nei dialetti dell'Alta Italia, recentemente
pubblicati, di A. Wesselofsky; in 'Propugnatore' voi. V.
Al paragr. Ili (Lessico; XII 384-440, 467).
Ho per questo paragrafo le seguenti 'Giunte e Correzioni':
ahitanQa abitato 25, 22-3.
agreqo; cfr. berg. e bresc. gresù, a. padov. agrezd (Magagnò II 23v), e
v. gel. 164.
Annotazioni lombarde. — HI. Lessico (Giunte e Correz.). 205
aguaitar; v. gel. 180.
aguagnar guadagnare 81, 21. V. num. 110, e gel. 180.
ahumanir render umano 107, 12.
alainar; v. ca. less. Circa il significato e l'etimo, è pur notevole che
il monf. abbia tudesch come termine opposto a ladin scorrevole.
amassai riuniti, adunati, 85, 16. 25.
angossa; cfr. mil., berg., mant. ingóga nausea, schifo, venez, far an-
gossa stomacare, e v. pure bars. gloss. s. 'angossoso'.
aogia; cfr. a. e mod. gen. agogia, Vili 59, 22, agògga.
ape;y. Vili 35, 11; 54, 36, guai. 19, 20.
apena. Altri esempj: H, 31; 12, 2 {a penare); e v. bars. gloss.
aprender; v. brend. 103, ca. less.
arengo 13, 23: sonar l' arengo deve aver significato affine al vie. sonar
rengo ' quando i botti della campana avvisa il popolo che il patibolo la-
vora ' (Da Schio).
arlia. Cfr. anche il bresc. rilia.
arranciglio; v. rv. gloss, s. 'darenza'.
ascharo. La citazione del Diez va così corretta: IP s. 'asco'. — Quanto
alla possibilità di mandare insieme la nostra voce e il tose, aschero, ri-
cordiamo 'angoscia', che da una parte viene a dire, come qui sopra si
vede, 'schifo, nausea', e dall'altra, come nella Valtellina (Monti), può si-
gnificare 'brama ardente', avendosene ancora il verbo angossi bramare ar-
dentemente. Il lomb. àmpia può dire analogamente: 'brama vivissima' e
'conato di vomito' (v. arb. nelle giunte al gloss.). Per l'etimo, riverremo
poi a quella base germanica che il Caix già proponeva per 'aschero' in
quanto dica 'voglia, vivo desiderio', ed è nell'ingl. to ask, ted. eischen, che
nel gotico avrebbe dovuto sonare *aiskón (Kluge, s. 'heischen').
ascurir. Da ascuran, 54, 36, vorrebbe il Mussafia ^ inferire nnascuràr,
poiché, dice egli, da ascurir vorremmo ascurissan. Ma poiché abbiamo per-
seguan ali. a perseguissan (num. 142n), sarà lecito chiedere se non ne po-
teva andar promosso un ascuran ali. a ''^ascurissan.
ascurqar^ cfr. ven. scurzar, e ascurgar VIII 19, 3.
a,smorsar; cfr. asmorzar best. gloss.
auegnimento: per auegnimento 'per accidente' 21^ 34.
augugo. Lo squedela, che si ricorda in questo articolo, ha ora conforto
da squidella gpa. 18. Onde dovremo ammettere che la confusione tra squela
e scudela sia da attribuire ai parlanti piuttosto che allo scriba.
auia. Un altro esempio: 20, 3. Cfr. pure pav. avi e avia.
' Qui e nel seguito di questo Giunto, mi riferisco ad avvertimenti che
l'insigne romanista ebbe la benevolenza di rivolgermi privatamente, non
appena comparse le 'Annotazioni lessicali'.
206 Salvioiii ,
hacheta dirà senz'altro 'giurisdizione, signoria'; v. pst. Il 210, ecc.
harozo; v. num. 18.
bauchar. Si ricordi pure il ven. baucar baloccarsi, essere distratto, star
come stupido, baùco balordo, l' a. ven. balcar guardare (Mutinelli, Boario),
il ferr. balcar squadrare.
beneexir; r. XII 467, arb. s. 'benesii' e nelle Giunte, e cfr. a. gen. be-
nixi Vili 35, 33, beneisiam 17, 38.
beneeson, maleeson; v. XII 467, dove però va notato che la costanza
del -5- (v. ancora beneixon VIII 331, benedesone stb. 384 *) c'induce ora a
leggere benee- maleeson, forma che proviene da -esir ecc. e corrisponde-
rebbe a un it. 'benedicione\
bidaxo; cfr. posch. bida capra, bidon uomo grosso e inerte.
boaqa; v. cavass. gloss. s. 'buaza'.
bruQO; v. VIII 334 s. 'bruda', pav. briigì muggire, ecc.
bus sei a bossolo, bussolotto, 52, 25.
butar; cfr. buiava lacreme VIII 44, 32-3, butà in ec rinfacciare, a S. Vit-
tore di Mesolcina, valses. arneuggiée e innogiée rinfacciare, sic. ittàri an-
nòcchiu rinfacciare.
caga; v. bars. gloss.
e ab a net a 46, 25; cfr. cabana VIII 335.
caileto. In matt. è cadellieto, nel bri., cadelepo (da cui ha conferma il
cadelepo del gloss. A^ ap. Mussafia beitr. s. 'cadeleto'); e l'a. orv. ha cn~
rileto (Diario di M. Tommaso ecc. col. 58). Un candaletto è nel Vocabolista
bolognese del Bumaldi, che raccosta la voce a 'candela'; e forme moderne,
da aggiungersi al beiti", s. 'caileto', sono il valses. cariilècc, il mant. cadlég.
camiso. Nel venez. è pure càmiso -e, dove meglio s'aspetterebbe canieso,
e il piem. ha càmìls camice, camicia, sacco da morto. Nel diz. Tommaseo-
Bellini, è poi camiscio, che sarà camiscio e che ritrovo nell'a. senese (Ca-
pii, d. Disciplinati ecc. ed. da L. De Angelis; Siena 1818; p. 114).
* L'a. boi. benedxsone significa 'focaccia', come appare dal contesto (cin-
quanta benedesone onero fogace); e il perchè del curioso traslato è in una
disposizione statutaria che si legge nello stesso volume del Gaudenzi
(p. 158): «Ordinamus quod massarius habere debeat unam fogatiam prò
benedictione, que debeat dari inter socios. » Ne viene buona luce anche al
lomb. benis, confetti, coriandoli zuccherati, che noi, arb. s. 'benesii', con-
sideravamo come un deverbale da benisì. Cfr. d'altronde pure il mod. boi.
bandiga, regalia che si concede agli operaj a opera finita, far bandiga ban-
chettare, mangiare lautamente in campagna.
Annotazioni lombarde. — III. Lessico (Giunte e Correz.). 207
campo. Vedi Schuchardt Itb. XIV 95.
canal rigagnolo 72, 37.
candeo. Se la voce è schiettamente popolare, ricorreremo per re(num. 20)
a un dissimilato *candit-.
carena dimostrazione d'affetto 47, 9.
carrera; cfr. catara gpa. I 7, 8,
cauagna 82, 37. Notisi il significato, certamente occasionale, di 'cu-
stode, depositario'.
cengiar: porco cengiar. Ritorna la combinazione nel ven. porco cengial,
berg. porc singial. Circa cignale, v. ora la bella dichiarazione del Bianchi,
XIII 221 n, che sarà quasi sicuramente avvalorata dal porci cignuti, ricor-
rente a più riprese in una filastrocca ap. Giannini, Canti pop. d. montagna
lucchese (pp. 216-7).
chicca. Al Mussafia pare strana la similitudine in cui questa voce com-
pare; ma egli di certo s'acqueterà pensando al lomb. san cume'n co, ai
berg. sa cuniè u brons, cumè u cornai, cumè u grop de riier.
chionera; cfr. anche ver. ciodara, berg. ciodera, ecc.
chiiicar; la voce è anche lombarda, ricorrendo ciochée, secondo il Monti,
in qualche villa del lago di Como.
cinggala; cfr. anche mod. zinzèla, pav. gengcila, ecc.
Cirio; cfr. pure pav. zh^i.
cognesser; v. num. 9.
cognossemento discernimento, ragione, 89, 32-3.
comprender; v. Vili 47, 12.
confessor. Piuttosto che per 'confessionale', ora lo renderei per 'con-
fessione, altare della confessione'. La voce (confessorium, in confessore)
ricorre frequente in testi medievali pavesi, e vedine Merkel, L'epitaffio di
Ennodio, pag. 72 n. La nostra forma, che non dev'essere popolare, e il
confessore de' testi latini accennano, piuttosto che a confessorium^ a un
{altare) confessorvm.
confortoso; cfr. rv. gloss.
conpiaxer piacere, essere gradito, 113, 12.
consciencia scrupolo 64, 35,
core; cfr. cor de lo corpo Vili 55, 23, matr. 27.
correo; v. ca. gloss., e mlr. II 572.
cartellerà custodia dei coltelli da tavola (?); v. cm. 38.
crauei è plurale di craueo, di cui v. XIII 485n, stfr. VII 228. E cra-
veido pure nell'Alta Valle di Magra (Restori, pag. 28).
croitae; cfr. venez. scroità, friul. scrovetad.
cunchiao. Anche nel piem. sono cune e cuncé. Il Mussafia mi richiama
poi a sconchigarse beitr. 102, e il Meyer-Lùbke, zst. XVII 613, all'a. frc. conchier.
208 Salvioni,
e tir le; cfr. anche com. gurla, friul. gurli. Che poi s'abbia a accentuare
curie, è guarentito dal pav. curie trottola, paleo.
dalmagio; v. gel. 169.
dar: dar incontra; cfr. a me darne incontra 'mi contraddirei', Ruz-
zante I 27.
decretai, masc, 86, 17; v. mlr. Il 478.
degan; cfr. degan brend. gloss., e il bregagl. dagan usciere del tribunale,
degnar; v. num. 16.
derear. Tra le forme vive, ricordisi pure il pav. darder.
derubio. Il Mussafìa mi ricurda l'a. frc. desruhant Diez I s. 'dirupare',
e il Meyer-Lùbke, zst. XVII 613, richiama pure l'a. frc. desruhle. Alla mia
volta rammento dirubbiato, rovinoso, nella 1,^ scena del Mogliazzo del Berni.
descender nascere, derivare, prodursi, 2i, 28. 39
descentre; cfr, bresc. degént apprendista (nelle ferriere), sard, dischente
discepolo.
deserto del mondo 8, 26-7. Andrà forse letto dal, interpretandosi per
'abbandonato dagli uomini'.
desidrar. Il Mussafìa mi fa notare il valor passivo di desiroxo 71, 12.
desperduo; v. stfr. VII 236.
desraixar sradicare 48, 33.
dessear; v. cavass. gloss.
dianna; v. XII 467.
dosmentea. Il deverbale anche nel venez. desmentega, friul. disméntie
I 504; e circa dosm-, cfr. dosmentegà Cher., dosmengd di Valle Brembana
(berg. dosmentegà = dù-).
drapo. Nota drapi da dosso e da lechio 99, 30.
era 105, 5-6. Il Mussafìa propone di congiungere era col man in che
precede, e leggere mainnera.
erra; v. num. 2.
fernasia frenesia 52, 12.
fiadon; v. D'Ovidio XIII 363 n.
fior; cfr. piac. la fior la polvere bianca che ricopre l'epidermide di al-
cuni frutti.
f orbato; cfr. il volgare tose, forbottare.
fraolo. Avrà la sua diretta corrispondenza nel mil., berg., bresc. fràgol
fragile. Il bresc. ha pure fiégol 'fìevole' dilegine, facile a piegarsi; e chissà
che in fraolo fragol non convengano 'fragile' e 'fìevole'.
frascuo fronzuto 119, 39.
Annotazioni lombarde. — III. Lessico (Giunte e correz.). 209
frasso; cfr. desfrassò malandato, nel Ruzante.
freza; cfr. pure il berg. fréssa.
fi' eri; v. rv. gloss.
galefar; cfr. verzasch. sghelefó, e caleffaminti nella versione padovana
presso il Salviati.
galon; v. gel. 172,
gioton. Il significato di 'cattivo soggetto' doveva essere ancora ben dif-
fuso nel sec. XVI, poiché s'ha nella versione milanese (giuf), bergamasca
{gioito) e bolognese (iut) del Salviati. Circa il traslato, cfr. ancora, da una
parte il mil. zafanò poltrone (zafdna bocca), e dall'altra il beli, desùtol
ingordo, ghiotto.
grae 72, 20 grae di pe 59, 30 il dosso del piede; cfr. ol grat de la
ma Ib. 169.
gripia. lui è di quasi intera la Venezia; e v. anche gel. 173.
gunela. Per Yu^ v. anche rv. gloss., gpa. II 4, 4, pstr III, 132, 141.
incercho. Nella 2.* linea dell'articolo, correggi i2, 14.
incrosto', cfr. enclosto on. (zst. XVIII 72), inclosto brend.
indequeto. Il Mussafia interpreta, e parmi con molta ragione, 'incon-
trastato, onnipotente'.
infrohar. Il Mussafia connetterebbe la voce con froho, interpretando
'il cielo provveduto, ornato'; ma a me pare che meglio convenga l'inter-
pretazione nostra. Circa la metatesi, cfr. anche baldachino froado de varo
matt. 34, 141.
inigo; v. rv, gloss.
inimigo 6, 26. 31. E detto del diavolo; e l'appellativo, combinato col-
r aggettivo 'falso', è passato ne' dialetti moderni: tic. falsinimìch diavolo,
trev. falsonemico demonio.
inmerauele 19, 16. Così andrà letto, invece di in merauele, e tradotto
per 'innumerevoli'.
in noio. Tra le forme vive: com. ave in oeugia avere in odio (Monti App.);
e per il concrescere della preposizione (noja ecc.), cfr. venez. atedio tedio.
inpachiar. Anche nell'a. gen.: itipaiha, Vili 361 ; 68, 5, con e al posto àìjt.
inperque; cfr. l'ompeì'chetie^ Fagiuoli V 64.
insemo reciprocamente; cfr. ancora. se den amare insemo l'un l'altro 69, 18.
intendeuele ragionevole 38, 18.
* Mantengo la divisione che è nella stampa, anziché sostituirvi lo 'mperchene,
perchè da più testi di volgar toscano mi risulta che quel modo di dividere ha
radice nella coscienza popolare ; onde s'arriva, p. es. anche a gli omperatori.
210 Salvioni,
inter dna; cfr. piem. anterdoà dubbioso, montai, steoa in fra le dua
(Nerucci, Nov. montai. 146).
inter , negar dividere, separare, 87, 8; cfr. venez. tramezera parete di-
visoria.
intr aglie; cfr. mil. intràj.
lauanca; cfr. ossol. lavénca valanga.
laudare, 22, 24, par che abbia il senso di 'lusingare, adulare'.
« leemi; cfr. legetime Cron. di Perugia (ed. Fabretti) IV 147.
lechio de 2^<^9ii<^ in sacho pagliericcio 88, 40.
lenipeo. Che vi s'abbia a vedere un * em/M'io = empiuto (=■ satollo =:greve)?
Di limpì, empire, non mancano esempj nell'Alta Italia.
lonbardia. Di lombardo = italiano, v. anche schn. 12.
lonxengar. Cfr. lonsenghero Ipid. 23, e ancbe il catal. lensenger ap.
Mussafia, Die catal. version d. Sieben Weisen Meister, § 23.
loxnar; v. gel. 172.
ma 25, 18. Farmi voglia dire 'tanto più'; cfr. sta-made, e ma 'piuttosto'
XIII 343.
magia; v. D'Ovidio XIII 375 sgg., Ascoli ib. 460.
maj estae; cf. dlm. gloss., e piem. mista.
mainerà. Pei dialetti moderni, cfr. mainira Pap. 653, e qui riverrà anche
m.inera ib. 72.
maleexir; v. XII 467, e cfr. a. gen. 77iarixi VIII 91, 24. Da giudicarsi
come beneexir, di cui sopra.
maleeson 101, 34; 117, 1; v. qui sopra s. 'beneeson'. Neil' a. vie. è
pure inalesion.
malueghera. Il mascolino se ne avrà nel seguente passo degli Statuti
inediti di Biasca: «si aliqua persona alieni persone dixerit quod sit strio-
nus, ìnalvegierius, fur, ecc. ». Il paragrafo si intitola: De pena dicentis
verba injuriosa.
man; v. best. gloss. mason; v. rv. gloss., gel. 174.
masselada. Un esempio anche da A 86, 33 (maselaa).
mataa. Vedi Buscaino-Campo, Studj varj (Trapani 1867), pp. 325-6, e
Gian nell'ediz. del Cortegiano da lui procurata (Firenze 1893), p. 189 n.
Pensa il primo, per le forme siciliane, allo sp. ìnata; ma il nostro mataa,
anteriore a ogni invasione spagnuola nell'Alta Italia, ce ne dovrà distogliere.
me 'sed' 80, 38; v. VIII 48, 3.
me mettere; v. cavass. 379 n.
menar per bocha; v. Vili 76, 18-9; 80, 31.
messon; v. rv. gloss.
Annotazioni lombarde. — III. Lessico (Giunte e Correz.). 211
mormor mormorio 59, 37.
muglier moglie 71, 27, ecc. V. bars. 52.
musa; efr. brianz. de bona musa, di buona bocca, Cher. IV Giunte, a
musa secca a bocca asciutta, nel Ruzante.
mus acorna; v. mlr. II 586.
nassion. Cfr. anche moden. nassion nascimento, mil. nassion di cavalèr
nascita dei bachi da seta, friul. nascion nascimento. Voce semidotta; altri-
menti sarebbe *nagón.
necesseure necessario 19, 17.
negar; v. Flechia Vili 371.
noma; v. Gartner zst. XVI 334-5n, Il Mussafia mi fa poi notare nome
che 'se non fosse che' 84, 33, ch'egli pone a riscontro di modi antico-it.
come ' se non eh' egli m' avesse promesso, io avrei . . . ' ; cfr. pure noma
prima renegasse Dio 'se prima non rinegasse Dio' pst. Ili 133.
nunta; cfr. noni, nonta, nel dial. di Cilavegna, ap. Rusconi, I parlari
del Novarese e della Lomellina, p. 113. Sarà nota incrociato con niente.
nuta; v. zst. XVII 613. Si chiede qui il Meyer-Lùbke, seneH'w non sia
da riconoscersi l'influsso di 'nulla'; al che si può rispondere che questa
voce è rimasta estranea alle popolazioni gallo-italiche (non dimentico però
la sua presenza nel ladino e nell'a. veronese, Arch. VII 441 596); e che
perciò meglio varrà pensare a qualche caso di proclisia.
olir; V. rv. gloss., cavass. gloss. s. 'ulir'.
ovaia. Ancora: umgna (umna) nel berg. meno recente, Tirab. s. v.
ornine a; v. rv. gloss. s. 'omicha'. Ricordo ancora, per n estinto: noca
bonv. 'nunquam' sei. s. v., e docca duca deca ducca 'dunque' dell'Ossola,
della Sesia e del Biellese (v. Pap. nelle versioni di Ceppomorelli, Mag-
giora, Varallo, Pettinengo, Biella).
orar. Si chiede il Mussafia se non sarà horarium 'il libro delle ore'.
or rio; v. Ascoli II 447, e qui fors'ancho il veron. inorià Pap. 550.
oseegle; cfr. pure il mil. rust. odesèll.
osianna 'osanna' 68, 29.
otegnir vincerla, spuntarla, 107, 19.
paina pagina, num. 49. palesar; v. Vili 60, 11.
parar uia scacciare 113, 16; è della Brianza (Cher. IV, Suppl.) e di
quasi tutta la Venezia. Beitr. 86: parar fora, cui risponde da Terdob-
h\&tQ: para feura, mandare, mandar fuori, Rusconi 110.
2)areghio; cfr. ancora: paraecc cosi, a Cilavegna (Rusconi), e a. gen.
aparegà paragonare Vili 14, 36.
212 Salvioni,
parola licenza, permesso, 65, 36; significazione ben diffusa in tutti i
testi antichi dell'Alta Italia, e accolta pure nel voc.
parpe; v. gel. 175.
partir spartire, distribuire, 47, 28-9.
paruta; cfr. piem. pariita, e v. il voc.
pasqua: dar la mala pasqua 5. 18; 6, 8. È locuzione passata anche
nel voc.
pe 'piede' senz'altro; la voce entra del resto nella combinazione allit-
terativa de pe o de pugne.
pechijn, stregia, 62, 4. Il Mussafia m'avverte che si tratta molto sem-
plicemente di 'pettine' e di 'striglia'. Il riflesso di pecten sarebbe dunque
schiettamente lombardo, privo cioè del -n- che s'è intruso nel riflesso pe-
demontano (cfr. però canav. péco, XIV 117), nel provenzale ecc.
pecin; v. stfr. VII 216n, e aggiungi pezade pedate fv. 16.
perfine. Per il pi. le fine 'la fine', cfr. a le fine fv. 2, fare le male
fine st. XXVI, ecc.
perforgo. In 32, 15 e 84, 39, secondo che nota il Mussafia, s' ha la si-
gnificazione del frc. esforz 'forza armata, il complesso dei soldati con cui
uno muove in guerra'. Cfr. ancora is forzo tro. 383, e sforzo nel voc.
peschar; cfr. a pescavo' nt un tilpin in un canto piemontese ap. Nigra 479.
piacentona- cfr. tose, piacentiero adulatore, a. sic. plachentuni (De Gre-
gorio, Il libro dei vizj e delle virtù, gloss. s. 'placebo').
piaxeuel; cfr. ancora beli, piaseole domestico (di bestia), pav. pas ani-
male mansueto.
pichar incavare 77, 33.
pin satollo 24, 10; lomb. pjeii ecc.
pioueo. Si può ancho pensare a.*pióvito,, di cui ora v. Flechia XIV 115.
piumente:^ v. cavass. gloss. s. 'piment'.
pixarola; cfr. ferr. pis trottola, moden. pisaròla cerchietto di piombo,
od altro, che mettesi in fondo al fuso (cfr. vallanz. fiisaró trottola), perchè,
cosi aggravato, giri meglio ; e circa al dormir la pixarola, notisi che i
fanciulli di Bergamo dicono appunto dormi della trottola quando gira così
velocemente da parer ferma (Tiraboschi).
pixor; V. bars. gloss., e mlr. II 85. Vive tuttora la forma, di qua dal-
l'Alpi, in varietà canavesane (v. Pap. nella versione di Valchiusella : ^^t'asiir).
polegro; cfr. pulégar in qualche parte dell'agro pavese.
pregante. Leggeremo ^re^'anio e intenderemo 'scongiuro', così come ap-
punto dice preganto in UguQon. Cfr. ancora pregantega zst. IX 327, pregan-
tola, pregantola de incaniason, in Ruzante, Due dial. I 10 v, Dial. facettiss.
9 r, Oraz. 14r, moden. percàntel filastrocche, cantafere, xià^, percantàre (mlr.
II 618); e siamo sempre al lat. p rae canta re, praecantator pregantaor^
Annotazioni lombarde. — III. Lessico (Giunte e Correz.). 213
jivicar. Col princhan delle ppav. va l'a. gen. princhà, Vili 83, 22, che
non avrà perciò bisogno d'essere emendato.
prouocarse. Pur del milanese: provoca, provoca, gareggiare, gara, nel
linguaggio delle scuole.
pule g a. Pav. pù'lga.
'pumaggo- cfr. pav. pìimazz e piùmazz, guanciale lungo quanto è largo
il letto, mil. rust. pi-umàs, tose, più- e pimaccio.
puxa. Un quarto esempio: 102, 4.
qtiare. M'importa qui avvertire, per ragioni da addurre in seguito, che
r esito -é = -èlio è proprio, fra altri dialetti, anche del pavese.
quaresmil quaresimale.
quintar'^ cfr. monf. quintée, venuto però al significato di 'contare'.
rehuffo rabbuffo 63, 19. Ven. rebufo.
rega; sta al plur. (le rege), e il Mussafia, felicemente come io credo,
confronta l' a. it. regge porta di chiesa, ed anche ' le porte dei tramezzi, o
i tramezzi stessi, che divideva la parte della chiesa destinata al popolo da
quella dove si celebravano gli uffici', il qual significato meglio conviene
al caso nostro. Cfr. vie. reza, regia (Da Schio) la porta maggiore del Duomo
di Vicenza, e v. Ducange s. 'regia '"3, 4. La voce doveva essere molto usata
al plurale (v. schn. 246 s. 'rès'es'), e quindi l'it. la regge sarà come un
incrocio di 'la reggia' con 'le regge'.
r cerner. Il Mussafia: «Non inutile notare che nel primo esempio vale
precisamente 'mettere insieme ragunando con una certa fatica, raggranel-
lare', come il rimedire dell' ant. toscano».
regago; cfr. pav. ragazè sottobifolco, e v. Ib. 184.
regnarne reame 62, 13. 14.
reliencion: auer rehencion salvarsi, trovar salute, 14, 41 — 15, 1.
renduo. Nota il Mussafia che l'a. frc. renda significa 'monaco', senza
riguardo a un ordine speciale. E sta bene, ma nel nostro passo parrai
proprio che s'abbia un significato meno largo.
requerir. Leggi requirir num. 19", e cfr. recliirando III 282, requiris-
sem Vili 31, 18-9, e coU'i passato alle rizotoniche: requiren VII! 10, 1.
res<a. Il Mussafia intenderebbe 'frotta, gruppo' anche nell'esempio di 24,33.
reuelarse; v. rv. gloss.
reuerdir. Il Mussafia: «L'avverbio a dosso mi dà luogo a supporre
che si tratti del revertir del fr. ant; rt in rd fa difficoltà, ma può essere
una svista ».
reuiscolar; v. rv. gloss. s. 'viscoro'.
rianna; v. Flechia Vili 384 s. 'rianyn'.
214 Salvioni,
ridi; del pieni, reidi, v. mls. II 455. Anche il pav. ha red del frèd intirizzito.
rincaualarse accavallarsi, sovrapporsi.
roan. Per il suffisso, cfr, veron. roana natica, mil. rodAnna capriuola.
ruela. Per Vii, v. pav. rudela rotella, a. vie. riidela e ruella.
saita; cfr. bresc, berg. séjta = saita, ài cui v. stfr. VII 211n. Agli esempj
qui ricordati di éj da ai, aé, s' aggiunga peiss paese, che compare, insieme
a freil fratello, nel Saggio che dà il Rusconi per Foresto-Sesia, e dove la
lezione pejc par guarentita dal -ss.
salterion 45, 33; 110, 14. Potrebb'essere lo strumento musicale, ma
anche si può pensare a 'salmo, salmodia'.
sborrir. Il Mussafìa non esiterebbe ad accettare la significazione che
indicammo in nota.
shrixar sjjezzare 65, 32; v. bars. gloss. s. ' desbregar ', e il frc. briser
kng. 1348.
sbronchar; cfr. berg. broncà avere il rantolo.
schauigar. L'i anche nel pav. soavizza, scavìzz.
scurQo; cfr. anche pav. scòrs, beli, scorz scorzone.
scusar; cfr. ancora: com. scusa servitóo (mt.), ven. ste calze me scusa i
stivali, e più specifico il berg. s'è pio scils *si è più ajutati' ap. Samarani,
Proverbj lombardi, p. 304.
segnie. Potrebbe equivalere a 'le segue' o 'le segna'; cfr. lomb. segna gua-
rire con 'segni'. E dato che s'abbia veramente a mandare con saigner ecc.,
sovverrà il senso speciale che è nel venez. cerusìa medicina, rimedio.
senechia; cfr. vaiteli, seneciàt num. 50. Nel trent. è poi, di base di-
versa, seneghir ins- intristire, col sost. senega in mal de la senega pst.
IV 75; e si chiede se qui partiamo da *seneco = senec-s, o non abbiano
piuttosto, almeno per incrocio popolare, il filosofo Seneca, che in più
parti d'Italia è come il termine di paragone per 'uomo magro e scolorito';
cfr. tose, e' pare un Senaca svenato, di uomo sbiancato e magro, venez.
Senaca svenata, magro arrabbiato, lanternuto, dov' è notevole la veste fe-
minile imposta al nome proprio uscente per -a; cfr. anche berg. sèneca,
sènec, sònico, stizzoso, posch. sencch, frugolo, folletto.
seno. Per seno 'senso', v. pure Vili 16, 22; 17, 7. 9.
sgarauago; s'aggiunge il veron. scaravaso.
s^ruuio; v. rv. gloss. s. 'grunio'.
slanqear; cfr. a. it. lanciare, cad. langato 1, a. sard. lanthar. Al num.
del volume (Vili) aggiungi quello della pagina: 363.
soQQO oscuro, severo, 27, 25.
sogeto; pav. berg. so§ét, e v. Flechia III 144,
sor suora 88, 28.
Annotazioni lombarde. — III. Lessico (Giunte e Correz.). 215
sorte. Al plur. : fo buio le sorte 72, 27.
salire sopra; sta a super, come sempre e intre a semper e inter.
souregonger sovrapporre 72, 39.
spera; v. besc. 1875, Vili 9, 35, dove l'emendazione riesce perciò inu-
tile. Nel volgar fior, è pure dispera disperazione.
sp erla;cfF. una spresella (='spericella') de sole un raggio di sole, nel Ruzante.
stamade. Vedi s. 'ma'. E che sarà il friul. tàma come, quando?
stechir; v. cavass. 394, dove si confronta l' it. attecchire.
stellarla; cfr. Ib. 194, e v. Parodi, Rass. bibliogr. d. lett. it,, II 148.
Nel mondov. è pure staladì vieto, stantio, che, se applicato al vino, do-
vrebbe aver senso buono.
stercora; cfr. stfr, VII 192n.
sto far; num. 10.
stracitaor. Il Mussafia: «Leggeremo stragitaor = fr. ant. tresgeteor, che
significa propriamente chi fa capitomboli per mostrare la sua destrezza,
quindi : funambolo, ballerino da piazza, ecc. ». Accetto la giustissima os-
servazione, e insieme ricordo trage- tragittare giocar di mano, trage- tra-
gittatore^ del voc.
strafriQQcr; cfr. provenz. frire tremare.
stramaQQo; cfr. com. trarnaz amoreggiamento, tremans festino, nel gergo
dei pastori di Parre (Tiraboschi); e qui forse anche tramaszo, tumulto,
confusione, che il Politi attribuisce al dial. fiorentino.
stranger; cfr. gen. strangé.
strangossado; v, rv. gloss. 8. 'tranchoxa'.
strauisarse. II Mussafia: «Che c'entri 'guisa'? Specialmente lo stra-
uisae morte, 92, 20, mi ricorda i dÀsguisai tormenti della Caterina ». Io ri-
cordo anche il piac. sguisà travisare, trasformare, ma certo, nel nostro
testo, il V da IO non avrebbe se non questo esempio.
sfregia striglia 62, 5; v. qui sopra, s. 'pechijn*.
strochion; cfr. pure pav. striigion strofinaccio, monf. strugiun -dun,
strugé strofinare.
stronbolo; cfr. stotnbolo matt. 340.
struminar; cfr. vaiteli, strornend percuotere.
snello. La stessa voce deve ricorrere, ma con altro significato, nel pav.
sue acciarino (della mola), lomb. suél puntina di legno che i calzolaj ado-
perano a mo' di chiodo, ecc.
suengia; cfr. com. revengia rivincita.
sufficia 83, 37; è sguajato latinismo.
supition; cfr. supitione persin nello Cron. perug. (ed. Fabretti) IV 217.
tamagno; v. ca. gloss., rv. gloss., e berg. tamagn, friul. ta- e tomagn.
21 G Salvioiii, Annotazioni lombarde. — III. Lessico (Giunte e Correz.).
In Reggiano di Val Travaglia: ne bÌQe tamàna una biscia cattiva, velenosa
(quasi: 'tanto di biscia').
tanborno; cfr. pure pav. tambóran.
terruggar; cfr. hvianz. tarùzz nrtojaruzsdss fare agli urtoni, Cher. IV, Giunte.
toglier ricevere, accettare, 47, 17,
torzerse contorcersi.
tractore. Il provenzalismo mi par evidente nel tracie, 'traditori' bir-
banti, di Mogliano (Macerata); v. Pap. 258.
traiggon; cfr. kath. v. 714, ca. 82.
trantalar; cfr. friul. trindulà tentennare, oscillare, provenz. trantol
'balancement' (Rayn.).
traonne; cfr. mant. tragóndar, engad. travuonddr. V. Parodi, Rass.
bibliog. d. leti, it, II 148.
trauaca; cfr. anche valsass. travacch.
tropo branco; cfr. friul. tropp e stropp, bellinz. rust. tróp, mil. tròp
gregge; e trup, strup son pure accolti dal Monti.
tropo molto; vive sempre nel bellun.
uguir udire; v. num. 39.
tiaregar- a p. 22, 39, dice veramente 'trascendere, prevaricare'
uassel; cfr. bellun. vassel da ave, valbremb., vaiteli, vassel d'av.
uiaga; cfr. com. vidàscia sermento, ramo secco o verde reciso da vite.
uichioria. Il tipo semi-popolare anche nel com. Victoria, che però,
passando per 'sforzo' 'fatica', arriva a dir 'languore, spossatezza'.
uidua; cfr. anche l'a. gen. vidua Vili 17, 27.
tiilanea. È un 'villanéta' accolta di villani, da confrontarsi coi boi. ra-
gazzéida ragazzame, Tnuschéida moscajo.
uilia; V. anche tro. 386.
uoio privo, spoglio, 7, 29.
uolta: dar uolta mutarsi 105, 6.
iiree. Bella conferma al ragguaglio del Picchia: vegro - *vedro, s'ha
nel friul. vieri, che, riferito al terreno, dice appunto 'sodo, sodivo'. An-
tichi esempj di vegro in ipn. App.
gaan; cfr. gagi brend. gloss.
ga suxa quassù 78, 4.
gtiiar condannare 96, 6-7; v. il voc.
giixo; cfr. anche zuxo ipn. 76. Una riduzione analoga di ne, nel venez.
suro = ^sùero sughero.
Annotazioni loiubarde. — IV. Fonetica: Vocali toniche. 217
IV. Fonetica.
Vocali toniche.
1. Effetti che 1' -i eserciti sulla determinazione della tonica. — Siamo,
per B, a condizioni prettamente lombarde: illi, quilli 19, 16; 4, 31, ecc.,
qaisii 12, 20, ecc., capilli 10, 31; 13, 22, fradilli 11, 38, dinti -gij
5, 28; 7, 35. sacraminti 20, 39, coììiandaminti 19, 19, ecc., infirmi
20, 41, - segnur -ri 11, 29; 17, 5, doluri 5, 26, peccadu -duri -turi
3, 4. 10; 9, 26, ecc., robau 22, 11, zugau -ur 8, 31; 15, 1, ruti 17, 23;
— nella flessione verbale: scuxeui 9, 23-4, peclcesi 7, 7, e, coir i delle
altre oonjugazioni, desuegisse 10, 3-4*; - pinsi 4, 19, sinti 6, 22,
.siui 9, 25, :iui 11, 9 (cfr. zeueno 14, 18), fissi 8, 37, offendissi -e
9, 18; 13, 39, dixisse 18, 5. 6, deuissi -e 10, 3; 13, 40-41. — Per A,
siamo a tali condizioni sol quando si tratti di un é della flession verbale:
posseghiui 7, 27, ronpiui 7, 29, tegniui 7. 28, togliui 7, 26, hauiui 60, 22,
staxiiti 60, 17, spargissi 60, 31, confondissi 69, 2, cengissi 69, 10, mettissi
28, 19, prometissi 112, 36, prendessi 35, 10, hauissi 35, 11, uoUssi 112, 36,
ìnouissi 67, 6, temissi 6, 6, nolisse 102, 30, poissi ib., frissi 60, 24, arissi
65, 15, trouerissi 22, 5, ecc. — All'incontro nella declinazione, tranne ^;//
(ali. a ^wei), «am -?«7 sing. e pi. (v. IX 211 n), e 6i 41, 3^, siam tuttavia
-alla fase dell' i aderente alla tonica intatta. Sono però pochi esemplari,
-(•on nasale susseguente*: main 44, 37; 77, 38, fainti 30, 15, cotainti 105,
28, cointi 82, 13, fiidmi 29, 22. Si notino i fem. fainte 30, 15, grainde 89,
:]1, cotafinjte (se l'emendazione è buona) 109, 12, e in ispecie goÀnUe
17, 3; cfr. Plechia X 1.57, pred. 52, stfr. VH 188.
Registro a parte: tri tr(\ di dobes, cri credis, ai vides; dui du, nui
jiu , UH vos, uu 'vuoi' 7, 14, e cosi pure i casi di -é = -di e di -'i, = -éi
(=-ótis); v. num. 6, e la Morfologia.
2. erra arra, caparra, 51, 11, che perù non credo esempio da mandarsi col
pieni, kcr carro, erres per arrhes ricorrendo pur nell'antico e moderno francese.
* Del resto, l'alternare di a con ì si vede anche in portùss -issu, man-
dava -Ivu, IX 240.
" Questo bi, che non ó un plur. uiasc.,^ è anche, per altri rispetti, non
troppo sicuro; voglionsi tuttavia ricordare il quilla f adita di bonv., gst.
Vili 414, e i lomb. qui don 'quelle donne', brj don, ecc.
^ Il solo esemplare ciie non risponda a questa condizione è naiue 17,5;
'24,7. — Una forma di plur, alla quale risalgono gì' indeclinati quajk,
qnaj, qurj de' dialetti moderni, è pure in quaiche 103, 11. Questa forma fa
il pajo coWajt ecc., di cui v. IX l90-7n; o n'è detto in stfr. VII 235.
Archivio {jlottol. ita!., MIV. 15
218 Salvioiii,
3. L'alterazione della forinola AL si ristringe in A, a scaudar 71, 7;:
83, 39, e descouQQO 82, 5; 89, 30, dov' è notevole la fase della riduzion di
au, descoQQa deschoggar 29, 23-4; 57, 14, di che v. Ascoli I 545, X 8 n,
mli. § 85; e in B ad altro 8, 16; 19, 36, ecc., ortro 21, 25, molta less.
4. -ARIU -ARIA. Suole A nitidamente distinguere tra il riflesso del
mascolino, che ò -«r, e quello del feminile e del plur. neutro che suona
-èra^: prumar (lo prumar homo con la prumera feìnena 44, 31), chiur'^,
derear, noar, colonbar, ìnigliar miglia, q. 'migliari' 32, 7, ecc.; chiera, np.
Ghiera, dereera, caldera, mai/nera, era aja 30, 35; 95, 30, plur. migllera -e
81, 26; 58, 35. — In B, ò invece costante la risoluzione per -é -èra: dane
prume portane, pr amera ìnaynera forestera.
5. aigua aiiia acqua 30, 19; 42, 21; 99, 38.
6. E in A e in B sono esempj di è che passa in i per cause diverse ;
ttenin 41, 1; 54, 4 ecc., Saraxin 11, (3; 41, 20, ctr. mli. § 56, sira 7, 31:
8, 37, pin less. e mli. § 83, cainna catena 54, 10, ecc., niaystre 18, 17,
saita 11, 28, paixe 38, 29, ecc., eira 20, 1 ; 31, 39, cirio less., gripia less.,
dibie 6, 30, gst. XV 260. In pricho ecc., v. il less., V i {= ei) proverrà
dalle arizotoniche del verbo, e la stessa dichiarazione varrà forse per ^h'o
'piega' 24, 33; cfr. piar ( = pjegar) less., e pìga pur in qualche varietà
vivente della Lombardia e dell'Emilia. Di tri, onde poi tria, e di -i da
-ótis, è detto al num. 1^.
7. megenna less., quarantenna 35, 17. 30; — rerfemer reemer less.,
hrega, sei. 14, rexego risico, pegro less. Ma uidua less.; e come sempre
ne' dialetti dell'Alta Italia: liga ligar,
e da i di posizione: lengua 6, 22; 19, 8; 9, 13, solengho 34, 25; 61, 11,
loxenghe 51, 17, arengo 13, 23, incomenza 1, 13, penger 44, 39, tenge, 4.5, 9,
uenge ib., genchij 30, 22, penchie 39, 12, cembali 45, 33 4, tegna 14, 35,
malegno 103, 31; 104, 18, ecc. (benigno 108, 32, ecc.), neruegni 14, 21, de-
segna 35, 1*, meraueg Ha. 13, 29; 13, 11, ecc., someglia 41, 30, ecc., fame-
glia 41, 28; 83, 36; (?, 6, uermeglio 58, 41; 70, 4, conseglio 82, 38; 9, -J I,
* Vero è che non son pochi gli esempj di -er = -ariu (senter caualer
iischier mulater, berrue less., curie less., corre); ma non ve n'ha uno solo
di -ara = -ària.
* E caso unico il plur. cheri llt», 16, che ricorda il gallicismo chier del-
l'antica lirica toscana.
^ E da ins'ir ecc., Y in- di inse 'tnsan (ali. a, cssan 23, 3. 10); e se inurio
89, 12 va letto invrio, ci avremo forse a riconoscere l' efletto dell'i nel-
l'iato, cfr. frc. iore, ma insieme Asc. III 442 sgg.
■* signo -i latineggiano, e occorron del resto anche segno -i.
Annotazioni lombarde. — IV. Fonetica: Vocali toniche. 210
peglio less. , oseegle less. *, enderji less. ^ slregia striglia 02, 5 (venez.
sfregia), beneechio male- (ma colla nota distinzione: dìchio; e così uichio
vinto, drichio), senestro (su destro), -cercho, messo ambasciatore (ma partic.
misso, promisso), compagnessa less. ^ nechegga less.*, leemi less.
8. stronboli less., stohia less.
9. Forse d'origine letterata Yvo di luogho 18, 15, fuor 3,27 ^. - luor, 11,8,
ò forma che ritorna in documenti cancellereschi dell'Alta Italia, ed è corno
un' artificiosa sovrapposizione del pi. lor al sing. lu.
u da o', primario o secondario, negli enfatici nui nu, nu'^, dici dit, me
'vuoi'^ dove slam sempre alla formola -gj; e ancora: curio, Ascoli 1.500,
pugli less. — Proverrà dalle arizotoniche V n di ulze 5, 36, ult^an 92, 31;
102, 13, uullan 15, 22, furbe 95, 20; e in parte ripeteremo dalle grafie la-
tineggianti, in parte dal bisogno di significare comunquo un o ben chiuso.
Vii di unge 21, 37, gunge 10, 14, unde, dimcha 19, 14, mundo 19, 8,
speluncha 68, 41, che potrebb' essere un mero latinismo, minta nula ^ less.,
e Giunte al less., sun 27, 39, sure 71, 35 (cfr. suiieì- bonv. h 45).
Di oognesser, 44, 14, (ali. a cognosser), v. Ascoli I 366 n^
10. Per 0 da u' nella posizione *° son da notare: torme anger ponge ecc..
* In quanto spetti a b, potrebbe famiglii, 50, 23; 64, 19; 8, 26, rappre-
sentare il pi. di *faìnegiio (lomb. faiiéj); nia por a, che ha \ìvìV(ì famiglia
63, 10, occorre un'altra dichiarazione.
" Persiste Vi di binda, come sempre ne'dial. settentrionali; e se infia,
14, 11, non va lotto infà, num. .59, s'accompagnerà col gen. imu, mil. be-
s'ìnfi, dove Vi dipende dall'i dell'iato; - impio è un latinismo, e impe -pan
19, 14; 46,36, intra intra (v. Ascoli I 464 n) si risentono di impir intràr.
— La risposta di viginti è qui pure: vinte.
^ Dì issa less., e cosi di isla less., v. Ascoli VII 553, s. 'ussa'.
* scavigga, 101,20, ha l'i dalle arizotoniche; v. Vili 387, e lo Giunte al less.
^ Ove allo sterto, di cui si tocca nel less., s'aggiunga il testo che è of-
ferto dal cod. invece del tosto, 17, 35, della stampa, vien da chiedere se qui
non s'abbiano le traccio d'una risoluzione di 6 in e.
^ no, 13, 34; 16, 12, è voce enclitica.
' Cfr. bellinz. iì 'vuoi', che è però voce proclitica (enfat, vò'ri).
^ Ragiona di questa voce il Meyer-Lùbke, in zst. XVll 613. A me però
non pare che Vù sia ragion sufficiente per istaccare nula dalle forme vi-
venti ìiijta nùta. Codest'w ebbe forse ajuto da minta (nonta nel dialetto di
Cilavegna), il cui u si può spiegare come quello dì unge.
^ Altri esempj italiani sono cognexer dp. 380, cognes -ssù al., cogneserag
-lito rev. 4049, 1268, .'5343, cognexu kath. 577; casal, conósse, pav. rust. conég.
'° Per Vii fuori di posizione, v. diixe 85, 8. 10;- nomerò 3, 10, ecc., louo,
stofo (pieni, sigf, lomb. stiip, do doe doa, so soe, to toe.
220 Salvii.ni,
jìonchio ronr/ia ecc., ongari 82, 32; 100, 1, s nt/ir/a 73, 30, f/ror/no 40, 30
(efr. tose, gnigno, lomb. griin, ma piem. grugno, prov. gronh), calonnie 71,
15, agogia aogia 76, 23; 09, 22, gropo (pieni, grop, lomb. f/rgp o gyiip,
tose, gruppo; cfr. mli. § 68), negata neotn 39, 7; 47, 20; <*?, 29, auoltro
less., lagosta less, anfano less. — Intatto 1'/' noi composti di duo tu,
Ascoli III 253, eco.
Per altre vicenda di v, sia ricordato scliima. schiuma 28, 10; 82, 20; 95,
31; 111. 31, dove appare ji'c, o jH., contratto in i, come nel tic. firn fiume,
■e nel vie. sblma 'spiuraa' esempio questo che sta per una intiera serio; v.
kj. I 122, gst. XXIV 268 s. 'bio' ( = abii(o). — Né va dimenticato recenode
((che è nel cod. al posto del rcceuude della stampa, 21, 12); forma che
può parere erronea, ma ritorna in dven. 126, nello Statuto della Compa-
g-nia de' fabbri di Bologna (gau. 189-99; v. pp. 104, 195, 196) S e persino
nell'a. umbro (v. zst. II 20, 44; 31, 44)1
11. AU primario è ridotto a on in gouQO ^ ( v. descourra num. 3, e Ascoli I
471); ad ol in oltrita less., oìcir; ad u in iixelo, ucir 11, 33 (cf. tilcir),
nguir udire*, num. 39; ad an in antona, 44, 22, dove sarà preceduta la
fase alt- (v. altana I 346, alfon sch. 39). Ma la normal risoluzione e qui
pure o: osso, reposso, cossa, chiosso 90, 18, ne' quali esempj trattasi di
088 = 00 = 0X0';., fra 6, 19, ecc., ara less., Palo, goe 100, 22, ecc., lon.
Per il dittongo secondario, oltre elio capo, A ci offre l'-ó per ultima ri-
sultanza di -ATr in fio fiato 18. 41, e in una settantina di forme partici-
piali: djuro 1, 5, mexì'ro 98, 14, hanoro 103, 38, rettelo 63, 6, meno .53, 38,
<tbandana 31, 18, chiamo 26, 28, muo 116, 34, deueo 107,23, sapeo 100, 32,
pago 67, 35, Ugo 54, 33, trono 10, 26, infrolio 44, 23, lasso 7, 20, mando
23, 15-6, mangio 41, 14, governo .50, 14, porta 30, 3, ecc. Non si reggo
l'ipotesi che si tratti di participi del tipo trovo, poiché questo era od ò
ben poco diffuso nell'Italia settentrionale, eccetto la Romagna (v. Mu?^-
safia § 256) e mancano d'altronde le corrispondenti forme del sing. fem.
e del pi. masc. e fem., come a dire *tróvi *tróva *tróve ^
' In un tosto bolognese, questa forma potrebbe di certo parere ben le-
gittima (v. gst. XVI 379 n); ma l'importanza del nostro esempio sta in
ciò, che nel documento allegato s' abbia ripetutamente ed esclusivamente
recevodo -?', quando ogni altro participio in -nto vi conserva inalterato 1'/'.
^ Il frammento d'un poema lorabardeggiante, riprodotto dal Monti a
p. xLii del Vocab. com., ha hevoto bevuto. Se l'esempio è genuino, si pen-
serebbe a una tendenza fonetica, per cui vv passasse in vó.
^ giiOQO, 75, 23, starà per gougo.
* Alterna Y u coU'ó delle rizotoniche: ogc2H, 27, agite 28, 33, agitan 19, 22.
■^ usi 34, 13 e passi 93, 18, che al postutto potrebb' essere un errore por
2')assai, non provan nulla. Di infa, 14, 11, v. num. 7n; e anche meschia, se
Annotazioni lombarde, — IV. Fonetica: Vocali atone. 221
Dell' -àu[t] di perfetto, v. la Morfol.
12. AI: asse, me mai 38, 7; 18, 4, me ma 74, 10; 80, 38, que 19, 18. 21;
20, 38; 21, 39, ecc., tempora 20, 30, spiritue 20, 37-8, carne 21, 38
(cfr. bonv. que corpore ecc., Mussafìa rma. II 118 r, bari, li que, cile, ambr.
cote parole, morte pecay, rv. § 3), — Per gli esempj che si ricavano dalla
flession verbale, v. la Morfol.
Vocali atone.
13. Dileguo di E I o ' all' uscita. — La norma di A è, clic proceduto da
/' l n, queste vocali cadano, qualunque sia il posto che la parola occupi
nella proposiziour». 'Esse tuttavolta persistono noi seguenti casi:
a. Quando r l n rappresentino una geminata di fase anteriore: torre
45, 13, carri 32, 18, carro 52, 33, ferro; iialle 50, 25, pelle ìnille molle,
stalli 87, 10, gaio colo baio; yni inijani ano seno antono'^. — Possono tut-
tavia smarrire la vocal tinaie: 'cavallo', v. 5, 14. 19. 29, ecc., e<l -èlio:
quel quello, bel bello belli, frael fraeli fraello, uasel itaselo, oaitil canili, ecc.^.
b. Quando r risalga a dr: pure -i, ìnare, laro, Pero^; cfr. sure {suvre =
super, e sempre = fi e\\\\)(iv).
e In un certo numero di voci piane in -ro -ri^: muro -i, duro -i, se-
(juro -i, puro -i, rari (ali. a rar), caro -i (ali. a car), cheri (ali. a chiar),
fero -i, freì'i less., amaro -i, oro, choro, traitoro, tori.
d. In molte uscite sdrucciole : poluere, cenere, aere e uer, carcere, po-
llerò -i , rnixero e mixer, pueri, martiri, nomerò, tenero, arboro e arbor,
mar moro e marmor, Laqaro, ascaro less., barbaro, Cesaro, solfuro, dataro -i ;
sterille, angelo -i, perigoli, pouoU (sing. pouol), consoli, apostola -i, taber-
nacoli, capitoli, fruteueli, iitelli, hiuneli, nobeli, cembali; Qoiiene -i (ali. a
roiiin), uergene e uergin, piceni e picin*^, per i quali esempj e consimili
v. il n. 20 '''8, orpJtani mangani tynpani (ma plur. organ 4.5, 33).
è mèschia, avrebbe conforto da varietà dialettali odierne. — Piuttosto rav-
viseremo il tipo 'trovo' in satio 0, 21, conzio 15, 3, che eran favoriti
dagli aggettivi 'sazio' e 'concio'.
^ Per -a, ricordinsi i soliti or, illor, anclior, ali. ad ora, ecc. Qual finale
ha perduto l'avverbio uolunteri
*' .1 o h a n n (! s dà (Juan e f'uane.
■^ Anbrniarei cons('rvato V -i con maggior frequenza che non V -o.
* Per campar coniar, cfr. i tose, compare comare, i lorab. conipù coma.
\\ riduzione limitata dapprima alla proclisi {compare Pietro, ecc.).
'" Rari gli esempj por -lo o -no: Polo, che occorre solo in questa forma,
neli 88, 34, troni 91, 4.
" couensene ali. a bagna ss' in, num. 13(».
222 Salvioni,
Possono poi smarrire la vocal finale anche le formole -co * -òe : sing. e
pi. de, me, re, <;ue, farixe, pi. Machabe, inaile giubileo, Cache, Mathe, He-
lyse, 3J.ardoce, ecc.; - prò prode, pi. cusio 88, 16, sing. e pi. fro frode ^.
— Alle quali serie s'aggiungono, come esempj sporadici: cita 10, 28; 53,
28, bea beato -i 103, 15; 79, 35, spoglia spogliato 7, 39, bruxa bruciato
115, 36; gra grado 98, 21. 24; e più singulare di tutti : cura curate 77, 19 '.
E all'incontro assai pronunciata la tendenza di B * a restituir la vocale
d'uscita. In A si cercherebbero invano delle forme come peccaore -i, Quei,
le quali abbondano in B, allato a quelle che rispecchieranno la lingua
reale dell'età e della patria del testo, come amor ali. a teinore, ono
onore, peccadx ali. a peccadiiri, un ali. a uno, ecc.
Altri esempj del dileguo in B ^ : me (ali. a -meo), flagella IO, 23,
speza 13, 41, deueda 21, 38, perdu 3, 34, conuerti convertite 9, 31,
se pur non trattasi di conuerti' in; - pax 20, 41 (segue però vocale),
sex 21, 19 (cfr. sexe 22, 9), peccatrix 15, 22®, distii 'dici tu?' 13, 14,
poristu 17, 20, che potrebbero anche spettare al nm. seguente. — Per le
desinenze verbali, v. la Morfol.
14. Dileguo dell' atona postonica e protonica interna: libro libero 16, 13
(cfr. fio. 55, 15; 56, 24), letra, uree nm. 53 n, auoltro less., oura e onera,
olcir ulcir (= *occiere), rire (= riere) 6, 35, cfr. Ascoli III 252 n, desidra
desira, sirrao less., tiraxe e ueraxe, prigholassan 30,' 12, meltrixe, malue-
ghera less., sem u- (= se me u-) 5, 2, ueraxmente 14, 32, paresmente
22, 11, due esempj che potrebbero anche spettare al nm. precedente; -
medesmo meesmo, batesmo, III 252, quarexm,a e quarexema, ste (= se te)
99, 13 (cfr. mli. § 143, ug. 71, theod. 67, mat. 253, Icr., ecc.), piaxeur e , ecc.,
leemi less., prodomni 5, 7 (bonv. omni g. 52, 107), subto 111, 8, creta
116, 33, Quxo (= *QÙexo) giudice, meì'mar less., uirtae e ueritae, nm. 19,
* Di -éo secondario è forse unico esempio dre^dreo dietro, e di -éi, il
2)lur. pe piedi.
^ Ma, nelle voci verbali: roe, ghoe.
^ Il pi. fra mcnor, 102, 41, riproduce tal quale il sing., considerato come
■una parola,
* Qui anche fructu, 18, 6, che è pretto latinismo, e spiritu sancto
19, 23, latinismo esso pure, come l'a. gen. spiritu santo Vili, 8, 15, il lomb.
^piritui^ànt.
^ Pure in b: com 4, 1 ; 5, 7, cfr. Ili 252, inanz 11, 28, cfr. kath. 7, e
•qui vada anche senz senza, 5, 35; 19, 13, che ha suffragio da altri testi
{sens pp. 181, pred.) e sarà una special riduzione di proclisi.
^ Qui anche nrax, 67, 24, riuscendo perciò superflua la proposta emen-
dazione.
Annotazioni lombardo. — IV. Fonetica: Vocali atone. 223
iegheltae 43, 35; - leure 49, 36. 41, oitrjlera less.. dexnor (=dexenor) desor-
rao, oltrita less.
15. Intatto in A, Va delle desinenze -aro -ano; LaQaro Cesavo bar-
baro'^ Steuan organ orphani mangani, aspecìnan 'expectant', faqan 'fa-
(t\?i\\\\ portauan 'portabant'; v. nm. 18, 21.
16. A protonico e postonico in e: conperar conperation 18, 31-2 (ma
conparere 14, 15), Iegheltae 43, 35, malendrin 3, 22 {mala- 5, 12),
Maldelena e Mald arena, aguadegna 9. 40 (cfr. sei. 5, ambr. gua-
degniare, bari, giiadeniare), degnai less., cfr. però anche Parodi, Studj it.
di fil. class., I 397, biestemao (e bia-) 12, 16, rexon 5, 16, che anche
fa pensare a rajs-^ regnerò less., selario 22, 15; - lampea lampada 31, 35,
lasseme 'lasciami' 9, 8; 17, 30-31. 35 (ma lassarne 17, 36), pecchel
■'pècca-Io' 20, 16, m,enen 4, 38, renoitaneno 8, 32, zeueno 14, 18 (ma
anche cridano dexeuano ecc.).
17. A, E, I in 0, u, per influenza della labiale attigua': loménto 13,
7; 17, 11, ecc., cf. sei. 7, 43, cav. 13, 15, struminasse less., romagnir ecc.
6, 40; 43, 19. 21; i7, 32, ecc., doìnandar 17, 28-9; 77, 11; 3, 17, ecc.,
■dobiam,o 45, 29 (del resto de-; deuisse -i 10, 3; 13, 40), doma.nada
less., domentegare 6, 41 ; 7, 1 (e con V o accomunato a desm-: dostnen-
tea 68, 6), somenga 18, 11 ; 112, 37 (ma semenaua 60, 27), romito 88, .33 ecc.,
piouan 88, 17, somegliar 14, 38 ecc. (ma sem- 28, 27 ecc.), priimar prume
25, 37; 20, 13, ecc. (ma pri- 21, 2 ecc.); cfr. mli. § 128, 76 ^
Della postonica, ricordiamo l'uscita verbale -omo, nm. 143, perla quale
mal s'invocherebbe l'-umus di volumus ecc. ^
18. E, I in a: aspiana 3, 40-41, axaminai 108, 15 {ex- 5, 13 ecc.),
asmorsada less., ascur^Qar less., cazunar (e Qe-) less., cfr. sei. 76, mli.
* In ro'.noxuglio 25, 3; 40, 30, proxoman 117, 41 (cfr. aprusmnaua
pass. 274), fustughe 57, 30, possono insieme agire la labiale attigua e Tas-
similazione tra vocali di sillabe vicine. L'assimilazione è probabile in apo-
stata 91, 36, ed è certa in niissunna 109, 12 secondo che legge il codice e
che ci h attestato dal sempre vivo niicìiit dell'agro comasco, nusan Vili
8, 21; 11, 6 (e ancora dalla Liguria: nugun, nel testo pubblicato dal Maz-
zatinti, in Mss. it. delle bibliot. di Francia II 72; cfr. ni'gi'n Arch. I 283),
dee. 4, 24, triv. che insieme offre: fitgara nogota sogon'lo domonio in-
f/onogiar.
- Di porista, v. il less.
^ Circa uesporo, 16, 22, non so se darlo a questo numero o piuttosto
vedervi il ben diffuso èr in or, come in collora ambr., edoro viaggio triv.,
lelora X 147, ònorj otóvoro sepólcore gau. 181, 207 209, vègnuri venerdì,
Tog. 10, confrontato con regnivi di gau. 212 ecc.
224 Salvioiii ,
§ 137, trabuto 64, 35; 102, 30, cfp. Ili 253, mlr. I 294 (dov'è da aggiun-
gere il prov. traut), lassiiia lisciva, 11, 6-7, dove forse entra 'lavare',
fernasia, 52, 12, forse da un anteriore *farnasia, inarati ella -glioso lo,.
41- 58, 12, marce 93, 16; 96, 23, ecc., barozo less., v. arb, s. v., sarraa 107,
22, (e serr- 108, 18), saluaio salvatico, dane 14, 41, incontamnte
(anche italiano), forse per analogia della uscita avverbiale -amente; san-
guanar less. ^. — Nella postonica: passara 91, 32; 102, 15, datavo 95, 6;
100, 16; V. num. 15, beitr. 13.
19. E in i: lion 16, 39; 83, 2<ì; l'J, :.-*/, libardi less., niente nìl. a neentc^
Per r i da e nell' iato citerò, sempre da A, anche i frequenti casi di clie^
in chi. Quando si tratti del soggetto, s' ha cìii dav. a vocale (rarissimo il
fem. che; 41, 28; 42, 35), cliì e die promiscuament(^ dav. a consonante,
prevalendo però che nel feminile. Trattandosi all'incontro dell'oggetto, si
ha che (eccetto una dozzina di casi, dove è citi, ora dav. a vocale: 37, 2-3. 4;
44, 14. 18; 51, 8 ; 61, 2; 84, 7, ora a conson.: 8, 27; 32, 5; 33, 19; 43, 29; 49, 21)-.
A quid e a quod (pron. e cong.) si risponde sempre per che o qne, eccet-
tuati ancora parecchi esempj in cui segue vocale'^: chi e 'quid est' 8, 14^
cM e 'quod est' 9,23; 37, IO; 44, 15; 47,30; 50, 16; 52,28; 117,23 quie 118,
9, chi (=quod cong.) ama 72, 1-2*, chi e sia 'quod ego sim' 63, 34, chi o
•quod habeo' 9, 33; 60, 14; 61, 1; 67, 21*, clii omo '.quod habemus' 2, 9.
10, chi han 'quod habent' 6, 16 ; 90, 7 ^. — Ora continuando: piar nura. 6,
* descorr amento 20, 13-4, bataure 71, 41 (ma baie- 26, 27; 72, 3)^
assegnaici 111, 1 si dichiarano dalla sostituzione analogica di -amento ecc.
a -imento ecc. - Sono poi illusorj gli a da e che n pare offrirci nella pro-
clisi. A ma 9, 3(3 segue parola incominciante per a-, e siamo perciò al
caso di li intelleto 8, 5, alla albergo 7, 18, In ta cognosco 6, 30,
ta strenne 14, 21, trattasi di fa-. Per da, 5, 27; 8, 31; 20, 14, o quadra
l'uso dell' it. da, o e' è confusione tra 'de' e 'da', lì al, ala, 5, 21. 33;
10, 27. 29; 11, 22. 25 (cha l' e = eh' al' e) ; 12, 3 {citai = eh' al); 14. 34;.
16, 7 {le a la '=k' ala); 20, 16; 21, 19. 25; 22, 34, riconosceremo finalmente
l'elemento pronominale di cui al nm. 133 n.
- Il chi di chi ueqan 1,5, 16, sarà ch'i.
^ Davanti a consonante: chi ftra 17, 21, chi sia 62, 3S, chi son 63, 3>7
(sum qui sum).
■* L'editore veramente reputa che qui c'entri i<=ego: ch'i anta, ch'i o.
yia, 2= ego non ritornerebbe se non in ma i ho 9, 34, dove per ripro-
dursi a rovescio il caso di salvàio (ali. a tòsseo); e codesto >aa i si po-
trebbe al postutto intendere per mai 'sed' (cf. me 74, 10; 80, 38). Avesse
del resto ragione il Forster, / = ego sarebbe pur sempre esempio pnr (juesto
numero.
* Pur qui l'editore risolve: ch'i han; ma il nm. i:ì3 noi consento.
Annotazioni lombarde. — IV. Fonetica: Vocali atone. 225
aspichiar 23, 11; 26, 15-6 ecc., uicliiura, scaiw;ar 17, 3, cfr. Vili 387, ngc-
cmitoe 30, 41, cfr. X 147, assidiao 5, 8; 32, 31, j) erfition 3, 3, mitae less.,
prichar less., uirtae {^uiritae; cfr. uìrita ug. , viritate rev. , dven. 58, vh'-
tade gst. XV 272), fivio 13, 2, cfr. X 147, ex. 247, gand. 72, 110, requirir
(così 0 non reqtie-, come sta nel less. ed è la forma delle rizotoniche)
21, 31; 105, 40, requirhia 24, 1: 47, 41, requiremo 113, 12, diffinissan 20,
11, nigrissima 2.5, 7, se pur qui l'i non è di reminiscenza latina; spixor
I, 17, dove forse è ripercosso il prtcp. '''spixo, ni ne e 8, 7, ecc.
20. I in '?': se = sic (num. 157) seguito che sia da consonante^: 1, 14;
II, 41 ; 17, 24 ; 36, 4; 4,3, 20; 52, 3; 59, 27; 63, 11 ; m, 3B (.se te te= sì ti
tieni), ecc., 0, i4; ^, .V. 18. 10; 12, 36 \ il, lo; 15, 15, ecc., des- = dis-
num. 113, menor smenazada nienarra ìneraueglia [mexura] uexende
iiexin uetuperio , temore temor, letanie cegogne senestro semeglia, de-
xeua -ano 5, 25. 26; il, 35 (ma digando dixisse 13, 16; 18, 3. 5),
nelania uelanie, merniar lessia descipuli, descentri less., crestalUne, de-
sinar (ma disnar, disnarello; anche il voc. ha de- e disinare), ensiua^,
cengiar less., e Giunte al less., speai ospedali, pestelencia, debellega debe-
litae, testemonio ìnouemento, entendemento 109, 3, cognossemento 89, 32,
septemanna sanguenente ordenai nermenoxo nomenanra ruQenenti, mane-
goldi 7, 6, sacrefitio vateicetae partexela, beneexir beneesson XII 467 maleexio
11, 37 -son XII 467, dereson -sione, penetentia domesteghega regeor ba-
leure, longean less., nareghar ruinear spantear ecc.; - humeli utel nobel
fragel strdìel possibel amabel piaxenel asieuel raxoneuel terribele, bussela
.52, 25, femena, temasene {-sina 13, 22), asena uergene maxena ordeaa
lagreme qnarexema dexema {-ime 47, 4), amarila- seruitn- beatitu-
(iene, carego monego, Domennego -nega, medego endegi perscghe fon-
nega rexego calonnexi, staexi U^a^.; trafeo tosseo meco dome^teii ghierei pcr-
(fea, seccea less , preiieo, Xinciie ecc.
* Sia ricordato che qui persiste ordinariamente Ve protonico anche là
dove la lingua letteraria lo riduce ai; così ne' prefissi re- de-.
- Davanti a vocale, a ha costantomente si: si e passim, si era 97, IO. 12,
si ongan 89, 17-8, si ha 4, 1.5, ecc. Solo apparentemente anomali: si s'è
8.5, 35, si h' e 97, 39, dove influisce il frequentissimo si e; si gli suaua'5fi\
28, si disse ùù, 27, dove agisce Vi della sillaba attigua. In b nessun esempio
di se davanti a vocale, ma si può precedere e a vocale e a consonante;
anzi- nella Esposizione del Decalogo, (fuesta forma è quasi (cfr. se 19, 22-3;
21, 37) la sola.
•' Ma intrar 11, IS, clic spetta a una baso dov<^ l'f è tenace in molto
largo territorio.
-220 Sa Iv ioni,
,20'''■^ Dalla nonna di i in e s'allontana A talvolta g per ])iii vio, mante-
nendo 0 restituendo r /. Cosi perla forinola in- + cons. e -in*; mszV ecc.,
in uà 'ne va' 60, 7 liin poeua 24, 17, ecc.; uergin (ma. tcergetie)^, ^nmagin
rt<Q>n, mansue- amari- inulti- niagnitudin, axin (ma asena), tet'min, ordin
(ma ordena), plein (ma piceno -a less.), hagnass' in ' se ne bagna' 1, 7,
toglieuans' in 20, 40 (ma uassene 75, 3, couensene 42,, 34, ecc.), coiiin (ma
Qouene -i), angin less. Nell'esito di -{iti cu: saluaio companaio, cf. Quiar
giudicare {nieeo, all'incontro, medico), e in quello di -ìidu; Jiorrio morbio,
[lapiamo 64, 13]^. Ancora seruior bandior ordiura nuriar, imi iar invitare,
triar less., traitor, alainar less., amicai less., dove si tratta di antico l e
dell' iato per giunta, o della vicinanza di suono palatino *. — Di ligar re-
legar, V. il nm. 7.
21. -i in -e: ogne 3, 4; 4, 9, ecc. {ogne ano 46, 35. 38, ogne amaestra-
iHP.nto 37, 23-4; raramente ogni: 4, 20, ecc.), cfr. mli. § 387, mae maie 6,
lo. 13; 7, 7; 31, 2, quaxe 16, 23 (qtiassi 16, 26), tarde 4, 19, ance 14,
13 anze 20, 16; 21, 33; 22, 15 (anzi 20, 19), denanze 22, 28, dexe do-
dexe ecc., uinte 30, 14; 34, 11 ^. Voci verbali (mli. § 390, 399): uoresse
nura. 149; 2.^ sing.: dixe 4,26; 7, 3, corre 18, 13, lasse 8, 10, desiare
15, 32, deuisse 10, 3, dixisse 18, 3. 5. 6, offendissc 13, 39, desue-
gisse 10, 3-4^.
22. o ed u in «: agnuncha 23, 3, mli. § 137, mlr. I § 370, ascurir 7, 30;
54, 36; 111, 10, lagosta less., mlr. I § 370 ^ - solfara 53, 36; 61, 32; 85,
20, cfr. num. 15,' 18, e beitr. 12, raan less., cfr. num. 15®.
23. o, u in e (mli. § 134): reonda 16, 9, ecc., rebusti 19, 34, remar remo
23, 13, ecc., 8, 27, ecc. (rumo 22, 5, ramar 10, 15; 11, 11), relorio 44, 19,
* entendemento 109, 3 ha l'c- per assimilazione.
^ In uergine 97, 29, ymagine 28, 2, avremo l'i dei sing. uergin ecc. che
s'introduce nel plurale.
^ La base di candeo (less.) perciò parrebbe candidu dissimilato in
candito (cfr. gomee gomiti, perdiea, preuee, ecc.). La differenza tra gli esiti
di -idu e quelli di -itu, la quale trova forse riscontro in ((uella tra -adu
(Inmpea; piem. lampia) e -atu (sàbao; piein. sàba), si ripeterà poi dall'età
in cui cadeva il d, secondo che era primario o secondario.
^ Anche in paina, num. 49, si sente l'anteriore *pàjina.
' In ladrone, 13, 24, è mal restituita la vocal finale.
'■ seguenti ìtà, 8 potrebbe spettare al nm. 20.
' la cognosse, 5, 22, va emendato per l'acognosse; cfr. nm. 18n, 110.
'^ Se Va di càan non è per assimilazione alla tonica, s'avrebbe un va-
lido argomento per ritenere di ragion fonetica anche V-an di rómpan ecc.;
nm. 142.
Annotazioni lombarde — IV. Fonetica: Vocali atone. 227
impresele promettere 22, 24, seror sero 7, 1, ecc., L'i, 10, seccorre aeco-
renano 24, 8; 4, 16, cav. 53, theod. G6, secorsso 12, 37, ecc., selerra
17, 36, V. theod. 9, lesnaa less., ne = 'no' proton. 19, 21; 61, 34; 60, 19, co-
gnessenqa 5.5, 1-2, cognessuo, ecc., {cognossessan, ecc., 46, 23, ecc.)» di cui
però V. nm. 9, dexenor 112, 29, ecc., honerar 113, 15, mnsenar less., maxc-
naa less., pKQg?le7ito 53, 36; 49, 40, uolenta 3, 9; 23, 9, dove però si sente
Ve di 'volente' 'volendo'; - pouero 10, 18 (pouoro ib.)*.
23''*^ -o in e. In mai/ s tre maestre 33, 19-20; 67, 2, ecc., iS', IT, ecc.,
Cm<e 62, 6, ecc., ó', ^^7, ecc , si continua, com" è risaputo, il vocativo latino.
Avremo invece una mal intesa restituzione della vocal finale (v. not. 22)
in mane 9, 13, throne 12,9, une 20, 35, (cfr. num. 125), zinquene 19,
35; 21, 41; 22, 14, Thomaxe 15, 22, talente 20, 14, digande 18, 15,
ogiande 12, 25', date 3, 5.
24. 0 {-n 0 u) in u ^: uuvrir 6, 41; 8, 39; 76, 31, ecc., cfr. muri -ise ecc.
dvon. 45, 115, 116, 136, 157, ecc., e murra -ebbe assai frequenti, p.es., in
Fra Giordano da Rivalla, amulexinar less., tniiglier 71, 27, esemplare co-
mune a molti altri testi, nel quale concorrono l'influenza della labiale e
della palatina, furbir 11, 12-3; 14, 32, ecc., v. bonv., fugliaze 4, 37; 7, 4*,
cfr. fugassa Vili 51, 20, fuagina less., buxia 104, 22 ecc. (ma boxardó),
imitar 17, 8; 97, 11, ecc., nm. 9, humicha -ncha, 13, 40; 15, 36. 20, ali.
.ad ho-, scuìiiinian less., sufl'rir 9, 10; 68, 39, ecc. (ma so- 72, 2), criiuir
30, 28 ecc., suuertio 34, 23; 36, 22. 33. 25, 27, suersion 36, 26, mela lels.,
meleto less., f^uar giocare, ouglar less., Zuane 1, 13 ecc., cliiucar less.,
zenityion 3,7-8, durmando 71,3 (ma c^o- 77,7), curbelle .58,37-8, scurpie
sciilp- 72, 12; 87,2; .51, 23, cussi passim, stdigliangga 85, 4 s utilissimo 71,
12-3, gunela less. e Giunte al less., traituria 5, 8, ali. a trattoria, puru-
lenta 39, 17, un less., uoluntae ìi.olunter; e v. nm. 11.
25. u : inguento less.; moniuiento, less., ali. a nionu- 77, 33; 88, 9;
luxiriosi 25, 1, se non v'ha errore; foror 111, 7; 115, 33, oxeegle less.,
romeghar, less., ali. a rumear, diuolgaa !54, 31. - prlìi»n less.; pixor
less.
' Di ttorcuo ecc., v. nm. 14'^.
- Potrebbe però esser ben legittimo V -e di tor :-o iule~[ssc\ 5, 26 {-dose
9, 31); cfr. mil. guardàndes 'guardandosi" ecc.
^ Per questo numero si confrontino; mil. gugà fugàsa siil'il inije moglie,
piem. bùs'ia diirmi mìiri crììc'i, bellinz. geni'igù'n. Di amulexinar, v. beitr. 80.
L' u di cussi <■ guarentito dalla costante grafia.
* Nel cod. e nella stampa: fu (ilioze, fu (ìarc. Doljbo al Mussafia la bella
■emendazione.
228 Salvioni,
Consonanti
26. J: (jiaxer pass.; iuslo jìass.; fa già, <;ouo coain <;once rudei zouao
z (idir/are ecc.; - cei^imlo peQo; maìor maiestae, dove avremo realmente/
(cf. ììiaJQ ìiiajstd in varietà moderno); iniuria ingiuria.
27. LJ. Costante in A la risposta -gli- -gì- ', e se n' indurrebbe che si
tratti veramente di /. In B è all'incontro prevalentemente li (famelia,
l'ilio, ecc.); ma esempj come fiolo 7, 31; 8, 11, toy {=-to't; cfr. il lomb.
tojT), to togliere ( = lomb. td = *tuj) ci illuminano più che a sufficienza in-
torno al vero valore di quel li. LI -LLI. Scarsi gli esempj della schietta
risoluzione per -j: quei qui (e quelli quilli), bei hi {belli oggi 59, 22), figlio
figlio { = fdioj; cfr. li fiUo besc. 1532, e nm. 36 n) 48. 22, 20; 49, 18;
lly .>, 8 (ma figliai 115, 6, ecc.)*, quai, lai {lai ovre 19, 2, tai animai 17,
13, tai mai 113, 21-2), colai, mai^ bochai lOG, 10, canai 99, 18, que, carne,
nm. 12, tio nm. 143; — toglie nm. 145 ^
28. RJ: carolento less., mortor less. ; ma di confessor v. le Giunte al less.
Cf. nm. 4 77 101.
29. N.J: slranger les,s. ; -N-f: agni 30, 14. 31; 31, 14; 40, 18, ecc., uegne
tegne nm. 28 n 145.
30. VJ: piobia pobia less., gabia 59, 9; 102, 15, alcbia 101, 11 (aleuiaiia
lui, 5); fope less.; sauio.
31. CJ: QO zo, ga qua, fagga faciat, fa za facies, brace calce, marggi
marza, lazo giaza, piaza placeat; sacrefdio; - fiduxia 3, 25 fitxia 107,
15; 118, 23 (piem. fiu's'a), guixio 41, 23; 43, 7, ofpxio 90, l."!.
32. G.J: correrà 88, 12, assagar 108, 39; coleo less.
83. TJ: richece -cce, uegiegga topago barozo, traiggon less., usangga forgga
speranza acho tiienzao usanze ecc.; clemencia silencio palientia ecc.;
palaxio 7, 2. 35, ecc. ( cfr. bellinz. Palàs'i, nome d' una località di campa-
gna, dove ancora e' è un 'palazzo'), presio, despresio (lomb. després'i') ser-^
nisio 16, 10 (lomb. sarvis'i mestolo?), iustixia 3, 0. 27; il, 16, ecc., fran-
chisia 0, 7, stancln'.sia 20, 34, ìncnusie less., induxia 95, 1-2, ecc., raxon
' Cfr. nm. 132 133.
- figlio 50, 37; .52, 11; !f, L'i; 11, ò'I, è = it. figlio; e se il pUir. no suona
figliò (v. nm. 27), vorrà dire che anche nei nostri testi ò quell'alternazione
tematica (sing. 'figlio' plur. 'figliuoli') eh' è già stata osservata altrove;
clm. cxLvi, (ìartner, Ràtorom. gramra. § 107. — Non manca del resto il
sing. figlioli .50, 24. 32, ecc.
■' S'intende che in toglie, e cosi in uegne tegne poclùe (ma. 145 29 33),.
si prende le mosse dalla 1.^ persona (veni ecc.).
Annotazioni lombarde. — IV. Fonetica: Consonanti. 229
■condanaxon inhandison occ. — -TJ : pocìiie -gìie niim. 145, 27 n, denchij
4,34; 61, 12; 03, 26 dingij ."j, 28 {dinti 7, 35), fangi 6, 7 {fanti 14,
41), tugi 6, 18; 20, 30; 22, 22. 38 {luti 13, 39; 19, 14).
CTJ: freca less., sfroi;rao 79, 32; 92, 34.
STJ: angossa usso; uschier usciere 62. 36.
34. DJ: mitae; alar (adinuada 9, 3), aitorio less.; anco less., giaio
less., noio less.; cu <:o zo giù, gougo less., niego -?fO. rar;i apogàr, uezo
crezo, ecc. — NDJ: urcgonga uergongado; uregognia 40, 33.
35. S.J: baxo faxol vtason, diuison 47, 37, dereson 10,23; 19, 18; giesia.
— SSJ : grassa grascia 47, 16.
36. L. Di I- in r sono in A pochi esempj : Naar less.*; carchera less.,
scurpie 72, 12; 87, 2, parpe 90, 38 (mil. pafpr')-^ fragel fraxelar nm. 67:
e molti invoce in B, soprattutto per -i,-: iiore ecc. 15, 15; 19, 20; 20,
17, ecc., uorenta 22, 35, vare 5, 11, mata 4, 33, consora 7, 19, po-
uoro 10, 18, gora 13,24; 22,6, scara 14,36, Maldarena, inuo'rao 17,
14, ortoran 18, 11, pares- 22, 11, sora- 22, 35, lassara 'lasciarla' 12,
3.5, r\tn 'la hanno' 17, 20, dra «della' 22, 2. 3. 6. 35, dri 'dei' 4, 21; 22,
13, intri ecc. nm. 132; ortro 21, 35; franzelao less. — Per Ai,+cons.,
Y. nm. 3. Se atere 4, 13 ò buona lezione, vedine IX 190-7 n. Di quaichc
V. nm. In. — -l: ce 19, 28, morta 22, 30. 37, eterna nm. 129 n,, qua
19, 26. 36; 20, 2. 1.5. 32. 33. 34, esemplare che ritorna pure altrove (db.
9. 23, bari., ecc.) e però vuol essere conservato anche in A 100, 28. —
Notevoli que, quello, 70, 2; 78, 17; 72, 13, e so 110, 30 che sarà da inter-
pretare, se corretto, per 'solo'.
37. L complicato. Risolto sempre all'italiana in A; ma in B la grafia
talvolta latineggia, specie por PL,
GL. In B sempre gi\ ma in A concorrono, qnal posto la tbrmola pur
-occupi nella parola: chi gi glii^. Ma chi prevale di gran lunga a for-
mola iniziale o intorna dopo consonante; gi tra vocali; e ghi è preferito
anch'esso a formola inizialo. Esempj di B: giama giaue; inginao,
sgiexo less., ingioado desgioaa; uegio ogij aparegiada gev u-
Ijion^. — Esempj di A: chiaue chiamai, chiaìicli less., chiar chierei, cìn'ovn
* In piaQi;ar 54, 0 è forse un'antica dissimilazione (*platjale).
' Davanti ad /, bastano eh, g, gii: yncschiggo less., inchinar, i\ fors'anch'^
■schirna. Ricompajono però chi occ. nel plur. dei nomi in -cìiio ecc.: cercìiij
ogij ecc., ali. a maschi ogi ecc. Esempj come isolati: cheri 119, 16, ghesia
13, 27, parege O'.ì, 23, ncge .5(;, 23; 10.5, 30, uegegga 55, 0, onge 5, 34. Fri'-
quente gesia.
^ clamano (ì, IS r un crudo latinismo.
230 Salvioni,
less., c/itMca)' less., chioxa chiostra chioui ecc.; giarnai 4, 20, giere 20, 30;
(jhiamar 85, 26, ghiaueli less., ghierei 32, 30; - superchiar cerchio torchio
tnchiouar schiarar deschiarar schiatta schiopi maschio, schiesso less ; sicper-
ghiao 12, 38; - aparechiar 17, 2, rechiuxo 75, 30; 119, 13, dove però si
sente 'cJlìicxo^; oregia uegio ogio, aparegiar ptaregio^ cornagia ingenogiar^
sbaagian less., spegio; oregliie 6, 9-10,
GL. Fermo il gi in entrambi i testi*: giaio giaqqa glande, gioto -ton,
giesie; ongie; itegiar 8, 18; /, 3, desuegia.
PL. Gli esempj, in cui graficamente si conserva, son pochi: plaghe
34, 39, plance 14, 12, planzare 3, 22, piena 13, 27; - cobi", slobia,
dobio; sempio -.
BL: bianco bioto blastemao ecc., sabion arnbio.
FL: fior {florida 6, 39) ecc.; infia inflada^.
38. R. In ambo i testi, ma con maggiore frequenza in B, è soggetto a
cadere il -r cui preceda vocale tonica*: corre corriere 82,30, ^errMe less.»
cixende less., ministre less., uolonte 72, 7; 98, 28, curie less., pruma 74,
30, rumo 22, 5; 117, 15, amo 59, 15, ghiapao less., recrouo less.; - dane
7, 32; 14, 41, portane 10, 7; 11, 18, pri- prume 19, 22. 31; 20, 13. 31;
21, 33, ecc., ìnese 9, 3, remo 8, 27, sero less., maio 14, 11, segno 14,
28, ono 21, 5, scakao less., zugau 8, 31, robau 22, 11, peccadu 3, 10.
39. V, primario o secondario, può dileguarsi quando è tra vocali^: om-
bria less,, corria 14, 29, Zessta 94, 17, cortianne less., uianda 31,7,* 39,
21 (tiiuanda 55, 23), rianne 70, 4, Wai 32, 3, paor -ra less., traonne less.,
tooie 119, 19, proado 16, 41, mentoar 39, 37. 38, ecc. (ali. a mentouar),
toaglie 87, 3, n^oZa 31, 26. 37, receno 33, 8; G8, 2, snersion, 36, 26, che
perciò non richiede emendazione, uescoho 74, 18 uescoi 84, 5; 88, 14 (ma
?<esco«o -in' 115, 40; 70, 22), uesco 5, 13; 6, 12. 16®.
É gw (onde poi ^) da -v-, primario o secondario, in tiguir 12, 33; 17^
20. 26; 18, 18; 19, 22 (oguan), 28, 33 (ogue) ughir 39, 37, 38 ^ ughe 100,
* Però ghiapao less, -gladio d, 2; 15, 18 è voce latina, e muglerà, less.,
voce esotica. — Di ganduglie less., v. nm. 67.
^ Di fm;3e impan, v. nm. 146 n; di pu puxa, v. less., pwnaqqo pixor less,^
po&i'a nm, 24 59 67.
'^ flagell- 10, 23 è voce dotta; cfr. franzelar less., e nm. 67.
■* Per il -r dell'infinito, v. nm 151.
^ Assorbito il v di pu, in sure nm. 9 (lomb. séra).
° Questa riduzione di 'vescovo' è assai diffusa per l'Italia; e qualche
dialetto passa ormai dal già antico ' vesce ' a vesk (Lodi, Pavia, ecc.).
'' oge (=0(}e) 28, 27; e di agisse. 9, 12, v. nm. 53 n, Codesta evoluzione
di audire coincide col prov. auvir e ricorda il piem. anvu'i (Brezzo; Bion-
delli. Saggio 642).
Annotazioni lombarde. — IV. Fonetica: Consonanti. 2:51
16 (lomb. ugà), pagura 3, 18. 26, 36; 12, 9 (lomb. paguro), mantogar o^
3; 9, 12; 17,22; 40,41, doghexe 65, 12; 26, 30, ali. a doexe, colego 67, 33,
ali. a coleo; posseghet^ 6, 27; 7, 27; 97, 38 (cfv. posseuer dven. 98), benegexij
4, 40, ali. a heneex- benex-, preghe prega 26, 27; 63, 7; 64,9, sega 5, is^
40. F. Stei'.an 52, 22; 105, 17, sgarauagi 17, 9, rnalueghere less.
41. -M. Adan 27, 34. 37, ali. a Adam 8, 14, Abrruin 26, 12; 63, 36, ali.
a Abrauin, 9, 3; 61, 4, ma tiitt' e due le volte davanti a consonante labiale.
— MN: oniia less.; ominca less.; altono less.; cotogna 29, 35; 31, 37-X.
39-40; 33,31; 58, 19, dagno passim, degnai less. {dannai 92, 40); dnl-
magio passim, v. kj. I 123.
42. N. Nella formola in + voc. in voce piana, A rendo il n prevalente-
mente * per nn, o meglio per n munito della trattina che <"> la sigla di
un n ^, onde la stampa ha 'nn\ Si chiederà se questa grafìa esprima il
suono faucale del pedemontano e del ligure, Ascoli II 127, o quello che
assume in tale congiuntura il n milanese, v. Fonet. mil. 156-7*. Che a
ogni modo codesta grafia abbia un significato, si arguisce da ciò, ch'essa
non occorra dopo vocale postonica (uergene non uergenne); né d'ordinario
pur dopo vocale protonica, e cosi ménna perdónna pènna uànna ecc. s' al-
ternano con menar perdonerà penòxo uanitae ecc. (cfr. pieni. perdu'à<'
perduné, mil. perdónna pjerdonà, ecc.)"; e che finalmente la risposta di
* Per gli esempj del tipo prega ecc., si potrebbe pensare a delle false
ricostruzioni determinate dai doppioni meo mego, prea prega, ecc., nm. 45.
Sennonché sovvengono il trent. p:gan 'pedàn-', i pav. éuega meta, usgìn'-}
utensili (v. less. s. oseeglc, ed emil. itsoèj), e prega pietra, pragà sassata,
draghe ultimo (v. 'derear' less.), di qualche zona novarese (v. Rusconi,
nei Saggi di Trecate e di VespolateJ; cfr. ancora XII 397 n.
^ I miei assaggi danno trentasette n di contro a quarantotto 'jm'; e
'nn' più frequente dopo ò è à, che non dopo i n. — Nello sdrucciolo, pre-
vale pure e di gran lunga (dieciotto esempj contro cinque) il '»n'; esem-
pio principalissimo annima (del restante : domennega spontannea calonnexi^
iiionneghe e monexi, suslennan tennan pongonnan; genere tenebre ecc.). Assai
frequente il 'nn' puro nella desinenza -nio: demonnio -nio, fustannio ca-
pitannii strannia, testemonnie 93, 3, ecc. Sempre è con n la voce continuo.
^ 11 nn scritto alla distesa è riservato al nn etimologico di voci non po-
polari {innocente, innomerabel), donde riesce a estendersi indefinitamente:
inniquitae 71, 34, inniniixi 84, 15, innamora innance ecc. Ben rari gli esempj
come coronne 49, 15.
■* La pronuncia faucale di 'nn' ha forse conforto da ciò, che questa
grafia, insolita nei testi lombardi, ritorna poi no' liguri e pedcmontaiii t
Flechia X 142 152, tch. 353.
^ Ben rare le eccezioni come perdonnamo 98, 17.
232 Salvioiii ,
un, primario o secondario, suol essere n: pena penna (ben contrapposto
a penna pena), cana ano ingano seno, nntono less., dona madona (cfr. pieni.
céna di fronte a lana; nel mil. però: càna e ràna)^.
A sopprime con molta frequenza il -n del prefisso in 'con-venire' cfr.
38, 3; 40, 25; 41, 2-3; 42, 30. 34; 48, G, ecc. (ma connen 54, 31, ecc.); e
in B occorre oniicha less. e Giunte al less. (ali. a omincha) tanto fre-
quente da non potersi credere un mero sliaglio.
In ambo i testi si dovrà considerare come gutturale il -n della formolu
n, purché il -n non corrisponda a una geminata toscana, nel qual caso, che
del resto si presenta solo in voci verbali come haìi fan dan in fen 'man-
don manderan ecc., gioverà forse distinguere tra i due testi : B tratterà la
formola alla lombarda, avrà cioè il -n dentale, e A alla pedemontana, avrà
cioè il -n gutturale (piem. vaii, fan, ah)-. — Davanti a labiale, il -n può
mutarsi in m: soneì'am 11, 1, seguam 64, 3, orassam 70, 19, dem 70, 22, iìii
8, 21; 16, 10; e qui vada pure grani 10, 2; 63, 27^. — Cade ne' due esem-
plari di larga ragione: te 6, 10; Q6, 36; 96, 14, ite 65, 25; 72, ;'>7 ; 1, 20,
cfr. mli. § 301, e in be, 61, 26, se non va emendato in ben, (cf. bdlinz. br)-
Né manca il solito no nm. 155*.
Gutturali. — 43. K. Interno tra vocali si riduce in ambo i testi a </ ^
che ha poi comuni le sorti del i) primario. — Il nesso sk- è sg- in sga-
rauaqi less., e sgurar less.: cfr. kj. I 124-.5.
44. Q: ca 'quam'; aigua ama less., ainguar less., lesguar d eslenguar
less., antigo plur, -xi, inigo less.; neche^a less.; scìiirar less.; - quintar less.,
squela, less.
' Ma anno 46, 27. 29. Voci non popolari: igranao (ali. a tijrano), ynni
(ali. a yni IKJ, 8), manna (ali. a mana) , e forse pur condanna 41, 7 (cfr.
dagno).
" Il solo argomento eli' io sappia addurre a conforto di questa supposi-
zione, è la vocal finale caduta (han 'hanno', ma ano anno); ed è un ar-
gomento, la cui efficacia, non me lo dissimulo, sarebbe assai maggiore se
non si trattasse di forme verbali.
^ Sarà invece meramente grafico il -i>c delle seguenti voci: uni 78, 12,
nessum 5, 3; 9, 34, souram 43, 5, dio:am 4, 27, meritam 10, 9, fiam 10, 38,
sttidiam 14, 19-20, volani 15, 35, siam 16, 3, infendam 17, 28, sabbucham
19, 6, cì-iani 21, 41, falam 44, 20, erarn 46, 21; 78, 13, porram 15, 34;
cfr. X 142. - Caj/yn 11, 31; 45^ 5 s'alterna con Cagn 93, 22, cfr. nm. 41.
* confusio 85, 19, perdicio 83, 6 (boitr. 17; e cf. il lomb. pcrd'izi, mase.,
smarrimento, perdita), legio 65, 32-3, afflictio 8, 19, sono le voci latine
nella forma del nominativo ; cfr. commotio in bonv., ecc.
'' E ricostrutto il -e- di voci sicuramente popolari, come anticha 3, 36,
foco IG, 15, dicho 9, 30-7, arccorda 10, 19; 18, 18.
Annotazioni lombarde. — !V. Fonetica: Consonanti. 233
45. G. — Primario o secondario, permane in B: piaga fadiga miga*
amigo inigo zudigare digando -sego -niego prego negata se-
gando pegora r eg ordeue medego lago, suga 3, 25, reduga 3,
3, ecc. — Resiste pure in A per la maggior parte degli esempj: antigo
-ga, amiga -ga, inigìio mendìgo, ligar ligami, figao less., brega intregha,
cego -ghi, sego tego cegogne negar pregar uaregar nauegar desmentegar
carega, legai leale, deslegai legheltae, regal regale, regaqqo less., porteghi
domesteghi stomego tonnega damenneghe perseghe lago draghi piaghe pagar
pagan pegora aregordarse arregolie perigol, segura segicrtae, figura agugar
lagoste fuga fustughe. Ioga alogar, fogo fogolar, gogò ecc. ; ma anche av-
viene che molto frequentemente si dilegui; fie 42,9, faia 31,21, uesie 21,22,
Ha 6,10, mia 2,36; 6,35; 69,37; 106,37, mcriar 19,35; 21,29; 38, 19; 49,22;
81, 10, cotnuniar 106,26, scuminian scominie 62,18; 90,7, piar num. 6, guiar
pass., near 35,4, prear 102,10,11; 95,40, carrea 3,36; 68,38; 90,4, in-
trea 6, 34; 36, 12 ; 55, 41 ; 64, 34, traffea 53, 1, trafeo 23, 34, dosmentéa 68, 6,
tosseo 101, 41, rumeauan rumean 40, 15. 16, desmenteo 118, 40, ghierei 32, 30.
31-2, frauei less., meo meho medico, saluaio 31, 33; 83, 20; 97, 24; 100,
17-8; 120, 1, saluaiura 48,40, campanaio 58,33, gramaia 120,30; leal 9,8,
meo'mQQO 70, 14, Greo 38, 14, seondo 6, 23; 16, 14; 32, 30; 35, 15; 56, 31 ; 78, 32;
108,3; 113,5, neota 39,7; 92,24; 100,25; 112,29 (cf. nuta menta less.), fiao
less., guar gohi 15,35; 54,6, fuagina less., suar 25, 29; 59, 28; 69, 12; 89,
15; 95,20, augi 7,7, aagia 99,22, saugli less., aiirar less., gaan less., gouo
less.
46. GW: langor 6,3; 16,26; 17,19; 58,10.
' 47. GR, GM, GN, GD: agro negro, sagro (sacrestan 88, 19-20, sacrestie 87^
15); - più mente less., - cognosser; - Maldelena -darena 12, 40; 13,.
10; 15,23; 17,1; 18,11 (cfr. Mandelena passb.; Zerbini, Note storiche sul
dial. berg. 16).
Palatali ^ 48. C. Iniziale, passa in z: cego certa cena cento cercha ce-
gogne genere cirio citae, cixende less., g ere and. a zinqiien ecc. ^; - in-
* E mia in 9, 21; ma il dileguo, che in questa voce va ripetuto da spe-
ciali motivi, ritorna, come ognun sa, anche in moderne varietà lombarde
allo quali ò d'altronde estraneo il dileguo del -//-; cfr. kj. I 127. Un'altra
riduzione proclitica di 'minga' è nel mina di Adria e di Papozze (Pap.).
^ Per la funzione fonetica di e, g, z, x, v. il § II.
^ cera, volto, è sempre scritto con e- mai con citi-, ecc. (cfr. il § II, o
clera in bonv., ihera noU'a. gen., chiera ghera gera in rov.). Vorrà diro
che vi si tratti di z; cfr. zcra rev. Ili 401, il pav. zera o il vcn. e fri.
sicra. V. Ascoli, IV 119n.
Archivio glottol. ital., XIV. 16
234 Salvioni,
terno, dopo consonante, si riduce pure a z: dolge, porri ecc.;- fra vocali,
siamo al solito s *: paxe uoxe guxo raixe noxer aseo cantarixe meexi staexi
less., amixi, antixi 38, 32, ecc.
49. G'. Iniziale, passa in i: gel, gente zente^ giganti genera ecc.; -
interno, dopo consonante, dà pure i : ingegno longge anger sorgessi ecc.,
G j in ariento 5, lo; 20, 30; 24, 27; 31, 17; 48, 36; 82, 4 (cfr. bari,
db. 43, ecc.); - fra vocali, dà s' in fraxelar (franzelao num. 56); e
dilegua in paixe maestre, i^ania pagina 33, 35; 45, 10 (cfr. paina in Gloria,
Volg. ili. nel 1100, p. 76), t<ilie less., ruii less., snello less., leemi less.,
lenii less., se è * legimine, cfr. mlr. II 484, saita 11, 28, guainna 65, 11;
volge a i nelle voci con gg toscano : vece reggere, lege legge e leggere,
greggo gregge, rugin fugir fiizi^ afflige, ecc.; è intatto in flagelar refri-
gerio sigilar regina ecc., voci dotte.
50. CT. Riflesso per e, così in A come in B*: fachio trachio (e quindi:
stachio dachio andacliio), satisfachio desfachio, confechio perfechio dichio
(e quindi scrichio, gr. I 543), eontradichio interdicJiio, heneecliio, np. Benec-
chio, tnaleechio, lechia less., colechia acolechij (e quindi tollechio), aspi-
chiar, uichio uicliioria (coni, viciória languore, spossatezza), pechijn pettine
02. 4, pechio techio, lechio lecliiera, lacJiie, impachiar less , nochie, ochio
ochiaiio (canav. t'icdva l'ora ottava), uichiura strechio destrechio constrechio,
senechia less. (vaiteli, seneciàt angustiato), drichio destruchio aduchij con-
duchio reduchio, suchie asciutte, penchio penchiura, gonchio congonchij,
cenchij; - faghio -ghi, daghio dighio beneeghie uighioria, redughij -ghi,
* Non occorre che qui si tocchi di far, dir. — Per i riflessi di -ducere,
v. conduer condurre 52, 35, condue 'conduce' 53, 27, reduer Al, 39; cfr.
piem. ardue ridurre, produ'o'= *prodi've produce, e v. num. 62 n.
- La fase anteriore, J<, è costante in a nel riflesso di fructu: fruito, e
in quello della base germanica io ahi-: guait-. Lasciato da banda il secondo
esempio, che di certo proviene^ dalla Gallia, notiamo intanto che la forma
fruito ricorre in più testi antichi della Venezia (mon. 123, reg. 144, kath.
10, pass. § 33, ug. 11, pat. 15; cfr. I 318 n, 457, X 240, rph. § 2), della
Lombardia (bars. § 11, dove è insieme traita tractat, bonv., ambr., che ha
anche frugio) e di Genova, dove si ha fruito, con esito diverso da quello
che suole aver colà la base uct, cfr. Flechia X 15.5. Anche il frùt del
mod. lomb. è da un anteriore fruito, cosi come tril'ta, trota, è da ^fruita
(triiita nel bellinz. rustico, e truita in ug. ; cfr, I 305). Sarebbero mai voci
galliche, introdottesi prima nel linguaggio della cucina e della tavola? -
Curioso poi, che il N. T. valdese, XI 1 sgg., dove il riflesso di et è jt,
bibbia costantemente fruc anziché frujt.
Annotazioni lombarde. — IV. Fonetica: Consonanti. 235
soureqonghij; - drigia tollegia pengiura gongia souregongie. - digio fa-
c/io desfagio henedegio tolegia destregia alagiado^.
51. fregio ecc. 47, 36; 53, 2; ecc., 11, 15-^ 15, 33, ecc.
Dentali. — 52. T. Interno tra vocali jjassa in d * e ne subisce poi le
sorti. '
53. D. — In B è soggetto a dileguarsi, ma più frequentemente, persi-
ste: sudor fiduxia guadagno medego zudigare redemer zudei
tradio, ode -di -diva, radixe\ eda età, 6, 38, peccadiiri fadiga
saludo lado ìnedesnio prede fradilli asedo aida preuidì cri-
dano ecc.;- pey 4,8, ere credere, rire 6,35, ingoado 14,24, traysii,
20, oyuo 3, 12; 7,3; Q,\l,*', proheza 5,5, cri or e, cri IO, 18, day dadi
8, 31 ; 15, 1, grao 4, 29, robao peccaor zugaur, aseo 7, 13, aiar 17, 5,
spua spua z ad^a, p)Q eua o ìnnipoente, mario ecc. E invece costante
il dileguo in A:^ morbio, orrio less., lampea, traio traitor, succeer, procee
47,21, posseui 81,34-5, meo meexi meexinna, rier creer, rebairemo 2, 11, pe
raixe, moho -hi, mo avv., aourar prò fro custo reemer rehencion loar, see
'sedet', tiuo eoa, cJioage -cinne, coardi guaagno , heneexir beneesson, ma-
leexio, doexe roe quixio guxo, feeltae 50, 13, lapiamo 64, 13, goer paraixo.
^ Frequentissimo in b il semplice t {fato) e frequente pure la ricostru-
zione per et. Di A notinsi quato less., pato (ali. a impachiar less.; cfr. pagio
bonv., ma pat nel mi), mod.), deleto diieto, letor scritura fruteueli sconfta
santo, centura (mil. zénta, valraagg. sénca), factor rector respecto ecc.
* debito -tor, abito denoti, creato -ture, secreto aduocato amutisse subito,
tutte voci dotte che l'Alta Italia conserva fino ai dì nostri, citate 90, 14,
nolontate 20, 13, paì'uta less., olita 59, 18, frate e altre; e in b: peccator,
-c'ito -àta nei partic, e tant'altri. Di aitorio traitor, v. X 154.
^ Ma v'hanno Indizj per ritenere che, almeno in certe congiunture, il
■dileguo del d primario sia anteriore a quello del secondario; v. num. 20,
e si contrapponga anche lapiamo 64, 13 a desseò 70, 26.
* Pongo qui oyuo sebbene mi rimanga problematico lo y (i) che ritorna
in altre voci dello stesso verbo e sempre in b; cfr. 4, 18; 5, 11 {pyre,
cioè oyire); 6, 16; 8, 7 (cfr. oye pr. e. 20). Rimedia esso all'iato o ri-
fletto per avventura -dj-ì La risposta non è facile, tanto più che il que-
sito si complica di forme come ogisse 9, 12 ogiando -e 12, 25; 14, 17,
dove ti chiede se g ò //, e risponderebbe allora allo / dell'iato (cfr. pa-
giura^*paju'ra paura in bonv.), o ò (/, e andrebbe allora col ^ di ughir
num. 39. Dato il qual caso, avremmo in ogiando un gerund. in -iando;
cfr. not. 24, kj. I 131, stfr. VII 200.
^ Non popolari fidel crudel consideì'ar adorar ed altri; ma in lapidar o
fadigha, il d sarà stato restituito (cfr. lapiamo faia).
236 Salvioni,
ruo less., gite suor, strassua 70, 6, Loe Lodi, nin less., Toeschi fiuxia, fan
113, 12, grai^; - peccao, fgao less., papao lao dai maini [rat, nai 90,26,
sanitae ecc., portaura ecc., salue xiirlue peccaor ecc., rei;eor ecc., bandior ecc.,
bateure ordiura spaa, canno 101,29, menni, meniiaglia 30,15, seecea less.,
perdea, gomee 18,36, abao -bai -bbaesse, saolo 'satollò', criar, lon^ean less.,
mouehiqQa, tioho voto pi. noi, spiio meesmo poer poestae deuear, dessean
less., tfiar aseo, dio dito, croar less., frael, ueel 34. 2, leame, see sete, monea
crea seno reondo, grao 45. 3, preuee -nei, rouee less.. sqìiele coasselle less.,
cam« ree,maruar nm. 62, sapear less., stramuon 17, 41, 5«Z«o saluar, speal,
Lain 38, 14, rtZam«r less., roor, meleto less., sabao, citai)! 79, 4, refiiar, in-
aiar invitare 18, 32; 86, 9-10, mario, menaiqco, Naar less., wom' 90, 13,
messea less., graetiel, fago less., tojiei 110, 10, cmegnaici HI, 1, f'/or, sf«-
ej;i less., ineneurie less., oxeegle less., ecc. ^. — Per le forme participiali
di ambedue i testi, v. nm. 153.
54. DR. Inalterato in B, secondo fonia lombarda; ridotto in A a semplice
r: dexidrar madre nu drigao Fedro *; - ìnare, pare paron, laro laron
laroneggo, quare less., nuriar ecc., dexirar, sirrai less.. Pero, carrea less.,
cantarise balarixe peccarixe.
55. -ND. Ridotto a semplice -n in due esemplari di B: segon 22, 20,
san guan 17, 16 (cfr. biastetnan dee. 2, 17)*.
Labiali. 56. Interni fra vocali, p e b riduconsi a v (nm. 39)^: pireuenda
preuee, pouol pouolar, onera, suuin supino, ^ewer, louo ranaxe less., anerto^
ecc.; - preuidi pouoro, conuerta { = con-) ecc. — PR, BR: laure, aura
'apra', desoure laure leuroxo, - frena crana recrounr cruuin; - onra
couriua soure leuroxi (e leprosi). Di strato non popolare: cele-
bro less.
' Qui vadano anche: froho less., infroìio less., ureo vetro, uree less.,
prea. pietra; cfr. nm. 65.
^ In faia guiar saluaio companaio gramaia, fiao less., meo meco meho, il
dileguo della dentale si complica con quello della gutturale.
^ Circa il jjor- di pori 18, 17 porre 7, 19, v. not. 23n; e non si esclude
che la dichiarazione possa valere anche pei testi che ci offrono, come a,
radr. Voce ricostrutta è peccatrix, 15, 22, e così pure meretrixe, 14, 33;
36, 38, ali. a meltrixe 16, 36. Voce chiesastica: patron 37, 7.
* gran citae 45, 24, gran montagne 114, 34, gran peccae 7, 21-2, gran
richi homi 18, 34-35, gran fiduxia 3, 25; grand/oure 34, 8. E qui vadano
anche tan fin; san Quan, san Steuan, san Polo, san Jacomo, san Bassan;
sancto Augustin, sanato Andrea.
* scribere aperto, captili 13,22, descoperta 12, 12, su/jerchio ecc.^
son voci ricostrutte.
Annotazioni lombarde. — IV. Fonetica: Accidenti generali. 237
57. S. — Manca il s di sk- in cole scuole 90,5, quela scodella. 66, 21, crius
98, 6 (così il cod.), cosso less., e saranno meri sbagli, sebbene altrove non
manchino consimili esempj *. Appena merita menzione: nsf in nf nei non
popolari tranfigurao 15, 27, tran forma 16, 6. Di s primario o secon-
dario che passi in z, preceduto che sia da liquida, sono esempi: falqo
(alza (e falsi 6, 10), angonza less. *.
Lo se di se e sci si riduce a q: nasse nassion less., eresse cognosse
fassi spartisse ecc.; frequente però, sopratutto in B, la grafia latineggiante.
Pure X passa in 5: insir, cosse 76, 33, asselete lassar sugar ecc., e qui pure
non mancano le ricostruzioni (texer 30, 38, ecc.).
Accidenti generali.
58. Aferesi: sasin 5, 12, dotare adottare 15, 35, dora 19, 24, stae
44,21, pistole S'è, 2%. 4Q, sto ecc., pron. proclitico, speaì, relorio 44,19, scuro.
— 59. Contrazioni e assorbimenti. Di aa\ guagno, loa 60, 24, stra
93, 1 (se piuttosto non è da leggere strabonna, nm. 115), bea 77, 2S; 91,8,
dona9l,22 (la dona = l'a dona; v. però nm. 140n), in fica 13,21, spuaza
15,34, slrangossa 8, 13';- di ee: meo medico ali. a ?wee-, benexir benes-
son ali. a benee-, malechia ali. a malee-, derrera 80, 25 ali. a deree- 84, 38,
ere credere;- di ti: nin less., uilia less., cri 'gridi' 10, 18, si 7. 23; - di 00:
uesco;-à.\ ao: v. nm. 11, e aggiungi monigga less, recrouo less.; - di eù:
nula less.; - di ei: prichar less., e v. nm. 1 ; - di ìe: rire, olcir ulcir;
- di ju: pumaggo habuo saptco*; - di òj : to, figlio nm. 27; - di uè: guxo
less.;- di uj: lu chostu cholu altru du nu tiu, cfr. nm. 1. — 60. Elisione
di vocale. Le continue ricostruzioni^ rendono piuttosto scarsi gli esempj
* critura dven. 146, crini rn. 60 (cfr. ren. 80-85), e quarga 'squarcia'
meg. 466, nella qual parola pur dev'essere uno sk- bene antico; cfr. num. 114.
^ franzelao less. sarà forse da, frangelar (not. 26) anziché da. fraxelar
less. Vero è che frangelar si può alla sua volta ricondurre senza difficoltà
a fraxelar (cfr. valra. angéla=.ans'éla 'annicella'). — Pongo qui: squar-
sao 9, 16; asmorsada 14, 30.
' deliberamente 20, 24 potrebb'essere 'de libera monte'.
* Di pu p)uxa, V. zst. XII 296 n.
* Per es.: quaranta agni 31, 14; 46, 17-8, quella annima 76, 40, mia
<xnima 14, 9, una aregordangga 14., 39, una altra 63, 41, per che eli e 20,
14, su un, eio 0 7, 12, una hora 70, 14, ecc. Tali ricostruzioni inducevano
poi il poco perito menante di b a delle soluzioni come li intelleto 8, 5,
o,lla albergo 7, 17, ma acusano 9, 36, lo odiiia 11, 34, si in-
238 Salvioni ,
della seguente maniera: neot' altro 47, 20, sencf\-rme 82, 2-3, sengr' ariento
82, 4, senc'esser 50, 27, quell'aqua 69, IO, quest'ouera 1, 3, tant'era 75, 22,.
ond'era 79, 2-3, ond'e 82, 30, ogn'altro 53, 28; 54, 18; 51, 29, ogn'ano 59,.
22 {ogne ano 46, 35)*, rich'onii 14, 8 (ric/u' /ìojhì 13, 30-31, richo homo 17,
35), grand' Olire 34, 8, twi'e 41, 22, chom'e 37, 22 ^ ìnal'astucia 85, 4, sen<t
rt? nasto (=sentia al o sentio ali) 59, 18, anch'elio, niancha mi (=nian-'
e ha a mi) 13, 13, aqu'al pe 43, 13, de terr'in terra 60, 12, logo tegnent'e
uicario 80, 39, ch'a 'hi pe 'che ha ai piedi' 49, 39, alta uoxe 6, 18; 8, 6,.
di cui V. nm. 155 ^ ecc. L'elisione ha luogo tuttavolta con una certa re-
golarità, in A sopratutto, quando si tratti di proclitiche monosillabe. Cosi
m'an, t'e 73, 2, t'a, i'in, gh'i, l'adoron 'lo ad-', l'ara, l'è 'ella è' s'el'a
5, 35, l'iixaitan 31, 7 (ma la in traxeita 13, 39), gh' era, gh'a, g' andana,
gh' in, u' 0, u' aro, u' in, s' in, s'osso, s' imprendeua, s' a 117, 36, s'abita,.
n'auri, ch'amor 27, 9, ch'alcun 110, 36, e' o 14, 40, ch'era, eh' eran,
eh' e, eh' el, perch' el, ch'i, perch'i*, s' el 'se egli' (se el 18, 26), s'i, n' o
'non ho' io, 17, d'i^, d'absoluer, d'esser, d' aqua, d'usura, d'oltru (ma
de anna, ecc.); cfr. num. 132^ — 61. Prostesi: ysnello 19, 30; scapi-
tole less. — 62. Epentesi. Di J e v che rimediano all'iato: eio 7,11.12;
8, 8 {ei'o 'io ho' 7, 10. 11), cfr. net. 23 n, Riv. di fil. rom. I 169, aier
44, 27 (venez. àgere, cfr. beitr. 18, pozzo 132, tro. 486, mat. 257, bari.,,
bri., ecc.), maie (ambr. maye), pronega 5, 29, auoltri less., goiio 37, 31, ecc..
tende 21, 6, si infiaua 12, 14, al posto di lo intelleto, ecc., e gli fa-
cevan ravvisare l'avverbio 'male' nel maZ di 'mal'usanza', che risolva
per male usanza 20, 13. — Un esempio analogo è forse in a: jjura a
nm. 25.
* Costante è ogn'homo, combinazione lessicale ormai ben forma.
* E intenderemo chom'e pure in 14. 1. 6; cfr. lomb. come IX 2,55 n.
* Cfr. num. 194. Qualche passo, addotto nel testo, era diversamente emen-
dato dal Forster ; ma ora egli accetterebbe di certo la interpretazione eh©
qui ne è data.
* L'editore, per isvista, scioglie talvolta chel in che-I (p. es. in 80,6).
Risolvendo, come facciamo, s'el, ch'el, otteniamo il giusto parallelo di ch'i,
perch'i, s'i, cui da b s'aggiunge quello di ch'ai, k'ala, num. 18 n. Circa
tin sin ecc., s'esiterà tra t(e)'in o ten(e), v. num. 20.
* Quando l' amanuense adopera hi, la integrazione grafica gli par neces-
saria, e scrive che hi, de hi.
* Un caso singolare è uè de re (zziuedero é? 'vedrò io?'; cfr. dibi'é
debi'é 6, 30; 13, 9. 10; 14, 10. Il, oi' é 8, 7, ma o è 'ho io?' 7, 2; 10, 18)
8, 8. Andrà cogli ant. gen.: troverò ^z troverò è?, poré=poro è?, v. Vili
44, 31. 32.
Annotazioni lombarde. — IV. Fonetica: Accidenti generali. 239
nouar nuotare 25, 25, squanzaua less. * ; - di g: v. nm. 39 * ; - di d:
biciaxo less.; - di ?" tran tronada less., stronboli less. , descentre less. ,
quentre less. ^;- di n: delenr/uar less., minta less., franzelao nm. 57n,
lonxengare less., ang on za 16, 8, uencan (=uegan 'vedono') 15,4. 16'*;
e qui vadano, benché di ragion diversa (cfr. Ascoli III 442 sgg.): insir
ensiì~, insteso, inguai dexingual, ainguar less. L'epentesi di vocale è in
Caualaria nm. 65 ^ — 63. Epitesi. on less., sontfoj nm. 143, — 64. At-
trazione, salmoira 44, 24, magra 5, 35, pairo 6, 37. — 65. Metatesi.
Di vocale: ingonegiar ingonegian (-e-) 87, 15; 110, 28-9® (ma incenogiar
52, 27). Di consonante: tromentai 4, 33, strochion less., albregao less.,
uregonga -gognia (se pur non è *v(e)reg-; cfr. uraxe verace), fernasia 52,
12; prede prea (ma sempre: Pero), uree ureo, froho, infroho, nm. 53 n,
recr Oliar (ma recourar 56, 9), crouhia descrouiiia, frena, craua crauei less.,
crastar, incrosto less., lesguar less., marno less., Caualaria Calvario 72, 14,
V. nm. 63. — 66. Assimilazione. Fra consonanti vicine: creto less., leemi
less, dexorare 5,25; 6, 1; 9,38, t<erra ecc., terrauan qq,c., romaraue ecc.,
uorra ecc., z'Zora ili- 6, 1^; 12, 19, ecc. (ma inlora 8, 41), ilio 22, 1.
Fra consonanti lontane: corporaì 87, 4, se pur non riflette * corporario,
angin 113,33, dove è forse attrazione di uergin e gouin. — 67. Dissimi-
lazione. Di consonanti attigue: mermar less. Di consonanti non attigue:
albor 43. 13; 74, 25 (ali. a arbor 43, 16; 74, 22), meltrixe less., celebro
* Questo esempio e l'aversi avo da àtu in più testi antichi (pio: apel-
lavo 165, scampava 192, ambr. : provano temperano recronauo dampnani
spana; cfr. smariuo) e anche in varietà moderne di Lombardia (I 306), non
mi persuadono ancora a veder nell'isolato peccane 120, 20 altro che uno
sbaglio promosso dal vicino greue.
^ C'è anche destrngan 90, 19, e forse non ne giudicammo bene nel less.
s. 'destrugar'. In-uxi -uctu del perfetto, s'incontravano struere e
ducere, e ne poteva esser promosso l' incontro analogico in altre forme.
Onde -dner (v. num. 49 n.) secondo -strtier, e -striigan secondo -dugan.
Cfr. ant. gen. indue aduesse, ma condngo indngando, Vili 78, 11; 91, 15;
78, 14, X 153.
' All'incontro: dommente 87, 12 (bonv. dementre). Qui anche uespo, 76,
17-8, che forse non andrà emendato; cfr. Vili 63, 20.
* uengan ha un riscontro antico in uenzo 'vedo' triv. ; e corrispettivi mo-
derni ne sono: lomb. lenz renz; v. anche IX 224, gst. XV 262 n, not. 23,
kj. I 128.
^ Cfr, sp. calavera. Esempio analogo è sparaver, sparviere, di molte va-
rietà antiche e moderne dell'Alta Italia.
•* Cfr. bari, {inzonechiò), beitr. 16, mli. § 150.
240 Salvioni ,
less., fragel franzelar less., lirio 108, 13, cortei, calonnexi 88, 24; gan-
duglie less., pobia less. s. 'piobia'. Di derreal 43, 37. 38, difficile dire se
risponda a *deretrale o a *deretrario. Di piaqqar, v. nm. 36 n.
Y. Morfologia.
1. Suffissi e prefissi.
68. -abile: stabel laudabel amabel incurabel ecc.
69. -ACEu: boaqa less., uiace less., choage less., uinace.
70. -ale: eternai, celestial 26, 16, perpetuai 1.5, 11.
71. -ALi.v: prexaglia less., rnenuaglia 30, lo, intraglie less.
72. -an: puitan less.
73. -ANEu: filagni less.; capitannio strannìo-^ spontanneo. Di uilanea,
V. le Giunte al less. s. v.
74. -ANu: <05ton less., j5roajÌHian less., roa>i less., tonjeapi less., pto?<flnna,
cortianne less. — Di heremitan 88, 25, guardian 88, 16, sacrestan 88, 19-20,
V. mlr. II 25, strf. VII 186.
75. -ANTL^: habitanga perdonanqa aregonlanqQa nomenanca dubitanqqa,
sutiglianqqa 85, 4, pricance, ecc.
76. -ARDu: uegiardo^ goliardo less., boxardo, begardi less.
77. -ARiu: colonbar mortar ecc.; niidater prexoner, corre, ecc., calcherà
less., leuera less., indiuinere less., ecc.; banderie 'bandiere', cfr. not. 23;
statutario homicidario hostiarij ecc. Cfr. num. 4.
78. -ate: debelitaa 19, 38, lassitae 20, 1, ecc.
79. -ATicu: lenguagio ecc.; saluaio campanaio; staexi less.
80. -ATu: papao par entao principai; spina 0 less.; ma<<aa less., sauonaa,
oregiaa 70, 37, maselaa 86, 33, s curi ad a scurriaa, scopaggae less., ^w-
gnade, squanzaua^ss., lesnada less., domanada less.
81. -ebile: asieuel deleteuel conceuel graeuel raxoneuel habondeuel pia-
xeuel abhomineuel intendeueli fruteueli piaseure n ecesse ii re 19, 17.
82. -ellu: disnarello less.,partexela cordelle curbelle, coasselle less., ecc.
83. -ENu: V. i Numerali.
84. -ENTU -L-ENTu: sangucnento rugenento ueninento fumolento carolento
pugulento turbolento, pianctorenta less.
85. -ETTu: sacheto uxeleto libreto, meleto less, pesseti goueneti, noueleti
80, 3, biancheti roseti lanceta pianeta pegorete carrete càbanete asselete ecc.
Annotazioni lombarde. — V. Morfei.: 1. Suffissi ecc. 241
86. -i'a: stoltia 51, 5, mercantia -le, consortia baylia leuroosia goliardia
baronia prexonia poestaria robaria lecharie traitoria, meneurie less.
87. ,-iciu: uoltiQQO less., menaiqQO less., monehv^ga less., auegnaici less.,
monioQa less.
88. -ile: porcil porcino 2, 5, sabionil sabbioso 29, 21, quaresmil 35, 34-5.
89. -iNEu: neruegni.
90. -iNGu: solengo.
91. -INU: niìi less., fantin yumaQin naxin, 'pscin less., agnelin ^^icenin
tenerin testinna patine bramine gambine; citain, colonbina 83, 9, crestalinne;
puinna less.
92. -iscu: greesco 'grechesco' (Arch. Ili 258)*, sardeschi (cfr. sard. sar-
discu) 99, 18, toesco.
93. -issa: compagnessa abbaesse; profetissa.
94. -itia: francliisia, stanchisia inmondixia cupidixia; matega greuegga
nechegi uegiegga reegga, scuregga 94, 24, grameza.
95. -ivu: ombria., tenebria 31, 31, corria nm. 39.
96. -MENTu: noximento streiiìimento, descorramento less., p)^'''^'^'
ìnento less., ìiuriamento netegamento loìnentamento ecc.
97. -OLu: mangol, amigol less., fassola 56, 26, bestiola gripiola cagnoln,
pixarola less., ecc.
98. -one: topon less., compagnon pongiglon, piacentone less.; in zi-
nugion.
99. -onea: catiiiogna, tnenggogne 105, 1'.
100. -ore: baldor ecc.; spi x or ecc.
101. -ORiu: mortor less., confessor less., e Giunte al less, messora less.;
relorio, fogo purgatorio, ciborij, ecc.
102. -osu: seccoso arido, garbiglioso less., amoroso caro, amorevole, do-
loroso addolorato, desiroxo desiderabile, leuroxo, specioso bello, uermenoso,
confortoso less.
103. -t-ione: raxon condanaxon inhandixon; traiggon,
104. -t-ore: regeor correor seruior bandior, ««laor amante, chiauaor '■ chi
tiene le chiavi ', scannar pugnaor, pregantaor less. e Giunte al less., ghia-
pao less., scacao less., robao, zugau nm. 1.
105. -trige: pjeccarixe peccatrix, cantarixe balarixe; meltrixe meretrixe.
106. -t-ira: ordiura bateure porto.ura ligaure intaglianra serraure ecc.
* Il plur. greexi 91, 20 risffonderà piuttosto a 'grechesi' (cfr. Greo), se
pure non istà per grexi 'greci' (cfr. reefranchio = ref- XII 384).
^ Di forme come fantiglonnea (se non è il caso di -ea = -eta) men<^gonea
non mi so veramente che pensare; monqonea anche in pred.
242 Salvioni,
107. -umen: bolegume less., amarume.
108. -URA : pengiura ponchiiira hrutura frescura pagur a saluaiura, stan-
tura less., pastura less.; gouentura; centur less.; cfr. mli. § 515.
109. -UTu: penili, frascui 119, 39.
110. AD-: acognosser 5, 22; 6, 30 (cfr. nm. 18 n, 21 n, e cfr. acognosuto
bari., acognoscer pr. a. 6, d. 9, acunuxuto acognose gau. 135, 141), acho-
menzar aloxengar assetar^ amolar less., allapidar less., amorlar less., ato-
ponar less., apontelar, amulexìnar less., aguadegnar aguagnar {v. agoa-
dagnare rev., aguadegnare bari.), alainar less., ahumanir less., ainguar
less., adeuenir aregoUie, arecordar nm. 43 n., ai<iasar less., apena less.,
apertegar less., apartuir less., atei Ila less., anoinerar, ecc.*.
111. CUM-: comprende less.
112. DE-*: deruinar demenar delen guar; deruhie less., indequeto^.
113. BIS- (v. mlr. II 624): desmostrar deschiarar despichai despiglao de-
spogliar despartir deschazar desuelar deschainai desmesuraa desprexiar,
descorrer scorrere, desmentegliar^ desfassar sfasciare, descognessuo desfguraa
desuergenaa desraixar desperduo desconfortar desmeter, desfamar diffamare»
descressui 'decresciuti' 112, 38-9, desZt^ar, disfi gurao 7, 37, desìnontar
desformao' disfigurao 7, 37, disponne 41, 4, dispensar 46, 40-41 [des-
51, 10), disolto 62, 6; - desconzo dexingual, desutel, desgracioso 15, 3, de-
slegal; dexasio.
114. EX- (v. mlr. II 626). Il vero e proprio rappresentante di ex-, nei
nostri testi e in genere ne' dialetti dell'Alta Italia, è dis-, come s'è potuto
vedere nel precedente numero. L'esito di ex-, che pur s'incontra in pa-
role prettamente popolari, o assume, per l'antichità della combinazione,^
l'aspetto di parte integrante della radice, come in sgurar stragQar squar-
gar ecc., o ha funzione quando rafforzativa e quando peggiorativa: schiarar
81, 31, sbatui 52, 10, slanguisso 53, 41, lesguar less., sgruuie less., suen-
giar less. Del resto: aspiana 3, 40-41, ascurggar, asmorsada less.; cfr.
nm. 18.
* Manca talvolta il prefìsso in verbi dove l'italiano lo dà; così in mi-
nistrar 58, 7.
* Ne'nostri testi, comò in tatti i dialetti dell'Alta Italia, de- e des- vanno
tra loro confusi, e per lo più se ne vantaggia des- (cfr. desmostrar, e il
caratteristico desinestego = dem- = dom- di più varietà dialettali; beitr. 50);
difficile quindi lo stabilire con certezza se il des- di verbi come desugar^
asciugare, rappresenti d.e + s o des+s.
^ Si connette forse con un *deqiietar inquietare. V. le Giunte al less.
Annotazioni lombarde. — V. Morfol. : 1. Suffissi ecc. 243
115. EXTRA- (cfr. nra. 122 n.): strauacliar less., strauolge, stramuar less.,
strauisae, strapassar 93, 27, strassuar, strafriger less., - stracitaor less.
e Giunte al less.; stragrande, stramarauerjlioso 58, 12, straexcellente, stra-
dolce strabotma (?; nm. 59).
116. IN-: inrichir arricchire 35, 37, infenge imprender inspeao incolar ^
inferriai less., inspinada^ infregia 15, 33, inficar itnpro'ineter; in-
dequeto nm. 112 n.
117. INTER-: interfinar less., intermeQar less.
118. PER-: pergotar less., perforgar less.
119. RE-: religar rechiuxo regratiar, refranger less., reuersar, retrar, re-
fìgurar raflf-, refermar rehutar regouenir, reuiscolar less., refrenar less.,
re fregar rinfrescare, redrizar; resguardo sguardo, rechiamo, releiio less.,
recolta, ecc.
120. SUB-: suuertir.
121. SUPER-: soiireuegnir soureconger, souremenar less.; sourepin 51, 9.
122. TRANS-*: traonne\es?,.,translatar\Q?,s,., tr anfigurao 15,27, tran-
forma 16, 6; trabeai 103, 20.
123. Nomi derivati senza suffisso da temi verbali: guarda
guardia, Qura less., sagra less., spera less., pricho less., spuo, releuo less.,
deueo divieto, forboto less., j^erfor ego less., rechiamo resguardo, suengia less.,
fregga less., carego irafeo, bruteggo less., ecc., sustegno tema, bruggo less.,
giaggo less., berluso less., pianzo 17, 38.
124. Partieipj o aggettivi in funzione sostantivale: feria iti-
sia, pjaruta less., imposta less., lechia less., colechia less., reefranchio
less., presa preda, cattura, morso, ecc., cfr. nm. 80; lo uraxo 27, 27; pie
105, 24.
125. Infiniti in funzione sostantivale: i soWiì piaxer despiaxe
parir ecc. S' aggiunge in a la tendenza pronunziatissima a convertire in
sostantivo, oltre che ogni infinito, anche l'intera proposizione che dall'in-
finito dipendo: lo despogliar, lo refuar, senga to procurar 22, 20-21, tm
lauar 94, 16, hi tri renegar 79, 40, q^ui mangiar 39, 38, lo lecer in charrea
la sancta theologia 90, 4, lo star remoto e solitario da la gente 90, 36-7,.
lo tornar indre V angustioso quagno 71, 20-21, lo dir de Pilato eh' ci lo noi
* E risaputa la fusione o confusione tra extra- e trans-, la quale ha
nel nostro testo più esempj e dipende dall'affinità materiale e ideologica
dei due prefissi. Talvolta però la confusione par che esorbiti, come in
fsjtrauestir. Ma in simili casi sarà lecito pensare al solito s- ( = cx-) del
nm. 114.
244 Salvioni,
lassar 71, 26, lo fir strasinao uia 72, 5, ecc. ecc. Cfr. Diez III 217; Vocke-
radt, Lehrbuch der it spr. I 239-40 *.
126. Verbi derivati da nomi: simiar , atoponar less. ,' sermonar
cpontelar, pongonar less., 7'aixar radicare, desraixar, regouenir, inuegir
invecchiare, reueì'dir, reuiscolar less., inferriar, a uia zar less., ecc.
127. -iCARE -ig'are: carear -gar, spantear less., rumear less., piciar less.,
nuriar; - amoregar briitegar netegar handegar palegar less.
2. Flessione del nome.
128. Metaplasmi *: 1. Mascolini che passano dalla terza alla seconda':
marmoro (e marmor), alboro (e albor). Cesavo, traitoro agg. 102, 3; 105, 24
sost. 71, 22 (ali. a traitor), longamino ealexo ueraxo rauaxo abao, duxo
38, 37, cuxo terrestro pesso gre^go, ramo 94, 19, uermo 99, 24, trauo prin-
cipo regnamo tristo. — Ferainili che passano dalla terza alla prima:
passava^ falga falce, freu'.i febbre, paora fornaxa, pexa pece, che è ben
diffuso, e si risente forse di 'rasa' (cfr. a. tose, race XIII 480), uesta 5, 18,
dota 51, 13. 18; terrestra ueraxa, comuna 40, 23, trista, ogna* 100, 11; e
qui anche: pt&nf (Scosta spetia. Questo passaggio è di regola nel plur.,
sempre che non ostino le norme del nm. 13*: citae citate^ iniqidtae poe-
staeecQ., uirtue, parte lese raixe croxe, consorte 15, 8, morte 49, 18; 92, 21, ecc ,
tioxe noxe, naiue nm. In, cantarise nocìiie, viadre mare, leure 'lepri'.
* Sostantivata anche la frase latina in qui benedicamus, qui deo laudes,
ijiti deo gracias, 75, 13-4.
^ Resiste a ogni influsso analogico il riflesso dotto di tribus, che è
Iribo, fem., tanto al sing. che al pi.; v. 31, 17; 30, 11. Anche è notevole,
ina un po' diverso, la leone 17, 12.
^ Non entra veramente in questa categoria, ma pur sia qui ricordato,
santo santórwm = sancta sanctorum 55, 28; 76, 13 (ma sanata s- 76, 9).
* ogna, esempio unico, è qui registrato, ma ognun sa che se ne può
dare una dichiarazione diversa; v. 'omia' nel less,
® Quindi: tree seror, le sor 88, 28, le cornar, le nobel coronne, le parolle
son utel, le grande tentacion, ecc. ecc., ali. a esempj rarissimi come yma-
gene, uergene 88, 34, utele, fragele 39, 6. Di fine 'confini' e renne 'reni'
102, 26, penso che sian de' plur. neutri, q. 'le fina' 'le rena'; felonne 15,9,
■comune 40, 29, traitone 21, 40, piacentone less., priore 88, 15, hanno o pre-
suppongono un sing. in -a. Da b annoto: le mane 4, 37; 5, 20; 14, 29
^all. a le ìnan 14, 25), esemplare ben diff"uso, le percussione 7, 36, e
le rene 'reni', da spiegarsi come il renne di a.
Annotazioni lombarde. — V. ^Morfologia: 2. Nome. 245
carne arte, ree 'reti', torre, mente 88, 22, zente gente, giaue grue; neraxe
lene grene forte grande soaue dolce uerde solempne ardente someliante ta-
gliente, qiudche nra. 1 n, le quae (ali. a le quai; cf. anche tai buffe 22, 19»
cotai gente 'cotali genti' 35, 41) ^
129. Genere: la lume less., la nome less., la fior less., la matin less.,
la sabion (e lo s-) less., il cui genere certo si spiega dall'influenza di 'sab-
bia', Za carcere 54, 10, la paor less., temor mondana 12, 6*;-Zo fronte
57, 33, ecc., lo rugin less., tuli decretai 'tutte le decretali' 86, 17*. Fem.
sing. in -a da plur. neutri: uestìmenta, stercora less., ecc.; fem. plur. da
plur. di genere neutro: castele uassele peccae, donne 'doni' 26, 40; 51, 9,.
cangele 87, 7, granne 'cereali', anelle, uestimente, 7,25.36; 31, 10, se non
è il diretto plur. di sing. uestimenia, calgamente 31, 10 (e calggamenti 31, 12),
ferrie less., file, strace 'stracci', pnimente less., idole (sing. ydolo 110, 4),
fruite ali. a fruiti*, legne {legni = \Qgm di mare, navigli), prae 22, 12;
30, 17, mure, menbre memore , interiore 'intestina', intragli'e less.,
laure labbra, osse, brace bragine, gomee 'gomiti', crie 'grida', pugne^
scue 70, 34, rame ali. a rami 68, 30, migliere 58, 35, oxeegle less., ingegìie
41, 3, tenpore 'le tempora' 36, 5, arnexe 90, 30, ligame^. Anche occor-
rono pome pere, ma di questi e d'altri nomi di frutti (perseghe fie) mal si
decide, mancandoci la forma del singolare ^.
Forme neutrali: doa, trea tria 48, 25 (cfr. rev. Ili 345, 455: tria uolta)^
dia ' dita ' (nome di misura) 48, 25, ììiilia (dexe milia, cinque milia), mi-
gliera (pixor migliera 81, 26, ma molte migliere 58, 35), fiada faa {penta
fi ad, a 5, 37, doa faa, doghexe faa; ma mille fae, cinque fae, e del resto
sempre fae quando la voce non s'accompagni a un numero^), cfr. sei 29,
^ quae sta per '^quaj-e', cfr. mae aer ali. a maie aier.
^ Ancora: lo temere a la qua 20,2. Ma sauor eterna, 20, 35, andrà
interpretato per sauor eterna, v. nm. 36.
^ Persistono mascolini, malgrado V-a, i sost. manna, 31,5; 33, 31; 46, 21
(ma la manna 100, 14), e cresma 96, 32 (cfr. ital. il crisma ali. a la cre-
sima).
* L'indecisione è manifesta in fruiti ... uegie 42, 16-9.
^ Ha però sembianza mascolina il pronome che vi si riferisce (13, 4); e
si chiederà se già qui sia possibile un qui feminile (cfr. mil. qui domi, ecc.).
® Di nomi di città pajon mascolini Sodoma e Gomorra 61, 31; ma forse
lo scrittore riferiva agli abitanti il partic. abissai.
' Non sarà di certo per mero accidente che a per ben tre volte, allato
al normale a le fae, abbia a li fae, 15, 24; 23, 34; 61, 38. Sarà la locu-
zione avverbiale, sentita come unità lessicale, coU'e dell'articolo assimilato
all'i 0 j della sillaba successiva.
246 Salvioni,
uoUa {trea uolla, quatro uolta 35, 19; ma anche: doe uolte), septe tanta
111, 33-4; cfr. mli. §§ 342 352 365 387.
130. Casi. Tipi nominativali: homo, e ne deriva il piar, homi (ma ho-
mini 81, 28), sor suora (plur.) 88, 28, frai plur. di un sing. * frae, seccea
less. '; tipi di nominat.-accus. : uermo (pi. t^ermi 99, 19); tipi di caso obliquo :
seror sevo, marmor -ro, arbor -ro, mormor, 59, 37; 60, 3, se non è dever-
bale da mormorar, forfor 100, 13, peuer, mofjlier ; tipi di vocativo non
popolari: Criste, maistre, nm. 23*'".
131. Numero. Ritorna nel plur. la forma specifica del sing. nei testò
ricordati homi sor uermi, ai quali si può aggiungere cho 'capi' 5, 35*.
Plurali, che per le vicende foniche riescono a un tema distinto da quello
del sing., sono ai nm. 1 27 29 33, e qui s'aggiungono: amixi inimici, an-
lixi 38, 32; 41, 36; 119, 27, loxi 21, 1, meexi calonnexi monnexi, staexi
less.', porci -qì 17, 9; 65, 35. Circa il tipo sing. figlio, plur. figliò, v. nm.
36 n; del pi. paron il less. s. v. Indeclinabili il fem. trìbo num. 128 n, e il
grecismo salterion 45, 33; 110, 14.
132. Articolo. Forme di A: Z = lo la davante a vocale*; lo davanti a
consonante; 'l appoggiato a precedente vocale® e seguito da consonante
(tuto-l di, contra-l duro, che-I figlio, ecc.; ma anche fa lo nono, agreua lo
«laZ, ecc.); el, rarissimo (3, 26, dov'è inutile la risoluzione per e-l, 4, 16;
28, 5. 22; 77, 23), dav. a consonante; - gli, hi, (hij), t", dav. a vocale;
^ Di deuexo loxo aspexo giuso, v. il less. E fra i nominativi dotti, vada
pure il np. Herodia 11, 39.
^ papa, 92, 32, è 1' unico plur. del suo genere. Cfr. mli. § 337, e li santi
profeta Vili 86, 7, ecc.
^ Ma anche: mendighi inighi loghi porteghi, ghierei chierici, frenetichi
15, 25; 19, 13, herretighi, cegi 9, 30, inigi 4, 11, endegi 5, 29. Di gre-
exi, v. nm. 92 n.
* Ben rari gli esempj come lo aparir 79, 4, lo exponer, lo offrir 87, 20-21.
^ con-l, 57, 17, è una ricostruzione etimologica, e poco genuino sarà
anche mantenan-l fogo 46, 24. Circa la soluzione di chel del sei, la chiave
pajono fornircela d'i, ch'i, 62, 16, ma imbrogliano gli esempj del genere
di tuto-l di, contra-l duro, uia-l ìnerchao ecc., che accennano per avventura
a tuto-l(o) di. ecc. Si consideri d'altra parte che Vi di chi di potrebbe of-
frirci la risoluzion fonetica di un ei atono (chei dei; cfr. pi=pej=per i, in
varietà lombarde), cosi come Ve di chel del., anziché il risultato di una eli-
sione, potrebb' esser quello di una crasi (chel = cheel),
" Raro li: li staexi 87, 10, li poueri 3, 8, e dav. a vocale li tcxelli 59, 3.
Di gli preconsonantico, penserei che altro non sia se non il prevocalico,
indebitamente esteso. Ma non so tuttavolta scordare come in varietà mo-
Annotazioni lombarde. — V. ^Morfologia: 2. Nome. 247
le dav. a consonante; gle {gle accuxe, gle liore, gle une, gle ombrie) gì'
(gl'onde 3, 9, gl'aque, gl'insidie)^ , e, più raramente, le, davanti a vocale.
— Forme di B: lo 'l (ka' l sole 6, 28) T*; li -ri; la l' -ra; V {V in-
gurie 21, 36).
Per l'articolo che si combini colla preposizione, notinsi in A: de hi, d'i,
degli, a iti, ai, agli, da hi, con hi 87, 27, con gli, per gli, in lo, in le, in
gli, ecc. — In B, come in ogni testo lombardo, s' hanno dra, dri, e una
sol volta ilio 22, 1 per in lo; cfr. il bars. §88.
Conoscono poi ambedue i testi, nella combinazione dell'articolo con in,
quella immissione di intus (cfr. frnc. dans la chanbre di contro a en
chambre), che è tanto diffusa ne' dialetti di gran parte d'Italia; Diez gr. II
483 n. Bianchi, Dial. Città di Castello, pag, 37. In A s' hanno promiscua-
mente int- e ind-*; in B, ove si astragga da in del 11, 26, sempre int-:
inte l'amiimo 21, 27, inte-l cor 72, 21, inte la roba 25, 25, inte le spale 30, 21 ;
ind'i cor 61, 12-3, ind,e le coste 76, 38-9; - znfeZ uangelio 20,35, intella
leze 21, 13, intil pei 12, 15 (cfr. di7 = dei, in più testi antichi)*. — Nulla
da notare circa l'articolo indeterminato.
derne si possa avere j, pure davanti a consonante, quando l'artic. s'ap-
poggi a precedente vocale (p. es., a Bellinzona, al manda j fjo ' manda i
figlioli'); e che un antico *^Z'iseorj3i;om, interpretato poi come gli scorpioni,
poteva far ritener legittimo il gli davanti a ogni consonante.
* L'è di gle verrà da le. E cosi rivediamo nel nostro testo il doppio esito
di illae, qual è nel piemontese e in varietà emiliane, v. mli. § 382, kj.
I 129, e di cui non mancano tracce in Bonvesin {li orae h 59, ai anime a
132, i oltre fior g 86, che il sei. s. "floreta' mal tenta di emendare) e in
qualche altro testo antico (p. es., nel testo bolognese che sta in gau. 180
sgg.). E gli aque 20, 35-6 starà a gl'aque come uoglio a uoglo ecc.
^ el, 5, 1; 10, 41; 20, 31, non è impossibile che vada sciolto per e'I.
' Dalla combinazione indel ecc., sarà poi come astratto il semplice mrfe=in,
che è in inde qui roghi 15, 29; cfr. il lomb. inde quela ed 'in quella casa'.
* In intre le man 27, 18, inter le main 77, 38, inter gle aque 115, 2, bene
abbiamo inter nella sua schietta funzione, ma che pur si tocca molto stret-
tamente con quella di ' in ' e di 'entro'; e quindi si capiscon facilmente
gli a. gen. inter lo profundo Vili 11, 41; 12, 12, inter' lo euangerio 32,21,
inter la chamera 32, 29; 33, 6. 26; 34, 13. 17, inter lo so uentre 34, 29;
39, 27, inter lo iardin 40, 26; 41, 2. Per l'a. lomb., v. Muss. bonv. § 18, e
intro peccao 'nel peccato' 22, 37 (di cui nel capit. delle 'Varia' dedi-
cato alle Emendazioni); nel quale ambiente si può chiedere se intro ecc.
non si dichiari da int + ro artic, o anche da inter intre + ro artic , onde inir^o
sarebbe la riduzione radiofonica di un *intrero. La decisione non è facile,
ma alla seconda alternativa mi rendono incline degli esompj come' intri
248 Salvioni,
138. Pronomi personali. — Prima singolare; forme di A: e {e son,
e u'in renderò 22, 40, e ho 111, 12, e ardo 73, 37, e haro 66, 29, ecc.) -é
{fac'é QQ, 9, mentogh'é 9, 12, digli' è 16, 40, foss'è 17, 34, diro e 32, 2),
i (?) nm. 19 n, ini (mi fé 67, 32, mi no fedi 36, 4, mi son 57, 15, mi era 67, 33.
35; 68, 8, mi no mae 66, 33); - caso obliquo: mi— me enfatico *, me m' = me
e mi hi nella elisi. Plurale: nu; nu enfatico; ne «' = nos e nobis nella
elisi {ne fo rexa 74, 38, uogli ne 113, 5, ione 86, 16, no ne desprexia 113, 16,
saluarne 73, 26, n'e romaxa 113, 4) *. — Forme di B: eio ei' cfr. num. 62,
e (e 0 11, 37, e sena 6, 32, e sonto 4, 33, ecc., e potrebbe anche celarsi
in ke sonto 4, 36 = A'e sonto e consìmili; fr. nm. 19n), -è nm. 60n, mi
{mi sonto 5, 37, mi no uiti 11, 38, ecc.); - obliquo: mi enfatico, me ni'
nella elisi. Plurale: niii nu; obliquo: nui nu; ne n' .
Seconda singolare; forme di A: tu^ tanto enfatico che proclitico, 22, 14;
7, 16; 64, 27. 28. 29, ecc., ti enfatico {se ti no manchi 118, 12, ti uraxa-
mente e 61, 4, ti solengho si e 113, 24, ti meesmo dare 2, 31, o ti 72, .36;
96, 14), fó, t\ assai rari, nella proclisi {te pò 99, 13, i'e 73, 2); - caso
obliquo: <t=te enfatico, te t' = ÌQ e tibi nella elisi. Plurale: itu\ obi. uu
= vos; uè u' — \o^ e vobis nella elisi. — Forme di B: <« enfatico e pro-
clitico {e tu. ..tic m' e tenuo, 10, 20-21, rispondente a un moderno: e
ti.. .te m'e teriu), ti enfatico {ti no offendisse 13, 39, ti spoxa . . . no
dorme 3, 36, ti anima e sposa di 4, 14, no sapiando ti 4, 28)'; -
obliquo: ti = ÌQ enfatico, te <' = te e tibi nella elisi*. Plurale: uu enfa-
tico, -uo (e forse anche -uu 4, 30) nella elisi {i uo 6, 6. 17; 16, 12, si
uo 13, 34, uori uo 17, 32).
Terza singolare*: forme di A; mascolino: hi enfatico 39, 21; 41. 5; 57,
li comandaminti 22, 38 (cfr. ancora, a tacer degli analoghi esempj dì
bonv., intre li nostri cor triv.), dove si vede ' intro ( = inter, entro) ' seguito
appunto dall'articolo nella forma con 1-. Cfr. del resto anche V intor intur
deiritalia centrale, rma. XVIII 621.
* Ma nella interiezione: oy^ne 69, 23. 24, ecc.; e vi si continuerà schietto
l'antico accusativo.
^ Il riflessivo di 1^ plur. è costantemente se: se semo fachii 41, 32-3, se
possemo auecer 29, 1, se demo adourare 20, .')7, se demo afadigare
19, 29, partandose 112, 19. Vedine stfr. VII 195.
^ In ti fazi 4, 29, il ti potrebbe essere enfatico: ma sarà piuttosto una
riproduzione del ti che di poco gli precede.
* Nessun sicuro esempio di te nel caso retto; in te partire 6, 10 s'avrà
il riflessivo partirse.
* Giova qui ritornare al quesito del come sciogliere le combinazioni chel
chela chegli cheli sei sela, ecc. Già se n'è toccato al nm. 60 n, e a prò-
Annota/ioni lombai'de. — V. Morfologia: 2. Pronome. 249
14. 15; 83, 28, ecc.; el davanti a consonante e a vocale {el a, el aueua,
dove certo si pensa anche a el' a ecc.), elio 73, 4 (conieriQQO anch'elio),
eli' davanti a vocale (eW e 9, 1 1 ; 9, 21, eli' era 26, 24, eli uci 11, 32), l'
(l'a, l' aueua, ecc.), 'l, assai raro, davanti alla voce verbale {quando-I chiamo
70, 8, e~l ghe peì-doneraue 48, 1, a chi-I tien 2, 42, a chi-I fa 79, 9), 'l po-
sposto alla voce verbale (fe-l 44, 19, ha-l 5, 6, e-l 50, 19, crio-l 73, 24, ha-
raue-l 25, 33, romase-l 26, 26), 'lo 'Ilo, assai raro, posposto alla voce ver-
bale {guarda lo 5, 32, ha Ilo 26, 21); - caso obliquo: lu, si^, enfatici; lo
-lo {lo drici, no lo uolse, guarir lo, prendello 23, 10, loa lo 44, 37, mete lo
73, 41, batendo lo 29, 27, di me lo 34, 36-7, de ghe lo 73, 19, ecc.), l' {l'a
fachio 50, 25^ ecc.), 'l {hi-l loauan 34, 4, hi-l cognossessan 46, 23, chi-I per-
seguitan 83, 27, chi-I poeua tochar, se-I fé 83, 17, no-l uol 51, 17. 20, no-l
lagaua, ne-l pò donar 22, 25, ecc.), el {el se fa correr 15, 21, el se de loar
posito dell'articolo al nm. 132 n. Parrà dubbio se pronome e articolo in-
contrino la medesima sorte; poiché il pronome soggetto el è fatto risaltare
con grandissima cura (tanto che s' hanno perfino: per che el no uolse, che
el e 3, 9, onde el era 78, 4, onde el ghe comise), laddove per l'articolo, a
tacere che di el ne sono cosi scarsi gli esempj espliciti, è costante la ten-
denza a saldarne la forma {el o lo) con la vocal precedente. S'aggiunga
che in b la combinazione di che + al pron. (v. più sotto) è chal; e però
una maggior presunzione che qui almeno il pronomo la vinca sul che (cfr.
dee. cai 7, che al 7, sai e 5, sol ten 6). Propenderemmo dunque a prefe-
rire eh' el ch'eia ecc. a che'l che' la ecc. Ma poiché allato ad el eia, e in-
dipendentemente da qualsiasi combinazione, i nostri testi hanno lo (ridu-
cibile a 'l quando preceda e a l' quando segua vocale) la ecc., cosi par
possibile anche la risoluzione che Z[o], che la, ecc. Una decisione non si
avrà se non ricorrendo insieme a tutti i testi antichi e ai dialetti moderni.
Ma intanto le incertezze si rispecchiano nelle edizioni, e così a offre pro-
miscuamente: che l'è 114, 11. 14. 15. 16. 18. 19. 21, ecc. e o/i'e^ e 114, 28.
29. 30. 33. 36. 39, ecc., che-I aue 118, 37, ch'el avesse 69, 26, che la uoglia
51, 2 e cìi'ela se possa 5, 12, qu'ela ital 5, 3-5, s'el a 5, 35 e se l'è 72, 30.
31, che-I uoleua 46, 13, fin che-I uegniraue 80, 6 allato a ch'el uoleua 80, 6
ond'el qeua 11, 21 e onde-I fo 11, 34, onde'l de 72. 6; - e b: chel deueua,
chel ordena 4, 22 e che l'a 7, 32, kell'a 10, 26, sei more 11, 28 e
s'el feua 5, 7, se-ll-e 12, 28, chela dixe 11, 2 e che la no pare 9,
20, ke la possa 10, 7, ke li sentiran 19, 16, ecc.
* si rappresenta quasi costantemente l'obliquo enfatico di 3.'^ sing., quando
preceda una preposizione (cfr. pat. 41, ecc.): fo mando per si 23, 15-6, poxo
si 57, 12-3; 94, 12, contrn si 28, 7. 9, de si 4, 29, a si 57, 26 (dove alterna
don a hi), ecc.; fem.: in si e de si 55, 40, da si 15, 14. Cfr. anche maior
dia si 'maggiore di lui".
Archivio rriottol. ital., XIV. 17
250 Salvioni,
49, 14), 'l assai raro, posposto alla voce verbale {fuqe-l 53, 4, toglie-l 60,
34); ghe \ - Feminile: ella eia 59, 27; 96, 2; 56, 1, el' (el'a 13, 30, el'e
73,32, el'oì-a 60, 4), la (la fa 81,41, ecc.), l' (^e 44, 35, l'aguga 17, 1, ecc.),
-Ila (ha-lla 9, 18, e-lla 6, 9); - obliquo: le 14, 40, si enfatici (v. la nota 1
nella precedente pagina), la -la -Ila (la ten, rendeua la 23, 41, bitta la^
impi Ila, 59, 14, ecc.), l' (l'aiaui 60, 17, Vadoroìno 118, 31, ecc.); ghe -
Impersonale: el no se pò, el compi de 46, 30, e-l no se pò 100, 22, ecc.,
me-l di 25, 38, tn-l se 95, 13, lo fé 73, 32, ecc. — Plurale; mascolino: lor\
elli egli (elli haran 2, 16, elli harauan 66, 27-8, elli eran 37, 29, egli eran
73, 35; 112, 6, egli hahiaìi 118, 14), hi i^ davanti a consonante {hi fon, hi
dan, hij son 35, 37, ecc.), gli gV davanti a vocale {gli absoluan 62, 18, gli
han 67, 3, gli aspichiassan 80, 11, gì' intran 22, 2, ecc.), -gli {uiuen gli 8,
35, tornaiian gli 48, 28, diran gli 67, 4)^; - obliquo: lor; gli davanti a vo-
cale e a consonante (gli amaistreraMe 80, 12, gli ulciua 48, 12, gV inganaua
109, 23, gli scanassan 104, 10, gli perseguan 92, 30, gli guio 48, 28, ecc.),
hi, meno frequente, davanti a consonante (hi /e 38, 1, hi reqe 83, 25, hi
guasta 80, 4, hi toglij 69, 37, hi canhiana 91 19)*, -gli e, assai più rara-
mente,-Zi (mando gli 61, 26, fa gli 44, 26, uogliandogli 47, 39, ieni gli, 3, 9,
guardan gli e tochan gli 116, 24, tornar gli 47, 39, tirargli 117, 17-8, tegnir
li 42, 26, inganar li 117, 17); _r//ie. - Feminile: e^'Zi (e^Zi eraw 22, 21; cfr.
i bonv. e 276, eli an pr. e 5; e v. nm. 132 n), le davanti a consonanto (le
refguran 51, 40, le pon 5, 30, le no piangessan, le se uorrauan, ecc.), gV
davanti a vocale (che gì' eran 34, 8, quando gV eran 38, 24), -le {han-le 25,
40, son le 118,25, tran le, ecc.); - obliquo: lor; le davanti a consonante *
(le lassa.n 43, 31, le straggasse 51, 34, ecc.), gle gì' davanti a vocale {gle ha
91, 38, gle offriuan 119, 37, gl'incolaua 59, 32), -le -Ile (fan le 43, 30, di-
spensar le 46, 40-41, nictc le e ordcna le 47, 2, mete Ile 28, 27, ecc.); ghe.
^ Tanto per a quanto per b, ghe (t. nm. 136) rappresenta nella elisi il
dativo d'ogni numero e genere; cfr. 119, 37.
^ i occorre, forse esclusivamente, nelle combinazioni si c]ii = s'i ch'i, a
cui si contrappongono se hi, che hi; cfr. d'i ali. a de hi, e v. il nm. 132n.
^ Nessun sicuro esempio di li. In li no receueuan 38, 32, li aspichiassan
80, 38, che li gh'ofriuan 47, 11, s'ha Zi = 11 li e; in che li eran 47, 11, assai
verosimilmente ch'eli eran.
* Grandi analogie corrono dunque tra il plurale del pronome oggetto ma-
scolino (e in parte anche del soggetto) e il plurale dell'articolo mascolino.
^ Unico esempio, piuttosto che raro: gle conparere 14, 15, onde sospetto
che il jnenante avesse prima in mente di scrivere gle acatere (cfr. less. s.
'acatar'). Anche nel plur. fera, del pronome, evidenti e belle, cosi, le ana-
logie col plur. dell'articolo.
Annotazioni lombardo. — V. Morfologia: 2. Pronome. 251
Forme di B'; mascolino: lu 5, 35; 11, 29; elo 4, 15, eli' 11, 2G, el, lo
(lo n'a uedao 20, 10), -lo -Ilo (e-lo 7, 27 bis, e-llo 4, 22; 7, 39, e for-
s' anche respoxe-llo 10, 33), -Z (a-l 5, 33; 7, 27; 14, 33, pecchel 20,
16), e (e no pò 19, 7; cfr. Ili 203); - obi. ^w^ si (da si 17, 36; 21, 12;
vedi la pag. 249 in nota); lo, Ilo IT (che Ilo uovi 7, 31, kell'in-
promete 20, 23), Z', 'l (chel icezaS, 11), -Zo -Ilo (lassemelo 17, 30-31,
soruenillo 21, 14); glie. — Fnminile: ella eia 7, 22; 9, 3, ecc., la V
(?; he la 10, 7, se l'aue 8, 3, ecc.), -Zct (domandala 18, 2-3, uiiie-
rala 19, 14) ^; - obi. Ze 8, 33; 18, 1; la l'r' (r'an 17,26), -la -ra (las-
sava 12, 35); ghe. — Impersonale: el pariua 17, 39, ell'e 11, 22, fes-
selo 11, 26); - lo saure 4, 16, lo aure 4, 5, l' aueueno 6, 21, e-Z so
ben 4, 20, jìoZ credere 6, 13, dimello 12, 28. — Plurale: eZt 6, 20, UH
12, 21; 19, 16; 21, 32, el (el m' a dao *m'hanno dato' 16, 16, chel no
san 16, 18, chel se fazano 16, 18), li (che li 9, 39, ecc.), ei 17, 26*,
•li (in- li 6, 28)^; - loro. Nessuna occasione per l'obliquo diretto del
pi. mascolino e per il retto e l'obliquo del pi. feminìle.
Riflessivo: si = se enfatico; S0 = se e sibi nella olisi®.
134. Pronomi e aggettivi dimostrativi: cositi 11, 10, questo -i -a
-e, quisti''; sto sti sta ste^; quello quelo (quello don 81, 4, quello disnar,
quelo chi parla, sonto quello 'sono colui' 4,36-7) queW (quelV esser' 11,
27-8) quel (quel m'a noxuo 8, 8, quel peccaor, quel arbor)^, quelli (quelli
* In una dozzina d'esempj (cfr. nm. 18 n), b inframette alle forme pro-
clitiche del pron. di 3.^ quell'a pronominale di cui si ragiona in mli. §372,
mlr. II 101-2, kj. I 128, Itb. XV 53-4, stfr. VII 194. Gli esempj nostri spet-
tano tutti alla 3.* persona, e per lo più del sing. mascolino o dell'imper-
sonale. Il feminile solo in h'ala togla 16, 7; e Va isolato dinanzi a una
3.^ plur. forse in a l' aciisano 10, 9 (v. le Emendaz.), se pur non è aZ
r acusano (cfr. eZ = illi).
* Al posto di lu, 11, 10, s'aspetterebbe lo; v. tuttavia Arch. III 264.
^ Curioso elio- ella lo 9, 16; se non è uno sbaglio. Cfr. ilio qui ap-
presso in nota.
* Forse : e t = e t i 1 1 i.
^ ilio 21, 32, forse per UH lo (cfr. elio qui sopra in nota); ma po-
trebbe anch'essere i-Ilo.
^ Il si di defendendo si, 21, 33, sarà uno sbaglio, promosso dal si
che ò sùbito prima di de fendendo.
'' quest'oliera 1, 3, ecc.
" Non sarà d'isti il d'i sti di p. 82, 15-6; ma s'emenderà por de sti.
® Secondo la norma di XII 384, il rapporto tra quel e qitell' non è di-
verso dal rapporto tra quelo e quello. L'apostrofe di quell' ò dell'editore.
252 Salvioni,
solchi 7, 7, quelli angeli 78, 39) quegli (quegli adi 77, 9. 17, quegli honii
110, 39) quei {quei chi A^ "29. 31, quei gli quai, quei pianti 77, 17) qui (qui
chi 68, 38. 39, qui carbon 68, 21) qui Ili, quella, quelle (quelle uiriue, quelle
altre 6, 27, guelle gdole 81, 26); cholui -lu, collo r -loro^; go zo.
ini instesso ecc. si nieesmo ecc.
tal lai, coiai colai, tanto^ cotanto cotainti, ecc.
135. Pronomi e aggettivi interrogativi e relativi; cfr. nm. 10 n.
— Nell'obliquo indiretto il relativo di accezione personale <^ sempre olii
(a chi = a\ quale, ai quali, alle quali: 5, 7; 112, 35; 2, 12; 79, 29-30; 79, 9,
de c/u = dei quali 98, 8)^; altrimenti: que^ (a que = alia, quale 117, 13.25,
de que= del quale, dei quali, delle quali: 41, 2; 60, 4; 36, 3-4; 63, 25, su
que = sul quale 26, 9, con 5^6 = colle quali 119, 22). E quod si riflette per
che 0 anche per que (62, 22; 84, 4; 105, 39; 118, 11; v. anche qui 118, 9).
— L'interrogativo quis dà chi, e così pure il relativo sostantivo qui: chi
e chi se possa 8, 6, chi e tanto osso chi uea 96, 24, trotta chi ossa 105, 32,
troua chi moran, chi uoglian 105, 24. 26, la donno a chi uoglio 104. 37.
— La risposta di quid è que*: que fa besogno? 13, 8, que gh'a noxuo?
26, 22. 23. 26. 27, que pu? 18, 7; 26, 2; 30, 31, sauer que fosse 30, 33,
sauer qu' eia ual 5, 35, cognoscer que e 74, 26, guarda que tu dighi 100, 27,
no sa qu* el fagqa 52, 16, no san qu'i se faqqan 52, 20, a que 70, 30, in
que 4, 1; 5, 15. - que cosa 4, 1 que dalmagio 26, 25, que honna slancia
102, 8, che paraixo 102, 8. - lo qual, ìa qual, gli quai, le quai e le quae
— qual? ecc., se tu me domandi quai son sti fruiti ... e quae san le foglie
43, 28-30; - quen quentre (que femena e quentre e quella 59, 39, quenire
e qual persona e quella 96, 1, per quen cason 17, 29). — Forme di B : che
^e = qui quae ecc.; ke che = quoA^ chi = quis, chi = qui relativo so-
* qusto 99, 5 e qui 105, 11 sarebbero assai importanti (clV. i pieni, cast
cui, e gst. XVI 382 n), se in vece loro non si volessero costo col,
^ Ma 'l uento da chi 113, 36.
' Codesto que e gli altri che seguiranno, riterrei non diversi da che. Si
badi, in effetto, a che alternante con que nella risposta di quod; a che pa-
raixo 102, 8; a que norraal corrispettivo impersonale del chi di obliquo di-
fetto personale; a, perei te ali. a per que, e cfr. ancora: seondo che tu uegere
e que te parrà 108, 3. Notevole tuttavia la costanza con cui, eccetto che
per quod, si mantiene la distinzione tra che e que (quel die, ma qìiel de
que, ecc.). Vedi ancora il nm. 157.
* Secondo la norma del nm. 19n, occorre una volta chi e.'''=quid est
8, 14.
* quello que 4, 37. Frequente anche per que.
Annotazioni lombardo. — V. Morfologia: 2. Pronome. 253
stantivo *. - quer= qnìd (che 9, 19). - lo qua, la qua e la qual, li
qiie, le qice^, ct'r. nm. 12; - quen qtcente les.s. '.
136. inde e ibi. — L'inde proclitico è reso da A per n' quando segua
vocale (n'e 96, 29, n' aqiiista 22, 21) e per in hin quando segua conso-
nante {in mangia, la in trasena 13, 39, s'in taglian 97, 1, no hin poeua
24, 17*). Nella enclisi: hane 'ne ha', mangiane 59, 3, couensene 42, 34,
nauseile 75, 3; bagna ss' in 1, 7, toglieuan s'in 20, 40. CtV. nm. 20 n. B
ci dà : ne n' 'n.
La risposta da ibi (v. però stfr. VII 195-6, kj. I 128) è ghe^ in ambedue
i testi ^
137. Pronomi e aggettivi possessivi: me mio, mea, me miei, mee
mie; nostro ecc.; - me meo, mia, mei, me mie {ìnan me 17, 21). - to,
toa, to (nu somo to 108, 4), toe; nostro ecc.; - to, toa, toi, to (le to an-
goxe 7, 15). - so, soa, so, soe; - so, soa, so (li so pey 4, 8) soi. — In-
vece di lor, ambedue i testi adoperano con molta frequenza so ecc.; cfr. 2,
16; 107, 29; 104, 41-105, 1, ecc.
138. Comparazione: maior, menor, pegor, melior, pu più, men, pego,
meglio; pixor less.; pu greue ecc.; - la più zente 3, 3, lo più grande, lo
pu principal 51, 26; 85, 7, gli pu richì; - pessimo, -issi ma , tanto atnaris-
sima 23, 40, tanto nignssima 25, 7 (cfr. Vockeradt, p. 365 368 385 387).
Tra i due termini della comparazione s'interpone die (12, 5-6; 25, 22;
59, 4), 0 cha (maior cha lo segnar 67, 1, maior cha lo maestre 67, 2, me-
nar cha quelle 13, 16-7, pu accexi cha la fiama 117, 31-2, a pu dachio cha
luti gli richi 13, 30, pu manifeste cha che-I sol luxe 83, 9-10), e pur chomo
(cfr. pat. 40, Diez gr^ III 397 n): chusi mal o pego... chomo 89, 8-12,
chusi e pu . . . chomo 115, 35, pu chomo una bestia 106, 4, ne pu ne men
* Notevoli: non e che me daga 'non v'è chi mi dia' 16, 14, se al
fosse che per lu parlasse 'se e' vi fosse chi per lui parlasse' 5, 21-2.
Cfr. tristo che ghe uegnieua dauante 'tristo chi (colui che) gli veniva da-
vanti' cav. 41, 44.
^ Notevole che occorra ben tre volte li que^^le quali 19, 18; 21, 27; 22,
15. Cfr. li quae ambr., li qual dven. 116, p. 38.
^ in chi mane 5, 20 è lezione sbagliata.
* a chi-n fé 23, 13-4.
° Di che = ghe, v. XII 383. Ne sono esompj anche altrove: Vili 4, 25, rma.
XXII 304.
* uè gè 22, 36 offre esempio dell'uso pleonastico di ghe (cfr. lomb. §'q
= volgar. tose, ci ho, per dire non altro che 'ho'). Il pronome è invece
omesso davanti a voci di 'essere', che lo richiederebbero: b 5, 21-2; 5,
22; 16, 14; 18, 4. Cfr. l'omissione di ne in abia ben zinquanta 6, 37.
254 Salvioni,
clìomo axin 100, 29, pii calino ho-no choino fo Caym 11, 31, pu trista fe-
ììiena chomo fo Ilerodia 11, 39, pu horria cosa . . . cliomo una croia femena,
chomo una meretrixe 97, 5-6. — In B, s'ha piw . . . che e più . . . ha, ctV.
6, 28; 7, Io; 9, 11. 38; 10, 24.
139. Numeri e aggettivi numerali: un uno, una; masc. dti, fem.
doe neutr. doa^; masc. tri, fem. tree, neutr. trea'; quatro; cinque; sexe 101,
24, ecc.; se^e; ocliio 101, 24; noue; dexe; doexe doghexe; quatordexe; icinte;
trenta; trenta e noue 13, 2-3; quaranta; quaranta e noue 113, 30; cinquanta;
sexanta; sexanta e sexe; septanta; septanta e du; cento; cento uinte; cento
sexanta e sexe; sexe cento; sing. ìnille, plur. milia; trea niilia; sexe milia;
sexe ìnilia sexe cento sexanta e sexe; dexe ìnilia; uinte ìnilia' cento uinte
milia; sexe cento ìnilia. - pri- pruniar -mera, segando, terggo, [quarto =\a.
quarta parte], [sexta, dell'ora canonica], seten e septimo 103, 29, ochiauo
56, 29, [nonna, dell'ora canonica], trenteximo 103, 29; - miglerà -e 81, 26;
58, 35. — Forme di B: tcn uno, una, masc. du dtii, fem. do; masc. tri;
quattro; zinque; sex; sete; dexe; trenta; trentatri; quaranta;
zinquanta; cento; cinque cento; plur. milia; cinque milia; cin-
que milia cinque cento. - primer ecc., segando segon, terzo -a,
quarto, zinquen -ne, sexen -no, seteno^, nouen, dexeno, un-
dexen -na, dodexen, tredex en, quatordexen, quindexen, se-
d exen.
qualche, pi. fem. quaiche nm. 1 n.; qaschun -aun, alcìin {no porre ft uichio
da alchun 12, 37-8, no da alchun homo 12, 27-8, no n'e utilitae alcuna
15, 29, nessun cercho meesine ne alcun remedij 31, 15-6); alquanti; ognun-
cha less.; ogne* ogna less.; ogn' omo, ogne cosa^; tati, tuto-l mondo 11, 41 ;
qualuncha (qualuncha ora 67, 40) ; nessun {chomo se porrà incolpar nessun
homo? come potrassi incolpare alcuno? 8, 12); neente, niente {ghe mancha
^ Di dna 29, 14, v. il less- s. 'inter dua',
^ Di tria 48, 25 non mi fido gran che, perchè s' accompagna a dia ed p
preceduto da uia (cfr. tuttavia: tria uolta rev. p. 357, v. 1005). Ove fosse
legittimo, n'avrebbe conforto dua.
^ Curioso che per due volte (21, 29-30; 22, 25) l'espositore del Decalogo,
o chi per lui, si tenga nella penna l'ordinale che deve corrispondere ad
'ottavo' {ogien bonv.).
* senQa ogne viene a dire 'senza alcuno -a': senqa ogne humanitae 26, 9,
senQ(^a ogne dubio 38, 5, senQa ogne letra 58, 4-5, senQQa ogne peccunla
82, 4, sengga ogne greuegga 120, 10, sengga ogne caxon 120, 11, sengga og/ie
forgga 120, 12.
'" luto ogìie cosa 80, 17; 108, 31; cfr. Vockeradt, pag. 3.55.
Annota/.ioni lombarde. — \'. .Moi'i'ologia: ?>. Verbo. 'i55
niente eh' el debia far? 'gli manca qualcosa che debba lare?' 77, 8-9, ne
che uaglia niente 'né che valga qualche cosa' 15, 30) neota, nula, minta
less. ; intrnnbe le parte 2, 41 ; altro -i * {altri pensan, ecc.)*, altrui (tegnir
altrui in tema 17, 37) d'altrui; pixor; pareghij -gè; tanti -e; molti; asse
(asse femene 23, 'ò^); pochi. - qualche; zaschun -aicn; alcun; omo
nmn. 141; omincha omicha less., omia 21, 26, omnina less.; tugi;
nessun; negata less.; oltri, oltru, d'oltru; tanti; quanti; asse (e
0 ben ueduo madre ase 11, 37).
3. Flessione del verbo.
140. In ambedue i testi sono esempj della 3.^ sing. per la 3.^ di plur. ;
V. la Sintassi.
141. Il tipo 'homo cantat' per 'cantaraus' (cfr. mli § 391; e agli esempj
antichi già noti aggiungasi o>n ere ren. 672) ci é offerto da B in omo no
possa 20, 9, omo debia 20, 10, nei quali passi conio va evidentemente
risolto in c'orno. Anche coìn zura 20, 9 può andar così interpretato."
142. Di seconde persone con distinzione interna sono esempj al nm. 1.
Indicativo. — 143. Presente. I. Conservata la desinenza latina ^ Ad
'habeo' e 'sapio' rispondono o e so, a 'sum' son, che promuove don 'do'
64, 5, non 66, 9, e anche don 'debeo' 52, 3. 5; 73, 27. 39; 101, 11; v. tut-
tavia mli. § 457*. Regolari, tanto in A che in B, le forme del tipopmnfo
'piango', conosso^ guarisso^ (e cosi nella VI: penqan 'pingono" 22, 3, di-
xan 36, 4, nassan 43, 38, e nel cong. : sporga 25, 5, passa 49, 34, sorgan
24, 29, ecc.). Di B siano ancora addotti: sonto 4, 33. 36, ecc. (ma son 5,
2); 6, 1), e fizo 10, 25, dove si ricorre all'analogia di uezo cvezo (ftzo:
^ Di altro nel significato di reliquus, v. il less.; un esempio dall' a.
gen. è in Vili 64, 27.
^ nesun allrj pò 4, 20-21 , nessun altri daesse 29, 33-4; quasi 'nessuni
altri'.
' Di dighe 16, 40 ecc., v. nm. 69 n, 133.
* La dichiarazione che tenta il Meyer-Lùbke di don 'debeo' (cfr. § 467)
non regge por il nostro testo, dove es sempre si riflette per e.
^ Di acognosco 6, 30 ecc., v. pag. 000.
® Circa i limiti della conjugaz. incoativa, cfr. scruisse 98, 25, seruissan
98, 24 (ali. a serue 98, 23), perseguisse 07, 10 (ali. a perseguan 92, 31), sof-
frisse 72, 2, beneexissa -ssan quasi ' benedicisca' 114,33; 95, 11; ma ascu-
ran 54, 36; tnse insan; ed altri.
256 Salvioni,
/* : : crezo: cri); cf. aiich?^ fizo 'fiatis' 11, 21)'. — II. Maiitonuto 1' -i^. Di
forine singole, si notino: e 'es' ey 'es' 4, 27^, // 'fis' 1(3, 10; 7, 9, di
•dicis' 22, 19 (ali. a dighi 100, 27*) ecc., (/*; 'dobes' 9, 32; S, 6", ecc., cri
'credis' 5, 3, ni 'vidos' 6, 22, ecc., Ice e 'habes', se 'sapis'; fé, uè, de,
no "vis' 22, 22; 87, 10; J, 35, uu 'vis" 7, 14, 7J0 'potes' 99, 13. — III. ÌS-e
della 2-4.*^ conjugaz. può cadere, e cade anzi di solito in A, quando prece-
dano n l r appoggiati a vocale^: iiol, ual, jyar , requer e -re, roman, su-
sten; tiore, uare, uene, peri en , sosten. Di verbi anomali: fi, de deve.
— IV. Per le tre prime conjug. valgono promiscuamente -amo ed -emo,
per la 4.^ -imo^: ossamo pregamo cercamo uogliamo tegnamo ueggamo pos-
samo ; adoretno cerchemo andemo facemo dighem,o possemo (e poemó) reqid-
remo auemo senio; off rimo suffrimo seruiìno. — A 'sumus' risponde somo
50, 15; 108, 4 (cfr. meg. 589); e ne sono promossi omo habemus 2, 9. 10;
6, 28; 12, 5. 11; 97, 22, ecc., uolomo 3, 38; 120, 18-9, receuomo 96, 7, par-
lomo 17, 28; 49, 3, trouotno, preghomo 108,5, adoromo 118,31, refermomo
120, 20, pagamo''. la B è costantemente -emo'^ ma son peculiari le seguenti
forme: amo, samo 'sappiamo' 4, 29, tiamo 4, dZ,pomo 4, 27 (ali. a, pos-
semo 20,8), demo 'dobbiamo' 19, 26. 29; 20, 7. — V. Le desinenze sono : -ti
per la l.% -ì per le altre conjug.: ame, pense, cercliey ani, saui, si, cognossi,
noli; porte, perdane , compare, fé, ste, i 'avete' 3, 33; 16, 12 ani,
si, uovi, stremi; - di 'dicitis' 63, 3; 116, 14. — VI. La normal desi-
nenza di A è tan per tutte le conjug. (cfr. nm. 21 n)*: aspechian^ apogan,
giaxan 'glaciono' crean 'credono', ^aran, tenan, uenan, uolan 'vogliono',
reqan, cagan, sentan, oguan 'odono', fan, seruissan, canferissan, ecc. Forme
* Di [ueder]e si discorre al nm. 60n. In e ahrazao 15, 32-3, ritengo
che e sia il pron. di l.^ pers. e omesso per isbaglio a 'habeo'. Finalmente
e dichia, 9, 33; 37, 10. 22-3, vale 'è detto'.
^ mor 93, 24, ual 8, 40; 19, 32; 51, 17. 20, 104, 36, distu nm. 13. Por
i pochi esempj di -e, v. nm. 20 a.
' sie 7, 12. 13 va risolto per si e.
* È in guarda que dighi, che potrebb' essere servii traduzione di un lat.
* vide quid dicas'.
^ Anche tal ' tollit '.
® S' hanno per vero: requiremo , tegnaina; ma son verbi che non ispet-
tano originariamente alla 4.^.
'' Anche -orna: soma 96, 6, uoloma 5, 34 (cfr. cerchoma nm. 147 n). —
I lomb. pà§pm vó'rgm (piem. càntu vo'lu) potrebbero per avventura indurci
a leggere pagamo ecc. e cosi a cercar dell' -omo una dichiarazione diversa
(cfr. nm. 144). Ma omo 'habemus' taglierà la testa al toro.
® Per gli esempj in -m, v. nm. 42 n.
Annotazioni lombarde. — \'. Morfologiii: 3. Verbo. 257
di verbi anomali: son siin in 11, 12 (1. ch'in invece di chi 'n), an, uan,
tran, ecc., den 'devono' jìon 'possono". In B la desinenza assume atteg-
giamenti diversi: ligaìio ecc., rom}} ano 14, 29; 16, 20, butano 5, 22,
uenano 8,26, meneno menen 4, 38, compreno^ parleno , respon-
den 4, 36, ito retto, ne r/ ite no, descendeno, p ert eneno, ecc.; -in
19, 21; 21, 36, ecc. (cfr. not. 25 n), pan.
144. Imperfetto. — I. Non occorre in A. Nei pochi eserapj di B V -a
rimane saldo. — II. Saldo 1'-/. — III. Saldo V -a. — IV. Occorrono in A i
seguenti esempj : cromo 11, 3, uoleuomo 112, 20, creeuomo 1, 20, e si
tratterà di éromo -éuomo^. — V. Coincide con II: poeui 70, 37, ziui 11, 9.
— VI. Sempre -an in A; in B s'alternano -ano {-an 5, 6) ed -eìio; cfr.
4, 24; 9, IO; 10, 12; 6, 21; 8, 32; 11, 40, ecc.
'dare' 'stare' 'trarre' 'sapere' 'fieri' seguono, in A, l'analogia di 'fare'
'dire': daseua 31, 8, ecc., staxeua 73, 12, ecc., traxeua 13, 38. 39; 60, 36,
saseua 20, 25; 61, 5; 63, 21 (ma saueua 62, 21, ecc.), fiseua 24, 17; 77, 27
(ma feuan 72, 22; 81, 17). In B sono costanti feua faceva e steua; forme
di cui offre esempj anche A, il quale aggiunge deua; cfr. 5, 7. 21; 2.5, 28;
48, 2; 33, 22; 73, 17, Ancora in B, di 'avere' e 'sapere' eua 10, 13; 11,
41, sena 6, 32; 9, 25, di 'potere': poreueno 13, 31; 14, 23 (su iiore-
ueno), di 'fieri': fina 12, 8. 13. Di 'gire' finalmente: geua 68, 15; J4,
18, ecc.^
145. Perfetto. — I. In A non occorrono se non fall 36, 4, fé 67, 32,
de 70, 37'. Più larga messe in B: mene 10, 19, f lag elle 10, 33, poi
17, 20, naxi 6, 32, passi 10, 21, uiti II, 38; fu 6, 35. — II cerchassi
68, 16, inandassi 68, 25, pechesi 1, 1, desuegise IO, 3-4 (cfr. nm. 1),
sorgessi 1\), 4, hauissi, spartissi, guarissi 69, 3, offendissi -sse 9, 18; 13,
39, dixisse 18, 3. 5. 6, ecc.; fussi 11, 14; 13, 5, faessi 68, 26*. — III.
domandò lasso, ecc.*; senti insi ofri, pari 'parve' 33,4, conuerti stremi
odi, liei 'uccise' 11, 32 (che risponde all'infin. ucir), morite 3, 4, aiirite
1, 22, luite 7, 22; 9, 16; 16, 23] ; conbaté 8, 23, mete 70, 41, promoue (o
promóue^^) 117, 3, receue 8, 5, pione (o pióuel) 61, 32, bette (o bèueì) 55,
23, qonqe 76, 38, perde 8, 6; 8, 5, fende 76, 8, noxe 37, 17, nasse 5, 9, j)oe
* Cfr. i lorab. parlàogm sérgm (pieni, parldou cru , fèsomo besc. 124, e
Y-àuomo del condiz. (nm. 150).
* Illusorio sera 34, 35; 35, 8; leggi: s'era.
^ mentoghe 9, 12, si ragguaglia a mentogh'é; nm. 133.
* fissi 8, 37 può aver doppia interpretazione.
^ Esempj di -a son forse recomanda 73, 7, forma 11, 5, cria 9, 1, e
dona 91, 22, del quale al nm. 59.
258 Salvioni,
8, 24, ecc., caze S, 4; - e di tipo forte: fu fo 7, 4; 30, 30; 1, ii*; 5, LO,
fé 7, 2, de 29, 36; 5, i2, ste 16, 41, ze A, 17, siete 55, 21 ecc., irete 'trasse'
25, 8 ecc., retrete US, 38, aue 9, 40; 8, 3, ecc., tnixe promise comise desexe
romase, raxe 55, 26, respoxe inpose prexe represe disse scrisse redusse con-
dusse, uolse 8, 24, uosse 8, 18, ualse apparsse sparse corsse incorsse, uer/ne
7, 2 ecc. (cfr. uégnan), deuegne couegne, itene 18, 15, perì>,ene 9, 15, te-
gne sustegne, toglie 91, 12. 16. 19, ecc. (cfr. tóglian), pocJiie poghe^ 31, 2;
34, 37; 26, 30 (cfr. pogi in bonv.). — IV. cornandomo 116, Ì2, portomo
(intulimus nel testo lat.) 10, 15; metemo 120, 18; forno 11, 1, -duomo
nm. 150. — V. passasi 72, 20, Jtauissi 11, 37-8, fossi 11, 37 *. — VI. passón
porton ecc., reuiterson, ìneno\_n~\ 8, 30; strapassàn 72, 16, aran 30, 32,
semenan 30, 33, prouan 30, 34, shaagian 76, 4, adoran 1 10, 23. 30, ingone-
gian 110, 28-9, inchinan 110, 29, saluan 110, 30 [esemplari dubbj: perseue-
ran 81,2, prican 82, 8, treman IH, 23, dan 28, 35, che meriterebbe spe-
cial menzione, se tirato sulle forme precedenti; comenzano 9, 1-2 ^J; sentin,
murin inpin fuzin s epe Un; mettén 26, 14, desmeten, uiuen 30, 31, uenden
9, 4, temen 71, 34, poen 27, 6, iiencen 108, 18, uolgen 33, 27, renden 37,
19, cognessen 81, 32, iteggen 23, 14, auegen 33, 1, ca^en 5, 3*; — e di
tipo forte: /bn 7, 3, 14; 14, 20, fen 9, 4; 8, 16; 10, 37; refen 49, 9,
den 13, 2; 14, 23, tren 76, 34, gen 26, 13; ma del resto sempre in -àn:
hauan 32, 10, ecc., sapan 'seppero' 108, 20, stetan 33, 41, ecc., misan 64.
8, desexan 75, 16, destexan 72, 15, presan 63, 25, romaxan 63, 34, propoxan
108, A\,respoxan 62, 39, dissan 64, 20, uolsan 63, 28, corssan 81, 38, aparssan
58, 22, sparsan 76, 2, uegnan 28, 30, deuegnan 41, 13, tegnan 39, 16, o^e-
* poghe si potrebbe anche ragguagliare a poé, analogamente a doghexe
ecc. nm. 39 n.
2 uedesse 18, 15 ammette pure una doppia dichiarazione. In meritell,
36 avremo un presente retorico.
^ Notevole, che mentre son sicure una decina di forme in -«n, appena
ne occorrano una o due malsicure per il sing. -a (v. la n. 5 a p. 257), cui
-àn deve stare come stanno -òn -én -in ad -ò -è -i. — A legittimare la de-
sin. -à -ano in b, cioè in un testo lombardo, basterebbe poi rimandare ad
Arch. Ili 268 n; ma a ulteriore conforto ci sia lecito ricordare: hatezàn pil-
lan besc. 730, 1344, gita alegra predici ib. 773. 754, 755; comengano bonv.
(?; cfr. Arch. HI 266 n); ?,\ì\^. gitarda, plur. mena aciisa, passb.; 5«Zi/ten de-
nioran actisan triv.: ligan incoronan passm. 65,66; cfr. bars. 26, Ib. .54. —
Quanto ad a, forse non inutile richiamare V-A -àn dell' ant. ligure cui si
rannoderà il piem. robàno rubarono rev. p. 399, vv. 2151 2156. Vedi del
resto rma. VII. 27-8, zst. IX 233, mli. § 420.
* cazeìi 4, 34, meten 17, 3 di perfetto o di presente?
Annotazioni lonibai-do. — V, ?iIoi'fologia: 3. Verbo. 259
giian 109, "28, reter/nan 75, 41, toglian 47, 38; pochian 37, 28, ecc., che è
forma rifoggiata sul singolare (cfr. pogieno ambr.).
146. Futuro. — Desinenze: -ó ^ ~é -à -émo (in B anche -ayao; cl'r. 5,
18, e il nm. 143) -i -àn. — Il tema infinitivale della 1/' conj. si conforma
in A ai verbi in -ere: abandonero trouera ecc.; in B appare inalterato e
anzi avviene che in planzare 3, 22, gli si conformi l'-ere^. In ambedue
i testi, 'essere' dà sera 13, 19; .V, i5; 'avere' e 'sap'^re' «j-a e sarà 100,
18 ^ forme ben diffuse in Italia e fuori, la seconda delle quali sarà stata
attratta dalla prima, proclitica di sua natura. Occorrono anche attera ecc.
4, G; 97,38; e inB: aure 4, 5, saure 4, 16. Di 'dovere': detterà 14,3;
- 'dare' 'stare' 'fare' 'trarre' conservano sempre Va del tema; - 'fieri'
ha fira in ambedue i testi. — La sincope della vocale del tema è in uorro
(onde: porr- nm. 54 n), narra 83, 7, uerro 66, 34, morran 83, 2, paì~ra 1, 16.
Frequente assai la perifrasi, di futuro allo stato sciolto: o abraza 15,
32, 0 incoronar \Q, 'd,o absolue 16, 1, a laua 15, 7, a n ocompagna
17, 26, ecc. Ma in A per un vezzo che è anche di altri testi settentrionali
e va anche di là dell'Alta Italia (cfr. Arch. XII 166 178), troviamo il fu-
turo di 'avere' anziché il presente, funger da ausiliare: haro ferir ferirò,
are creer, ìiare absoliier e desligar 62, 15, ara corromper ne lassar brutegar
ne irnpir 43, 40-1, haremo creer, ari greeì', haneri tegnir e possegher 97,
38, s'aran desperder 66, 30, aran beneexir, ecc., ecc. L'ausiliare, come si
vede, può così reggere più d'un infinito. — Cfr. nm. 150.
147. Imperativo*. — II. ascolta responde seme •, fa ira di, to o tol 100,
19, te 96, 14, ecc. ^, uè 65, 25, ecc.; e sono esortativi: sij sapij uogli; e
in B: passa Idsseme nm. 16, pianze, oye, ueni 8, 27; sta fa uà di,
ere 14, 14. — III. In A esce sempre per -a: turba ascolta, intenda uiita
stea fìa; B: obserua 19, 20 salite 4, 18, che è piuttosto augurativo, mo-
ria 10, 16. 17. — IV. Nessun esempio da B. In A ricorrono promiscua-
mente, come per l'indicativo, -amo ed -e>)io^ : czrchemo deschiarerno, fa-
* Di uederé 8, 8, v. nm. 143 n.
* Una forma singolare di a è inpera (da inpir) 85, 3. Ne risulta come un
infin. inper-, che non si vede all' infuori di questa forma di futuro; ma vi
si connettono impe impan 46, 36; 19, 14. Cfr. nell'it.: empiere ali. a empire.
^ Si correggano: el le sarà, 21, 36, in ella s'ara, e saremo pei- forgar, 2,
10, in s'aremo perforgar.
* Il futuro per l' imperativo è in compire 69, 25, dove il carattere impe-
rativo ha risalto dalla mancanza del pronome.
^ te h poi passato dall'imperativo al presente dell'indicativo: 66, 36.
^ -òma soltanto in cerchoma 4, 17; od -èma, pure una sol volta, in rfo-
mandema 17, 28-9.
260 Salvioni ,
gemo -metemo; comengamo piglimno^ ueijnamo uezamo, conpiaino 116, 5. —
V. Normali, in ambedue i testi, -é per la 1.*, -i per le altre conjugaz. ^:
lasse 2) sr do ne, attendi goi pi anzi, beneexi 114, 9, ecc , dormi fuzi, ecc.;
inoltre: di 64, 11; 115, 7, fé ste tre, — VI. releuan 116, 41, sian 116, 40.
La proibizione s' esprime di solito col far precedere la negazione alla
voce imperativa: no uogli 19, 35, no attende 53, 5; no dexidra 22, 29,
no dorme 4, 11, ecc, no uoglie Ili, 21. In pochi esempj di A subentra
la 2.^ pers. dell' imperf. cong. ; no te prendissi ìneraueglia ne hauissi penna
35, 10-11, niente regeuissi 61, 29, no dAihitassi . . . ne uè notassi, ne ne cam-
biassi ne uè hrotassi ne uè lanteassi 67, 5-7 *.
Congiuntivo. — 148. Presente. — I. -a desinenza unica per ambedue
i testi: debia 99, 35, senza 'sentiam' 15, 18 (cf. gpa. ni 8, 6), ueda, sa-
pia'^ ama 72, 2, ecc., parla 8, 9. 11; 12, 33; sia. — II. -i^ per A, -i ed
-e promiscuamente per B; onde achati'^ temi, dighij 64, 29, abij sii ecc.;-
lassi, cri IO, 18 (cfr. nm. 59); fazi, jizi 9, 5, muri abij, si 7, 23
(nm. 59); intre 4, 11, dige 6, 11, abie 9, 33, die 15, 16; cfr. nm. 21.
Notevoli dai 15, 29, hai 14, 12. — III. -a tanto in A che in B*: bei(a r e-
duga diga receua tema, uaglia 15, 30, para'ì, 37, taglia, daga ' det' sporga
25, 5, nox't, despiaza 14, 33, passa, 'pascat', beneexissa serua senta, fia 116,
40, dea stea, e quindi uea. Arch. IX 37, sia; buta lassa scampa ecc. —
IV. Da A: giiardemo 50, 20; respondemo 111, 25, possamo 113, 4. 10 ue-
gnamo 43, 27, debiamo 50, 22; 45, 29; da B: zuramo 20, 8; perdamo 11,
20. — V. Sempre -é in ambedue i testi. — VI. fagan sorgan despiaxan pe-
rissan dean deghan 29, 29 (cfr. nm. 39)', trean 'traggano' 99, 14, sia7t;
bofan lauan ecc.; - fa zana 9, 40; 16, 18.
149. Imperfetto. — I. fosse 70, 33; poesse 68, 23, uo resse 5, 2; 10,
* Però: uegge 25, 33-4, cognosse 25, 34, uegne 6,7 (^all. a uè ni 6, 10).
Son voci esortative: sie habie uoglie.
^ Di questo vezzo proibitivo, che dovrà la sua origine a delle forraole
esortative od ottative del genere dell'it. 'non credeste già' (cfr. veron. no
credesse miga Pap., crem. no stessev a cred Pap., moden. a 'n cherdéssi ìnenga
eh' a i tgnéssa in P. Ferrari, La medseina d'ónna ragaza amalèda, scena xi,
boi. n'ev figurassi miga gau. 278), ho sotto mano questi altri esempj: noi
disissi bonv. n 166, a. gen. no diexi Arch. X 114. 68, al. no feixi, berg. 7io
pensest (Assonica), ven. no ghe stessi miga contare (Goldoni, Baruffe chioz-
zotte, I, it). Dal proibitivo la forma s'estende all'imperat, e cosi in lap.:
thr aessi ' tra ' 73, e stregasti ' pregate '.
' scalde 103, 2, es. isolato.
* sie nella congiunzione: cum zo sie e ossa ke 19, 32.
' In deghan s'incrociano forse dean e daghan.
Annotazioni lombarde. — V. IMorfologia: 3. Verbo. 261
3, tnorisse 14, 12, fisse 11, 26. — IL fossi fussi 13, 2. 40; domandassi
hauessi uegissi ecc., uolisse 102, 30. — III. In ambedue i testi, -asse per
la 1.*, -esse per la 2-3.^ conjug., -isse per la 4.^. E si notino: fosse, cesse 27,
19, ecc., fesse 27, 22; 10, 39, stesse 80, 6, traesse 74, 33, f aesse daesse
staesse, fisse 21, 14. — IV. presentassemo 113, 7, auessemo 21, 12. offris-
simo 113, 7. — X. Nessun esempio, se ne togli 1' -issi della corrispondente
voce del condizionale. — VI. Normali in A: -assan -essan -issati'^ e B ci offre:
pianzesseno 11, 40-41, fosseno 20, 41; 21, 1. — Ancora si notino: fes-
san stessan faessan, diessan 'dicessero' (piem. diyéissa) 58, 26.
Condizionale*. 150. — I. porreue ardereue sereue. — II. trouerissi
arissi frissi; poris-tu 17, 20. — III. -aue in ambedue i testi. — IV. uor-
rauomo 64, 31, deuerauomo 86, 7. 11-12, starauomo 92, 7, e si tratterà di
-duomo^'^ uorauenio 17, 33; 21, 12. 14. — V. porrissi 97, 40. — VI. 7nen-
derauan ecc.; seraueno 13, 36.
Circa il tema infinitivale, rimando al nm. 146. Qui si ricordino: saraue
'saprebbe' 59, 38 (cfr. sareue vciQg. 36, 3, saria ?,a\.), diraue 'dovrebbe' 60,
23; rotnaraue 84, 19, ferrane couerrauan *.
La perifrasi allo stato sciolto non ha esempio in B. Numerosi esempj
ne sono all'incontro in A, ma limitati alla VI: harauan seccar e bruxar 42,
18-19, arauatt circundar e far 66, 14, hauerauan marcir o uerminar 42,
18. — Cfr. 146.
Infinito 151. Prevalgono in B le forme in cui più nulla rimane del -re:
perdona cercha troica; aué 14, 12; 17, 17, taxe; morì impij odi ro-
magni; to 17,20 (tor 6, 1), di, fi 13, 23. 24, sta; esse nasse, pianze
de fende baie, ecc.; ma: andar mangar seguir redemer ecc.; por-
tare morire beuere, ecc. Numerosi anche in A in casi di -e =ère: esse
uiue corre mete baie ecc.; ma ne' verbi deboli resta il -r, toltane una ven-
* Non so ben rendermi ragione di eran 22, 21, che vale indubbiamente
'sarebbero'; e perciò potrà così valere anche in 21,25. In due passi di b,
s'ha invece del condizion. l'ini perf. del cong. : se no resse dormi tu me
deuisse desuegia 10, 3, se tu fussi de ferro tu deuissi esse roto
13, 40-41 (cfr. se yo potesse più che volontierg te receuesse rev. pag. 83,
vv. 1807-8, fosse meglio ta.cere ib. 286, v. 4473, el fosse mei che no non fos-
sim nati serv. 454).
* La differenza che è circa l' atona tra -rlssjm) ecc. (nm. 149) ed -cuomo
(nm. 144) -duomo dipende dalla labiale cho nello ultime duo formo la pre-
cede. Ed èromo sarà di ragione analogica.
^ ter rane Qcc. presumono l'infin. tener ecc.; le forme come uegtiiraue SO,
6, tegnerissi 52, 16, sustegncraue 62, 24, dipendono all'incontro da tegner
vegnir.
262 Salvioiii,
tina d'esempj, che per metà hanno un pronome suffisso: aspechia 2, 15,
narra 27, 34, considera 20, 17, demora 93, 27, reuersa 104, 34, troua 11, 6,
guarda sse 8, 31, unita sse 17, 8, lassa sse 03, 14; 107, 5, tira glie 42, 25;
tóme 82, 1, noxe, uege, goe 100, 22*; sostegni 3, 22, mwn 6, 41, feì-i 72, 21,
rosii sse 30, 34-5, awri ^r/ie 79, 25, teni gli 3, 9; to ghe 4, 16; 11, 22; 78, 10.
La forma tematica del presente si può estendere all' infinito {tegnir ali.
a teni 3, 9, uegnir 37, 13 ali. a uenir 56, 25, romagnir cfr. nm. 150 n, as-
saglir less., boglir 94, 17. 23) *, e così al gerundio e al participio nm. 152,
153. — Il passaggio dalla 3.^ alla 4.* coniug. ò nei soliti 2^(^^i>' inerir luxir
tegnir, romagnir ro magni, impir, di che però v. mli. §83; dalla 3.^ alla
A.'^ passano requirir beneexir '.
Gerundio. 152. Esce per -andò in tutte le coniugazioni *: re/v'anòantZo
melando uiuando uendando baiando corrando faqcando cognossando aco-
gliando liabiando sapiando uogliando ìiogando romagnando fognando, pas-
sando digando, stagando (e stando 56, 28; 82, 25; 32, 16), siando sentando
parlando ugnando dor mando segnando beneexando); - pian z andò t or-
zando azonzando credando uedando uoliando sapiado digan-
do oiatido ogiando ^ — In cantendo 83, 28-9, è invece -andò che cede
a -endo.
Participio. 153. Passato; forme deboli. In X. son costanti le desi-
nenze -ao -uà -io, -aa -uà -ia, -ai -lù -ti, -ae -uè -ie ^; ma in B alternano
le forme del tipo -ao ecc. con quelle del tipo -ado ecc. ^; e vi è costante:
-arffl = -ata^ Esempi di 2.^-3.^: metuo desmetiio, cermio 12, 40, reìiemuo
11, 1, spandilo 15n, cotnpionudo 18, 19, desponiido 22, 36-7, caQiio,
* Di parecchi verbi in -ere lat., è difficile giudicare se nel nostro testo
rimangono ancora fedeli all'antico tipo; cfr. it. nuocere, lomb. gqd, piem.
ve'dAe.
^ venir vegnir ecc. si fanno concorrenza nello stesso pres. dell'indie,
onde uen 'venis' e ' venit' (piem. véne ven, lomb. vénet ven), venan ' ve-
niunt ' (piem. véàu, lomb. vénen), dove influiva in ispecial modo tenan =
tenent, uegnamo, ecc.
^ Del passaggio parziale, v. nm. 145. Qui s'aggiungano uiuiuan 31, 21,
se non è un lapsus calami, deuiua 12, 8.
* Ma: facendo 2, 11; 68, 15; 93, 14; 105, 19; e altri in -endo: 6,32; 15,
21-2; 29, 27; 46, 24; 105, 31; -/, 20- 20, 30; 21, 33.
^ Di -an = -andò, v. nm. 55.
^ Per le poche forme, che si scostano dal tipo normale, v. i nm. 13, 59;
]ìOv -ó = -do, il nm. 11.
' Frequenti in n le ricostruzioni -ato ecc.
® I pochi osempj di -« = -ata, al nm. 59.
Annotai, lombarde. — V. ^Nloi'fol.: 4. Indeclinabili. 263
sapuo sapindo^ habuo abiudo, uogluo tegnuo uegnuo qcq. — Forme
forti: mixo , premixo promisso -esso 56, 40; 9, 21, coniisso 27, 2, desmiso
41, 35, remiso 60, 4, romaxo, proposo 2, 9-10, conpoxo 35, 18, dispoxo 56,
17, prexo comprexo apreso desceo)o, speso, texo 18, 38, atexo 43, 9, apexo
72, 7, rexo offexo roxo raxo ascoxo, chiosso -so 57, 39; 90, 18; 98, 19, re-
chnixo 75, 30, spansso 14, 8, arso, uesteo (?) less., creto less., dichio (e quindi
iicrichio), beneechio maleechio, trachio , fachio (e quindi dachio stachio an-
dachio), acolechio (e quindi tollechio), aduchio conduchio reduchio, iiichio
65, 18; 67, 9; 92, 17 destriichio 72, 37, constrechio 48, 13-4, penchio 28, 2,
cenchio 30, 22, gonchio 70, 28, a<;onghio 55, 7, congongio, scrito 85, 38, ro<o,
««sto, mosto 116, 27-8, comnosto 57, 9; 97, 9; 117, 16, v. Ascoli III 467,
eresio, di cui però al nm. 59, disoUo 62, 16, absolto, suff'erto offerto;- e da
B si prenda: toleto 14, 9.
154. Participio di presente: maldixante 6, 4, solo esempio di -ente in
-atite; tegnente 33, 17; 80, 39, uogliente 22, 22; 109, 11, luxente, -cognos-
sente, possente posscente. Di -aìite in -ente: semegliente 4, 24; 12, 11; 42,
29 (ma -gitante 5, 37; 21, 33), partente 81, 18, trinchente 22, 37, tagliente
G3, 28-9. Ma quasi tutti gli esempj sono, per la funzione, aggettivi o so-
stantivi.
4. Indeclinabili.
#
155. Avverbi. — Di tempo e di ripetizione: semper sempr-e, mai
mae ìnaie ina 27, 24 me 38, 7, za mai, pu mae 35, 28, Jna<? pu, mae per
alcun tenpo 'mai in nessun momento' 118, 5, no , . . puxa 61, 34. 37-8, an-
chor -ra, etiamde, pur anche 26, 4, ecc., za, ino (mo doexe mo sepie 59,
4-5), per mo al presente 'pel momento' 19, 36, inlor -ra, allo less., seme
less., seme'l di 'una volta al giorno', alchuna uolta, alchuna fiaa, a le ed a
li fiae, soiiengo, ancho less., al tempo d/anco, al di d'anco, a un altro tempo
'un'altra volta' 19, 38, antigamente, de li a gran tempo 91, 34, tuto-l di
sempre, ogne di, tuta nochie 31, 39, ogn'ano, continuo continuamente 57,
31; 27, 22, de-l continuo, ogne di cotitinuo 31, 6, de di in di continuo 10,
31-2, inange -gì, inance che 'da prima che' 63, 37, denange, in prima, in-
prumeramente , pò, dapo, dopo in ga 92, 36, apresso {apresso de ste cose
'dopo queste cose' 47, 36), subito, de subito, incontenente, tosto, iostanna-
menle, a la pu tosto 06, 27, assi tosto 60, 30, pu tosto . , . assi tosto 54, 28-9;
- da B: quando, sempre, mag {te uedero ?nai = non ti vedrò più?
9, 5) me 18, 4, anchora, etiam 10, 12, etiamde, ni ancha 13, 13,
più 'più mai' 'ormai', za, or, or mo 14, 27, ista porista less., tati-
tor less., inlora ili-, souenQO, ancho, heri, heri da sira 1, 31, ecc.,
264 Salvioni,
doman da in a ti n 8, 1, damatin 8, 2, l'oltro di 11, 9, tuta no e te,
inanze de-, in prima, inprumer amente, pò, possa, da mo in-
dre 'd'ora in poi' 9, 27, da. ..in zn 20, 29>, tarde, incontanente, to-
sto. — Di luogo: onde unde dove, per onde 'per dove' donde onde, qui
chi, la, la suxa, de la, ga, ga suxa quassù, ga go quaggiù 78, 29, su, siixa,
in susa 32, 18, desoure, de ga desoure 75, 38; 76, 26, desoto, for, defor de-
fora, dentro, in detitro, inange de-, dre 41, 32, dedre 41, 17, adre 31. 20;
32, 2, indre 71, 20; 99, 1, ecc., poxo, aposo, apresso 32, 2-3, incercho , de-
cerclio, intorno, detorno, d'atomo, ape less., dape less., presso, de presente
118, 6, longe, uia, per tninnemeggo less., adosso, insemo, per tuto 16, 37;
31, 29; glie in pronomi avverbiali; - da B: onde unde dove, in onde
dove 5, 18, in qual parte 8, 9, qui, q -itilo less., in lo less., da inlo
12, 3, s^(xo, zo, fora, de fora, de ti irò, de mezo 'in mezzo' 14, 28,
in cerco incerco 12, 14, ghe, ne. — Di modo e di grado: Formati
con -mente: altramente altrimenti, 48, 6; 98, 13, ecc., antiga- drigia-intrea-
conpia- 9, 20, legiera- facilmente, solenga- solamente, soltanto, uraxa-, ecc.;
composti con una preposizione: de certo, de chiar, de palexe 76, 10, de rar
101, 6, de legier, de superchio 25, 3, de pm 96, 11, de raxon a ragione, da
tientura a casaccio 106, 4, da fé fiduciosamente 12, 36, da beffe 'per burla'
22, 12; 71, 38-9, a par 18, 30, a drichio 102, 37, a una 'd'accordo' 120,
22, a-l nien, a-l manifesto 79, 35-6, a la grossa, a la reonda, incercho a la
reonda 'in circuita', a la couerta 27, Ì6, a la descouerta 76, 10, a la pego,
a la pii curia, a la pu tosto 66, 27, a penna 61, 18; 66, 18, a meschia 'alla
rinfusa' 106, 32, a posta {pur a questa posta a questo solo scopo 87, 40),
a le perfine less., in tuto intieramente 2, 29, in breue, in curio 56, 27, per
certo, per lo certo 7, 16, per affachio affatto, per lo meglio 5, 10, per lo so-
meglante similmente 5, 37, per forga violentemente 7, 27; forte 5. 24; 18,
40; 19,2, ecc. palexe 76,28 (cfr. gst. Vili 415), uolontera uolonter 107, 30,
uolonte 98, 28, mal uolonte 72, 7, niente ' per nulla' 28, 15, pur solamente
25, 13, ecc. {pur tcn pocho 'neppure un poco' 28, 14), no pur 'non solo',
noma less., ben, meglio, mal, pego pegor 15, 37, più 3, 7, pu,puxa, no pu,
no puxa, sta/nade less., quasi, forsse, chomo {chomo gran tropo 78, 11-2),
chusi, si 3, 18; 101, (>, ecc. 20, 21 {si donclia^ così dunque), si ben 57,
25, assi less., altresi 'altresì' e 'altrimenti' less.; donde 11, 19; 31, 21, in
97, 1, ecc.; - da B: amaramente angossoxa-, ecc ; a corto breve-
mente 3, 8-9, almen, alta uoxe 5, 18; 6, 18; 8, G (cfr. nni. 60, e Ig.
29, 34, rev. pag. 147, nella didascalia che segue al v. 3406, e pag. 445,
v. 750), in occulto, in manifesto, in zcnugion 3, 7-8, per certo,
di per certo 18, 14, asse, forte, fortcnte less., j3t<r soltanto 19,
31, ecc., meglio, pego, più, cotanto, quaxe -xi, poco de men che
Aniiotaz. lombarde. — V. MorfoL: 4. Indeclinabili. 265
'per poco' 'quasi quasi' 6, 29-30 t(puocho inen quasi Arch. Ili 199, 24*,
podio meno che arabr. , Ig. 34, poco de men nolo disse a so par bv. 1042),
coni 4, 1. 6; 5, 7, como'^, si conio, cossi corno 19,-5, cossi cu-, insi
16, 39.
L'avverbio di negazione suona sempre no in B* (no me fira 9, 30, no
e miga 8, 39, no-l 6, 13). La norma di A è invece non {non') davanti a
vocale e no davanti a consonante'; ma non vi sono infrequenti tuttavia i
casi di no pre vocalico: no intendeuan 38, 30, no altre 12, 8, no adoremo
111, 30-31; rarissimi invece quelli come non s' in 17, 23. In ambedue i testi,
ma con maggior frequenza in B, occorre poi la negazione rinforzata: no...
miga 4, 9-10, ecc., no... mia 69, 36-7, ne... mia 2, 36.
La negazione isolata è no. — La particella affermativa è si.
156. Preposizioni: a (e per reminiscenza latina: ad*"), de, da, in°, in-
ter, intre nm. 132 n, infra 84, 18; 89, 38, su, insù (insù la santa croxe 52,
21), su per 103, 41^, saure sure 71. 35, desoure {desoure da-l cha, desoure
da la fornaxa 113, 30), soto, per {per si meesmo 29, 2, per si instesso 29,5,
da per si meesmo 28, 4), con, con sego ecc., senga, ape de 'vicino a', pì-esso
a, apresso de {apresso de qo 'dopo di ciò' 'oltre ciò' 17, 32), poxo {poso
lo seten cerchio 33, 1), apoxo {apoxo lo so maistro 80, 36), innance {in-
nance di Xaar 89, 38), innance a 70, 2, denance da 89, 20, ecc., dre a 78,
15, adre a 105, 35, dedre da 59, 20, inuer 52, 7; 87, 15, deuer 26, 4 {de-
uer li 'verso li'), 30, 22 {deuer terra), imcerso de 9, 39, contro, incontra,
for da {for da l' usso), de far da 27, 29, ecc., for de 29, 33, dentro da 21,
28-29, ecc., incereho {incercho Yherico 32, 34, incercho la . croxe 68, 22, in-
cercho le mure 32, 36-7), incercho a 77, 25, decercho a 113, 31, detomo
{detorno la citae 48, 38), per uia de 'a mezzo di' 32, 24, infina, tanfin a,
tanfin in, fin inde-l 116, 41, oltra, segando; - e da B: a e anche ad di
^ I pochi eserapj di come, che occorrono ne' nostri testi, sono assai mal-
sicuri, ammettendo sempre la risoluzione per com'è ( = come è, come io);
cfr. 14, 1. 6; 92, 10; 7, 19.
* non a 20, 9 va letto no n'a 'non ci ha'.
' Di ne, V. nm. 22. Nell'apostrofo è n' = 7ie = no in ne n' e 100, 9; cfr.
nm. 157.
* Intorno al valore da attribuirsi a questo ad, siamo più che illuminati
da esempj come a esser 4, 33, a intende, 5, 2, a adorar 56, 18, cui stanno
allato, oltre ad Abel, ad anonciar 56, 11, anche ad questi 12, 11, ad uirtue
26, 31, ad qo 27, 18, ecc.
* Di inde {inde qui gcghi 'in quei giuochi') 15, 29, v. nm. 132 n.
® super 18, 27, è su per.
Archivio fflottol. ital., XIV. 18
266 Salvioni ,
pretta reminiscenza latina, de^, da, it\, ini- nm. 132 n, intre 21 1, su,
sui- 15, 26; 16, 11; 20, 1, soura, suso, per, cum con {contego ecc.),
senx senza, ape de 11, 2. 19, apì'ouo de less. , apresso de 3, 17,
inanze da 12, 4, denanze da 5, 17, denanze a 6, 3, poxo 12, 24;
14, 18, uerso 4,38, contra, incontra, dentro da 12,31. 35, fora da
12, 3, fin {fin compieta 16, 41-17, 1), olirà.
167. Congiunzioni: e et^, e trovansi adoperati indifferentemente da-
vanti a vocale e a consonante; e si oppure e se (et sic; nm. 20) ^ davanti
all'uno e all'altro de' verbi coordinati che seguono al primo*, cfr. 15, 41-
16, 1; 22, 18-9; 36, 4; 43, 32; 54, 16; 58, 4-6; 63, 25; 64, 33; 66, 26. 35-6;
67, 21-2; 78, 30-31; 80, 10-15, dove persiste l'è se malgrado la conversione
della costruzion diretta nell'indiretta (el uegne . . . e glie disse che . . , e se
u' aro), 91, 12-3, ecc.: ne né, e anche coordinante in proposizioni o ipote-
tiche, o interrogative alle quali s'aspetta, per risposta, un diniego, cfr,
18, 9; 32, 3-4. 14-5; 97, 5, e in unione colla negazione no davanti al verbo
(ne no posso 'e non posso' 101, 12, ne w'e 'e non è' 100, 9); Qoe; o, o uo
87, 10 (cfr. ouo, oiiol, ouoi tes. 268, 241, 254, ouoi gand. 127); ma me 74,
10; 80, 38, ma anzi 9, 17: 75, 37; 117, 25 e fors" anche 35, 39; 59, 3. 30,
ma 'tanto più' 25, 18; che che 'nam' 'enim'; si e se (lat. sic, nm. 20) nelle
stesse funzioni che son descritte dal Tobler, Li dis dou vrai aniel ^25,
ug. 36, pat. 39 (cfr. anche Diez gr. UH 344-5): lu titol sourescrito se dixe
1, 14, questo ordin si e metiio 6, 33, questo si apar 22, 9, Qaschun se s'era
34, 35; 35; 8, '/ nerbo de de si e fachio carne 50, 26^, lo mondo si e 100,
12, vu se saui ben 70, 34-5, ti solengho si e 113, 24; cìii ha men amor si
ha ìnenor 2^^'don 60, 5-6; lo desirar suenqia de que le son caxon se tol
23, 1, quel fruito chi nassera de ti si e santo 43, 17-8; de la si e 100, 14.
* Non ben legittimo di 3, 4; 18, 14; 19, 35.
* et ' ebbene ' ' orbene ' 97, 7.
' Nel se di cressan se coxan 42, 16 è forse da riconoscere il pron. rifles-
sivo (coxerse). All'incontro: confessar, anziché confessar se , in e se confes-
sauan 57, 10.
* Ridotto a es, questo e si vive sempre, p. es., nel dialetto di Budrio:
la s' presente .. . e s' la i dess 'la si presentò... e sì la gli disse' (Papanti),
e viveva un tempo nel milanese e bolognese. Cosi nel Prissian de Milan:
ghe diseuenn... es la schrivevenn 'le dicevano... e si la scrivevano', ecc.;
cfr. la versione milanese della Novella boccaccesca presso il Salviati, e il
testo bolognese in gau. 269 sgg.
^ Potrebbe anche dire: 'si è fatto carne'; ma sarebbe l'unico esempio
di un si di passivo, e appunto occorrerebbe davanti a vocale, come l'unico
si = SQ (congiunz.). Cfr. nm. 19.
Annotaz. lomljarde. — V. ^Nlorfol.: Indeclinabili. 267
15. 16, poxo la mea annima e se don amar 52, 3, in questo caxo e si o
107, 33; se tu mar de frena . . .la jjeìitta si e longha 93, 24-5, se tu regracii
de... questo si e 94, 40, ecc. ^; adoncha doncha, doncha 'allora' 'tuttavia'
9, 26; ance, innance 49, 38; se^ ; che e chi ' ' quod'; cha 'quam' (nm. 138,
e cfr. ancora: innance cha 26, .34; 53, 9-10, altro cha 9, 33; 17, 38); chomo
(nm. 138, e aggiungi: incontenente chomo, tanto chom' 14, 1, in tanto chomo
, mentre che' 116, 5); iìi tanto ... in quanto 52, 1-2, tanto ... i)v quanto 52,
5-6; onde; de qo 24, 11 ; pergo inperQo, pergo ke, inpergo ke; perche e per-
que; inance dia 118, 20; dopo che 17, 28, ecc., poxo che 87, 33, pò che
101, 13; da che 10, 28, ecc.; a-l fai che .57, 1-2; a qo che; dommente che
less.; pur che 11, 2, ecc.; ben che 37, 8, ecc.; senqa che 11, 9, ecc.; si.. .
che; tanto . . . che; pergo che . . . per tanto 20, 38-40; quamuixde che, a cui
si contrappongono niente men, niente de men, no pergo men 10, 4, anchor
pergo 104, 40-105, 7; et... pur tuttavia 47, 37-8; no pur.. .ma 3, 28, no
pur... ma eciande 3, 29; non altro... se no 13, 33-4, 7ion altro... noma
less.; - e da B: e et (e anche ed 4, 2), adoperati senz'alcuna distinzione;
e si oppure e se (t?sse), = 'et sic': uà tosto .. .esse narra ... esse la
consora 7, 18-9, e v. ancora 5, 10-11; 6, 14; 7, 3. 39-41; 12, 34-7; 19,
35-6, ecc.; ne ni né, e può anche aver funzione coordinativa, senza che
sien necessario le condizioni di cui sopra, cfr. 12, 33; 17, 11; 19, 33. 34;
zoe, zo si e a dire 'c"est à dire' 20, 7; on un less.; ma; si se come
in A: raxon se uore 15, 15, tu si e 7, 12, uu s'i digio 3,33; gascun
che la uedeua si pianzeua 11, AQ, questa dona che te pare. ..si a
le giaue 12, 38-9, questo segnor che fi batuo si e so filio 12, 35-6;
tu in la prexone si e ligao 7, 11, e cossi digando si fé taxe la
dona 18, 9; doncha do less.; a7ize; se e si 8, 40 (=si lat.)*; ke che
e'; cha ha (cfr. nm. 138, e aggiungi: inanz cha 11, 28); unde 5, 37,
donde 20, 3; imperzo 3,-28; 5, 'ìQ;perzo che, imperzo he^ , pero
^ Manca un esempio del tipo: se tu regracii de, si e insta cossa. Per b
si vegga 7, 37-8.
^ Una sol volta si 70, 33, o segue vocale. Cfr. nm. 19.
' Cfr. 67, 21; 72, 1; e nm. 19. Occorrono anche, a poche linee di distanza
tra di loro: que crei uu chi e sia 63, 3-4, e que dixon gli homi chi sia lo
figlio de l'omo 62, 38-9; due esempj che correrebbero più lisci, ponendo
que al posto di chi e viceversa.
* L' oscillare tra si e se nella risposta di s i e (nm. 20) avrà per avven-
tura promosso questo si, come anche \\ si di passivo, 19, 10. Cfr. del resto
anche di nm. 156 n.
^ imperzo he, 11, 13, par avere il semplice significato di 'perciò'.
268 Salvioni, Annotaz. lombarde. — V. Morf. : Indecl.
che; per qua 11, 4. 5. 7; inanze che 8, 1; azo che; fin che nasci
' jfìn da quando nacqui' 6, 32 (cfr. fin che la uene 'fin da quando la venne'
meg. 188); tanfo .. .che; quaniiiixde che ... an pò 12, 5-6 ; auegnlake
quantunque less.
15S. Interjezioni: de=o\ì\ 12, 8; 106, 7, ìiou 4, 27, ho 68, 4, oy me
69, 23. 24, ecc.*, guai {guai a uu 10, 20), ve te 'eccoti' 83, 23; - e da B:
do deh! 12, 34; 17, 35 (cfr. doo do, rev. 23, v. 9, pag. 61, v. 1215, doyme
rev. 495, v. 1882), e sarà come la fusione di deh! e di oh!; a 8, 38. 39;
9, 41; ho 8, 15; susu 5, 30.
[Continua.]
* Due volte (60, 25; 113, 19) hi me, susseguenti a voce in -a; e vorrà
naturalmente dire ahimé.
Correzione.
A pag. 246, 1. 21, dopo i®, si aggiunga: dav, a consonante; gli gì'
NOTE ETIMOLOGICHE E LESSICALI.
e. NIGRA».
1. — it. adesso, desso.
Il pronome italiano desso non deve esser altro che un de-
ipso de-'pso, come dentro è de-intro ecc. (v. all'incontro
M.-L. II § 566); e il significato originario ben ne traspare nel-
l'uso degli antichi scrittori, come per es. : e so che tu fosti desso
tu, 'tu di propria tua persona'. Se avesse buon fondamento
Vaddesso di antica pronuncia, allegato dal Tommaseo, si pen-
serebbe senz'altro all'ulteriore combinazione ad-de-ipso, cfr.
ad-de-intro addentro, che varrebbe anche per qualche riflesso
esotico. Ma è difficile ammettere nel toscano la riduzione di
addesso in adesso', e Y e di queste e d'altre forme romanze si-
milari solleva difficoltà anche con la base ad-de-ipso (cfr. Kòr-
ting 161 e Nachtr.).
2. — fr. baudet, it. Montebaldo.
Il fr. haudet 'asino', hain. bande 'asina', son riferiti dal
Littré all'air, baud 'allegro, ardito', coli' osservazione che l'a-
sino fosse così chiamato per la sua arditezza e per la sua viva-
cità. La stessa spiegazione dà egli per baud, nome di una specie
• Abbreviazioni: — albv., Albertville. — biell. , biellese. — br. , Brezzo, in Val-
Brozzo Canavese. — can., canavese. — ex., Valle di Castelnuovo in Canavese. — gin.,
Ginevra. — monf., Monferrato. — piem., piemontese. — piv., Piverone in Canavese. —
quey., Queyras. — R., Rueg-lio in Canavese. — tr., Traversella in Val Brozzo. — va.,
Valle d'Aosta — vb., Val Brozzo, — ve, Val Chiusella in Val Brozzo. — vald., Valdese
in Piemonte. — vs., Val Soana in Canavese. — vi., Vico-Canavese in Val Brozzo.
Quanto alle trascrizioni, pure in questo lavoro è convenuto far largo uso della
facoltà ch'era data in XI, xii; e un particolare argomento qui anzi spingeva a rinun-
ziare a ogni ambizione di una livellazione continua dello rappresentazioni grafiche, poiché
era frequentissimo il caso di voci esotiche provenienti da tali fonti che altro non danno
se non un'ortografia tradizionale od approssimativa. Ma si è naturalmente badato ad
escludere ogni grave incertezza.
270 Nigi-a,
di cani da corsa di Barberia. Ora, è ben possibile cbe il fr. Imu-
douin e l' it. baldoviìto, soprannomi dell' asino, siano diminutivi
di haud, deformati per consonanza col nome pr. aat. Balduin.
Ma il significato etimologico di bau dei ecc. punto non sembra
dover essere 'ardito'; bensì 'glabro, raso, privo di peli'. L'asino
infatti si distingue dal cavallo e dal mulo per il difetto di cri-
niera; e i levrieri di Barberia sono di pelo liscio. Il dan. bael-
det ' implumis ' sembra presentare una formazione identica o con-
genere e rinchiudere un concetto non dissimile. E si può ancora
chiedere se i frères Tjaudes (frati francescani), che il Nicot tra-
duce per 'gaudentes', non fossero cosi chiamati per la loro ton-
sura, e se baudir un faucon non equivalga a ' déchaperonner
un f.'. Il tema germanico bald (Mackel 61) che si continua nel-
l'afr. baldj ingl. bold^ 'ardito', non sarebbe dunque, almeno in
codesto suo significato, la sorgente immediata di baudel. Questo
invece sarà più direttamente connesso coli' ingl. bald 'calvo', e
coi nomi locali it. Monte-baldo, Mon-baldone, Castel-baldo, che
riuscirebbero sinonimi del ni. it. Mon-calvo; cfr. canav. Afun-
-bjutt = 'Monte-nudo '.
I lessicografi inglesi (Skeat, Wedgwood), movendo dall'antica
forma balled ballid, ritengono che l'ingi. bald debba andar
disgiunto dal germ. bald e dall' ingl. bold.
3. — vs. bera f., monf. vinvera f., 'scojàttolo'.
Le due forme provengono dal lat. viverra 'furetto'; la prima
con aferesi dissimilativa della sillaba iniziale, e col b iniziale,
che ricorda quello di *berbix *berbicariu (can. vs. bargér);
la seconda con epentesi di n; ed entrambe col significato che
passa dall'una all'altra specie di roditore, come nel rum. veve-
rita e nel gr. mod. §eQ^eQiTL,a 'scojattolo'.
Di men facile dichiarazione : vb. veì^gappa , albv. cardasse ,
VA. vergasse, svizz. rom. verdjassa, gruy. vyardzd, che pur di-
cono 'scojattolo'; le quali forme devono anch'esse aver patito,
come quelle di vs., l' aferesi della sillaba iniziale, ma per contro
essersi arricchite di due suffissi consecutivi: *vérrica (cfr.
murica, M.-L. II § 410) ^verricdcea, onde verga vergaga.
Nella forma savojarda, il d sta per g.
Note etimologiche e lessicali. 271
Una confusione di specie della stessa natura fu avvertita da
Flechia (Arch. II 52) nel dialetto di Cuneo, in cui la citata
forma vinvera, da viverra che in latino significa 'furetto',
venne a significare 'mustela'. E così il sardo sellimi, sciurus,
che avrebbe dovuto significare 'scojàttolo', è invece passato a
dir 'màrtora '.
4. — mil. cerkaria [cfr. n. 5].
Il mil. cerkaria 'salamandra', risponde, con epentesi di r, a
un tema *caecarilia, promosso da caecilia. La salamandra,
nella fauna popolare di varj luoghi, è compresa tra i rettili
creduti ciechi e velenosi, come il ramarro e la lucignola (cfr.
com. sigórbola = c\ec3i~orh-à). In Lombardia si applica ad essa il
motto riferito altrove alla cecilia (v. cils'ìja, nm. 5) : '
Se cercaria (salamandra) ghe vedess,
E Vaspersor (aspide sordo) ghe sentiss,
Poca gent ghe sariss.
In Provenza uno dei nomi della salamandra è blando. Il Mi-
stral, connettendo questo vocabolo col germ. blirid 'cieco', cita
il proverbio provenzale, non molto diverso dal milanese :
Se la blando ie veste
E la vipera (vipera) i'entendié,
Devalerien un cavalle.
5. — can. cils'ija [cfr. n. 4].
Il can. ciis'ija, vb. sas'ulja, 'lucignola, cecilia', altro ancora
non sono che il lat. caecilia. Il e latino, preceduto da vocale
e seguito da e od i, si riflette normalmente per s piem. e can.:
dis'ija dicebam, as'inel 'acino' ecc.; e così -ili a si riflette per
4a -ija {fija filia, ecc.). Dimin. : ciis'jin, cils'jela.
È l'anguis fragilis, cui la credenza popolare attribuisce la
cecità e il veleno. Quindi il detto toscano :
Cecilia, cecilia bella!
Se avesse gli occhi di sua sorella (la vipera),
Cadrebbe morto il cavalier di sella.
A cui fa riscontro il canavese :
Ciis'jin e' iis'j eia!
S' a l' ejss j' oj d' sua sorela,
Fariss kajer l'om da la sela.
272 Nigra ,
E il provenzale:
Se l'arguei (cecilia) avié d'uei,
E lou serpent de cambo,
Davalarien lou premié chivalié de Frango.
La pretesa cecità della lucignola è espressa nei varj nomi da-
tile in molti idiomi: lat. caecilia ( cfr. nm. 5), it. cicigna luci-
gnola lucia) gr. TvcfXtvYj, coni. 07'ì)isoeula, trev. orbes'iola ovhi-
s'igola, bissorbola (biscia-orba), trent. orbis'ola, h\ orvet aveugle
borgne, lion. bÓ7^Ui, pr. orvdri, ted. blindschleiche, ecc. La cre-
denza popolare è dovuta, come si sa, all'apparato palpebrale di
questo rettile, composto, come quello del ramarro, di due pal-
pebre e di una membrana connivente, che fa parer l'occhio
velato.
6. — cai- (kal-) ecc., nella composizione neolatina.
Primo il Littré, poi con maturità maggiore A. Darmesteter nel
Traitè de la fovmaiion des ìnots composés dans la langue
frang. ecc. (p. Ili sgg.), riconobbero, nelle varie sue forme, que-
sta voce singolare, che entra come primo elemento in una larga
serie di composti neolatini, e gallo-italici in ispecie, a impartir
loro un significato come di stupore o dileggio. Chiunque si riac-
costi alla serie di cui entriamo a parlare, ripensa quasi inevi-
tabilmente alla probabilità che codesto cai- rifletta il lat. quale,
come insieme ripensa ai paralleli ideologici che ci sarebbero of-
ferti dalle combinazioni stereotipe del tedesco : loas-fùr loas-far-
ein-, o dai veri composti dell' ant. indiano sul tipo di kin-nara =
quale-un-uomo! = mezz'uomo, tal che è tra l'uomo e il bruto. Il
Darmesteter, accennate queste analogie, le respingeva, e non a
torto, imaginando che taluno le adducesse per documentare una
corrispondenza direttamente isterica od etimologica, tra il caso
del neolatino, per es. , e quello dell' indiano. Ma naturalmente
nessuno, che non fosse affatto inesperto, avrebbe potuto postulare
una continuazione tradizionale di codesta maniera; e non si ri-
torna a simili paragoni , se non per la molto evidente conve-
nienza che ne deriverebbe nell'ordine ideale. C'è all'incontro
qualche non lieve difficoltà che osta nell'ordine fonetico al rag-
guaglio di cai- ecc. = quale, poiché, a tacer d'altro, abbiamo
Note etimologiche e lessicali. 273
nella Francia, come già il Darmesteter prudentemente avvertiva,
anche cha (cioè *ca sa) per codesto ca- = qua-; e tale fase ci si
presenterà anche nell'Engadina. Checche ne sia, qui a ogni modo
non si presume di risolvere la questione etimologica, ma solo si
mira a estendere , anche per quant' è della ragione geografica ,
la notizia di questa curiosa apparizione lessicale ^
Le forme che assume questa parte iniziale dei composti, sa-
rebbero nel francese, secondo il Darmesteter, o. e. 112: cai cai'
chal char gal gar, cali gali cliali diari, ca ga cha. Noi vedremo
aggiungersi, specialmente per virtù della maggiore estensione
dei limiti territoriali, pur cala e caì^a scara.
Ed ecco ora la nostra serie:
i; bl. calofurcium (Ducange) 'forca, patibolo', fr. à cali-
fourchon, vb. a kalegiìke 'a cavalluccio'. Il contenuto' etimo-
logico del VB. halegìÀke non sarà diverso da quello delle voci
precedenti, poiché gùke altro pur non dev'essere che un pi. fem.,
connesso col can. pieni, ra. guk [alv. juc 'juchoir') 'ramo su
cui posano gli uccelli e specialmente le galline'. Cfr. Darm. 112.
2] VB. haì^amiÀsa, una specie di flauto agreste, fatto colle
scorze di verghe liscie di castagno o di salcio, quando sono in
succhio. La seconda parte del composto, -musa, occorre nell' it.
cornamusa e in forma diminutiva nel fr. musette, che signifi-
cano certi strumenti musicali a fiato. — Non mancherà vera-
* Il rimpianto Darmesteter ripetutamente accennava a una dissertazione
speciale che egli avrebbe pubblicato intorno a questa 'particola' (o. e, 112
114n), per la quale i dialetti francesi gli venivano offrendo una messe via
via più abondante. Le sue obiezioni fonetico-etiraologiche intanto si chiu-
devano così : « Il est donc vraisemblable de voir dans la particule cai un
mot d'origine étrangère. Elle aura été importée en France entre le X® et
le XIIF siècle, à une epoque où le francais n'avait que de rares formes
en ca (celles qui lui venaient du lat. qua), et beaucoup de formes en cha
(celles qui lui venaient du lat. ca), de telle sorte que, recevant un nouvoau
mot cai, il pouvait lui laisser sa forme originelle, ou l'adopter, par le chan-
gement de e en eh, à sa phonétique generale. La particule cai doit donc
ótre d'origine germanique (haut ou bas allemand), ou scandinave (par
l'intermédiaire des Normands), ou bas-bretonne, ou, ce qui est moins vrai-
semblable, basque. C'est à l'uno quclconque de ces langues qu'il en faut
domaudor T explication. »
274 Nigra,
mente chi piuttosto pensi per karamimi, a una riduzione dal-
l'it. cornamusa, che però è alla sua volta, specialmente nella
prima sua parte, un problema etimologico. Io penso che sia uno
dei composti la cui prima voce è verbale: coynia dall' ait. cor-
jia?'e * sonare il corno'.
5; pr. carahougno, lim. carabaugno, pr. calabowno, lim.
calaborno, pr. caborno caborgno, 'cavità d'albero', lion. delf.
calaborna caborna 'capanna, grotta'. Nelle ultime voci, la se-
conda parte del composto è pr. borno, apr. va. borna, lim.
hourno borgno , rou. bourgno , che vale 'buco, cavità'. Nelle
prime è un tema ^bougna, che risponderà all'it. bugno, can.
btln, 'tinozza, bugliolo'. In caborgno caborna è possibile che
hi sincope di ca- per cala- sia stata suggerita da quella di ca
per casa. — Cfr. Darm. 112.
4 ; sard. caluscerla caluxèìHula ' lucertola '. Qui la sincope
ha una ragione molto chiara. Cfr. galaberno e calimanda, ri-
feriti qui appresso.
5; delf. vald. galaberno 'salamandra', fr. calimande 'specie
di sogliola '. La seconda parte del composto è rispettivamente
pr. labreno ' lucèrtola ', fr. limande ' sogliola ' ^.
6; pr. calprus 'merisier' prunus avium. La seconda parte
del composto sarà pr. prus, piem. prilss, 'pero pera'.
7; it. carabàttole ' masserizie di poco pregio '. Il Caix (n.° 253)
fa derivare questa voce da grabatulu 'lettuccio'. Ma è di certo
uno stento non lieve il postulare un cara- da gra-\ e penseremo
di preferenza ad un composto simile ai precedenti , la cui se-
conda parte sarebbe bàttola 'striscia della cuffia, falda del cap-
puccio, tabella ' ecc., tutte cose di poco valore.
8 ; fr. clabaud ' specie di cane ', se è *calabaud. La seconda
parte del composto potrebb' essere il fr. baud 'specie di cane da
séguito'. Ma il Braune ztschr. XX 359 riferisce clabaud al germ.
*glapjan 'abbajare', connettendolo col fr. glapir , afr. glaper.
* Il Darraesteter, o. e. 113, faceva susseguire alF articolo [fr.] calimande,
quest'altro buon articolo: '[fr.] colimagon, altération de calitnagon, comme
le prouvent la picard ealamichon et Umichon et le normand calimachon
et lirnachon\
Note etimologiche e lessicali. 275
9', lion. cahrgìw, main. blais. calorgne, 'losco cieco'; —
afr. loì^gne 'bieco'.
10] pr. galopastre ' bergeronnette '. Dal pr. pastre 'pastore'.
Il nome sarà stato dato all' uccello per la sua abitudine di se-
guire le greggie.
il. Nelle voci provenzali galapantin 'vaurien', galavesso
'nonchalance', galofège 'goulu', galolunu galoìneì^lus 'gobe-
mouches', compajono inalterati i secondi membri dei composti:
pantin vesso fège Inno mey^lus.
12] pr. galifoulo 'fango di neve'. La seconda parte vuol
essere comparata ■ col lat. fullone-, fr. foidon foule?', ecc.
13] genov. gaamustu gaamusciu 'nevischio'. Qui gaa sta
normalmente per gara = cala ; mustu 7nusciu rispondono al lat.
mustu *mustiu.
. 14] pr. calahrun 'crepuscolo'. La seconda parte è un tema
masch. brunu, e risponderà al fem. bruna che in alcuni dia-
letti e gerghi dell'Alta Italia e di Francia significa 'notte' e
'sera'. Il bl. galabrunus (Ducange), pr. galabrim, significano
una specie di panno, e la seconda parte del composto ne indi-
cherà il colore.
15] it. caramógio 'persona piccola'; dove si può pensare
a mògio = mòggio, lat. modiu 'misura di capacità'.
16. Il nome della fata popolare francese Garabosse può pa-
rere una deformazione di e ara bus. Ma è più verosimile che
sia un composto; nella cui seconda parte s'avrebbe il fr. bosse
'gobba'. Cfr. cabosser Barra. 113.
17] sp. calamoco 'ghiacciolo'. Lo sp. ha ìnoco 'moccio'; e
non è poca la somiglianza tra il moccio e il ghiacciolo pendente.
18] ferr. galavrina, mod. boi. gakwréina, 'ribeba'. La se-
conda parte può essere connessa coli' afr. b?Hn (an. brim) 'ru-
more, strepito', e anche 'orgoglio'. Con quest'ultimo significato
concorderebbe quello del mil. gakwrinna 'capriccio',
19] trent. bresc. berg. com.: calabi'osa, mant. calabricsa,
com. calabrozza, parm. calabruzza, parm. regg. galabruzza,
berg. com. galivrogia, e con s intensivo piac. scalabrilsa, ' brina';
gen. gaabisu ( = garabisu) 'nebbia gelata', bav. calabrux ' gra-
gnuola'. La seconda parte del composto si trova allo stato iso-
276 Nigra,
lato nell'it. broccia 'acqua gelata', ven. hrosa 'brina', fri. hrose
'neve, grandine'. Le voci significanti 'vento freddo': pg. hriza,
fr. hrise, eng. brasa ecc., ricordano curiosamente la glossa d'I-
sidoro: calabris ' venti s siccis'. La forma genovese gaahisu
varrebbe per l'identificazione di hrise fr. con hise, di brUtsa lad.
con bilsa bisa ecc., e col bi/S della Svizzera tedesca 'vento di
NE.' e 'nebbia'; cfr. Diez s. brezza; Caix 221; Mussafia beitr.
38; Schucliardt rom. IV 254; Kòrting 1348.
20', romagn. pad» trent. calaverna, trent. caliverna, ca-
linverna, pist. calaverno, piem. mant. boi. galaverna, agen. ga-
raverna, gen. gaaverna, romagn. galaverna, com. galiverna,
imol. sgalaverna, 'brina, gelicidio, nebbia gelata, ghiaccioli'.
Questa voce, così sonora e cosi diffusa, più volte tentata dai lin-
guisti (Schneller 125; Schuchardt rom. IV 254), rimane tuttavia
allo stato di problema. Collocata che sia nella nostra cornice
(kala-verna), come ormai deve parere legittimo, il problema si
riduce alla dichiarazione di verna, per la quale si può pensare
alla base vi'trina [virina verna', cfr. l'artic. giure, qui ap-
presso al num. 12). S'aggiunge l'eng. clialaoerna 'lampo', che
mal si può separare dal sinonimo altocan. alejvro {lejoro qui ap-
presso, all'artic. n.° 12); nei quali due termini, non tanto fa
diflScoltà la ragione del significato (si potrebbe partire dal 'lam-
peggiar del ghiaccio sulle creste alpine'), quanto la ragion fo-
netica della prima sillaba. Finalmente, il verbanese galaverna,
che dice ' fungo in forma di lingua che nasce sul castagno ' e ( per
origine veneziana; Clierub. ) 'pinolo della barca ove s'appoggia
il remo', non consente spiegazioni che abbiano, per ora, una ve-
risimiglianza sufficiente.
21; sp. calabrina, hedor (fetore; ztschr. II 66 n); dove il
secondo elemento ricorda l'asp. bren, frnc. bran 'escremento',
onde breneux embrener ecc., e il vs. sbrina 'impegolato, em-
brené', rimanendo però qualche difficolta circa la vocale.
22; galabuaè f., nel dial. diPuybarrand (Charente), 'me-
lolonta', fr. hanneton. La seconda parte del composto è buaé f.,
fr. 'bois', che avrà qui il senso di 'corna', come in ' bois de
cerf. Si sa che in varj idiomi il melolonta è detto 'cervo vo-
lante '.
4
I
Note etimologiche e lessicali. 277
Il nostro ' fattore di composti ' s' avrà molto probabilmente
anche nelle seguenti voci : it. calamagna calamandrea caracollo,
sp. calabobos calagozo calamorra galizabra, cat. calamarsa,
pr. calibaìn callamberto galigorQO, fr. caleìmsse calimafrèe ga-
limatias cloporte ; ecc. Di galimatias e calimafrèe, v. il Darme-
steter, o. e. 113, dove son pure esaminati charivayn calembre-
claine ecc.
7. — caràbu, granchio, nella sua figliazione neolatina.
La intitolazione di quest'articolo è in singolare contrasto col
num. 1644 di Kòrting, che dice: 'carabus -um, eine art langge-
schwànzter meerkrebs scheint im romanischen keine nachkommen-
schaft zu besitzen'.
Incominciamo per avvertire che il g- per k-, fermo e diffuso
nella prosapia neolatina, non ci deve punto parere strano, trat-
tandosi veramente di voce greca {xaga^og). E se, d'altronde, il
lessico neolatino non ci dà più se non voci derivate e tutte di
significazione traslata, le derivazioni e i traslati ci appajono però
di un'evidenza ben singolare.
I temi sono: car[a]bucuhc e car[a]biiculu', carabiculu',-
eJo-carla]buculire ex-carabiculare; ex-carabire, in-ca-
rabulire.
II primo gruppo dei riflessi neolatini sia il seguente:
can. s'garavir 'ingagliardire, risvegliare', partic. sgaravi)
quey. eicaravilld 'enjoué, éveillé', ling. guasc. escarrabihd escar-
rabilhd 'dégourdir, ragaillardir , réveiller', gin. ècarabiller
'écarquiller ', afr. escarbillarcl 'éveillé, gai, enjoué'; voci tutte
in cui ritorna l' identico traslato che è nell' italiano ' sgranchire ',
da 'granchio'. E a riprova s'aggiunge il significato positivo che
è nel VB. angravall angarlì, ' aggranchito, intirizzito dal freddo ',
quasi: incarabulito.
Ora veniamo a un secondo gruppo.
morv. grabouil ' garbuglio ', cìi carboidó ' en peloton ' ; il. gar-
buglio, can. piem. garbuj 'viluppo, intricamento ', it. groviglia, \
aggrovigliare, \và.\i. aggravogliare, scravogliare', piem. garabija
'garbuglio, ruffa'. Il granchio dà l'idea di cosa raggomitolata
aggrovigliata, onde pienamente si legittima il senso di garbuglio.
278 Nigra,
Ma rimane il fr. ècarbouiller ècrahouiller , <;he già *a priori'
non par possibile di staccare dalle voci precedenti. Littré ne dà
una di quelle definizioni che si foggiano per legittimare un'eti-
mologia preconcetta; spiega cioè ècarbouiller per 'réduire en
fragments en écachant', a fine di persuadere il suo *excarbun-
culare (da carbunculu), che del resto doveva dare: -boun-
gler. Nel fatto, però, gli esempj da lui citati mostrano che ècar-
bouiller significa semplicemente 'écacher', ma non 'reduire en
fragments ', come del resto si vede ben chiaro àalVècraboui della
Bretagna: 'schiacciare, far piatto'. Ora l'idea di 'schiacciare'
è pure contenuta nel nostro * ex-carabuclare, poiché questo
risponde a 'sgranchire', e 'sgranchire' significa non solo dare
elasticità e gagliardia a ciò che era irrigidito, discriminare ciò
che era intricato, ma anche distendere e appiattire ciò che era
aggrovigliato come un granchio fuor d'acqua. Piuttosto sarà da
dire che ècarbouiller, per il suo ca e non dia, abbia fisonomia
provenzale anziché francese. Cfr., del resto^ l'afìinissimo s'gar-
bìÀljer 'districare', dell' Engadina.
E semplicemente intensivo il s- che vediamo nel pieni, sgarbi'j,
allotropo di garbici), e nell'it. scarabocchio. Quest'ultimo voc-d-
bolo significherà etimologicamente un 'piccolo granchio', figu-
rato dalla macchia d'inchiostro, e ideologicamente andrà cosi
con sgorbio da scorpiu (v. Caix 563, dove scarabocchio é fatto
derivare da scarabaeus) ^. Il 'granchio', cioè il 'cancro', sta
poi alla sua volta nel fr. èchancrer , vb. grangiljun 'matassa
arruffata', piem. grangja ' grovigliola', ecc.
8. — prov. garri, piem. gari.
Per l'etimologia del piem. vald. gari^ br. geri, delf. quey. farri,
pr. garìn 'ratto, topo', vien facilmente da pensare al pr. garre
'grigio, falbo', afr. guarre 'screziato', fr. bigarrè; ma la guttu-
rale sarebbe mal disciplinata. Amarra piuttosto il confronto col fr.
jarre, termine usato dai pellicciaj per indicare il pelo duro che
^ L'it. garbuglio, secondo il D'Ovidio, non dovrebbe essere indigeno
(circa V-uglio, cfr. rimasuglio ecc.); ma a ogni modo esso sta daccanto a
scarabocchio come aguglia allato ad agocchia.
Note etimologiche o lessicali. ' 279
sporge oltre la superfìcie del pelame. Il Bugge si chiede, se jarre
non debba riferirsi allo sp. xaro jaro, detto del porco che abbia
le setole rigide e scure come quelle del cinghiale. Dal fr. jarì^e
viene il mil. giar con egual senso, e il suo derivato desgiard
*^levar via il pelo vano dai cappelli', che il Salvioni riferiva a
*dis-clarare (Fon. 182). Per noi ci vorrebbe, a ogni modo,
un tema *garrio', e non oseremo ancora affermare che il topo
abbia questo nome per le setole irte che egli porta sul muso.
9. — Applicazioni metaforiche
di nomi del gatto {gatto chat; ìninon ecc.).
Il fr. gattilier 'salcio agno casto' è di origine ignota, secondo
Littré. Proviene dallo sp. gatillo ( saicz-gaiillo ), secondo Bugge ;
il quale così scrive intorno questa voce (rom. IV 357): «gatillo
est le diminutif de ^a^o = chat, mais, comrae nom de l'arbris-
seau, il semble une altération de agno castil, la quelle forme
se trouve en portugais à coté de agno casto. » Il dotto svedese
avrà ragione nel ricondurre il fr. gattilier (la cui gutturale tra-
disce a ogni modo un'origine non francese) allo sp. gatillo; ma
non nel supporre che gatillo, come nome dell'albero, sia un'al-
terazione del portoghese castil, col quale non ha. alcuna rela-
zione etimologica. Com'egli rettamente avverte, gatillo è un di-
minutivo di gaio. Ora, la voce per 'gatto', sia essa cattu o sia
qualche altro suo sinonimo, secondo che di sopra indicammo, s'ap-
plica nei riflessi romanzi, in varie forme di gradazione e di ge-
nere, alle significazioni seguenti: 1." la ruca e altri bruchi:
piem. can. monf. gen. lomb. emil, ecc. gala gatta gatt gattin
gattinna g ditola, afr. chatte-peleuse (Cotgrave), ingl. caterpillar
(Skeat) ecc.;- 2." l'amento, cioè il fiore di salcio, noce, noc-
ciuolo, castagno, pioppo e simili (cfr, ted, lidtzchen 'amento',
ingl. katkin, oland. katten kattekens, 'amento di noci e nocciole')
e quindi alcuni degli alberi che, appunto come lo sp. gatillo e
il fr. gattilier, producono questo amento: piem. can. gen. gaia,
lomb. gattinna, boi. gatt, romagn. gàtel, tose, gatto 'amento di
salcio' ecc.; tose, gdttice gdttero 'specie di pioppo'; lomb. gatun
gdtul mina [mina 'gatta'), can. muga musa (tose, muscia
280 Nigra, ' -
'gatta'), BR. miniigalt, 'salcio selvatico', com. mognon 'salice pe-
loso'; dial. di Malmedy minon Sveidekàtzchen', vali. niod. minu
'kàtzchen der blùthen' (Horning); tose, migna mignola mignolo
'amento dell'ulivo; cai. pr. cat-sauz, ling. gat-sauze, 'salcio agno
casto'; pr. c(dié, vel. chatié, 'salcio spinoso'; alYevn. caio , pr.
catoim, fv. chaton, pr. ìninoun (fr. minon minette 'gatto -a'),
albv. iniret {mire 'chat'), 'amento di laante'. L'applicazione del
nome del 'gatto' al bruco e al fiore di certe piante si spiega
per una certa loro somiglianza con cotesto animale nella forma
allungata, nella pelosità e nella flessibilità. Secondo uno stesso
ordine di idee, il nome diminutivo della cagna fu attribuito, in
francese, al bruco e alla ciniglia {chenille) e l'accrescitivo del
cane, in milanese, al baco [cagno a).
Le voci fr. 7ninon ìninette, pr. minaitcl mignaud mhiein mi-
gno mino minoun mounet miro, piera. can. monf. gen. meno
mina mino minin minina minina migtianna, boi. mnéin, mil.
manan manana, 'gatto -a, gattino -a', ci condurranno sulla trac-
cia dell'etimologia, rimasta finora oscura, del pr. magnan 'bi-
gatto' (it. magnatto, Dumeril, cit. da Mistral, s. magnan). Ri-
salirà questa voce, con l' atona assimilata, a *minan (cfr. gen.
mignanna, mil. manan), accrescitivo di mino, che esiste, come
si è veduto, in provenzale piemontese canavese monferrino, col
senso di 'gatto'. Significherà dunque 'gattone', cioè il bruco
per eccellenza, il bruco della seta, secondo lo stesso concetto che
in Piemonte Lombardia Liguria e altrove fece assegnare il nome
del gatto 0 della gatta al bruco dei cavoli, e anche al bigatto,
sia vivo, malato o morto (mil. gattin 'baco da seta', boi. gali,
piem. gatiha, mil. gattozz, 'bigatto malato o morto').
Si noti poi la concordanza nel carattere accrescitivo del suf-
fisso nel magnan provenzale e del prefisso nel bigatto italiano;
poiché bigatto, alla sua volta, non deriverà da bombyx '^bom-
bico, come, dopo il Ménage, ingegnosamente ha tentato di pro-
vare il nostro Flechia (Arch. II 39), ma bensì da ^bis-gatto,
che vorrà dire 'gattone' e risponderà per il senso al pr. ma-
gnan che è, come già dicemmo, un accrescitivo dello stesso
tema di cui il fr. minette e il piem. minin sono diminutivi ipo-
coristici.
Note etimologiche e lessicali. 281
Se questa dichiarazione del yv. marjnan è ben fondata ^ si po-
trà pensare a iin'egual derivazione per l'it. ìnignalta (scritto an-
che magnalta, Mattioli cit. da Tommaseo, s. mignatta). La san-
guisuga ha di fatti col bigatto e con altri bruchi una somiglianza
nella forma e nella contrattilità dei corpo, e con alcuni anche
nel colore. Come forme affini si comparino il già citato genovese
mignanna 'gatta', e il toscano mignatto •lombrico' che si trova
negli intestini degli animali, e che certo non può derivare da
minium. 11 suifisso -atto -atta si sa che occorre nei dialetti del-
l'Alta Italia e in Toscana per designai^e piccoli animali ( Meyer-
Lùbke, II 506).
Per l'etimologia non ancora accertata di minon mineite e delle
voci affini, si consultino: Diez s. mignon e mina 2; Gaix st. 417;
Thurnejsen keltor. 69; Mackel 101; Kòrting 5299.
10. — it. gavine gaoigne; fr. ècheoeau.
Degli it. gavine gavigne 'glandule del collo' (cfr. bl. gavanus
gavinae, Due), il Diez non ha tentato alcuna spiegazione. Di-
cono propriamente 'gomitolo', e sono diminutivi feminini del tema
c'«f;o = *capu 'nodo di corda'. Dallo stesso tema procedono : tose.
aggavignare 'afferrare per il collo ', piem. gavine angaviné, monf.
angavné, 'ingarbugliare, aggrovigliare', piem, angavin , monf.
aiigaven, 'ritorta, massa intricata', tose. boi. gavetta, monf. an-
gavcta, romag. gavetta gavétula, 'matassa', monf. kavèta gavèta
'gomitolo', romagn. gavan 'viluppo di fila intricate', piem. can.
gavass 'gozzo', tose, gavetta 'matassina di corde musicali', ro-
magn. gautlen 'matassina fatta sulla mano aperta incrociando i
fili dal pòllice al dito mignolo'. Quest'ultima forma, considerata
la sua dentale, è manifestamente un doppio diminutivo mascolino
di gavetta, piuttosto che un riflesso di *cap iteli in u. Ma a ca-
pite, cioè a un verbo * capitiare *captiare (cfr. it. raccapez-
zare), ben risaliranno le voci monf. gen. gassa gassetta, piem.
can. angassa, 'cappio'.
* Il pr. marjnan significa ancora: 'amento del ijioppo bianco' (Alistral);
ed è un significato che riesce a conferma dell'etimologia che è proposta
qui sopra.
Archivio g-lottol. ita!., XIV. 19
282 Nigra,
Col c iniziale originario si hanno altre forme da capii: bl.
capulum 'funis' ( Isid. gì.), it. cappio, fr. cable, pieni, havjun
(*capulone, come sabjun = ^sahuìone) , can. kav un, quey.
chahoun, alhy. stavo n {st- = ch-), lion. chavon, 'bandolo di ma-
tassa'. E da capite: tose. Catella (Caix 259) 'bandolo', vs. ka-
tiljun 'gomitolo', pr. captel capclel catel 'bandolo'. Dal ga-
vetta tose, romagn. e dal gavèta kavèta monf. 'matassa' e 'go-
mitolo' mal si possono separare i modenesi sgaveia e scaveta
di egual significato. Ed è egualmente difficile il separare dagli
uni e dagli altri i fr. écheveau èchevette, morv. échavotte, 'go-
mitolo', e l'afr. eschief che Nicot traduce 'orbis filaceus'. Ma
qui risorge la disputa tra il 5 intensivo e il pref. ex-. Il Diez
evitò l'ostacolo facendo procedere le forme francesi da scapus,
che tra altri significati ha anche quello di ' rotolo di carte '. Ma
oltreché scapus non si potrebbe porre a base delle altre voci
qui sopra riferite, il suo significato, che è quello di 'gambo,
tronco' e di 'rotolo' in quanto questo sia in forma di colonnetta,
è troppo lontano da quello di ' matassa ' e ' gomitolo ', perchè in
assenza di anelli intermedj si possan conciliare. Se l'afr. escha-
voir 'arcolajo' implicasse l'esistenza d'un verbo eschaver col
senso di 'dipanare' o 'aggomitolare', la questione sarebbe, al-
meno in parte, risolta.
11. — VB. geléJDvo; pr. gelihre; fr. givre.
VB. gelèjvro [gelevro tr., gelivro br., deleyver vi., delivro
ve: d = g), can. va. gejvro, vs. gevro, fr. givre, borg. gèvre,
occit. jalihre gelihre gilibre, cat. gebre, 'brina'. — Sono riflessi
di un composto assai notevole per l'antichità del suo accento, e
cioè: *gelzvitrum, 'gelo-vetro' o 'vetro-ghiaccio'. Il fr. givre
(cioè zivre = zlivre ^zleivre) risulta cosi un sinonimo ben
legittimo del fr. ver-glas , rou. tvoir-glache , parm. veder-giazz.
Dove non sarà superfluo ricordare, che in Val-Camonica , Val-
tellina, Trentino, Engadina, per 'ghiacciajo' si dice vedretta,
•vadretta, vedrial, vadret {vedrec nel canton Ticino), vadretin
da vitru, e uno dei ghiaccia] del Monte Rosa si chiama Verrà.
Alla contrazione postonica di vitrum in vb. can. -vro ecc.,
risponde la protonica di vb. piem. can. vrera (vs. vereri), 'im-
pannata ' = V i t r a r i a.
Note etimologiche e lessicali. 283
12. — fr. grive, pr. grivo, piem. griva.
Dicono 'tordo ', il fr. grive, pr. grivo, guasc. grigo, delf. grievo,
piem. can. griva. La voce piem. e can. ci venne verosimilmente
di Provenza, la indigena in Piemonte essendo tiird = tiwdu. In
Piemonte e nel Canavese s' ha pure, col significato stesso della
forma semplice, il dimin. grivola', e da questo deve proceder
grivold 'macchiato di bianco e di nero'. Una delle cime del Gran
Paradiso, nelle Alpi Graje, porta il nome di Grivola', e in can.
occorre pur la forma masc. grivo, e gli accrescitivi grivass gri-
vassa , applicati a varie specie di tordi. Già il Génin considerò
il fr. grive come il fem. dell' afr. griu = grieu 'greco', dichiara-
zione che ha conferma dalla forma guascone sopracitata. Il fem.
grive, qual che sia la precisa evoluzione fonetica del rispettivo
mascolino, starà pur di certo a questo come sta juive a *juieii
*/«m = ju[d]aeu { v. Suchie> ztschr. VI 438; Behrens, Metath.
90; Meyer-Lùbke I 442). Dunque grive significherà la 'greca',
e il tordo avrà avuto questo nome da uno dei paesi mediterranei
dove va regolarmente a passar l'inverno e donde ritorna in pri-
mavera. Altri uccelli furono indicati col nome del luogo donde
vengono o dove vanno, come: la róndine riparia detta dardanel
dàrdan in Lombardia, ciprioto e dàrdano nel veneto, tartarei
nel parmigiano, tàrter nel trentino ; il róndine cipselo detto dardi),
a Bergamo, dardao a Savona, liarhairou, cioè 'barbaresco', a
Nizza; la ghiandaja marina detta uccello turco nell'isola del Gi-
glio; il basettino (panurus biarmicus), detto todeschin e unga-
resin in Lombardia ; il piovanello detto romaniello, torolino ro-
mano, a Napoli; il cavaliere dltalia (himantopus candidus), detto
francisottu a Terranova di Sicilia; il francolino, e altri.
13. — can. gilla.
Il can. gàia 'hocco, noce campana o reale' sarà un vero ci-
melio, in quanto risponda, anche per la ragion fiessionale del
nominativo, al lat. juglans. Appena è d'uopo ricordare come
sia qui normale ^- da j ; cfr.^wn = jej unu, ^'wro=juro, ecc.
Per gì aspetteremmo veramente un secondo g {gassa gant gajra
284 Nigra ,
gera = gliele glande glarea;- unga singa = ung'la cin-
g'ia ecc.) e quindi: ^M<7a=juglans. Ma il g di glans può es-
ser mancato, anche nel composto, prima dell'evoluzione neola-
tina; cfr. lande sp. e port., = gì ande.
14. — L'it. lava e più altre voci affini od omofone.
I. — L'it. lava 'pietra di vulcano fusa o indurata' punto non
si connette radicalmente con lavare. Se, nel dialetto napoletano,
lava si dice anche per ' torrente di pioggia nelle strade ', que-
sto significato, dovuto a similitudine col 'torrente vulcanico', è
afTatto secondario. Nell'ordine etimologico, il nostro vocabolo si
toccherà piuttosto col gr. làrag (pietra) ecc.; cfr. Curtius^ 553,
e perciò con XaoxofiCai lautumiae ecc., e coi nomi proprj : L ri-
vi num Lavinia.
A ogni modo, la parentela 'italica' di lava è molto nume-
rosa. Insieme col pr. lavo lauvo ' pierre piate', e col fr. lave,
che sono la stessa parola, si posson qui citare: bl. lavi a 'lapidis
species', laveria 'cava di pietra' (Ducange da carte Langresi
dei secoli XIII e XIV); it. lavagna; va. lavjàu 'cava di lava-
gna'; bresc. laind = lavina 'franare'; pr. lavino, it. lavina,
lavanca, vs. lavenci, vb. Lavenka lavanka, 'valanga', lavankal
'ammasso di terra e pietre prodotto dalla lavina'; fr. lavance
lavanchc, da cui per falsa etimologia popolare si fece avalan-
clie, donde l'it. valanga, pg. lavanca', bresc. Idf 'frana'; br.
lavess 'lavagna', mìì. lavesg 'sorta di pietra' (Cherub.), pr.
lauvas lauvelo lavencho 'dalle', lauvd 'paver', lavassiero 'ar-
doisière', lauvisso 'araas de pierres plates'; [triest. Idv7'a 'sca-
glia']; lad. lavina livina, lavinal livinal, 'petraja di lavina',
lavinér 'traccia della lavina', lavinus -a 'esposto alla lavina';
e i nomi locali: Lavello (Puglie), Lavino Lavagna (Lig.), La-
veno Lavena Lavenone (Lomb.), Lavagno Lavazzo (Ven.), La-
vess Lavasse Lavjus'a Lavat^ejs Lavina Lavenka Lavaggi (Can.
Piem.), Lava (V. Cam.), Lavace (Trent.), Laver Lavin Lavinoz
Lavaz Laviru/n (Lad.), Lavans Lavanda (Fr.), ecc. Con hj da
■fj, il VA. lahje 'lastra d'ardesia'; se pur non c'entra lapide,
come nel can. lapjass 'masso di pietra' (cfr. piem. ecc. tcbi^
vallanz. chicepp Arch. I 254, tepidu).
Note etimologiche e lessicali. 285
II. — YB. lanka 'macigno' lancott 'pietra da taglio', albv. lan-
ate {= lanche) 'montagna, burrone'. Una connessione tra questi
vocaboli e il lat. lanx 'piattello di bilancia', originariamente di
pietra, è per ora una mera ipotesi. Ma giova citare, come pro-
babilmente affini, varj nomi di luogo in regioni alpestri o sas-
sose: Lans (Pieni., Sav.) Lanza (Trent., Yen.), Lanzada (Y.
Teli.), Istalanz (isola-pietra?, Eng.), Launsch (lad. sottos.), Lans
Lansac Lance Lanchy Lanchère Langon Lanques Lanquais
(Fr.), ecc.
Si può chiedere se col lat. lanx teste citato^ si abbia a con-
netter la noe a, che Yarrone, citato da Gellio, attribuisce ad ori-
gine ispanica, e se quindi questo vocabolo non significasse in ori-
gine l'antica asta cuspidata di selce.
Lo sp. lancila (laja) 'lastra di pietra' fu identificato da Baist
(ztschr. Y 561) con pianella 'lama di metallo, ferro da stirare'.
III. — Accanto a laim dev'essersi avuto, sin da età romana,
^lausa, col preciso significato di 'pietra piatta, pietra da tetto
e da lastrico ' ^ Ne abbiamo , nei paesi romanzi , i seguenti ri-
flessi : bl. lausa Iosa, apr. lausa, alta-It. Iosa, lion. loiisa lusa,
fr. lauze lose, cat. Uosa, sp. Iosa, pg. lousa. Derivati: bl. lausa-
tuin, piem. can. Iosa 'tetto di lastra d'ardesia', vs. los'in 'piat-
tello', pr. lauseto 'petite dalle', lausado 'pavé de pierres plates',
lausa (sp. losar) 'paver', lausiè 'carrière de dalles', lausiho
lausisso 'debris, amas de pierres plates', lausanier 'massif de
montagnes'; e i nomi locali ^: La Los' a (Yal di Stura), Los era
(vs., can.), Los eli (can.), Laus'ere (va.), Lósego (Belluno), Ló-
sine Lózio (Brescia), Lauzac (Friuli), Lausanne (Svizz.), Lo-
zère Lausero (Fr., Pr.), ecc. Oltre che per la diffusione in tanta
parte del territorio romanzo , il vocabolo è anche notevole per
la sua antichità letteraria, poiché già ricorre nella tavola di
Aljustrel in Portogallo, che è del I secolo dell'era volgare, nella
veste di un aggettivo plurale feminino: lapides lausiae, col
chiaro significato di 'pietre d'ardesia'. Lo Schuchardt, colpito
* In Carpentier è anche attribuito a Iosa il senso di later quadratus;
e lo sp. loza significa 'majolica'.
* Cà". il cogn. Lans US.
286 Nigra,
tlairantichità del A'ocabolo, volle escluderlo dal lessico latino ; e
comparandolo con Laiisanna, lo dichiarò preromano e di ori-
gine celtica (ztschr. VI 424). Senonchè il Biicheler (Arch, f. lat.
lex., II 605) lo rivendicò giustamente alla latinità, facendolo ori-
ginare dalla radice primaria lau-, conservata nel greco; ma
senza che si possa consentire con lui circa gli elementi di for-
mazione, che avreìibero a coincidere con quelli di minutiae
nuptiae *nautea = nausea ecc., poiché lausiae è forma ag-
gettivale ('ardesiane') concordante con lapides, nom. pi. qui
usato al feminino, la quale presuppone il sostantivo la usa, esi-
stente difatti nei riflessi romanzi, come già vedemmo. Resta, in
conclusione, la difficoltà dell'allargamento radicale, che vorremmo
postulare, per ottenerne, coli' elemento derivatore, un s ', poiché
un verbo *lau-d-ere (cfr. clau-d-ere), onde *lausa (cfr. clau-
sum), c'ingolferebbe nelle ipotesi.
L'origine celtica di lausiae resta intanto esclusa, per ciò che
non si sia finora trovato un radicale celtico a cui riferire co-
testa parola ^.
IV. — VB. Ids' 'pietra piatta, lastra di pietra'; dimin. las'ètt)
las'as'ér 'tagliatore di lastre'; bresc. las'a 'lastra di pietra'. Con
questo vocabolo, o con vocaboli derivati dallo stesso nucleo, sono
nominate, in varie regioni alpestri romanze, molte capanne, dette
'alpi', coperte di lastre di pietra, e altre località montane, come:
la Las (Biell., V. Lesa, vb., V. Livigno, Eng.), Laas Laaserspitz
(Eng.), Lasa (S. Gallo), Las' in Laser Lasinètt Las'app (vb. ),
Las'oney (V. Lesa), Laggio (Ven.), Lazza (V. Cam.), Latsch
(Eng., Tir.), Leysse (va.).
Il tema integrale di Ids' sarà probabilmente *lavac'e, '^laacej
cfr. i nll. Laudce (Trent.) e Laas Laasevspitz (Engadina)^
* Qui si avrà a porre anche il fr. losange ' rombo ', termine araldico, de-
derivato da Iosa tose, come già spiegarono il Guyet e il Ducange (Ménage
s. V.; Due. s. v. ). I termini similari negli altri idiomi romanzi o in inglese
sono tolti dal francese. Dal significato di lose 'pietra da lastrico' ordina-
riamente quadrata, si passò facilmente a quello di 'losanga' che ha forma
egualmente quadrilaterale.
* Si ricordi ancora il tose, laiòa, sinon. di lavina (lucch. le::a; gen. liff-
gia ' frana').
Note etimologiche e lessicali. 287
E ancora rimarrà da mandare sotto Ids', il gen. las'ana, spe-
cie di pasta di Genova consistente in spezzi quadrcAigolayn di
sottile sfoglia di farina di grano tenero, più o meno larghi '^ Le
'lasagne' sono così nominate per la loro forma piatta, sottile e
a pezzi quadrati, come le lastre di tetto.
La qual dichiarazione è confermata dalle forme provenzali :
lauvan lauvanet lauvagnet, daccanto a lausan e lasagne (quey.
lazanio). Il Mistral, registrando queste forme nel suo dizionario,
le riferisce a lauso 'pierre piate'; e questo si dovrà intendere
di lausan. Ma le prime risalgono a lava, e l'ultima, lasana,
che è la voce genovese, va bensì parallela al tema lausa, ma
più precisamente risale per noi a lavac- ecc.
Si confronti finalmente il bl. (Ducange) lazana nemoris
'pars sylvae longior quam lata', cioè un quadrilatero allungato,
qual è appunto la forma della ' lasagna '.
15. — Lomb. piem. maskaì^pa maskei^pa, can. maniskm'pa ; —
it. sup. picina pooina puvena, lad, puinna puina; —
svizz. rom. mota, valmagg. motta, piem. tuma,pv. toumo,
fr. tomme.
Il tema anfr. *skarpa (Mackel 57), derivato dalla radice ger-
manica e greco-latina skarp 'tagliare, fendere', dal significato di
'brandello, squarcio di stoffa o di cuojo' (ingl. scrap, com. scarp)
passò a quello di 'tasca' (isl. norv. skreppa, sved, skràppa, ingl.
scrip, aol. scharpe schaerpe, bted. sclirap), essendo questa, nota
lo Skeat (s. scrip), 'made of a scrap or shred of skin or other
material'. Secondo le varie foggio e i varj usi della 'tasca', il vo-
cabolo skarpa venne poi ad assumere, negli idiomi germanici e
nei romanzi, varj significati, fra i quali son da notare i seguenti:
1.° 'tasca da pellegrino, saccoccia appesa al collo, a tra-
colla, alla cintura': aat. scharpe, le forme scandinave e anfr. so-
pracitate, e afr. esqiieì^pe escha7'pe;
* Dizionario genovese di Gio. Casaccia s. v. -La definizione di certi les-
sici ' pasta tratta a forma di nastro ' è falsa, poiché non è applicabile alle
vere lasagne, ma bensì alle cosi dette strisele o lasagnette. La forma carat-
teristica della lasagna è un 'pezzo piatto quadrangolare'.
288 Nigra,
2.° 'sciarpa a tracolla': ted. scharpe, fr. écharpe, it. sciarpa
ciarpa ;
3." 'calzatura del piede': it. scarpa, che è veramente la
'saccoccia per il piede'. Si sa che la 'scarpa' era fatta origina-
riamente, e in cei'ti luoghi è fatta anche adesso, di uno squarcio
di cuojo 0 di stofTa, cucito e allacciato. Dalia forma della calza-
tura fu detto scarpa, in architettura e muratura , il pendio del
muro a sostegno, e in topografìa il pendio di monte.
4.° I termini lomb. piem. maskarpa onaskerpa e can. ma-
ìiiskerpa, 'ricotta', contengono presumibilmente, nella seconda
parte del composto, lo stesso tema sìcarpa, col significato origi-
nario di 'saccoccia'. E noto che la 'ricotta' si pone in una pez-
zuola di tela, che presa in mano per i capi presenta la figura
di una saccoccia piena. Si può supporre, che per distinguere questa
saccoccia da quelle che si portano al collo o ai piedi, si sia ag-
giunto a skarpa, come prima parte del composto, il determina-
tivo mani, e che maniskàrpa abbia quindi a significare ^scarpa
a mano '. Ma è anche possibile che inani- significhi 'cacio' (cf. vs.
mano 'cacio', com. Tr. P. magnocca 'latte quagliato', soprasilv.
minucc ecc. Arch. VII 500 n.), e che maniskerpa perciò dica
* tasca da formaggio'.
Il mil. maskarpon significa una specie di ricotta, ma anche
un fungo, l'amanita ampia di Persoons , il quale sarà stato
così nominato per il suo cappello bianco semisferico, somigliante
ad una maskarpa rovesciata
L'incertezza del senso della prima parte del composto reride
egualmente incerta la proposta spiegazione. Vorrà quindi essere
considerata come semplice ipotesi.
Un altro nome della 'ricotta' nell'Italia Superiore e nei paesi
ladini è pur dovuto alla forma impressale dalla pezzuola che
l'involge. Le voci lomb. ven. friul. trent. em. romagn. puina po-
vina puvena, lad. puinna puina, significano 'ricotta, cacio fre-
sco '. Collo stesso significato sono registrate le voci latinizzate
povina popina negli statuti di Trento e di Roveredo, citati dallo
Schneller (s. poina). Nel comasco, la voce poma ha non solo
il significato di ' caciuola fresca oblunga ', ma anche quello della
'pigna rotonda e oblunga' prodotta da certa specie di alberi co-
Note etimologiche e lessicali. 289
nileri (Monti, toc. com. s. v.). Il Lorck, che registra tutte queste
forme (altberg. 232), propone con riserva che esse possano de-
rivare da poplna 'vivanda di taverna', con modificazione di si-
gnificato. Ma la ricotta non è vivanda di taverna, e la modifi-
cazione del senso sembra troppo grave per potersi ammettere.
In ogni caso poi il significato di 'pigna', che è del com. ■poina,
resterebbe senza spiegazione.
Se si rifletta che il cacio negli idiomi romanzi ha preso so-
vente il nome dalla sua forma ( cfr. , oltre *formaticu, il fr.
maton, cat. ynafó, lo svizz. rom. /uota rnoteta, valmagg. inatta)^
non parrà inverosimile che anche la voce povina puina puvena
abbia seguito lo stesso processo logico e perciò realmente signi-
fichi una speciale figura sotto cui si presenti la 'ricotta'. Ora
questa specie di cacio fresco, che non è altro se non il latte qua-
gliato al fuoco e separato dal siero, prende, dopo essere messo
in un sottile pannilino bianco, una forma semisferica, che potè
essere comparata con quella di una poppa di donna, coperta dalla
camicia. Quindi pndna e povina saranno diminutivi derivati dal
tema latino pupa ^pùppa che ha preso negl' idiomi italici il si-
gnificato di 'poppa, mammella'.
Secondo lo stesso ordine di idee, il frutto del pino zembro, di
forma rotonda allungata, fu detto nelle montagne comasche poina
[*pupina] per la sua somiglianza colla tetta di vacca o con una
pupazzi na.
Dalla figura di formella circolare di concia o di torba com-
pressa (fr. motte, pr. monto, pieni. ìnula, mil. rnotla) prese il
nome un'altra specie di cacio, detto nella Svizzera romanza
ìnota motetta, in Val Maggia motta. Questo nome in altre regioni
si cangiò per metatesi, e diventò in fr. dial. tomme, prov. toumo,
pieni, ti'/ina. Metatesi consimile si produsse probabilmente anche
nello sp. toinar, che sarebbe per molar, come propose il Sette-
gasti, rom. forsch., I 250, però con un'etimologia {* motvare
mutuare) alla quale non è facile acquietarsi.
16. — ant. lomb. mengun, vaiteli, mangoìi, can. mingun.
Le forme ojniu/aca dell' ant. mil., minila piem. can., a cui si
deve aggiungere il monf. ninl-a,, sempre col significato di '(igni',
29Q Nigra,
furono già riconosciute e spiegate come riflessi di omni-unquam
(Diez s. ogni; Ascoli, Ardi. VII 537). Il pieni, /tiiìika-fant, e il
monf. ninka-kwand , significano, come si sa, 'ogni tanto, ogni-
quando'. Il vtell. mencliecU, e il levent. mencia (Monti, voc.
com.), dicono 'giorno di lavoro' e rispondono al tose, ognidì. Ma
l'alomb. niengun, di cui è molto dubbio se possa connettersi con
questo voci, rimane a ogni modo poco chiaro. Occorre il vocabolo
nel passo seguente dell'Antica parafrasi lombarda di un testo
di S. Crisostomo, edita dal Forster (Arch. VII 15-31): uolaa
cuar a mengun e menssun . e a par e despar, 'vogliono gio-
care a 7n. e a m. e a pari e dispari '. Il giuoco è ancora in uso
in Valtellina, col nome di mangun, e in Canavese con quello
di niingun e lansun. In Toscana è detto sbricchi; v. Fanfani,
Tommaseo, Petrocchi, s. v. Nel Canavese si fa cosi: Uno dei
giocatori tiene in pugno un piccolo oggetto o più, come cente-
simi soldi bottoni coccole granellini, e dice all'altro giocatore,
mostrando il pugno: mingun lansun, luer na vò-tò?, cioè (se
può avventurarsi una spiegazione per la prima parte): 'tutto [o]
niente, quanti ne vuoi tu?' L'altro giocatore tenta indovinare, in
una 0 più volte secondo la convenzione. Se indovina, guadagna;
se no, perde.
La dichiarazione etimologica 'ognuno — nessuno', è natural-
mente più che dubbiosa. La più grave difficoltà che le sta con-
tro, è nella terminazione, poiché -ùnu dovrebbe dare al can.,
come al lomb., -Un e non -tm. Il rn e il l di menssun e lansun
si possono spiegare, il primo per l'allitterazione (cfr. Salvioni,
Arch. XII 414), il secondo per dissimilazione àeì'n di ninsun
[ìiissiìn ansiin).
17. — it. minchiate.
L'it. minchiate 'carte del giuoco dei tarocchi', equivale a un
lat. *miniculatae 'miniate'. Si dissero miniculatores i- mi-
niatori di manoscritti; onde il nome posto ai miniatori di carte
da giuoco (v. Ducange, Forcellini, s. v., e I. G. I. Breitkops,
Versuch iìber den ursprung der spielkarten, II 27 150). L'eti-
mologia ben sicura di questo vocabolo conferma che le prime
cirte da giuoco usate in Italia erano dipinte a mano.
Note etimologiche e lessicali. 291
18. — can. piem. morfell vermell.
Il fr. gourme e il pr. vonna 'cimurro' furono considerati
come forme metatetiche del fr. tnoroe, pr. 7noroo, derivanti
da un tema feminino di morbus (Behrens, Metath. 78; cfr.
Ardi. VII 536-7). Forme corrispondenti, tanto per l'una quanto
per l'altra figura, occorrono anche nei dialetti pedemontani:
can. piem. morfell, can. vermell, vs. grùmell, br. r'àinell, 'moc-.
ciò'. Il can. vermell ha forse potuto subire la contaminazione
di vermis, ma questa non si dimostra nel ys. gràmell, né nel
BR. rùmell, che starà per grumell o vriìmell. Si comparino:
alp. quey. ling. groumel, delf. gromnet, 'morve'.
19. — it. jidihl.
In Toscana si dissero nàìhi le piccole imagini disegnate o di-
pinte su carte e destinate a divertimento dei ragazzi, poi le
figure del giuoco dei tarocchi ^ Il vocabolo occorre la prima
volta, per quanto si sa, nella cronica del Morelli del 1393, con
altri nomi di giuochi di fanciulli -. Ma si ridusse ben tosto a
significare esclusivamente le carte da giuoco ^. Col quale signi-
ficato, e nella forma di ndipe^, ritorna in Portogallo e Spagna,
dove è tuttora parola vivente. E probabile che la trasmissione
se ne sia fatta dall' Italia alla penisola iberica, e non da questa
a quella; però gli argomenti in favore di questa ipotesi non com-
portano una certezza assoluta. Uno degli argomenti sta nella
presunta origine italiana del giuoco dei tarocchi; origine vero-
simile, ma non ancora posta fuor d'ogni contestazione (v. Merlin,
op. e). Un altro argomento sarebbe- fornito dalla fonia del vo-
cabolo; poiché se dalla penisola iberica egli fosse passato diret-
tamente in Toscana, vi avrebbe verosimilmente conservato la la-
biale sorda, e si sarebbe perciò pronunziato ndipi, non nàibi.
* R. Merlin, Origine des carles àjouer; Parigi 1869.
* «Fa dei giuochi che usano i fanciulli, agli agliossi, alla trottola, a' ferri,
a' naibi, a codorone o simili. » Cron. Morel. 270.
* Nel noto verso del More/ante, vii, 62: Tu se' qui re di naibi o di
scacchi. E in un più antico documento, citato da A. M. Salvini (Annot.
Finr. 393): Il nostro fratello non f/iHi drcH e non tocchi naibi.
292 Nigni,
Al che veramente è facile obbjettare che il vocabolo potè giun-
gere in Toscana passando prima per altre parti d'Italia, dove
avrebbe patito la digradazione della sorda in sonora. Nelle fonti
italiane, a cui si è attinto, non si trova il singolare, ma solo il
plurale, e quindi non si può distinguere la terminazione del
tema. Nei testi latini riferiti da Ducange e da Carpentier, si al-
ternano nel plurale i due temi, in o e in e: naiborum...
naibes. Le forme iberiche hanno la desinenza in e. Nel Dizio-
nario del Diez la voce italiana si continua a stan^jìare coli' ac-
cento sul primo i', e naibi è pure in qualche edizione della
Crusca e nel Fanfani; ma nel Tramater e nel Petrocchi: nàibi.
La voce italiana è morta; che però si trattasse di un proparos-
sitono, risulta pressoché sicuramente dal verso del Mor gante
citato qui sopra in nota.
Ma qual che ne fosse il preciso tema, questa parola non è di
Gi'igine italiana o ispano-portoghese, ne trova alcuna parentela
nei glossarj dell'una o dell'altra penisola. Il calabrese ìiipJK
'infante', che del resto procederà dalle colonie romaiche in
Italia, gr. mod. vì'itiìov^ pgr. vvmog, non si può a ogni modo
connettere foneticamente con ndibi.
Conviene dunque cercare altrove; e si presenta sùbito all'e-
same la serie delle voci francesi significanti 'pigmeo, ometto,
bambino', cioè: fr. nahot, f. nabote, afr. nambot nimbot, pr.
nabó, lion. namboi, delf. gnabó, norm. napin. Son tutte voci di-
minutive, che presuppongono un tema semplice 7iab o nabe; e
la forma normanna vorrebbe un tema colla labiale sorda, pari
a quello che sta a base della voce ispano-portoghese. Ora, salva
la ragione dell' z interno, nulla s'oppone ad ammettere che la
voce italiana sia connessa con le francesi dianzi citate, non solo
nell'ordine fonetico, ma anche per il significato, e che perciò
nàibi equivalga nel senso originario a 'pigmei, ometti, bambini'.
Dal quale concetto a quello di piccole imagini umane, dipinte o
disegnate su carta, il passo è agevole assai. Dove è anche da
ricordare, che i Tedeschi chiamano i fanti delle carte: biiben,
cioè ' bambini, ragazzi '.
L'origine delle voci di Francia teste citate, pare germanica:
e così nabot fu riferito da Diez e da Joret all'anord. nabbi
Note etimologiche e lessicali. 293
'gobba e nano', e il normanno napia fu ravvicinato da Diez
al germ. /c;^«ppe {-àat. knabo knappo) 'ragazzo'. Per l'aferesi
del li di queste ultime voci dinanzi a n si può invocare l'esempio
dello stesso anord. nahbi e dello scozz. nab, che non si possono
disgiungere dall' ingl. knap knab (v, Joret, rom. IX 435)^. La
forma delf. gnabó, che pare confermi l'antico gnabat filius,
enixus, del lessico d'Isidoro^, verrebbe in appoggio all'opi-
nione del Diez. Ma resta sempre la difficoltà de\Y-ai-, che in
altri termini vuol dire il bisogno di partire, per gl'idiomi ibe-
rici e per qualche varietà italiana, a un substrato nabje o
nabjo.
20. — \ì. pati a p atei; fr. patte.
Patta ecc. per 'cencio' è voce comune a gran parte dèi dia-
letti dell'Aita Italia, di Toscana, di Provenza, e di Francia.
Littró continua a non distinguere patte 'zampa' (che sarà con-
siderato qui appresso), da patte 'bande d'étoffe, chifìbn '. Il fr.
patte, col senso di 'cencio pannilino', insieme col pr. pato, lion.
svizz. rom. patta, piem. can. lomb. pata, tose, patte al pi., va rav-
vicinato, come già additava il ]Meyer-Lùbke (ztschr. XV 244), al
longobardo *paita, got. paida, 'camicia, veste'. Tra i numerosi
germogli di questo tema, basti qui citare i seguenti : atosc. pat-
tieri 'rigattiere'; piem. patleta (daccanto a patta) 'brachetta,
toppa dei calzoni', patanU (comune a va. e al quey.) 'nudo,
straccione', paté (comune al lomb.) 'cenciajuolo', patin patjun
'pezzo di tela, scampolo di stoffii ', stimssepate grido dei cen-
ciajuoli ambulanti 'stracci e cenci', vb. patuja, crem. pataja,
'camicia', mil. in pattaja, can. an patojun, 'in camicia', patuj
^ I quattro fanti nel giuoco delle carte sono in inglese detti hiiaves. Ora,
che gl'Inglesi abbiano adottato per le carte da giuoco, almeno in parte,
l'antica nomenclatura italiana, è provato dalla comparazione di altre voci,
come spade club trump, colle corrispondenti italiane spada bastone trionfo.
* «.gnabat natus, generatus, fìlhis, creatus vel enixus, lingua gallica»;
S. Isid. gloss. 798. La glossa è letta, secomlo qualche codice, gnatiis, da
Holder e da altri (Holdor, Altcclt. sprachsch., s. v. gnatos; Diefenbach. ,
Or. eur. s. v. gnabat). Ma allora, come si spiega il commento: lingua
•gallica?
294 ^'igi-a,
'cencio', trent. patoel 'l)raghiera', albv. palei patiti 'cencio',
Woxi.paidiro^ srizz. rom. pailai, 'cenciajuolo'; bl. pataria 'lociis
ubi pannus texitur vel venditur' (Carpent. Suppl.) ^
Quanto al diverso fi', patte, sp. pg. paia, 'zampa', è da notare
che il Meyer-Lùbke (I 49) attribuisce allo sp. pala e ai fi\ pa-
iaud patin un'origine puramente romanza ed onomatopeica. Ma
parrà forse più probabile, che ptaiie paia si ragguagli per metatesi
al ted. tappe 'zampa'. Le forme parallele inglesi tap e pai, che
significano entrambe 'colpo leggiero', e il pr. tapi = patin, tapi
'piétiner' (Mistral s. v.; Behrens o. e. 84), verrebbero a conferma
di questa ipotesi; cfr, ancora: ])iem. patin allato a tapin 'pat-
tino', oltre il mil. tappasd, piem. tapine, 'zampettare'. E insieme
sieno mentovate, come voci affini, le seguenti: piem. cìxtì. pata
'arpione'; it. patta, monf. pata, piem. can. mowi. patela, 'colpo
dato colla mano aperta', it. pattane 'colpo di chi cade' e anche
'percossa colla mano', monf. patan 'scappellotto', ^v.patd, piem.
patte patoké, 'picchiare, percuotere'; avvertendo come concor-
dino, rispetto al significato, le voci ted. tappen 'percuotere col
piede', tapps 'scapezzone', tapp 'pugno, zampa, zampata'.
Rimarrà dubbio se il piem. Cditx. supaté supatar 'scuotere'
appartenga a questo tema o al precedente.
21. — it. pirone, birillo, perla ecc.; fr. piron ecc.
Sono qui considerati l'it. pirone 'caviglia', fr. piron 'cardine',
sic. piruni 'zipolo', it. pirolo piuolo, boi. crem. ferr. pirol,
bresc. pirol, regg. (em.) prol, parm. pròl, piac. pi)'o, nap. pi-
rolo, 'bischero, cavicchio', can. pjulott 'zipolo', iì. prillo (donde
prillare ^ gìvsive'), lomb. trent. pirlo 'birillo, trottola'; e con
/; iniziale per p: piem. can. mod. boi. birun, can. bresc. hiròl,
lomb. biro, 'bischero, cavicchio', it. birillo, march, birlo, can. be-
rjola, YB. birola barjola, 'trottola'; sp. birla 'birillo, batacchio'.
La derivazione dell' it. piuolo da epigrus o epiurus, pro-
posta da Caix (St. 454), fu vittoriosamente confutata dal Flechia
(Arch. II 316). Dovrà pure abbandonarsi quella imaginata dallo
Schneller (p. 100), e accettata dallo stesso Caix (St. 463), del
* Diverso, per la vocale radicale e il genere, l' alsaz. pet ' chiffon '.
Note etiraologiclie e lessicali. 295
tpent. pirlo (it. prillo, march, hirlo) dal mal. lioii^l 'quirl', non
potendosi facilmente ammettere l'equazione tra il germ. ///' e il
romanzo p h.
Il Flechia. nel luogo precitato^ colpito dal fatto che il hresc.
pira e il ven. Vàà. piron significano 'forchetta' come il neogreco
7ieiQovviox\ derivò non solo queste voci, ma anche quelle che si-
gnificano 'cavicchio, zaffo', dall' ant. greco tvsìqsiv 'forare', con
cui vanno pure i neogr. neÌQog 'succhiello' e neioiov 'vite'. Ma
se l'origine greca si può ammettere, come già osservò il Caix,
l)er piron 'forchetta', poiché lo strumento potè venirci, col suo
nome, per mare, prima nelle regioni venete e poi nelle adjacenti,
essa non è ammessibile per le voci che significano 'cavicchio,
tappo, birillo, trottola, bataccliio ', le quali sono ben più antiche
della forchetta. E lasciato pur da banda l'argomento cronolo-
gico, più ancora importa notare, che il fondamento comune a
tutti questi ultimi significati non è già quello di ' punta ' o di
'foramento', ma bensì quello della forma conica più o meno al-
lungata, la quale è specialmente manifesta nel pirlo, nel batac-
chio, e anche nel tappo, quasi un cono tronco.
Ora la forma conica è presentata dal lat. pìru 'pera', che
appunto sta a base delle citate voci romanze, a cui si possono
aggiungere Tit. j)erZa, e, come si vedrà, il can. berla''-. Questa
etimologia, intravista dallo Schneller per pirlo hirlo (p. 164),
non isfuggi a Carolina Michaélis di Vasconcellos, che l'affermò
per lo sp. hirla 'birillo, batacchio'. Essa è applicabile a tutte
le voci citate in principio di questo articolo.
Al tema *pirula, da piru, si dovranno pure riferire: piem.
can. berla, cn. bérla, vs. hrilà, monf. brela, va. bròla, 'cacherello
di pecora, capra, lepre, coniglio e simili'. La ragione per cui fu
dato questo nome al 'cacherello' è la stessa che valse il suo nome
alla 'perla', cioè la forma di piccola pera. Per 1'/' piem. in
posizione romanza da i breve si comparino: kjèll 'quello', vérd
'verde', ecc. Sono poi voci derivate o connesse con berla: piem.
* Qui probabilmente anche Vìt. piroletia 'rapido movimento in giro fatto
colla persona', che sarà un diminutivo del tema cui riviene vb. birola 'trot-
tola' (cfr. Caix St. 462).
296 NigiM,
hcrlua '<.ivow7.o\ sherlacim 'sporco', caii. &(';'///*« 'escremento,
caccola', amb''rlifa)', ]nem. monf. aniberlifé. quey. amherlifj'ar,
'imbrattare'; cui si vorrà anche aggiungere il fr. embeìlijìcoter
'embarrasser', cioè propriamente 'erabourber', che Darmesteter
(Tr. 82 )j Littré e Scheler (s. v. ) ritennero come vocabolo foggiato
a capriccio.
22. — piem. can. prxin ' scojattolo '.
Gl'idiomi romanzi traggono generalmente la voce per 'scojat-
tolo' dal lat. sciurus, che è il gr. cxiovQog (ridotto a scu-
riits ecc., Kòrt. 7314), aggiungendogli di solito qualche suffisso
diminutivo: bl. squiriolus scuriolus, tose, scheruolo, pr. escii-
rol, h\ ecureitil, it. scojdUolo, friul. schirat ^, ven. scJiiraio,
lomb. parm. sghiratt, boi. schiratel, grig. sqiiilal, arden. ecicran
skiroìi. Lo sp. pg. conservò la forma semplice esquilo.
Parallele a squiriolus scuriolus si trovano nel bl., citate
dal Ducange, le forme esperio lus espiriolus asperiolus
aspriolus, donde il vali, st'pirou. Ma si trova pure pirolus
collo stesso significato. E a questo pirolus, o meglio per[i]ó-
lus, s'accosterà, col cangiamento di suffisso, la forma piem. can.
prim, quasi Sperone.
23. — piem. can. sard. pr. pjola.
Il piem. can. gallur. in\ pjgla, xs. pjela, 'scure', deve essere
separato dal com. boi. romagn. ecc. piola 'pialla', e da altri temi
aventi a base planula. Al germ. hapja, aat. heppa, 'falcetto', ted.
mod. ìiippe 'roncola', fanno capo il piem. apju, i pr. dpi àpio
apiou apioun apieio, e l'afr. hapietle, come anche il fr. Iiache,
Vìi. accia azza, e il can, vs. assa, col significato comune di
'scure'. Il Ducange registra anche hapiola 'securis', sopran-
nome dato a Baldovino di Fiandra (sec. XII), coli' osservazione
che hapiola risponde in vernacolo a hapietie da ìiape 'securis'.
Ora, questo hapiola, identico al pr. apiola, che ha lo stesso signifi-
cato, diventò, cedendo Va iniziale all'articolo, piok, forma comune,
come s'è visto, al provenzale, al pedemontano e al gallurese.
* [Curioso è il sinon. friul. sgariizule, il cui ija si combina normalmente
col cja del ferr. sgariol (cfr. Mussafia, beitr., s. schilato), senza che se ne
veda una limpida ragione nella base etimologica. — G. I. A.]
Note etimologiche e lessicali. 297
24. — fr. réver, ré ve.
Le seguenti forme: fr. l'èoe)', vali, raiin, Mornant (Rhòne)
ra'icó (Puitspelu), 'sognare', lion. recl raim 'demeurer tran-
quille, rester coi' (Puitspelu), ci faranno risalire a *requare
per * requia re, denominativo di *requa per requie. Il dileguo
delTi di iato in *requa da requie, trova riscontro nei riflessi
romanzi di quiètu e quietare, diventati di buon ora *quetn
*quetare, if. cheto chetare, can. kiocj , vs. ki'j, pr. quet-z, sp.
quedo, fr. coi, lad. quew, senza dire del requevit ecc. nelle
Iscrizioni cristiane. Da *requare si procede poi normalmente al
fr. récer (che punto non risale a un resoer), come da *aqua-
riu a evier, da aequali all'afr. v,wel ecc.; cfr. it. dileguare, pr.
deslegar, piem. s'iejvè, da *disliquare. Il senso originario di
réver sarebbe 'requiare, riposar.^', come è attestato dal lion.
rer/ 'rester coi'. Dal senso di 'riposare' viene naturalmente
quello di 'dormire', poi quello di 'sognare', e dal concetto di
'sogno' sorge quello di 'divagazione mentale', e genericamente
'divagare, vagare'.
Il sost. rére m., che secondo Littré non ha storia (cfr. Kort.
2845), dovrebbe essere un post-verbale. Si comparino, per quel
clie possano valere, le forme di apparente origine liturgica, mil.
std réqai 'star queto, posare', e vs. reki 'riposo', che è masco-
lino come réve.
25. — ir. rièble.
I.l fr. rièble (svizz. rom. reiblla ribla rella) è la 'speronella,
appiccamani', galium aparine, aparine hispida; erba appar-
tenente ni genere 'gaglio', detta in ingl. cleavers, in ted. krebs-
liraut, in francese popolare gi'atevon, e nota per le reste un-
cinate con cui si appicca alle mani e alle vesti. Si pensa volen-
tieri a un derivato dall'aat. rihan, ted. mod. reiben 'grattare',
cos"i che se ne avrebbe una fedele corrispondenza di graleron.
11 -l derivativo potrebbe essere germanico; men probabilmente
di romanità francese. Il dittongo della forma francese fa qualche
difficoltà; Ve si direbbe anorganico {rì'ble).
Archivio glottol. ital., XIV. 20
298 Nigra,
26. — can. spinga, fr. e p in gì e, it. spillo -a.
Le voci, che negl'idiomi romanzi significano lo 'spillo', cioè
r'ago con capocchio', si possono ripartire in due categorie, cioè:
I. Voci col nesso -ng- -ng'l-: can. spinga ('spillo, spilla', spin-
gun 'spillone'), va. epenga, gin. epingue, gruy. (Vaud) épenga,
vallese éfinga {f=sp), lim. eipingo, e i dimin. fr. èpingle, apr.
espingla, lim. eipinglo, Vaud épenglia, vb. lece. nap. spingula.
II. Voci senza gutturale: vel. espieuno, delf. èpièuno, picc.
èpieule èpìide èpille, quey. espinoro, lim. esjnnlo, it. spillo spilla,
afr. espille.
Diez (s. spillo) separa le voci piccarde èpieule èpiule dal fr. è-
pingle e dall'it. spillo, e le fa originare, come va bene di certo,
da splculu. Fa poi che spilla venga da spinula e pur questo
è evidente (cfr. culla da cunula, pialla da *planula, ecc.);
ma anche vuole èpingle dallo stesso tema latino, per epentesi
di g dopo n, la quale ipotesi è pur sostenuta da Gròber (all.,
V 476), con approvazione di Kòrting (7683). Ascoli invece
(Arch. IV 171) deduce èpingle da *splcula con epentesi della
nasale. Tralascio l'ipotesi di Scheler, che pone per tema una
forma diminutiva del ted. spange 'fermaglio'. Il ragguaglio ri-
ferito da Ducange tra il bl. spinga e sphinx suggerì finalmente
a Gastone Paris (rom. IX 623) l'ingegnosa ipotesi secondo la
quale èpingle sarebbe il riflesso di*sphingula dimin. di sphinx.
La questione, in quanto converge al fr. t^pingle, è dunque
molto controversa; e potrà portarvi qualche luce l'esame delle
forme semplici, sullo stampo del can. spinga, che furono finora
trascurate. È chiaro che spinga epiyigue e simili non sono forme
tronche, né originate da spingula èpingle. E per contro già di-
venta ben verosimile che èpingle sia una forma diminutiva di-
pendente da spinga ecc., e perciò punto non derivi da spinula.
L'epentesi di g tra n e l, non potrebbe d'altronde esser giusti-
ficata se non nel caso in cui il n fosse stato gutturale. Ma la
nasale di spina èpine è schiettamente dentale; se perciò fosse
il caso di un'epentesi, questa doveva essere dentale, onde *spin-
dlaj non spingla] e da * spinella mal si potrebbe postulare, in
questo campo, uno *spingla. L'esempio citato dal Gròber del-
Note etimologiche e lessicali. 299
l'afp. signe da *sindine, gr. oivdwv^ non è concludente, poiché
qui si tratta manifestamente di un esito palatale, comunque
s'abbia a fare più precisamente la storia del nj. Né si potrebbe
invocare il piem. spiaglott = ^spinlott, giacché in questo esempio
l'epentesi della gutturale è giustificata dal suono gutturale della
nasale precedente. Il dialetto piemontese, come si sa, guttura-
lizza regolarmente la nasale libera tinaie, e l'intervocalica della
terminazioni -ane -ena -ina ecc. Quindi il riflesso piem. di spina
è spina, donde spin-loU = spinglott.
L'etimologia di spinga èpingue ecc. deve essere la stessa che
l'Ascoli rettamente propose per èpingle. Quindi spinga deriverà
da spTca, come èpingle da splcula. L'epentesi della nasale nel
lomb. minga da mica, riportata dall'Ascoli a sostegno della de-
rivazione di èpingle da splcula, trova un riscontro anche più
perfetto nello spinga da spi e a.
Che vi siano per spingla èpingle spillo ecc. due temi diversi,
cioè dall'un lato splca e dall'altro spina, è pur confermato
dai due verbi di egual significato, luce. 5Z> inorar é? = *spicul are,
e berg. ^pwz^ = *spinare, 'spillare'.
27. — it. stivale.
L'it. stivale, asp. estibal, pr. estivai, mil. vs. strical, e il 'cal-
zare di cuojo che copre il piede e la gamba'. Il Ducange deriva
stivale da aestivale, quasi: 'calzatura di estate'; ora lo 'stivale'
è precisamente l' opposto della calzatura estiva. Il Diez sta col
Ducange, pur non trascurando il lat. tibiale, già indicato dal
p. Bertet. Il significato quadrerebbe, giacché lo stivale copre an-
che la tibia. Ma osta la fonetica, postulandosi da *stibiale uno
*stiggiale', né sarebbe chiara la prostesi di s. La forma milanese
e valsoanina (strival) ci porrà per avventura sulla retta via,
suggerendoci che stivale stia per strivale, cioè sia un derivato di
'^strivo, sp. estriho , ddv. estrieu cslriic estrief, q.]}v. estreups
estriubs, cat. esireh, 'staff'a', le quali voci, secondo Baist (ztschr.
Y 554) e Mackel (129), avrebbero per base un germanico sireicpa
'striscia'. Il senso etimologico di stivale = strivale concorderebbe
quindi col significato usuale di questa parola, e indicherebbe la
'calzatura per la staffai', la 'calzatura per cavalcare'. Altre ri-
30Q Nigra, Note etimologiche e lessicali.
sposte di codesta base germanica, sarebbero in Italia: berg. strerà
'staffa' (Lorck 203), sic. sfreva 'correggia delle scarpe'; pieni.
s'trivera 'staffa della conocchia, attaccata alla spalla della filatrice",
slriDCiss ''staffile' (fìanini. striepe 'lanière de ciiir'; fr. clrivière).
Il dileguo di r dopo t e st non è insolito. Tra i dialetti pe-
demontani occorre frequentemente nella desinenza -stra, come
in oìinesta fnesta = minestra finestra ecc., e cosi nel tose. Ijò-
rato per baratro, nell'afr. mitaille - mitraille; che valgono per
la formola interna, postonica e protonica. Per la iniziale, come
sarebbe nel caso presente, si possono citare: can. laskiin = vs.
Iraskun 'correggiato' (aat. driscil 'flagello'), fr. touiller, pieni,
(fwjré, 'rimescolare' = *truellare, ven. pad. luhiar tihiar 'treb-
biare' (Mussafia, beitr. 58 n; Meyer-Lùbke, It. gr. 76).
28. — fr. tricoises, vs. trùkejs e.
Al fr, tricoises, pg. torqaez 'tenaglie', risponde il vs. triì-
kejs'e. Pensava il Diez a connettere la voce francese col neerlan-
dese trek-ijzer 'fer à tirer'; ma il Littré rigetta quest'idea, né
del resto i significati la favorivano. Badando giustamente all'afr.
turcoise , e comparando le voci gaeliche turcaid 'tenaglia' e
turcach 'turco', il Littré considera tricoises come un'alterazione
di furcoises, aggettivo derivato da ture (onde s'ottiene un cu-
rioso allotropo di turchese tarquoise, la nota pietra preziosa).
La forma di Val Soana viene in sostegno di questa opinione, che
ha saldo e manifesto fondamento nel significato del suffisso ro-
manzo -ese = lat. -ense, indicante provenienza da luogo. Lo Sche-
ler all'incontro crede le forme turcoise trucoise mutilate da
*estrucoise e le deriva da étriquer, dando cosi a un tema ver-
bale un derivatore -ese, e al suffisso -ese nn senso strumentale,
supponendo cioè due fenomeni linguistici affatto anormali.
29. — VB. vrim.
Una bella conferma del tema *venimen come base del fr.
venin, afr. velin venirn, pr. verin (v. Thomas, rom. XXV 88),
si trova nel vb. vrim 'veleno'. Il m di -men è intatto nei dia-
letti jiedemontani : ?w;;i = lumen, ara/w = aeramen ecc.
STORIA DELL' i MEDLiNO,
DELLO j E DELL' i SEGUITI DA VOCALE
NELLA PRONUNZLA. ITALIANA;
frammento d'un' opera intorno ai criterj distintivi dei barbarismi,
ed alle arbitrarie deturpazioni della lingua italiana;
DI
BIANCO BIANCHI.
(Continua dall'Arch. XIII 141-260.)
F^ubhlic azione postuma ^.
§ 2 (Cap. III). Vicende ed efifetti dell'-/- etiinolog-ico , e d'ogni altra provenienza, sulle
consonanti precedenti.
18. Fondamenti storici e termini della materia. — Ve-
demmo sotto il § precedente le cause fonetiche e morfologiche le quali
iianno, nello stesso tempo, impedito allo -j~ di alterare la propria natura
e quella della consonante precedente. Vedemmo ancora come l' i me-
diano, 0 tale almeno neiroriy:ine sua, si mantenga ed assorba la vocale
seguente, oppur le ceda, passando nella continua palatina J, secondo la
quantità o la qualità della vocal flessionale, che immediatamente gli
segue. Ora resta a vedersi come questo i si comporti, verso le con-
sonanti precedenti, nelle sue dette ligure {i ed j), e più specialmente,
ed anzi quasi in tutto, nella seconda. Le varie consonanti che pre-
cedono immediatamente, trovandosi, secondo gli accidenti della fles-
sione, accostate all' 2 ora come vocale, ora qual consonante, occorre
prima dare uno sguardo ai cambiamenti delle consonanti mediane,
che si trovano, tra vocali in generale, ed in ispecie ove la seconda
sia /, per passare ai casi in cui questa è o si fa /, e sapere a quali
* V. Supplem. all'Arch. glott. it., IV 51-2.
•
302 Bianclii,
di queste condizioni, od altra causa che vi sia, debbansi attribuire i
cambiamenti. Vedemmo, per cagion d'esempio, che in Syrl Syrju,
armari armarjo la r trovossi ora tra vocali, ora tra vocale edj,
ed altresì che la sua mutazione in l nella prima delle due voci, ed in d
nella seconda, non fu cagionata né daWj né dalle vocali accostanti
(Arch. XIII 192-3); ma non abbiamo ancora esaminato a quale, dei
suoni accostanti o vicini, debbasi attribuire la mutazione del e di
*flgci *flgcja (floces) nel ^ di fiogia, o del p di Sapi-s, dat.
abl. "^-jo, nel v di Savjo (ib. 195), né tanto meno, mentre in questi
due casi abbiamo lo indebolimento di tenui in sonore, siamo penetrati
nel fatto opposto del rafforzamento o raddoppiamento delle medesime
negli esempj di /rtcc/« = fa e j a t , sappia'= ssì^jslì e loro analoghi; e
meno ancora ci siamo resi conto dei fatti assai diversi dai precedenti,
e tra loro, che ci pr;sentano mediu e modiu nei loro cambiamenti
in mezzo e moggio, e cosi di altri di questo genere o d'altro affine.
Anche per discendere all'esame di tali fatti occorre incominciare a
trattare del mantenimento o mutazione delle consonanti tra vocali ;
poiché se, per es., il t di pretium si fusse mutato tra queste, cioè
nella figura di Spreti, in ci, diverso pure sarebbe stato il suo esito
ulteriore nel suo incontro con lo j (in *prédjo per pretio), da
quello che si ode nell'ital. prezzo, e la sua seconda forma pregio y
paragonata a quella che presenta savjo, che anch'essa ha in saggio
una seconda figura, potrebbe a qualcuno far sospettare, che nell'uno
0 nell'altro incontro, qualche cosa di simile avvenisse.
Da quello che qui è premesso è facile rilevare, che la nostra trat-
tazione è ristretta alle consonanti semplici originarie, poste tra vo-
cali, che solo incidentalmente può toccare qualche suono iniziale, e
che lascia in disparte le consonanti composte o complesse a cui, prima
0 poi, non s'innesti un,/; ma che non si può convenientemente trat-
tare dell'incontro di quest'ultimo con le medesime nei gruppi: cj gj
{hj]ì iJ 4j Vi PJ ^J fJì V W Wì anche preceduti da altre consonanti,
sènza darsi un pensiero degli esiti dei gruppi congeneri: ci gì (7i/),
cr gr {hr); ti di, tr dr; pi bl fi, pr br fr, o di qualche altro che po-
tremo inciampare. Tuttavia questa seconda sorie sarà più sbrigativa,
rimettendoci alle cose già note, e servirà più che altro qual termine
di confronto. Nel trattare delle mutazioni di questi, e dei suoni in
generale, noi ci manteniamo fedeli al principio della normalità asso-
luta, non ammettendo cioè, che dato, presso un popolo, il cambia-
mento d' un suono in certe congiunture, esso possa sottrarsi a tale
vicenda nell'una e nell'altra voce che corrono per le medesime boc-
Storia dell"-/- ecc. — Ca[). Ili, § 2, 18: Effetti sulle cons. preced. 303
che, e riconosciamo coi migliori maestri (v. Ascoli, Ardi. X 21 23)
che le eccezioni alle regole sono appar(?nti, figurazioni della nostra
mente e non realtà obiettive ; e facciamo ogni sforzo per ischiarire
la consistenza di tali eccezioni, per trovarne gli elem-enti e le cause
e per coordinarle alle loro particolari specie o sottospecie. Per te-
nerci fedeli a questa massima, dobbiamo e vogliamo sapere che le
condizioni di un suono, di cui ammettiamo il mantenimento o la muta-
zione, siano realmente identiche dall'una all'altra voce, che il mante-
nimento e la mutazione non siano impediti o stornati da suoni vicini,
diversi dall'una all'altra parola, compresa la posizion dell'accento,
che non siano impediti o stornati dall'azione analogica di altre parole;
che insomma le condizioni intrinseche ed estrinseche, quanto alla loro
efficacia sopra quel suono, siano realmente pari. Ciò si sa ed anclie
si osserva dagli uomini della scienza, tranne i casi di sviste e d'al-
lucinazioni, a cui può andar soggetta una mente sia pur sobria ed
acuta; ma quando con troppa fretta si dice, per mo' d'esempio, che
l'italiano conserva o muta in certo modo il tal suono, che quindi la
tal parola, od un suo elemento, è o non è d'origine italiana, si sa,
ma nella pratica si dimentica non di rado, che la succitata regola
ammette come condizione che il popolo, il quale parla quella data
lingua, sia veramente uno, e che ciò vada inteso tanto nello spazio
quanto nel tempo. Difatti, per certi caratteri generali, anche un'in-
tiera nazione può costituire un popolo, nel senso linguistico di que-
sta dizione; ma per altri più speciali, un popolo è quello d'una
sola regione, ed un suono, che siasi mantenuto nell'una, può essersi
mutato nell'altra; e cosi per caratteri più particolari un popolo si
restringe ad una sola parte, spesso piccola, di una regione. Del pari,
a rigore, non può dirsi un popolo quello che si succede, nel me-
desimo luogo, da una generazione ad un'altra, od almeno da un se-
colo all'altro; e non è contraddizione che un suono, entro lo stesso
dialetto, presenti esiti varj o differenti, sorti in tempi diversi. A tutto
rigore non è un popolo quello che risulta dalla frapposizione e fram-
mistione di due o più genti diverse , e può darsi il caso che la fo-
netica d'una lingua riesca, perciò, in qualche punto contraddittoria.
Guai alla fonetica ed alla compagine d'una lingua, quando la frap-
posizione e la frammistione avviene tra genti di lingua o di dialetto
affine! Talora, entro certi limiti, cioè (juando non sia il caso di al-
terazione profonda, o che si ricliieda un lungo svolgimento, avviene
che una sola parte d'un popolo, per quanto si voglia ristretto, ma
intiero nelle sue varie classi, arti ed industrie, si disponga a cambiare,
304 Bianchi,
e cambj di fatto un suoao od una forma grammaticale, e dia tutto
il rimanente di quel popolo, per abito o per istinto logico od analo-
gico ne ripugni. In questo caso la novità fonetica o morfologica viene
ad estinguersi, e l'antico riacquista l'esclusivo dominio; ma frattanto
qualche cronista, o notajo, o pizzicagnolo, tinto di quella nuova pece,
ne ha imbrattato qualche cartaccia che la fortuna riserba agli eru-
diti futuri. Allora alcuni di questi, trovando strano che una lingua
si mostri, per certi caratteri, più conforme o più vicina alle origini
in tempi posteriori che in età più antica, armatisi di quei preziosi
cimelj, che adoperati male ritornan cartaccia, si fanno pronti a sen-
tenziare che il vero stato dell'antico dialetto era quello rappresen-
tato da quei documenti, e che la lingua dei veri scrittori, contem-
poranea 0 sortane dipoi , è una fattura academica o un raffazzona-
mento letterario. Questo è un caso assai frequente nell'italiano, e
siamo per mostrarne più esempj , come daremo qualche esempio di
alterazioni più o meno recenti attribuite all'antico. Ma contempora-
neamente , per esser fedeli al principio , e per applicarlo bene nelle
condizioni che incliiude, bisogna spiegar bene quel che intendiamo per
lingua italiana, e di quali elementi sia composta.
Abbracciando da primo il campo più largo, per restringersi presto
nei confini il più che si possa ristretti, lingua italiana è quella che
si formò, in Italia, dal latino volgare dopo la invasione dei Longo-
bardi (568), e si compiè col definitivo assorbimento di questi nelle
stirpi anteriori. Al loro arrivo il volgar latino tra noi era in gran
parte, ma non in tutto, conforme al volgare che sta a base di tutte le
lingue romaniche, ed aveva già assunto alcuni caratteri suoi proprj,
che ne facevano un dialetto latino, durato per un lunghissimo tratto
de' cinquecento anni che precedono il mille. Questo dialetto serbò a
lungo una buona parte della flessione nominale e verbale del latino,
via via più alterata, ma ancora sentita, e mantenne più a lungo che
le altre lingue sorelle il sentimento della quantità vocalica; onde
assai tardi fissò ({uei tanti caratteri che fanno annoverar l'italiano
tra le lingue analitiche. Più che le forme grammaticali, la metà circa
delle proprietà fonetiche dell'italiano doveva essersi già fissata al-
l'arrivo dei Longobardi. La suppellettile lessicale di quel dialetto,
ognun sa che era composta in massima parte di latino proprio, di
alcune voci appartenute a lingue ad esso soggiaciute, di voci greche
introdotte dalla coltura, e più dalla medicina, dalla Chiesa e dal com-
mercio, e di voci teutoniche. Quest' ultimo elemento , non tanto nu-
meroso quanto più tardi, c'era digià prima dei Longobardi, introdotto
Storia delT-i- ecc. — Gap. Ili, § 2, 18: Effetti sulle cons. preced. 305
neiriiso castrense, come ebbe giustamente ad osservare il nostro Di-
rettore, dai Teutoni ammessi nelle legioni, ed io aggiungerei, anche
dalla pacifica, e più o meno spicciola, immigrazione di quelle genti,
promossa dalle medesime cause che spinsero le invasioni. Nonostante
il rinforzo apportatovi, per oltre mezzo secolo, dalla dominazione go-
tica, non apparisce, e nemmeno é presumibile, che questo elemento
introducesse nuovi suoni o in qualche cosa modificasse la fonetica
del volgare d'Italia. L'elemento teutonico deve attribuirsi, per la
maggior parte, alla dominazione longobarda, politicamente slegata e
mal ferma, ma etnograficamente più salda e più duratura delle pre-
cedenti. I Longobardi, anclie dopo la loro caduta politica, rimasero,
pur considerandosi come italiani, quale classe distinta della popola-
zione, ed apparisce da indizj che per un altro secolo, od un secolo e
mezzo, seguitassero in buona parte a parlare tra loro un dialetto
teutonico, e col volgo quel volgare che poi dovea divenir l'italiano.
Nel successivo prevalere dell'elemento indigeno, con la lenta estin-
zione di quello straniero, il vero italiano è quello che risultò dal
contemperamento delle due lingue. Dagli eftetti che ne sorsero, ap-
jjarisce più un'adattazione clie una lotta tra inconciliabili elementi.
Ma l'adattamento, se esclude la contraddizione, non esclude una
certa confusione; la quale si manifesta bensì, in alcuni casi, nella
parte lessicale, ma non nella fonetica e nella morfologia della lingua.
Difatti l'etimologista può talora rimanere incerto, se l'una o l'altra
voce sia d'origine italica o germanica, e più ancora quando il cel-
tico viene a concorso, specialmente per certe lingue e dialetti; ma
il grammatico può andar diritto col suo 'solito latino' senza incon-
trare simili inciampi, e profittando anzi dell'elemento straniero. Cer-
tamente nocque, alla compattezza del vocabolario italiano, l'ammis-
sione d'un numero troppo forte di voci teutoniche, sciolte dalle leggi
di derivazione e di composizione della lingua indigena, ed alle quali
avrebbe da sé supplito il genio di essa con la elaborazione del pro-
prio fondo; ma il genio stesso rimediò in gran parte al male, con la
successiva estinzione di molte voci mancanti più o meno d'appoggio
analogico, e con l'adozione di quelle più semplici, che per la forma
e per il significato loro, furon capaci di fare da radicali in nume-
rose formazioni. — Nel processo d'adattamento tra il longobardico
ed il volgare, il primo non introdusse verun suono di nuovo, ma sa-
rebbe un errore il credere che ncn avesse una parte nella costitu-
zione fonetica della nuova lingua, non telo entro, ma anche fuora
della materia che esso arrecava. Tra i fatti che qui occorreranno,
306 Bianchi,
vedremo che la / mediana, mancante al latino proprio e solo rimasta
in alcune voci trasmesse da dialetti italici estinti (v, Ascoli, Ardi. X),
non solo si rese più frequente per l'adozione di parecchie voci lon-
gobardiche, ma l'u anche rafforzata in una parte di quelle indigene
ad imitazion delle nuove. Il suono io di guaklo = io alci 'bosco', fre-
quente come nome locale, c'era digià in uguale, pingue, sangue,
languire, ma si rese più frequente nell' accozzarsi delle due lingue,
applicandosi anche a voci latine come guado, guastare, da vadum,
vasta re. L'accoppiamento di questo ic, sentito principalmente come
gutturale, con la sonora dell'organo corrispondente {§), fu opera del-
l'elemento indigeno, ma questa fu bensì provocata da quello stra-
niero, che recava una semivocale nuova in quanto era distaccata da
consonanti; sicché può dirsi che il gruppo o suono composto gxc -gu-
nacque dalla cooperazione delle due stirpi. Ed a questo proposito
giova recare un esempio degli esiti fonetici contraddittorj che possono
risultare dall'accozzarsi e frapporsi di due genti diverse, quando non
è un solo ma sono due i fattori dello svolgimento d'una lingua: per-
ciocché, se per effetto del teuton. xcat, il lat. vadum divenne guado
senz'altro come voce comune, a questa vicenda si sottrassero i nnl!.
Vado, Veccia, Vaggio (*vadjo), Varlungo (vadum longum), ma
non così, all'incontro, Guarlone {*vaclulone), il quale dovremo dire
applicato al luogo posteriormente, quando omai la voce comune avea.
guado per unica forma. Del fatto, che talora la forma più originale
e più antica torna a dominare in secoli posteriori, e che non sempre
gli antichi documenti presentano la figura più antica, ne fa testimo-
nianza il ni. Monte-varchi (v. X 315, n.'^ 47), che in carte dell'XI sec.
è scritto Monte Guarchi (v. il Repetti all'art. 'Moncioni'), dov'è
varco (dal lat. varie are) dai Longobardi pronunziato loarco, poi
guarco da loro e dagli indigeni, i quali ultimi, nondimeno, manten-
nero di preferenza varco. In qualche nome la pronunzia longobardica
di voce latina giunse a prevalere, come in Bcdconevisi^ Valle Cu-
neghisi (X 306, n° 3), dove il b-, che non può nascere dal v lat. seguito
da a, annunzia il suo passaggio tramezzo a.gu-'=w di tocdle , che è
nei monumenti^; ed in qualche altro nome, quale Vcdfonda e Guai-
fonda, contrada di Firenze, la doppia pronunzia dura sino ai tempi
nostri. Le ragioni della prevalenza dell'una o dell'altra si potrebbero
* Ma si avverta, come accenneremo, che nemmeno Guai- si sarebbe mu-
tato in Bai- senza T influsso di balcone, tanto naturale in questo caso.
Storia dell' -i- ecc. — Gap. Ili, § 2, 18: Effetti sulle cons preced. 307
assegnare caso per caso; ma qui ci conviene piuttosto avvisare,
sulle generali, che la tendenza indigena a porre un freno ai cambia-
menti di gutturali in palatine, ed a ricostituire le prime ove l'analo-
gia ne porgesse il destro, e la ripugnanza a ridurre in sonore le
esplosive tenui, se certamente non furon promosse dai Longobardi,
furono facilitate od almeno non contrastate. Nella morfologia della
lingua nostra, direttamente essi non introdussero verun principio di
corruzione; che anzi, nella flession nominale, si provarono a dare un
impulso progressivo alla 3.* deci., imprimendo nuovo vigore alla classe
de' nomi in -o -onis, come aldio -onis, Baro -onìs, Hugo -onis, simili
a Cato -onis. Cicero -onis, ed allargandola anche ad -a -anis, come
aldia -anis, barba -anis, filia -anis, e ad -i -inis , come in Guntari
-urini, Landari -arini , v. X 410). Quanto poi al danno indiretto che
potette risentire la lingua dalla estinzione della classe colta, avve-
nuta per causa della invasione straniera, non occorre far parola in
questa occasione.
Fin qui, come dominio originale della nostra lingua, abbiamo sup-
posta una base geografica molto larga, e ciò era ben giusto però
che, via via che risaliamo in antico, troviamo comuni a molti dia-
letti certi caratteri, che qua o là, pajon oggi soltanto proprj della
colta favella; ma dovendo causare, cammin facendo, le apparenti ano-
malie, ci conviene ristringere il paese di nascita della lingua alla
Toscana, e se ancora troviamo incoerenze, al centro della medesima.
Questo dobbiamo fare tanto più die se, come abbiamo accennato,
l'elemento teutonico ben si discerne, e non reca in grammatica ve-
runa confusione, entra in campo un terzo elemento, assai scarso in-
vero, e dall'istinto della lingua sempre respinto, ma che non fa meno
arrabattare il fonologo per le sue contraddizioni col rimanente della
favella, cioè del toscano in complesso, pur tacendo degli altri dialetti,
specialmente dell'Italia centrale e meridionale. La confusione recata
da questo elemento, benché straniero, nasce dalla sua identità d'ori-
gine col vero italiano, e dal fatto che avendo esso impronta popo-
lana nelle alterazioni fonetiche consuete, in genere, alle lingue roma-
niche, sfugge sempre al ripiego di attribuirlo a pedantesca imitazion
dal latino. Difatti ognun sa che i poeti del primo secolo credettero
di abbellire i loro componimenti accattando voci e locuzioni dall'an-
tico francese, ma in maggior proporzione dal provenzale, e che questo
vezzo, digià comunicato alle prose di quél secolo, durò anche presso
i prosatori e i poeti del secolo seguente, con progressiva diminuzione
fino al BDCcaccio. Tuttavia, non tutti si sono accorti (e qui la critica
308 Bianchi,
lui molto (la lavorare), che parecchj giojelli del secolo d'oro, presi
dai pedanti come modelli di ìiatio candore, altro non sono che cat-
tive traduzioni dall'antico francese o dal provenzale. Questo bastar-
dume, prodotto in parte da ignoranza letteraria, e parte ispirato dal
concetto puerile d" una superiorità gerarchica dei modi e forme che
più hanno del nuovo e stanno fuori dell'uso più comune, non era
punto giustificato dai bisogni del pensiero, e non avea la scusa della
moderna barbarie degli scrittori acciarponi, degli uffizj governativi
e dei giornali, la quale scherma i rinfacci con la novità delle cose
e delle idee. L'italiano era allora una lingua compiuta ed interamente
moderna, ed era già troppo ampio per capere lo piccinerie delle let-
terature francese e provenzale di quei tempi. Ciò tanto è vero, che
mutate le condizioni ed allargato il campo del pensiero, il provenzale
dovette sparire, ed il francese dovette rifarsi due volte. Per buona
fortuna venne il cinquecento, che mentre ravvivò l'italiano qual era
in sostanza, lo purgò dal ciarpame straniero. Quest'epoca fu quasi
istintiva e riusci bene in massima parte, ma non fu fatta con corri-
spondente riflessione. Imperocché fu in parte effetto della dimenticanza
in cui caddero le antiche letterature provenzale e francese, ed in parte
della credenza che questa materia fusse antica italiana andaia in di-
suso, e dovesse perciò, secondo le regole della rettorica. evitarsi. Al
contrario, il fatto stava cosi, che quella massa di voci e forme, locu-
zioni e significati, credute anticate, non era stata mai in uso presso
il vero popolo , e solo in minima [)arte presso una classe ristretta
di persone, e che spogliata, qual" era, delle finali in consonante, per
le quali il francese ed il provenzale avevano un qualche grado di
priorità sull'italiano, non era nemmeno la più antica, ma anzi era
quasi sempre la più lontana dalle origini, e la parte più corrotta che
potesse entrare nella nostra favella; dimanieraché la surrogazione,
ad essa, delle voci e modi corrispondenti della lingua viva, costituiva
un vero e proprio ritorno al puro ed antico italiano. Cosi fu fatto,
ma non cosi fu inteso, e mentre il toscano passava a larghe schiere
per una breccia aperta dalla rettorica, l'equivoco durò, e dura, an-
cora nella così detta question della lingua. Ed invero il Monti ed il
Perticari, che avevano in uggia la Crusca ed i Toscani, non si ac-
corsero, nelle loro acerbe critiche contro di quella e contro alcuni
antichi scrittori, che quasi sempre lavoravano a tutta possa per il
trionfo del vero toscano. Il Nannucci, nel presentare la sua raccolta
di 'Voci e locuzioni ital. derivate dalla lingua provenzale' (Firenze
1840, p. 5), ebbe a dire che avrebbe fatto vedere « come certe voci
Storia (Joir-i- ecc. — Cap. HI, § 2, 18: Effetti sulle cons. preced. 309
« e maniere, che si leggono nei nostri Antichi, le quali i non Toscani
« gridano essere prette fiorentinerie, idiotismi di Camaldoli e di Guai-
me fonda, gerghi del nostro contado ecc., si reggono tutte ne' Ibnda-
« menti della lingua romana.» Era naturale che questa guerra ai mu-
lini a vento, fatta dai non toscani, tornasse tutta a guadagno dei veri
idiotismi di Camaldoli e di Gualfonda ; ed il torto del Nannucci era
quello di non si accorgere che questi ultimi, e non i provenzalismi,
erano i rampolli più prossimi al ceppo romano, e clie gli esempj
provenzali, da lui recati, erano in sostanza tante accuse» di servilità
letterata, e non giustificazioni della vecchia barbarie. Anche il Nan-
nucci visse nel comune equivoco, e più nell'errore, che non ha mai
il coraggio di formulare, ma sempre ta sottintendere, che. cioè il
provenzale costituisse un anello di mezzo tra il latino e le lingue
sue derivate, ed avesse quasi una superiorità ed un'autorità paterna
sull'italiano. Dal medesimo equivoco son nati i Manzoniani, ai- quali
deve la lingua alcune tra le più gravi delle sue cadute. Il manzo-
niano, che per tenersi all'uso più famigliare, evita le voci e modi
pellegrini, non si accorge che i più di questi sono veramente pelle-
grini, ossia 'stranieri'. Se per esser moderno e tenersi al fiorentino,
dice e scrive capretto e capriolo (meglio -itolo), e sfugge come atFet-
tazioni carretto e cavriuolo, egli non va a pensare che le forme da lui
preferite siano invece le più antiche e le vere italiane; ove chieda
grazia e non mercè, e dica rwsrcede soltanto quel che paga a chi gli
lavora, non pensa che gli usi da lui tralasciati non son nati in Ita-
lia; quando dice esser grato e non saper grado, vi è e non vi ha, vi
sono 0 ci sono e non vi hanno, egli ignora che le locuzioni da lui
sfuggite si svolsero da un complesso di pensieri e di forme , che ò
e fu estraneo al sentimento logico dell'italiano. Partecipano i Man-
zoniani al merito di aver recato ad uso scritto moltissime voci e
modi della lingua viva, che non erano meno regolarmente formati,
spessissimo non meno, e qualche volta più antichi di (piegli scritti
nei primi secoli; ma quest'opera era già stata incominciata da tre
secoli e poi [ìros'^guita prima di loro. NuUadiraono , l'errore gravis-
simo dei Manzoniani é stato quello di credere che la grammatica ed
il vocabolario italiano dei secoli scorsi non avesse fondamento popo-
lare, e tutto fusse un'academica ed artifiziosa manipolazione di let-
terati, che all'arbitrario ed al convenzionale sagrificassero le genuine
bellezze della natura. Per questo l'opera loro ò riuscita rovinosa alla
grammatica italiana, né gì' indigesti incrementi lessicali da loro pa-
ti'ociiiati compensano il danno della sanzione data ai barbarismi, lìc-
310 Bianchi,
cati neiruso fiorentino da una classe frivola, ignorante e serva dello
straniero.
I gallicismi clie s'incontrano nell'antica lingua scritta non debbonsi
in tutto attribuire ad una malintesa coltura letteraria; poiché una
parte se ne trova o ritrova in cronache, scritti di famiglia, libri di
devozione e traduzioni, che traspajono come lavori fatti nell'ore d'ozio
da mercanti toscani, e per lo più fiorentini, stati molti anni in Fran-
cia. E noto dalle cronache ed altre memorie dei tempi quanto fu
numeroso, aella prima metà di questo millennio, il concorso di mer-
canti e banchieri italiani in generale ( detti Lombardi ' ), ed in parti-
colare di fiorentini, nelle principali piazze della Francia, senza dira
di altri paesi, dove avean eglino fondati stabili fattorie, e dove i rap-
presentanti delle varie case passavano anni ed alcuni gran parte
della loro vita. Nemmeno la materia straniera, passata per questa
via, pose tra noi salde radici, e va accomunata con l'altra introdotta
per la lettura. Ma a volte la lingua presenta certi scangéi'', che la
critica è costretta a riconoscere esser di vera tradizione popolare, e
non incoerenze recateci per le vie sopra indicate. Tale si presenta
la stessa voce scangéo, che non è stata mai usata nella letteratura
nota, e che ci venne come il verbo cangiare da un dialetto francese
che diceva canger e non clianger ecc., in un'età in cui la vocal finale
di escangè e di ogni altro partic. pass, (e cosi dell'infinito) di 1.* coniug.
era in francese profterita larga, e non chiusa com' è oggi. Tal è lo
stesso sutììsso -éo che vi è contenuto, il quale col feminile -éa fu
applicato anche a basi veramente italiane, e die in alcune voci (§ 3.'^).
ci darà molto da fare per distinguerlo da un suftìsso omofono di for-
mazione italiana. Uno scangeo fanno anche accivire -ito, civanza, dal
fr. chevir, achever e clievance, e queste da chef = capo, le quali voci
' Anticamente lombardo, nei paesi oltramontani, significò 'abitante del
Regno Longobardo', quindi 'italiano' in generale; ma molti, riferendosi a
quei tempi, pigliano abbaglio, credendo che si trattasse degli abitanti di
quella ristretta regione che ora dicesi Lombardia, la quale ha ereditato il
nome ma non l'estensione di quel regno antico. Lomhard-Street di Londra
oggi non può tradursi altrimenti che per Via degV Italiani.
^ scangeo vale cambiamento inaspettato e spiacevole; e nel senso morale,
cattiva azione che vien da persona creduta incapace di commetterla. E
voce che trovo registrata nel Voc. del Fanfàni riveduto dal Bruschi (Fi-
renze 1891), onde pare usata in più luoghi, e non solo in quegli da me
frequentati. La pura formazione italiana sarebbe stata scambiato sost. neu-
tro: 'fare uno *scambiato '.
Storia dell"-!- ecc. — Gap. Ili, §2, 18: Effetti sulle cons. preced. 311
appariscono avere avuto una certa, ma assai ristretta, popolarità sino
ai principi del 1500. Le medesime dovettero venirci per bocca di
mercanti; ma per un mezzo più intimo penetrarono cavretto e ca-
vrh'.olo, già sopra citate, la cui parziale popolarità, ristretta a fami-
glie feudatarie ed ai loro servitori di caccia, è mostrata da antichi
statuti che, nel resto, non porgono indizj d'imitazione dal francese.
Ora, tali deviazioni dalla comune fonetica, da questa poi quasi sempre
sopraflatte, non potettero intrudersi altrimenti che per la immigra-
zione di marchesi, conti e gastaldi co' loro séguiti, mandati da Carlo
Magno e dagli altri Re Franchi al governo delle marche e de' con-
tadi italiani, in luogo dei nobili longobardi, più volte ribelli e sempre
sospetti. Per questo mezzo vennero in Toscana anche i cognomi Bian-
ciardi {BlancJiard), Guicciardini [Guichard) , Giraldi [Gerard], Ric-
ciardi {Richard), Riccieri {Richier) e tante forme di nomi proprj, che
avemmo occasione di esaminare in X 395-6, 400. La dichiarazione
di vivere secondo la legge salica, se in ogni singolo caso non fa
pruova d'origine franca, è cosi frequente nelle carte da far credere
che veramente un gran numero di famiglie di quella nazione si sta-
bilisse in Italia. Ora, se si considera che la invasione dei Normanni
in Inghilterra fece tanta breccia suU'angolo-sassone da creare il mo-
derno inglese, saremo costretti ad ammettere, clie pur tenendo conto
d'un minor numero d'invasori, e d'una popolazione anteriore più nu-
merosa che in Inghilterra, dovesse in Italia produrre un qualche ef-
fetto sulla favella la occupazione dei Franchi. Apparisce che la classe
sorta da questa invasione, anche quando più non mantenne una lingua
distinta, conservasse alcune forme dialettali proprie, rinfrescate poi
dai giullari e menestrelli che giravano per le corti, ed infine quasi
del tutto cancellate sotto la prevalenza definitiva della democrazia
comunale. Ho voluto insistere sopra questo elemento storico, non
perchè i filoioghi non siansi più o meno accorti che alcune di tali
voci e forme non haimo vera impronta italiana, ma perchè non ne
hanno distinto la maggior o minor penetrazione nell'uso italiano, e ne
hanno confusi i varj modi d'introduzione nelle solite vie delle lettere
e del commercio. Avendo riguardo alla causa storica, dico questo
elemento di proveìiienza francescti, e vi comprendo le voci e forme
tanto provenzali quanto francesi, ed anche quelle teutoniche recateci
dal dominio dei Franchi '. Qualche volta la forma francesca può con-
* Nel mio 'Dialetto di C. di Castello' p. 54, osservai che «Nella vera
Toscana fosti fosse ecc. [per fusti fusse] non fu né è schiettamente popò-
312 Piiauclii,
t'oiulersi con quella corrispondente di dialetti alto-italiani, ma di rado
poti'i'i aversi una presunzione storica in favore di tal provenienza.
Tenuto conto degli elementi stranier-i, per verificare la regolarità
e costanza di una legge, bisogna ristringersi alla Toscana; se ciò non
basta, al bacino dell'Arno, e se non basta ancora, al Fiorentino ed
in particolare al suo capoluogo. Ma poiché un dialetto col pi'ocedere
dei tempi presenta fasi diverse, che in sostanza costituiscono varie
parlate, dobbiamo considerare come vero nucleo dell'italiano, quale
fu voluto dalle vicende storiche, il dialetto fiorentino del secolo XIV.
Quello è il vero italiano, e come tale ó ogni acquisto posteriore che
si conforma a quel modello; laddove tutto quanto ne devia, sia pur
nato o ricevuto in Firenze, è barbarismo, provincialismo o corruzione
plebea, o se anche è tollerabile, come qualche forma del cinquecento,
non si dirà esser questa della più squisita favella. La divisione del
toscano in dialetti, o piuttosto sottodialetti, è anteriore ad ogni mo-
numento scritto in volgare italiano, e dall'esame delle carte latine si
può rilevare che incominciasse, per valerci d'un numero tondo, col
lare in luogo veruno, come tale non è per la maggior parte de' dialetti
italiani, ed è per le leggi della fonetica (o da vi od anche da ui, sia pure
in posizione) e dell'analogia (fui fu ecc.), del tutto inammissibile. E vero
che in più manoscritti fiorentini del trecento, che fanno testo, prevale;
ma è servile imitazione dal provenzale {j'ost, foss fosses), che indi passò
a sciupare le grammatiche italiane». Queste parole, cosi poco giulebbate,
diedero ai nervi al nostro valoroso Parodi; il quale oppose che nei Fram-
nienti fiorentini del 1211 occorre sempre fosse^ tranne una o due volte, il
che «induce a dubitar molto delle affermazioni del B., giacché per quel
testo e per quel tempo l'imitazione provenzale non può parere possibile
[rom, XVIII 623]». Lasciamo da parte che nel XII secolo la letteratura
provenzale era già in fiore ed in fama, ed eran già incominciate le rela-
zioni commerciali con la Provenza, ma si tratterebbe sempre d' una forma
straniera, anche se introdotta per altra via, come quella d'un' invasione
e dominazione più che secolare. Questa porge una spiegazione molto più
naturale e più facile di quella che possa darne la fonologia, la quale non
può trattare le vocali, che entrano a far parte d'un dittongo, con tanta
confidenza da spacciarle con questo passaporto: « l' » di fuisti è breve
e l'-i- dev'esser caduto prestissimo [ibid.] ». Il 'prestissimo' nuoce più
che non giovi a questa tesi, poiché un i originario, o comunque antico,
non se ne va ma s'incorpora al^^« precedente e lo prolunga. In *fraile
voito ecc., poi frale vnto, Vi si trova in dittongo in età più moderna, e
ne sparisce, come vedremo, per causo che non potevano verificarsi in
fuisti fuissem ecc.
storia deìV-i- eco. — Gap. IH, § 2, 18: Effetti sulle cons. preced. 313
mille. Ciò s'intende per caratteri d'una certa importanza, quale non
hanno alcune lievi dilìerenze nel trattamento delle vocali atone; e
per caratteri che siansi svolti durante la vita dell'italiano come lingua
distinta. Imperocché il carattere che è rappresentato dall'arret. e se-
nese consegno fameglia, gngo pongo, onto ponto, di contro a consiglio
famiglia, ungo pungo, unto punto del bacino dell'Arno, è di molto an-
teriore ili mille, e può dirsi primigenio, cioè sorto in seno al volgar
latino, in età in cui non potevano esservi che dialetti latini, o diffe-
renze provinciali del latino stesso (cfr. X 358 e n., XIII 250'). Può
dirsi che incominciassero nel mille a fissarsi i caratteri piii distintivi
del pisano lucchese, che furono la mutazione di z in ss {piassa posso
per piazza pjozzo ecc.), ed il cambiamento in ?« di ^+cons. {auto
sondo caucina per alto soldo calcina ecc.), e quello di -/- in r [tam-
buro per tombolo, Capannori per -oli ecc. ) particolare al lucchese ed
alla Montagna di Pistoja, ossia della destra dell'Arno sino alle sor-
genti dell' Ombroné (IX 372 n, 393 n), con qualche strascico, mal
fisso ed assai contrastato, sulla sinistra, in Val d'Elsa ed in Val d'Era.
Vero si è che della mutazione di -II- in id {cieuli = celli e simili, ib.
394-5 nn.) si ha qualche esempio della fine del s. VIII, ma vi si tratta
d'un caso di dissimilazione, che per sé solo non basterebbe a provare
l'esistenza contemporanea di caudo per caldo e simili. In questa parte
le altre parlate si tennero più strette alle forme originarie. Il senese
ebbe caratteri bastanti a farlo considerare come un dialetto distinto,
ma non esclusivi e cosi spiccati da farne un dialetto indipendente ;
perocché cominciò col pendere verso l'arrotino, poi seguitò con l'ac-
costarsi al fiorentino, ed oggi, specialmente nel capoluogo, s' é fatto
un'appendice del pisano moderno. Alcuni caratteri gallo-italici non ba-
stano a distaccare dal toscano il dialetto arrotino. Tra le parlate
toscane, è questa oggi la meglio conservata per integrità di suoni,
la più pura e la più ricca di voci e forme antiche. Nel secolo XIV
questo vanto, ma in grado superiore, spettava alla fiorentina, la quale
allora, nel complesso, serbava più integro il tipo antico e comune to-
scano, e caso per caso rappresentava quasi sempre la maggiorità
delle parlate toscane. Intendo dire che ove, per parlare con esempj,
il fiorentino diceva pungo e famiglia, aveva a rinfianco il pisano ed
' Nel bacino deU'Ai'no è compreso quello del Serchio, che ne fa antica-
mente tributario, e la Versilia fino alla Magra, e se ne escludo la Chiana,
che versava una volta quasi tutta nel Tevere.
Archivio glottol. ital., XIY. 21
:^14 HiaiiLlii,
il lucchese contro pongo e fameglia del senese e deirarretino ; i quali
alPincontro, in alto e soldo, cospiravano col fiorentino a respingere
V auto e sondo dei Pisani e dei Lucchesi. Cosi in altri casi la parlata
centrale ora sostenuta ora dalle une, ora dalle altre parlate sorelle;
il che congiunto, quasi sempre, ad una maggiore conformità col la-
tino, ed al fatto più decisivo che Firenze era il maggior centro di
popolazione, di ricchezza, di potenza politica e di coltura, della To-
scana, e quasi dell'Italia tutta, ne assicurava il definitivo trionfo nel
dar forma alla lingua comune.
Prescindendo dall'uso di latinismi, di voci e locuzioni provenzali ed
antiche francesi , di cui sopra abbiamo parlato , nessun fatto lascia
supporre che, nel s. XTV, la classe colta avesse in Firenze una forma
di linguaggio e nemmeno una pronunzia diversa da quella della plel;e.
Solo è concepibile una scelta di parole e di modi da usarsi secondo
la convenienza in certe circostanze, e tratti da un fondo che era co-
mune a tutte le classi. Se, per parlare al solito con esempj, negli
scritti fiorentini del trecento si trovano usate, per la 3.' pers. pi. del
perfetto, tanto le forme dissero, fecero, stettero, quanto quelle rap-
presentate da dissono, féciono, stéttono, non può dirsi che le prime
si usassero soltanto dalla classe più elevata, e le seconde dall'infima
plebe; poiché questa supposizione non verrebbe confermata dallo stato
di famiglia degli scrittori che usavano le une o le altre, o tutte in-
dilferentemente. La questione, per dir cosi, è piuttosto cronologica
che sociale; perciocché le prime {dissero ecc.) erano più antiche o
comuni ad ogni classe, e poi divenute via via più rare col sorgere
e prevalere delle seconde, che anch'esse si fecero comuni, giunsero
ai tempi del Boccaccio, che le usò di preferenza, appunto perché
meno trite e rimaste più in alto dell'umile volgo. È poi noto che lo
Novelle del Boccaccio furono il principal testo da cui prendessero
norma i primi lavori grammaticali. — Quando il fiorentino fu innalzato
al grado di lingua scritta, in opere letterarie che dovean renderli!
comune, era in più punti in un periodo di trasformazione. Si osser-
verà che questo è un fatto comune, che tutte le lingue parlate sono
state e sono in continuo movimento, che anche l'attico di Demostene
ed il latino di Cicerone furono transitorj; ma, all'incontro, dovremo
riflettere che ci può esser differenza, tanto nella durata da un pe-
riodo ad un altro della vita d'una lingua, quanto nel numero e nella
importanza dei cambiamenti che distinguono un periodo dall'altro.
Nel s. XIV il dial. fiorentino svolse una ricca varietà di forme gram-
maticali , delle quali una parte si fissò nella scrittura ed ebbe più
storia dell'-;- ecc. — Gap. IH, § 2, 18: Effetti sulle cons. preced. 315
tardi accosjlienza definitiva in tutta Tltalia, ed un'altra parte rimase
al volgo, e con qnalche modificazione si fissò per una durata ben più
lunga del periodo di tormazione. Nella parte fonetica questo dialetto
andava perdendo, nel detto secolo ed anche prima, il v tra vocali
{jìarea sentia di contro i\ •pareva sentiva), ed andava dissibilando, come
vedremo, le sibilanti miste palatine (rasgione, cascio bascio passando
in ragione, cacio e bacio). Fino a questo punto tutto rimase all'ita-
liano: ma si può assegnare al secolo seguente almeno il principio
d'un altro tracollo, cioè la mutazione di ^ + cons. in j {cajddo tojtto
per caldo tolto ) , e quella di IIJ presso a poco in ()f/j ( ragghio pig-
ghiare per vaglio pigliare)', le quali due proprietà non passarono, e
fu bene, all'italiano. Ciò nondimeno sono queste d'una grande impor-
tanza nella storia della lingua e della letteratura; poicliè nella dispu-
tazione che insorse, nel s. XVI, sulla cosiddetta question della lingua.
furono in buona parte cagione che si confondesse ogni criterio col
mettere il fiorentino alla pari di ogni altro dialetto. Vero si è che i
litiganti non si curarono di notare questi ed altri difetti, e nemmeno
diedero loro un gran peso, ma le differenze sopravvenute nella pro-
nunzia del popolo eran tali da avvalorare, più o meno esplicitamente,
l'opinione che la lingua scritta fusse nella sua origine, e dovesse es-
sere nel suo processo, tutta, o quasi, una manipolazione di letterati.
Ben sarebbe stato, se gli avversarj del fiorentinesimo , nel corso di
tre secoli, avessero notato tutti i difetti di questo dialetto; che allora
ci sarebbe stato più agevole conoscerne la storia, o meglio la cro-
nologia delle sue successive vicende; ma esso ebbe la disgrazia di
non trovare chi ne sapesse dir male abbastanza ^. Laonde è assai
raro che c'imbattiamo in testimonianze dirètte come questa del Mu-
zio: «L'aver più questa che quell'altra balia, non c'insegna scrivere.
«Della pronunzia non disputo [si noti bene]. Anzi dico che la pro-
« nunzia Toscana avanza ordinariamente quelle dell'altro regioni d'Ita-
«lia; massimamente quella di alcune città, come di Volterra, e di
« Siena; nò per me so, qual più ofienda non che me solo, ma comu-
« nemente le orecchie di tutta Italia, che quella del popolo di Fio-
« renza, della quale a me sembra che dir si possa quello che dice
«il Varchi della Genovese: e ciò ò che il parlar Fiorentino scriver
* Qnalche cosa ne appuntarono i grammatici sanesi, ma tardi, poco e
male. I componimenti rusticali di scrittori fiorentini sono lavorati con arto,
e non rappresentano che in parte lo schietto dialetto.
316 Bianchi,
« non si può. Ma è > bella cosa era sentire favellare il Varchi, maestro
« della lingua, il quale pronunziava: Ascolta, e un altra voita, e Laide,
«e Craldio, e delle altre coso cosi fatte...»-. È vero che cosi pro-
nunziavasi in Firenze a tempo del Varchi e del Muzio, cioè ascojtta,
ajttro, vojtta ecc., come ancora nel Contado, ed il Muzio avrebbe sa-
puto meglio rappresentare questa pronunzia, se avesse voluto e sa-
puto adoperare lo j del Trissino. L'unica pronunzia fiorentina che
non si sarebbe potuta scrivere, ed alla quale doveva alludere il Mu-
zio, senza farne menzione, era quella di pagghja fogglija ecc., por
'paglia foglia, comune a tanti dialetti del mezzodì, dov' è il suono tra
gutturale e palatino che descrivemmo in XIII 153 n, 178 e n. Non
sappiamo se il Muzio volesse alludere anche all'aspirazione, ma pur
tacendo che questa non era propria soltanto del fiorentino, egli sa-
rebbe stato in errore, credendo che essa mancasse di segno nell'al-
fabeto. E vero altresì quello che sottintendesi nelle parole del Muzio,
cioè, che a Siena ed a Volterra pronunziavasi a' suoi tempi, ed in
parte ancora, altro volta, paglia foglia e così in simili casi; ma questo
significa soltanto che mentre Firenze aveva, in questa parte, mutato,
* Sia difetto ortografico del Muzio, oppur de' suoi editori, qui è da cor-
reggere: Ma è?! bella cosa ecc. Quello (' largo che comunemente scrivono
ehi, è interiezione interrogativa e di meraviglia.
^ Stando, senza riflettere, a queste parole del Muzio, vien fatto d'escla-
mare: «Se un letterato coltissimo, come il Varchi, pronunziava cosi, figu-
riamoci gli altri ! », e si verrebbe a negare la continuata tradizione dell'an-
tica pronunzia, conforme alla scrittura, pur nella classe colta di Firenze.
Un fatto storico di tanta importanza nella storia della lingua, non può am-
mettersi sulla fedo d'un critico dispettoso e maligno come il INIuzio. E del
tutto inverosimile che il Varchi, in presenza di letterati, e particolarmente
dinanzi al Muzio, che sapeva disposto a còglierlo in fallo ed a dirne male,
si lasciasse andare a cosi grossolani idiotismi. Tra questi ci sono due cor-
rezioni a rovescio, che è moralmente impossibile si odano in bocca di
persona mezzanamente colta. Una è Laide per Adelaide, che pronunziato
Adelajdde, per riduzione dell'i atono a J, viene volto in Adelaide dal vil-
lano mezzo incivilito che ha imparato a dir alto e caldo in luogo del suo
ajtto e cajddo. Quanto all'altra, la pronunzia plebea fiorentina di Claudio,
è Craudio, che senza dubbio il Varchi sapeva ben raddrizzare : Craldio non
poteva essere che una falsa correzione di quelle parlate che avevano auto
e caudo per alto e caldo, cioè del Valdarno inferiore verso il Pisano, per
dove era passato il Muzio; il quale si compiacque d'appiccicare al Varchi
gl'idiotismi che egli aveva raccattato da' suoi vetturali.
Storia de\l'-«- ecc. — Gap. Ili, § 2, 18: Effetti sulle cons. precoci. 317
le altro due città aveau conservato quella pronunzia che già era a
tutte tré comune. L'alterazione di tutte la più sconcia, fu la ridu-
zione al semplice p del dittongo no dall' o breve latino, la quale può
porsi come avvenuta intorno al 1700. Dico la più sconcia, perchè tale
alterazione spezza quella bella armonia di corrispondenza che passa
tra il sistema delle vocali italiane e la quantità delle vocali latine ;
cosicché l'p di bono novo rota, per buono nuovo ruota da bonus no-
vus rota, viene a confondersi con l'p é\ cosa lode frode da causa
laude fraude'. I Manzoniani sono stati male avventurati nell'acco-
gliere e propagare bono, novo e tutti gli altri scerpelloni di simil
risma, ed avrebbero commesso errore men grave, se per ismania di
popolare semplicità, avessero adottato tojtto per tolto e saggina per
soglia e via discorrendo, dov'è maggiore interezza di forma italiana
che in rota per ruota e bono per buono.
Di altre vicende del parlar fiorentino non occorre qui tenere di-
scorso, poiché é nostro proposito di trattarne in quanto divenne lingua
comune, e non in quanto successivamente si svolse come un partico-
lare dialetto. Il parlare della classe colta, o come altrimenti dicono,
della gente civile, non ha per noi autorità se non per quanto conservi
della tradizione dell'antica pronunzia. Nella sostanza della parola e
della dizione sta molto di sopra l'uso del popolo, non di quello cìu)
per affettazione, e quasi sempre a sproposito, scimmiotta le classi
superiori, ma di quello più ignorante e più semplice, onde inconsa-
pevole e spontanea sgorga la vena natia. L'uso popolare, inteso nei
termini sopra esposti, é il primo fondamento di fatto e costituisce il
criterio principale d'ogn' indagine storica sull'italiano. La sua genui-
nità é superiore a quella di qualunque manoscritto, come la sua au-
torità è superiore a quella di qualunque scrittore, ed anzi serve esso
qual termine di confronto per giudicare della maggiore o minor pu-
rità di lingua degli scrittori. Laddove poi, per vicende comuni a tutto
le favelle, abbia esso perduto \)n\ o meno delle proprietà e qualità
primitive, sarà facile ricondurlo dallo stato presente a quello in cui
si fece lingua comune, coi criterj generali della scienza e con la te-
stimonianza dei monumenti scritti.
Ristretti i limiti dello svolgimento fonetico al dialetto fiorentino, ed
in particolare a quello del secolo XIV, sarà ben raro il caso che non
sia raggiunta la normalità assoluta, ed in questo raro caso diremo
che soltanto una parte di parlanti abbia mostrato propensione per
* Cfr. Arch. I, p. vi.
318 Bianchi,
un dato suono, e sia stata poi sopralìatta dal maggior numero, che
s' è tenuto fermo al suono più antico.
Il passaggio dal latino airitaliano s'eiFettuò in varj periodi di tran-
sizione. La separazione di un periodo dall'altro non può risultare che
volta per volta dall'analisi dei suoni e delle forme, e non può con-
venientemente stabilirsi a 'priori, se non in modo parziale e congiun-
tamente al procedimento analitico. Il periodo italiano, rappresentato
più schiettamente dall'antico dialetto fiorentino, si può porre tra il
mille e il 1400. Da quest'epoca in poi comincia il periodo dialettale,
e s'intende per quella parte in cui la lingua viva, fuori d'ogn' istinto
progressivo, si svia dalle antiche leggi che la governavano, non di
(;[uella parte vecchia o nuova che queste leggi mantenga, o ne sia
una ragionata conseguenza.
Chiariti, dopo questo schizzo storico, intorno ai termini delle nostre
ricerche, potremo trattare correntemente questa materia con risparmio
di molte digressioni.
19. Mutamenti di consonanti semplici tra vocali, e di esplo-
sive + liquida+ vocale. — Bisogna prima di tutto intendersi, spe-
cialmente in (juesta parte, sull'uso di certi termini. E vero che in un
certo senso, più moderno clie antico, le eccezioni sono forme della
nostra mente, che non sussistono nella natura delle cose, ossia non sono
realtà oggettive. Ma se erriamo nello interpretare le apparenti devia-
zioni di certi fatti dall'andamento di altri simili, l'errore non istà nel-
l'uso della parola eccezione, né tampoco nel concetto di coloro che
primi la usarono, e questa parola non resta però meno legittimamente
formata né meno correttamente applicata. La parola ' eccezione ' passò
al linguaggio filosofico in generale dall'uso giuridico e da quello gram-
maticale. Prima 'excipere', specialmente nelle narrazioni poetiche,
valse pigliar la parola da. ossia dopo un altro, da un discorso fatto
da altri attaccare il suo, il che si fa generalmente contraddicendo
più 0 meno a quello che é stato detto. Cosi, per mo' d'esempio, do-
poché l'attore aveva, in giudizio, recitato la formola della rei vendi-
cano, il convenuto [reus) opponeva V exceptio rei venditae et traditae.
Di qui sorgeva il concetto che alla legge o principio generale, del di-
ritto nel proprietario di perseguitare la cosa nelle mani di chiunque
si trovasse, si facesse eccezione nel caso che egli, od il suo autore,
l'avesse altrui venduta e consegnata. Quindi, allargandosi ancora il
campo delle idee, si faceva un passo ulteriore verso il concetto più
universale delle numerose leggi e regole generali, e delle loro ancor
storia dell'-i- ecc. — Gap. Ili, § 2, 19: Cons. seinpl. tra voc, ecc. 319
più lunuei'ose eccezioni. la mezzo a tutte queste leggi ed eccezioni
sarà stato fatto, se vuoisi, un gran male, ma la colpa non è certa-
mente della nomenclatura. II linguaggio grammaticale è posteriore
Alle antiche Ibrmole del diritto, ma i grammatici dovettero giungere
all'idea dell'eccezione per una via più diretta; perciocché non può
supporsi che non sentissero nel verbo excipere il valore etimologico
di 'pigliare' ossia 'torre da', cioè una parte da un tutto. Ora, quando
essi insegnavano, per es., che « di regola tutti i dativi ed ablativi
plurali della 1."* deci, latina finiscono in -Is (rosis, agricolls etc),
ma excipiuntur dea, equa, mula, clie in (juei casi fanno deabus,
equabus, mulabus », altro non facevano che annunziare, ne' suoi
proprj termini, un fatto vero. Quando poi, verso i nostri tempi, si
volle spiegare la difterenza tra le due terminazioni, dicendo che in
origine quei casi dovettero essere sempre in -bus o -bis, se vi fu
errore nell'ammettere, a tacer d'altro, la disparizione del -b-, anche
nelle sue fasi anteriori di /", plì, hli, di questo errore non ebbero colpa
le parole 'regola' ed 'eccezione', che eran già vecchie, ed eran nate
e nutrite in un campo d'idee molto diverso. Si dice che queste pa-
role inchiudono il concetto di fatti che si sottraggano ad una legge,
sotto la quale dovrebbero esser compresi, ossia il concetto della vio-
lazion d'una legge; ma anche questo che vi si vuole inchiudere ò ar-
bitrario e moderno, e rappresenta un fatto transitorio, che può scom-
parire senza danno della nomenclatura. La regola e la eccezione
esprimono fatti reali, che possono essere peggio o meglio interpretati.
Se in ciò si commette errore, o la regola è mal definita, o la ecce-
zione è male spiegata; ma finché le cose rimangono, le parole debboii
restare, e molto più né' libri elementari, che non possono render ra-
gione di tutto. Non di rado si presentano fatti, pei quali le eccezioni
possono chiamarsi fenomeni di sottospecie, e ciò quando la legge
trova un limite e muta andamento per variare di condizioni, ma albi
parola 'eccezione' non si può, né conviene sempre rinunziare. — Questo
ho voluto dire per protestare contro la confusione babelica che vieii
recando la mania di mutare la terminologia grammaticale, in ogni
libro che esca fuora, sia pur ricco di vere ed utili novità. Cosi in un
libro di molto pregio, destinato all'insegnamento, trovo scritto che
aspirazione ò un termino del tutto spropositato, poiché quando si prof-
ferisce, essa come ogni altro suono, si espira, ma non si aspira, cioè
si tira il fiato fuora dei polmoni, e non in dentro. Questo significa
addirittura, come dice il proverbio, un saper fare il calzolaio, e por-
tire lo scarpe rotte; cioè dire, nel caso nostro, saper bene spiegare
320 Bianchi,
ló voci usate da altri, e non intender cica di quelle che si adoperano
per nostro uso e consumo. Le prepp. ad ed ex non valgono particolar-
mente né 'in dentro' né 'in fuora' del soggetto che parla. Il composto
aspirare significa semplicemente 'soffiare accosto a\ quindi 'aspirare
il e, il f, Ulp', vale 'soffiare accanto al e, al ^, al p', facendone di,
tli, ph, e ciò si fa anche accosto alle vocali, perché lo spirito, per
parlare in digrosso, non può profferirsi senza l'appoggio di altri suoni.
Il significato di tirare il fiato a sé non fu mai neir intenzione dei gram-
matici; é arbitrario e moderno, sebbene non sia falso, e si giustifichi
per l'analogia dei com^^o'&iì assog gettivi, quali acci pio, assumo,
adipiscor ecc., equivalenti al medio greco di dativo (v. la mia
'Prep. A' 103 n." 14, 152 segg.). Generalmente le preposizioni, non
esclusa la ex, esprimono una relazione obiettiva, cioè si riferiscono
ad un oggetto o ad un termine che sta fuori di chi parla o di chi
agisce; ma benché, ciò non ostante, l'uso di exspirare (animam e
simili), con punto di partenza dal soggetto, come in altri simili com-
posti, sia classicissimo, non é necessario. Perciò, siccome in lingua
non si possono profferir suoni altrimenti che mandando fuori il fiato,
nel modo che i grammatici hanno sempre inteso o sottinteso, cosi la-
sceremo ai medici ed a chi russa la distinzione tra 'aspirazione' ed
'espirazione', ed entrando in materia, seguiteremo la vecchia nomen-
clatura.
Nello esporre e nello spiegare il mantenimento o la mutazione delle
consonanti semplici in mezzo a vocali, quantunque arreclii nuovi par-
ticolari e qualche nuova applicazione, non intendo né pretendo d'in-
trodurre un nuovo principio. Imperocché altro non fo che svolgere
6 definire una dottrina già insegnata e praticata, per l'italiano, dal no-
stro Direttore (Ardi. X 85-87) e seguitata dal Meyer-Lììbke (Gramm.
der rom. spr. I 411), e comunemente accetta, la quale ammette che
le esplosive tenui mediane, le quali immediatamente precedano la vo-
cale tonica, si cambiiiio in sonore, e generalmente si mantengano in-
tatte quelle seguenti alla tonica. Io credo che una definizione possa
abbracciare non solo le esplosive, ma anche le continue: piuttosto
il h pare che v'incalzi male, in quanto che, anche ov' é postonico,
passa in v. ma forse ciò avvenne in un periodo posteriore; e se il
b la sorpassò, la 5 entrò più tardi nella corrente comune. Ciò avver-
tito diremo , irhe in un periodo certamente posteriore, ma forse non
molto lontano da quello in cui le gutturali e g si fanno palatine di-
nanzi a i ed e, avviene quanto segue: I. La sonorità dell'accento, qua-
lunque vocale lo riceva, fa scendere d'un grado la consonante scempia
Storia dell' -i'- ecc. — Gap. Ili, § 2, 19: Cons. sempl. tra voc, ecc. 321
mediana che accosto precede; a condizione: a) che la consonante sia
capace di gradazione; ò) che il suono succedaneo esista digià nella
lingua; e) che questo non sia di tal natura che, nello stesso ten'po e
per eftetto della medesima causa, debba discendere d'un grado ulte-
riore. Ad illustrazione della seconda condizione, diremo che la prima
legge, siccome puramente fisica, non ha per effetto di crear nuovi
suoni, quale volesse disegnare una simmetrica geometrica; essa é co-
stretta a volgersi nel circolo dei suoni esistenti: nuovi suoni possono
sorgere in tempi posteriori, e la legge può tornare ad aver vigore per
essi, se la loro natura lo comporta. — II. Legge o regola, limitativa
della prima: nessuna consonante scempia tra vocali può dileguarsi,
se almeno una delle due vocali circostanti non sia omorganica e cosi
affine, a quella consonante, da supplire alla sua mancanza, e quasi da
far parere ai parlanti d'averla profferita. Tranne alcuni casi di di-
leguamento, che sono da discutersi, e pei quali ha vigore la limita-
zione della seconda regola, le consonanti scempie di prima sillaba po-
stonica si mantengono, ed alcune si raddoppiano, ma: III. Le esplo-
sive sorde divengon sonore, ove siano seguite da a. Tanto
meglio ciò può avvenire se anche la tonica sia un'altra a, un'e od o
larghe ed in origine brevi; ma siavi o no questo concorso, la causa
principalissima sta nella massima sonorità della vocale seguente, che
assimila la consonante alla su:i qualità. Anche la vicinanza dell'ac-
cento contribuisce a (juesto effetto, e sarà da vedere se a ciò basti
Va che da quello è lontana. In ogni modo questa virtù dell'-rt- é in-
dipendente dagli effetti della prima legge e può essersi spiegata in
tempi differenti: anzi pare che nell'italiano la 3.''' legge si attuasse
dopo la prima, e che la successione dei due fenomeni si possa formu-
lare nel fatto, che il d di stafferà = staterà sia più antico che quello
di stradarsi Vài a,. — IV. Le seconde ed ulteriori consonanti
scempie protoniche e postoniche si mantengono; ma delle
prime è difficile incontrare esempj schietti, poiché o si cade in con-
sonanti iniziali, od in forme che l'etimologia sottrarrebbe all'azione
fonetica (osserva, per es., il e di maceralojo). La seconda regola li-
mitativa, e le condizioni che ristringono gli effetti della prima legge,
come pure i brevi confini della 3.* regola, mostrano già che siamo in
presenza d'un essere cosciente, il quale ripugna, e ne vedremo il modo,
ai ciechi impulsi d'un istinto fisico, e ne evita o ne attenua le ulte-
riori conseguenze. La coscienza ha quella logica intuitiva, che si chiama
analogia, la quale anche crea, in contrapposto alla prima e terza
regola, la seguente legge: V. Ogni snono die, por effetto delle
322 Bianchi,
leggi fonetiche, dovrebbe digradarsi, od aneli e cadere,
si mantiene intatto l'in da principio, o ritorna allo stato
primiero, se fa parte di voci che abbiano connessione
reale od apparente con altre, nelle quali il suono mede-
simo, siccome in diversa posizione, do vea conse r v ar si.
L'osservanza di quésta regola dipende dalla maggiore o minore im-
portanza che la coscienza dei parlanti annetta alla forma più etimo-
logica. I fenomeni della prima e della terza regola appartengono in
modo generalissimo alle assimilazioni: sono le corde vocali che, tin
dal profferimento della consonante clie precede, predispongono la ten-
sione che richiede la tonica o Va seguente. Indipendentemente da que-
ste cause , agiscono poi le più speciali assimilazioni agli altri suoni
vicini, e gli accidenti generali di dissimilazione, metatesi, elisione,
contrazione ecc., (qualcuno dei quali può anche sconfinare dai limiti
posti alle regole premesse, dimodoché una consonante che sfugga ad
una legge di cambiamento, possa rientrarvi per causa diversa. Nel
dare esempj di questi fatti, procederemo dalla parte più interna a
quella via via più esterna dell'organo vocale, prima facendo conto delle
esplosive.
Grutturali: ^ka- ^kor ^ku^. La tenue di prima protonica, per vi-
gore della prima legge, passa in sonora: fregare -ava fricare, intri-
gare -ava intricare, annegare ecc. n e e a r e , pagare ecc. pacare, pie-
gare ecc. plicare, pregare ecc. precari, segare ecc. secare, 5»-
^«re=^sucare da rivedersi, soffocare «//b- sublocare, dragone dra-
cene e per diffusione anche drago = d ra e o , ni. Santa Gonda = S. J u-
Gunda, ma cfr. anche i nnpr. longob. Guadi- e Cimdi-, aguzzo auzzo
=^ *acutjo ma anche acuto da acùHu, che sono da rivedersi sotto //,
Z«^imrt = lacuna, voce che non apparisce toscana, sebbene confoiniie
alla fonetica toscana '. Non si estende questa legge alle l'adici rad-
doppiate, non solo perchè possa dirsi la seconda sillaba rimanere as-
similata alla prima, ma anche perchè il valore della loro formazione
fu sempre sentito: coco' mero-= cucùmere , coca Ilo ■= cucullus, co-
oùzzolo cucutium, cfr. [dial.] cùccuma cucùma, e molto più nella
voce imitativa cocide o cùcùlo cuculus; ma ove la radice si sdoppj,
e la formazione si oscuri, può talora la legge riprender vigore, come
iii bi-gutta, che in latino sarebbe stata bi-cucutium nel senso di
' Non la incontro tra i nomi locali, e presso il volgo non è usata se
non da chi conosco Venezia.
Storia dell' -e- ecc. — Gap. Ili, § 2, 19: Cons. sempl. tra voc, ecc. 323
CUCII ma, su di che rivedi^emo a //. E ben difRcile lo ammettere che
secondo, variante con sicondo, e sicuro non siano di tradizione popo-
lare continuata: nel primo il k deve essersi mantenuto per una c<^rta
connessione logica con seco {^secondare alcuno' quasi 'andar seco\
cioè con quello, ^secondo lui' quasi ^ seco lui'), ed in sicuro per la sua
connessione, dal sentimento non del tutto smarrita, con cura -are per-
curare ecc. La popolarità di giocondo = j u e u n d u s è un po' meno certa,
benché probabilissima, ma potea risentirsi ài giuoco; laddove in S. Gonda
questa relazione si oscurava per effetto della contrazione è successivo
accordo de' due apposti: sancta-Jo-, '^sancie-Jó- *santjo- *santja~
-gonda, la cui prima parte fu certo una variante di santa. — La ten.
gutt. seguita da a di prima postonica passa, o dovrebbe sempre pas-
sare in O, ma è una regola che l'analogia rende quasi sempre ineffi-
cace, ove non incontri altri aj uti : lattuga ^lactuca, lettiga = lectica,
bottega^ apotheca, sèga-le secalis, dove concorre anche l'idea di
segare, come nel singolare spiga = spica concorre il suo derivato 5p2-
^rt>T <= spicare; e c'entrano naturalmente le terze pers. sing. e plu-
rali del pres. ind. dei verbi citati in principio, ed i sostantivi loro de-
rivati: frega, intriga {-go), annega, paga, prega {priego), sega, foga,
onde il g si estende a tutta la conjugazione. La nota parentela, qui
con maggior forza ribadita, tra u e Q, non dee farci credere che sugo
venga in tutto da sucus, e non sia stato informato da sugare; poi-
ché al toscano basta una gutturale qualunque per chiudere la formola
Hi-, cfr. i numerosi nnll. Luco <= Incus. La regolarità può illudere chi
creda creata in Toscana la voce tartaruga (scatole, lavori di tart.):
(jua non é molto antica, e dev' essere lo spg. tortuga fattosi più pe-
sante strada facendo, ed anche più moderna, e qua ancora poco usata,
é pizzùga 'testuggine', dai pizzi, venutaci da dialetti; poiché -uca do-
vea rimanere per le analogie che tosto vedremo, e difatti il senese
aveva ed ancora conserva iartùca id. Per dipendènza etimologica dal-
l'esposte due formule Vì^ e i-ha in g, e non per le proprie condizioni
fonetiche, sorgono le figure in -e'golo -a: fre'golo -la, segolo, tre' gola,
pe'gola da un ant. '*pegare '^iìn- = picare, pettegolo, -ola (forse ana-
logico), spigolo spiculum, le quali trovavano un rinfianco in tégola
{regola), stegola da stiva, zigolo e qualche altra voce d'origine va-
ria. — In due combinazioni di ilt}, questo passa in sonora, non per la
sonorità dell'una o dell'altra vocale accostante, che come tale in tanti
altri casi non ha effetto, ma per la loro comunanza di natura omor-
ganica con la sonora gutturale. La i)rinia è rappresentata da *a^M =
acu o '-lagu - \:xcu , onde poi ago lago, cli'^ oltbero il -//- por assi-
324 Bianchi, Storia dell"-/- ecc., Gap. Ili, § 2, 19.
milazioiie del -k- aW-n che fu costantemente finale di 4.'* deci. (XIII
197), fenomeno non identico, ma affine a quello che ci diede guanto
da tcant e struggo da destruo (v. sotto). L'« può avere agito in
concorso, ma non fu causa determinante. Ci mancano i rappresentanti
di specus e di pecu; ficus non fu costantemente di 4.% e per que-
sta è latino e non romano, laddove porticus va tra gli sdruccioli
in -co, a cui passeremo. Come si vede, gli esemplari son ridotti po-
chini, ma si pesano e non si contano. Se ne può dedurre (e ci son
altri argomenti per ciò credere), che V-u di 4.^ rimase per lunga età
nel toscano (v. 1. e); ma se si correrebbe troppo a dedurre dal fatto
opposto {^cg da ^ko), che nell'età del -k- in -^-, tutti i nomin. e
accus. di 2.^ (-u) fussero già stati ridotti ad -o come, salvo la quan-
tità, il dat. e l'abl. , non saremmo però in falsa strada. La seconda
combinazione ci è porta da luogo = 1^00 e gruogo = cròco (locus,
crocum) dove la gutturale si assimila regressivamente al gruppo so-
noro ed omorganico wo', causa determinante lo ic. Ne sfuggirono fuoco
focus e giuoco jo cu s, pei quali il nostro Direttore ammise, con
grande acume, la presenza di nominativi /bc[.s] jocls}, dove la primi-
tiva gutturale, rimasta finale, potette sostenersi; ed addusse altri di
simili esempi (X 91-2), ai quali questo lavoro non ha nulla da levare,
ed ha anzi qualche cosa da rinforzar l'argomento. Da coquus -um
e co quo si sarebbe avuto '^coco, poi cuoco '^cuogo, e da co qui e
-Ts cocqui: c'era, dunque, tanto da salvare un termine di mezzo cuoco,
ma la digestione di tale materia non è, a questo punto, ancora ma-
tura (v. intanto qui sotto a qu). Quanto a poco ■= p a u e n, ?-oeo = rau e o ,
oca = anca, fioco, per cui ammetto Sfianco (che più innanzi inve-
stigheremo), il nostro Direttore osservava, che «il ce preservato
dal dittongo, o meglio dall'rtw antico (ibid. 91 n) ». Io mi fermo a que-
sto 'meglio', poiché la pronunzia av aveva in qualche esemplare una
ragione etimologica assai fresca (cfr., anche per raucus, ravus),
ed av ed au si alternano in varie età della lingua; in caso diverso au,
avrebbe preso una leggiera tinta di aio, ed assai facilmente rauco,
per es. . si sarebbe fatto '^raugo o rogo, se non piuttosto '^ragiro o
'^rogioo.
DI UN DIALETTO VENETO,
IMPORTANTE E IGNORATO.
Lettera a un compagno di studj.
Monte Generoso, agosto 1897.
Amico onorandissimo. — Una delle ragioni, per le quali più
desideravo di avervi qui incontrato, era quella di mostrarvi le
scarse mie note intorno al dialetto di Grado ed eccitarvi a
fare voi stesso, o direttamente o addestrando, qualche allievo, di
più e di meglio che a me per ora non sia dato. Rimedio come
posso con questa lettera, trascrivendovi le rapide mie note e ac-
compagnandole, perchè l'orientarvi non vi costi alcuna fatica,
degli opportuni rimandi al primo volume àeW Aì^cìiìdìo , il solo
ferro di mestiere che io qui abbia con me. Il divulgatore di questa
parlata, che tosto vi nomino, è d'altronde persona così cortese,
e così desiderosa che la sua divulgazione profitti agli studj , da
rendermi sicuro eh' egli seconderà con ogni sollecitudine le ri-
chieste che gli sieno rivolte da chi egli sappia ben preparato a
indagini della nostra maniera.
Grado, come di certo ricordate, dista non molto da Aqui-
leja; è una cittadetta, che or deve fare circa tremila abitanti:
latinamente Gradus, Gravo nell'odierno parlare, onde Gravi-
sani {(jraizani) i suoi abitanti, come dirimpetto verso oriente,
sulla sponda istriana. Maggia^ o meglio Magia, dà l'aggettivo
muglizan. Aquileja è oggi schiettamente friulana, come vedete
dalla novella presso il Papanti. Grado, all'incontro, non solo
mantiene il linguaggio veneto, ma lo serba, o almeno lo serbava
quand'eran giovani quelli che oggi son vecchi, in condizioni così
arcaiche, da far veramente sbalordire. Questo privilegio ripete
di certo la sua ragione dalla natura del luogo, poiché Grado
giace al mare, sull'estremo isolotto della projìria laguna. Se non
326 Ascoli,
avete la Carta dello Stato Maggiore austriaco, ricorrete, per ri-
conoscer codesta posizione, alla Carta che ò data dal Fìliasi ^
Quanto alle fonti anteriori, scritte o stampate, siamo per il
gradese a tale specie d'erudizione di cui si può fare sfoggio an-
che in mezzo a queste montagne. Tranne un doppio ma assai
limitato Saggio, che vien quasi a coincidere con la fonte amplis-
sima a cui già allusi, e del quale più in là vi ritocco, par dav-
vero che non ci sia prima stato proprio nulla, o nulla almanco
di più o meno conosciuto. Dal Filiasi, che ha pur tanto di buono,
non c'è da cavar niente per questa parte. Nelle raccolte di ver-
sioni dell' Orazion domenicale, non rammento d'aver mai veduto
la gradese. Né il Papanti ha la gradese tra le tante versioni
della Novella. Le Etnografìe dell'Austria devon dare giustamente
Grado e Monfalcone come territorj pei quali si continui, dal
Regno finitimo, la parlata veneziana o veneta, ma senza fare
alcuna distinzione tra Monfalcone e Grado.
Il rivelatore del dialetto di Grado è Sebastiano Scaramuzza;
e la notizia che mercè sua consegue la nostra disciplina, presso-
ché improvvisamente, di questa singolare parlata, è tale da potersi
dire piena ed intiera. Lo Scaramuzza, ricco di molta e varia dot-
trina, professore emerito di filosofia, scrittore imaginoso e pa-
triota ardente, è un Gradese, residente in Vicenza, il quale ha
prediletto sempre con vera passione il dialetto materno e lo
scrive in verso e in prosa con molto garbata scorrevolezza. Da
non pochi anni andava egli pubblicando qualche sua scrittura gra-
dese in giornali o riviste che stentano a uscire da confini più o
meno ristretti. Ma non ostante la scarsa diffusione di questa ma-
teria sparpagliata, resta sempre un fatto abbastanza curioso, che,
in mezzo a tanto fervore di studj dialettali, i Saggi dello Scara-
muzza non abbiano prima d'ora richiamato l'attenzione di qual-
che romanologo operoso, che mi togliesse la prerogativa, così
poco meritata, d'essere il primo a parlarne per le stampe ai
compagni di studio , pur venendo , senza mia colpa e con mio
grave dispiacere, tanto più tardi che non pensassi. Ora il nostro
Gradese raduna molte delle sue cose vernacole in un poderoso
* [Filiasi, Mem. stor. de' Veneti priiui e secondi^ sec. ediz., voi. V.]
Un dial. veneto, importante e ignorato. 327
lavoro poligrafico, del quale è uscito, pochi mesi fa, il primo
volume; e cosi potrà essere agevolata la notizia e meglio pro-
mossa la disamina di questa suppellettile preziosa^.
Nel simpatico suo libro: Lagune di Grado, il Caprin, secondo
che prima vi accennavo, ha qualche sagginolo gradese. Sono, a
p. 294, alcuni modi di dire e proverbi; e a pp. 260-64 alcuni
canti lagimaìn. Di questi però dice, eh' è ricorso allo Scaramuzza,
come air « unico che conservi lo storico vernacolo di Grado »,
perchè in qualche modo glieli riportasse alla forma dell'antica
parlata. Cosi pur questi canti diventano, jìer quanto è della loro
foggia dialettale, una specie di fattura dello Scaramuzza. I modi
di dire e proverhj, all'incontro, non mostrano di aver subito
alcun ritocco ; e concordano bensi, per varie caratteristiche, con
le scritture proprie dello Scaramuzza o i canti ritoccati da lui,
ma per altre no (cosi: maledeti, anziché *maledili', disarò an-
ziché *disarè). Negli ultimi decennj, come lo stesso Scaramuzza
di frequente ricorda, le caratteristiche dell'antico parlare sareb-
bero venute cedendo al tipo comune delle moderne parlate ve-
neziane. Ma poiché appare che egli sia come l'ultimo superstite
delle generazioni che hanno parlato quello schietto gracisano
ch'egli scrive (affermazione, del resto, che andrà intesa con
giusta discrezione), la critica circospetta potrebbe muover qual-
che dubbio circa la piena fede che per ogni parte si debba pre-
stare alle forme che da lui ci sono offerte. Non già di certo, si
potrà pensare, per voluta finzione, ma forse per l'azione in<;on-
* \_Italicce Res, 1; Vicenza 1895-6 (edizione fuori di oommepcio). Qui an-
cora sia citata la seguente scrittura del nostro Autore : Le vicende e le
conclusioni del tnio studio giovanile sulla parlata gradese; Udine 1894 (ediz.
t'. d. comm.). L'acuta e persistente indagine dello Scaramuzza intorno alle
ragioni istoriche del suo linguaggio natio, si manifesta in ispecio nelle
Ital. Res, i 273 sgg. Non ha egli compiutamente afferrato il vero, perchè
gli son mancati quei sussidj di cui principalmente abbisognava. M;i n'è
rimasto poco lontano. Il suo i jiiù che altro un difetto di prospettiva; e
la naturale ' sua perspicacia, ajutata che ora sia dalla notizia delle fonti
più opportune, potrà aggiungere copiosi e ordinati ragguagli, da cui venga
larga utilità agli studiosi. L'adempimento di quest'augurio coroni la car-
riera intemerata del nobilissimo Gradese!]
328 Ascoli,
sapevole della tendenza analogica , qualche fenomeno caratte-
ristico può aver ripigliato, sotto la penna dello Scaramuzza,
un'estensione maggiore di quello che in realtà non gli rimanesse
pur nella prima metà di questo secolo. E si penserà in ispecie
alla rigida permanenza dell' 'umlaut'. Senonchè, tra perchè le
ipotesi storiche e la preparazione dottrinale del nostro Autore
non pajon tali da promuovere simili tendenze, e tra perchè il
venerando uomo, di cui è proverbiale il più coscienzioso rispetto
a ogni ragione della morale e della storia, da me esplicitamente
esortato a ripensarci, dichiara di sentirsi perfettamente sicuro di
non aver mai ceduto ad alcuna tentazione di questa maniera, io
alla mia volta non devo cedere ai dubbj di cui ho pur dovuto
non escludere ogni menzione. Nuove esplorazioni, del resto, an-
che nei territorj finitimi, ci sono ora promesse.
Si tratta dunque di un dialetto veneto, e vuol dir tale, che
piuttosto rappresenti 1' 'antico veneto di terraferma e anche del-
l'estuario', che non il 'veneziano vero e proprio'. E si tratta
di una rappresentazione veramente cospicua, la quale viene an-
che a togliere ogni illusione circa i supposti incrociamenti che
qui fossero avvenuti tra veneziano e friulano. Quanto a prima
vista par nel gradese d'immediata provenienza friulana, si ri-
solve, almeno per la maggior parte, in fenomeni che eran co-
muni, sin da antichi tempi, al veneto di terraferma ed al friulano.
Un pajo di testicciuoli 'scaramuzzani ' che più in là vi fo ve-
dere ^, rendono qui superflua una descrizione dei caratteri gene-
rali di questa parlata. Per quello che v'abbia di specifico, mi ri-
duco, in questa rapida dimostrazione, ai capi seguenti: I. L'' um-
laut '. — II. Il riflesso della formola alt ecc. — III. Il participio
feminile in -aga = -aa ; e altri speciali dilegui di d primario o
secondario. — IV. Altri particolari fonetici. — V. Particolarità
morfologiche. — VI. Comunanze fondamentali col friulano.
^ [Prosa. It. Res I 280-81: Zé cossa, dorica, manifesta, cofà '1 Sol: I Grai-
sani ha' conservao fin 'desso, el so antigo favela, perchè i' zc' stai no basta
isulani, ma anche isolai^ più de duti i oltri populi de'la Furlania o de'l
Estuario de San Marco benedeto. E 'desso a un oltro quisito: 'Sto graisan
veccio, historico, rebusto, e zintil, el polarà onisempre, ntè'l avigni, dura?
Respondo: El zé distinào a muri, passando por de'i 'nbastardiminti E
Un dial. veneto, importante e ignorato. 329
E ora incominciamo:
I. L' 'umlaut'. — ^li fo lecito adoperare questa voce tecnica
tedesca per significar brevemente l' influsso dell' i atono finale
sali' e tonica e sull'p tonico (tipi: vero viiH, negro nigri, credo
aridi', solo siUi, ì'psso )'itssi, rompo rumpi). Il fenomeno, che
in antica età è fermo in date varietà venete, non meno che nelle
lombarde, oggi più non s'avverte nella Venezia se non per po-
veri avanzi (p. e.: rust. pad. limpi, chiogg. baiaùri)', Arch. I
425-27. Nel gradese, all'incontro, il fenomeno è conservato con
molto mirabile tenacità. Le serie che si ricavano dalle scritture
dello Scaramuzza pajono uscire dai più antichi testi pavani o
veronesi. Rispetto a tutte quante le odierne parlate venete, il
gradese si presenta, per questa parte, in tali condizioni, da po-
tersi paragonare, o anzi mettere ben molto innanzi, a quelle che
rispetto alle lombarde vantano i dialetti viventi di alcune val-
late all'estremità settentrionale del Lago Maggiore, descrittici
dal Salvioni [Arch. IX 188 sgg.]. L'effetto dell" umlaut' si ri-
sente facilmente anche sulla pretonica (per es. : onór unùri).
Ed eccoci alla dimostrazione ^
1. /...-i, da e'...-i, tra cui sono comprese le formolo -ènti ecc.
— Nella declinazione: momento muminti, bastimento
tanto più stieto sto' finis lingicae G radensis suzederà, quanto più int'-
un-corando le gran' comunicassiuni vignarti' L'oltro ano Ale dizévo a
un nòbele signor, todesco de ùfizio, e 'talian do nassionalitae, che coman-
dóva a Trieste: Fé' gargossa per Gravo, signor, favelè' a Viena. E alo a
me: Che tu vói, Scaramuzza , che se possa fa per quel povero desgrassiao
de Paese? E Me a ciò: Ghité' drento de Gravo el popìdo de Teraferma! -
Tu sòn' malo, ftgio! - No son malo, no, signor! — Versi. Vie. e conci. 29:
Mo' co bela che zé 'Ngesina mia! 'La zé de sti paisi el primo fior! Tremo
ch'el vento me la pòrta' via; La separavo in fundi de'l gnó cuor. Gò 'la
so lustra e 'la se fa pulla, Figia o suore 'la par de gharghe sior. A Gravo,
no, no zé, gni 'n Furlanìa, Vògi che più de'i sòvi èbia' splendor. In gnis-
sùn logo mai se catara Una beléssa cuma questa qua. Più nigri de la note
el' ha i cavili; Le drèssc po', che 'la se fa co' quili, 'Le 'ncoròna 'sta bela
per regina De Gravo e dutaquanta la marina!]
' Lo voci gradesi son sempre riprodotte così tal quale come le danno
le stampe.
Archivio g-lottol. ital., XIV. 22
330 Ascoli,
basliminti, contento continti, de' i 'nozlnli, gudiminti inse-
gnaminii laminti, i vinti, arzinti torinti, sinsi, stapindi,
iéapo tinpi; dovivi piini rimi, Piemontisi', benedeto [hc-
nedète) benediti, elo ili, qiiili quii quisti virdi pili', To-
desco Todischi, povariti anziditi ozeliti alboriti, vogiti oc-
chietti; ecc. Nella conjugazione: defènde difendere, tu
difìndi; creo credo, Cì^ée crede, crii credi; 'la sente, in
sinti: melo, tu miti; rende, rindi; 1 zerca, tu zircìii, ri-
gni, insigni, splindi, vighi vedi; cantivi meritivi pinsivi,
*cantévi ecc., v. § Y.
Quando siamo all'incontro ad e'...-i: belo bèli, zevto
zerti, vedo veci, 'verii aperti', ecc.
2. Ù...-Ì, da p...-i. — Nella declinazione: fior furi,
dolor duluri, amor amuri, splandor splanduri, cidiiri ri-
gilri', sodisfassion, lission lezione ecc., allato a condis-
siuni ecc., dòn duni, paròn paruai, sabiuni (e anche bo)i
buai', nono nonno, nani)', 'moróso onbroso misterioso, al-
lato a mister itisi odorusi bramasi, spasi; munii prunii
confrunti gulfì ; mondo mundi, tondo tundi, dòlze dulzi,
gurghi laschi sepulti; ecc. Nella conjugazione: concòre
concorrere, allato a curi tu corri, curi! corri!, tu hunuri,
tu turni.
Quando siamo all'incontro ad ó...-i: morii corpi, vogi
occhi.
II. Il riflesso della formola alt ecc. — Di alt ecc. in aui
(*ault) ecc. erano raccolte più testimonianze venete in Arch. I
470 sgg. Ma insieme anche di alt ecc. in oli ecc., ib. 459 sg.
E questa riduzione ci ritorna costante nel gradese:
òlio alto, olia òlle; in altri mundi, un olirà volta, óltre
altre, nòliri noi altri, vòUri voi altri; salto salto, salii;
còlda calda, colde, scalda riscalda. A formola atona : i scol-
darà gli scalderà ; oliar altare. Ma : fai solo falce.
III. Il participio feminile in -aga (p. e. cantagia cantata).
— Questa è una caratteristica molto singolare. Nel territorio,
in cui ci moviamo, non vedo che questa trasformazione riesca
Vn dial. vonoto, importante e ignorato. 331
intelligibile se non imaginando, che tramontata la dentale, come
la ragione storica voLva (cantata cantada cantd-a), si rime-
diasse all'iato per l'epentesi di j (canta-j-a), onde poi g. Ora,
di codeste epentesi di _;, appunto nella risoluzione di forme par-
ticipiali di siffatta specie, ben s' hanno esempj in regioni più o
meno riraote, secondo che più A'olte s'avvertiva pur neir.4rc/u'-
vio^; ma in territorj veneti, per quanto la memoria mi dice,
non se ne sono mai incontrate. Il più solito è, anche negli an-
tichi testi, che V d-a del tipo canld-a si riduca ad d\ e nella
sola regione veronese abonderebbe V d-a. La riduzione in a s'in-
contra poi anche nel gradese, quando s'esca dalla ragione par-
ticipiale; e cosi: zorna giornata, baila 'badilata' (cfr. Arch. I
430). Senza dire, che lo stesso gradese punto non sa dell'epen-
tesi quando siamo al plurale del participio feminile (e perciò
desmentegàe dimenticate, soteràe scontràe destacàe, non diver-
samente da piàe pedate o stràe strade), così come non ne sanno
le forme del maschile, che si rappresentano coi seguenti esempj:
ì^esiào, mudo mutato, restai separai (lasciando ancora, che s'in-
tende, i tipi componàa fornia, cressùo sintìo). Un'analogia molto
incerta per l'epentesi sarebbe in cdge cadere (cadere càere). E
tragio per 'tratto' (che illusoriamente accennerebbe, per questa
regione, a ^' = ex) mi riesce addirittura un enigma. A ogni modo,
eccovi una serie d'esempj per cotesto sing. fem. del participio:
cantagia stacagia 'rivagia sbandonagia desmentegagia di-
sgrassiagia descordagia insanguiiiagia sentagia insegnag-
gia forUmaggia; ecc.
D'altri e caratteristici dilegui di d primario o secondario,
come in frèli fratelli, crée creava, rie surìe\ Uvio, tv.rbio, su-
perfluo è quasi dire come sieno comuni ai testi e alle parlate
d'ogni età nella Venezia; cfr. Arch. I 458, 429-30, ecc.
lY. Altri particolari fonetici. — Superstite V -e di -de =
-ATE nei nomi astratti: istàe zita e nouitàe 'reditòe ecc., come
nel chioggioto ecc. — L' a protonico in i nella formola ank- :
* [Vedine molto di più nel bel lavoro di E. Gorra: Beli' epentesi di iato
delle lingue romanze, in Stiidj di filol. rom. VI 4G5-597.]
332 Ascoli,
incùo *anc-uó oggi, incora. — Nel presente di 'vedere' si svi-
luppa un y, che va per tutta la conjugazinne : vóghe vede, 710
veglie' non vedete, véglie vedere, vigùo vigila veduto -a. Un g
per il _/ di JECTARE (cfr. l' it. conghieilura) : gliela getta, gliitùi
gettati. — Di V in ì), oltre hóse voce, hanpa vampa ^, abbiamo
.9&0Z0, pi. sbidi., il volo, deshodd [dis]-vuotare (ma zvòda vuota).
— La metatesi cliioggiota pre = per, in pre me per me, ecc.
V. Particolarità morfologiche.
Nel nome, va notata la figura nominativale suòre soror, in
ispecie perchè abbia accanto a sé il curioso plurale soróze so-
róse. Una forma d'ordine storico non è questa di certo (cfr. per
es. Arch. I 445 n), e si penserà facilmente all'attrazione analo-
gica di voci sul tipo 'morose, '*spose [sposine), ecc. — Pur qui
il superlativo beletissima.
Nel pronome personale son le maggiori singolarità. Ab-
biamo la forma congiuntiva me assunta anche alla funzione del
nominativo tonico: che tu me scrivi', me dare io darò. Il qual
nominativo così coincide cogli obliqui : a me ecc. E ugualmente
è una figura sola nel pronome tonico di seconda singolare (la
congiuntiva è te)', onde: tu iatri tu entri, e ugualmente nella
reiterazione ridondante: tu tu vogi tu vuoi, e insieme: a tu,
co' tu, da tu. Qui sono occorse vicendevoli attrazioni analogiclie.
Ma è notevole la stessa presenza del tu nominativale, che ci fa
risalire all'antica Venezia e dura del resto anche nel friulano;
cfr. § VI. Per la terza: elo, d'elo', pi. 'nfra-d'-ili. — Il pos-
sessivo 'mio', ridotto, come nel friulano, a no (cfr. l'it. gnaffe
'mia fé'), si fa indeclinabile: dal gnó ho, dé'la gnò marina,
i gnó' lauri, de'le gnò' soròse delle mie sorelle. — Il relativo
o interrogativo 'cui' in funzione nominatÌA'ale, come nell'antica
Venezia (Arch. I 464) e nel Friuli: cu geraì chi era?, ecc.;
ma qui ancora negli obliqui : de cu, ecc.
Passiamo alla conjugazione. — Gl'infiniti perdono tutta
la sillaba finale, come pur si vede in qualche varietà dell'estuario
^ [Il primo esempio ritorna in Ruzzante, il secondo iu Calmo; v. Wex-
driner: Die paduanische mundart bei Riizante, Breslavia 1889, p. 31.]
Un (Hai. veneto, importante e ignorato. 333
veneto (Ardi. I 436 465 n; cfr, il § che qui segue); onde: ferma
renovd dura fci, savè', dm'jiii, omésse' vive' mète'-te véglie" *vé-
dere. — I gerundj dei verbi in ^ere foggiati su quelli dei
verbi in -are, come negli antichi testi veneziani ecc.; onde:
riandò rìdendo, pimizando corando, come hiastemando tismando
(fiutando); cfr. digando' stagando. — Forme di presente indi-
cativo: he Ì7i-a-mente ho in mente, ìiè pianto ho pianto, no he
vigno non ho veduto; me poco sé io poco so, no sé' che di
non so che dire; ine son io sono; tu ni ha dào, tu va', tu sta,
tu no tu sa'', tu san tal sei tale, tu són tu quél, tu tu son' ^ ;
tu pòi, tu miti metti, domandi; V pi.: véno *a verno abbiamo,
Steno *stemo stiamo, lodéno lodiamo, ecc., cfr. § VI; 2* pi.: bra-
me' ecc. Nel futuro, rivediamo naturalmente le forme stesse
che ci offriva l'ausiliare isolato: da?'è darò, savarè saprò, ve-
garè vedrò, scrivarè pianzarc ecc.; tu sarà sarai, tu vara
avrai, tu tu farà, ecc.; vòltri vivaré' vivrete. — Di presente
congiuntivo: èbio io abbia, ebia egli abbia, sépia egli sappia;
cfr. Arch. I 432. — Nell'imperfetto indicativo, la conjuga-
zione in -are piega all'analogia di quella in -ere, come avviene
nel chioggioto ecc. Onde, come creévo credevo, respondéva ecc.,
cosi: devo davo, passévo saluèvo catèvo preghèvo tornévo spe-
révo capitévo provévo; o alla terza: deva dava, destinéva bra-
méva vardèva 'rivéva caleva ecc.; cfr. § I, 1, Di P pi.: zoghé-
veno, di 2'^ pi.: 'véve stéve'. Di 'essere': géro io era, gèreno
éra[va]mo, gòre éra[va]te. — Nell'imperfetto congiuntivo,
con V -0 analogico di prima, e V -a analogico di terza: se me
'vesso se io avessi, se polésso se potessi, se no mandésso', se
no'l creessa, che Vandéssa, che i siùri paghéssa; se i' fòssa
'ndài] ecc.; 2^ pi.: vo luminésse voi illuminaste. — Condizio-
nale. Ancora con l'-o analogico della V sing. : varavo me
possilo avrei potuto, selzaravo sceglierei, volaràvo vorrei, du-
ravo staravo] di 2*: tu te metaràvi; di 3"* : sarave volaràve
* Questo son per 'es' ricorda in particolar modo Trieste (cimelj terg. :
tu soìis, Main.: ti sos-to, triest. volg.: (i ti son [cfr. Arcli. IV' 3G3]); e coin-
cide con la voce per 'sum', corno nell'è di Ruzzante o nello xè (?e) di
Goldoni coincidono più legittimamente 'es' ed 'est'.
334 Ascoli,
'nclaì'ave. Superfluo insistere sulla * veneticità ' di queste for-
mazioni.
YL Comunanze fondamentali col friulano. — Nelle par-
ticolari concordanze o comproprietà tra gradese e friulano, è
naturalmente da ricercare quale e quanta parte risulti comune
alle parlate venete più o meno antiche, e quale e quanta sia
specifica del gradese. Ora, questa seconda parte, stante l'atti-
guità dei territorj, non potrebbe non trovarsi rappresentata da
un certo numero di elementi lessicali; ma per quanto è dell'or-
ganismo in genere, e vuol dire del sistema fonetico e del fles-
sionale, gli speciali influssi del friulano qui si riducono certa-
mente a COSI poco, da potersi dire a pressoché nulla ^. Circa il
sistema fonetico, sarebbe ozioso spendere una dimostrazione qua-
lunque. Quanto alle forme, l'apocope nell'infinito, il futuro e
qualche voce di congiuntivo, come del pari qualche particolar
convenienza nel pronome, ci risultavano, nel precedente para-
grafo, di patrimonio veneto-friulano anziché friulano-gradese.
Una particolare illusione produceva il -no di prima plurale. Lo
Scaramuzza vi ha ragionato intorno con bell'acume, vedendovi
(p. es. in It. res 275-6) una desinenza friulana riportata a con-
dizione veneziana, cioè l'antico -yn ridotto a -ìi perchè riuscito
finale {slntim sintin), e poi rifornito dell'-o. Analogo discorso
era fatto pur rìeìVArchÌDÌo [li 452-3] circa il tipo aretino pi-
glieno pigliamo, ed altri tipi congeneri. Ma nel caso nostro ba-
sterà avvertire che il fenomeno si riproduce largamente in fa-
vella veneta, antica e moderna; cfr. Arch. I 422, [Muss., beitr. 20];
senza dire dell' -o>i di l'"* pi. di pres. che ha lungamente persi-
stito nella Venezia; Arch. I 396 422 449. — E lasciando la
morfologia, il gradese -mentre per -mente, negli avverbj, è parso
anch'egli un * medaglione' friulano; ma è all'incontro di largo
e antico patrimonio veneto ; Arch. I 439 ecc. Piuttosto parrebbe
di diretta ingerenza friulana il grad. d'ondra 'donde', fri. dón-
tre', ma bisognerà cercar bene; cfr. Arch. I 67 533. E lallace
* Solo per qualche voce pronominale (v. § V) parrebbe doverli ricono-
scere.
Un dial. veneto, importante e ignorato. 335
ancora l'apparenza friulana del d- nei grad. ditto duti dute
^ tutto' ecc., del e- del grad. vogi 'occhi', della dissimilazione
che è nel grad. nimhri 'membri'; o di nóme 'soltanto', di in-
dóla 'dove', di despi'io 'di poi' e di me scugna a rae 'mi biso-
gna'; cfr. Arch. I 445, 454, 413-4 426, 433, 446 [500], 454 n; ecc.^
Sa piuttosto di diretto influsso friulano X -uio diminutivo: sco-
laritto brazzidi, o forse V -usso di timidusso.
Ma io devo finire. Lo Scaramuzza, in un passo che facilmente
troverete e che in questo momento io non vi posso citare, tocca
di certi 'rioni' della sua Grado in cui perduri abbastanza ni-
tida la vecchia parlata. Fate di arrivarci. E gli egregi Bertanza
e Lazzarini (che hanno del resto inteso le nostre teorie nel bel
modo che avrete veduto) devono accennare, se la memoria non
m'inganna, pure a vecchie carte dei Podestà di Grado ^. Fate
d'arrivarci. E vogliatemi sempre l'afF.'"'^ vostro
G. I. A.
^ [Cfr. ]\Iuss. beitr. s. nembro e scliiinier; Boerio s. noma. — Chioggioto
(Nardo): sento altre riobe cugnarave dire, cento altre cose converrebbe
dire; cagna, per vu me cagnara mitorire; e Goldoni, Bar. Chioz. Ili xviii:
cognè obedire, cognè.~\
' III dialetto veneziano fino alla morte di Dante Allighieri; Notizie e
documenti editi e inediti raccolti da Enrico dott. Bertanza e Vittorio dot-
tor Lazzarini; Venezia 1891. A pag. 87 vi si tocca di 'Atti dei Podestà
dell'Estuario veneto da Grado a Cavarzere'.]
VAR I A.
1. *CAPOR CAPORE, per caput capite.
Parlando, in Ardi. XIII 294-5, di caDO asturiese, anziché caini,
per caput, io chiedeva: « E se poi nell'asturiese cavo s'avesse
« un *capor di fase anteriore (cfr. apud apor), sia pure non
« propriamente latino, ma infiltratosi da qualche altro idioma
«paleoitalico nel latino volgare? Se, a dire altrimenti, qui si
« ritrovasse la chiave, indarno sin qui cercata, degl'ital. capo-
« rano caporale, che primamente eran veri aggettivi, e forse
« altro non sono se non voci vernacole che perfettamente ri-
« spendano a *càpitano capitale? Quest'è, bene inteso, una
«mera interrogazione, cioè meno d' un' ipotesi. » E un mio be-
nevolo critico (Zeitschr. f. rom. philol., XIX 141), quasi non gli
bastasse la molta mia cautela, obiettava ancora che un ^capoì'
mal poteva perdere nell'asturiese il suo -r.
Ma avvenne all'incontro che io via via mi persuadessi d'aver
colto nel segno. Non ho mai presunto di schietta latinità il *ca-
pop che io mi provava a resuscitare; e il r finale, come può
tacer nell'umbro, cosi anche nel falisco; e non c'è bisogno di
credere che lo perdesse l' asturiese. Come in caporano e capo-
ì^ale, il tema capor- ritorna poi anche in caperozzolo (cfr. ca-
pitozza) e nel caperello 'capezzolo', che vedo attribuito al se-
nese ^ ; nelle quali voci toscane l' er anziché or sarà d' ordine
analogico, cfr. pazzerello ecc. Ma a Roma è caporello (Belli,
son. del 20 sett. 1835, e così caporelle nel campobassano (D'Ovi-
dio), capurelle nell'abruzzese (Finamore), e siamo al preciso
parallelo del nap. capetieUe, ugualmente per 'capezzolo'. Nel-
l'abruzzese s'aggiunge capeì^ate o capurate sost. f., 'colpo dato
col capo della zappa, del bidente o della scure'. E ora, final-
mente, sopraggiungerebbe la figura obliqua di ^cdpo)', cioè ca-
pore, allo stato semplice, in una pergamena barese del 1067 ^
G. I. A.
* Nel senese, veramente, vorremmo caparello ; cfr. pozzarello ecc.
* E nella 26^ delle pergamene del Duomo di Bari., contenute nel primo
volume del Codice dqdoinatico barese edito a cur^^ della Conunissione prò-
Nigra: toccare; ecc. 337
2. TOCCARE -j ecc.
L'it. toccare, afr. iocliier, fr. foacìier, ecc., si fa provenire da
un german. *tukkòn 'zucken, rasch ziehen', v, Kòrt. 8419; ma,
a tacer d'altro, le significazioni non si conciliano bene, come
già fu notato.
Nessuno, pare, ha ancora avvertito che il nostro verbo ha
invece pronto un substrato latino, il quale molto ben conviene,
così nell'ordine dei suoni come in quello del significato. Data
una derivazione nominale per -ico -ica, sul tipo di vomica ecc.,
dalla radice che è in tundere (tud-), noi otteniamo *tudicu
*tudica (cfr. tudicula), onde *tudicare, cfr. vellicare, mor-
di cus mordi cans, ecc.; così come da tudit- (tudes) s'è avuto
tuditare. Da tudicare a tuccare si viene normalmente per
l'ettlissi dell'i e l'assimilazione di do in ce. Ne danno anche
esempj propriamente latini o paleoitalici ; ma qui basterà che
da più modeste regioni sia citato l'afr. empechier, fr. empécher,
= inipeceare = ìm\^eàìciìvc. U ù è normalmente riflesso: Ipc-
ca ecc. = tùccat. La significazione originale di tudicare sarà
stata pressapoco 'leviter tundere'; e il 'tundere' si sente sempre
molto bene in modi come questi: toccar le bestie, cioè 'solleci-
tarlo battendole'; toccar le campane ^ toucher sur les uns et
SU)' les aalres-, ecc. C. Nigra.
Ho pregato il mio illustre collaboratore, che mi lasciasse pren-
der sùbito questa nota etimologica da una nuova serie ch'egli
sta per regalare -àW Archivio , parendomi che si tratti di una
iiììiciale di Archeologia e Storia jìatria, Bari 1897. Per la parie storica, la
splendida pubblicazione è affidata a G. B. Nitto de Rossi; per la diploma-
tica ecc., a Francesco Nitti di Vito, l'autore del bel Saggio: Il dialetto di
Bari (parto prima, vocalismo moderno), Milano 1896. Ed ecco il passo:
De mohilibus vero dedit michi omelia et feriale curri gestis de sanclis. anti-
fonarium de dia [cfr. dia spagn. ecc.] et alium de nocte. unum ambrosia-
nnm. et solomonem psalterium, orationale. viginti tribus quaterni de gestis
sanctorum. una cortina, sabano rosato, alio sabanello villato ['orlato, rica-
mato', Nitti j cifm capare [= capite, NittiJ ad sericum ['col capo a sota"].
quinque sindones lineis. et una serica cum bjtnna [=vetana, 'orlo, frangia',
Nitti]. caput lectora vetere. ecc.
338 - Ascoli : laccare occ.
dichiarazione luminosa per sé stessa e tale da venirne pronto
ajuto alla dilucidazione di una serie di verbi neolatini in -ccare,
che da un pezzo tormenta gli studiosi.
Il caso di toccare = tudcar-e, salvo la diversa ma ancor più
facile assimilazione {ce da gc o gc), è molto simile a quello di
ficcare ecc. da *flgieare f igear e, che ormai può dirsi general-
mente ammesso. Similmente il lucchese aggiaceare, porre e porsi
a giacere (Bianchi, Prepos. A., 299), risalirà a ad-jac-[ij care.
Ma tudcare toccare ci gioverà più specialmente contro le
difficoltà che ci opponeva il ce di simiglianti forme combinato
con l'assenza del -n- che è nel rispettivo tema di presente del
verbo primario. Ora ci apparirà facilmente, che, sia per l'effet-
tiva presenza di una forma nominale intermedia, derivata per
-ico -ica dalla schietta radice (tud-ica), sia per la diffusione
analogica del tipo verbale ottenuto a questo modo, torni lecito
postulare, per es., un tagicare allato a tangere (cfr. tagax),
come tudicare allato a tundere (cfr. tuditare); onde tag-
-care taccare ecc. Il nostro compianto Bianco Bianchi, nel suo
poderoso tentativo intorno a simiglianti forme (op. cit., 236 sgg.),
voleva all'incontro risalire a *tateare da *tactare; e I'Ul-
RiCH (Zeitschr. f. roman. philol., IX 419) a -^taeticare; ardi-
menti fonetici che non hanno persuaso. Entrambi codesti autori,
felicemente come io credo, rivendicavano alla latinità anche lec-
care ecc. {lecca leccano)', ma noi non penseremo a * Ut care
0 a '^licticare; bensì a ligicare (cfr. ligula ligurire) al-
lato a lingere. Nei dialetti (cfr. Muss. beitr. 59 113), incon-
triamo il boi. strikàr con lo stesso significato dell' it. strizzare.
L'it. strizzare è = strictiare ', e strikdr ci darà all'incontro
strigicar^ (cfr. strigilis) allato a stringere. Ugualmente
frakdr frahà dell'Alta Italia 'rompere, schiacciare, premere',
documenteranno un f rag ica re (cfr. fragilis) allato a fran-
gere. — E per finire con un altro caso in cui non c'entri il
-n- presenziale: strulcdr strokdr stròkd (1. pers. ind. stróki) 'spre-
mere' dei varj dialetti dell'Alta Italia, riverranno similmente a
ex-troc-[ij care allato a ex-torcère (torquère), dove per
l'antichità della metatesi si può vedere in Arch. XIII 461 n. —
Ma questo è un discorso da continuare. G. I. A.
Ti-uontu. 339
3. Tbuentu ed altro.
Il nesso dr si può dir che manchi al latino; e quando lo
dovremmo avere, troviamo in sua vece il nesso (r. Per quello
che è dei nomi geografici, valgano, benché seriori, gli esempj
di Tràpani jQtnavov ^, e O'trnnto '^Yóqovc '^VÓQovvzog ^. Chi vo-
lesse tentare l'etimologia di Truentus, potrebbe perciò molto
legittimamente postulare un drne)it- droveni-, e sarebbe così
portato, quasi senza avvedersene, alla migliore interpretazione
indoeuropea di un nome di fiume: 'io scorrente, il fluente' ^. Pur
* Circa Trap- Joen-, non sarà ozioso notare elio nei dialetti albanesi la
'falce' è drapen draper.
* Forse è lecito qui ricordare Tarticoletto Tortona e Tortosa in Arch.
VII 140 sgg. (il legittimo d- di Dertona ritornerebbe nel cognome Dartonà:
Vincenzo Dortona [Dart.], che sulla fine del secolo xvi traduce in ge-
novese il I canto deir Orlando Furioso; ^'ernow III 364). — Ma or sono
principalmente da vedere: Lindsay, llie Latin Languaye^ capit. IV', § 113,
e Thurneysen, KZ. XXXII 562 sgg. Dissente lo Stolz, Eist. rjr. d. kit. spr.,
I 327; e di certo si potrà discutere intorno a taluno degli esempj che sono
addotti per tr lat. da dr; ma dovrà egli mancare al latino ogni riflesso di
un dr etimologico? Intanto sia lecito porre un altro esempio; ed è truc-s
allato alle voci dei Celti che rivengono a *drtiko malus; dove starà pur
meglio che non accanto al got. pvairh-s 'iracondo', o notomizzato come
altri vorrebbe. — Riesce anche istruttivo il considerare, nella loro ripar-
tizione regionale, i venticinque nomi locali incomincianti per dr, che son
dati dal Dizionario geografico postale del Regno d'Italia, Roma 1885.
Quattro ne rivengono alla base dracon- ifQaxoyz-, tre dei quali nell'Italia
meridionale e uno nella settentrionale (Dragone, Dragonea, Dragoni; Dra-
goncello); e questi vanno come esclusi dal conto. Dei veiituno che re-
stano, l'Italia meridionale ne ha duo soli, e sono in territorj dove può
entrare la ragion dell'albanese o del romaico: Drapia (Monteleone di Ca-
labria), Drosi (Palmi). Il Friuli ne ha pur due: uno che oscilla: Drenehia
(San Pietro degli Slavi; Pirona: Drence Trence), e l'altro assai curioso:
Driolassa (Latisana; Pir. : Driulasse). Tutti gli altri diciassette sono sul
territorio gallo-italico {Drammo, Drano, Dravogna, Dresano, Dresio, Dreno,
Drizzona, Droetto, Drondo, Dronero, Drosso, Drubiaglio , Drttent, Draogno,
Drusacco, Drusco), aggiunta a codesto territorio la sezione metaiiro-pi-
saurina, Arch. II 444, che ne ha uno (Drogo, Urbino).
* Cfr. per es. il sscr. draoant, corrente, scorrente, Dravantl n. di fiume.
E dico 'interpretazione indoeuropea' senza dimenticare che la radice drao
dru non è filologicamente documentata se non nel territorio indoiranico:
340 Ascoli,
quanto alla forma, druentu sarebbe insuperabilmente analogo
al lat. fluentu (tipo venta). Vero è che, oltre Truentus, il
nome del fiume, abbiamo anche Truentum ('oggi Torre di Se-
guro'), il nome della città in riva a quel fiume. Ma anche son
nomi di luogo: Fiume Fiumicello ecc., quasi 'ad flumen' ecc.
A circa un grado di latitudine più in alto, nell'Emilia, cioè in
territorio gallo-italico, avremo il Forum Druentinorum, o
Truentinorum che sia; e più in alto ancora, ben dentro a
quel territorio, scorre la Druentia (Durance; cfr. il ni. Druent
nel circondario di Torino); e ci sarebbe d'aggiungere ben di
più ; V. per es. in Revue Celtique I 299 sgg.
Qui però non è il luogo d'insistere in alcun ragguaglio di que-
sta maniera. In Truentu io m'imbattei nel raccogliere modesta-
mente, sui territorj dell'Asia e dell'Europa, i riflessi diversi di
una stessa base etimologica (come su, kl, ecc.) secondo gli 'stati
diversi' che la data parola poteva simultaneamente ofi'rire in
una fase an-teriore. Dato cosi un Truentu secondo la prosodia
classica (truentu), noi avremmo primamente a postulare un mo-
derno Trènlo o Trovénto {febbrajo februariu, rocina ruina), e
poniamo anche per terzo un incolume Troènio. — Ma non ab-
biamo nessuno dei tre. Va dell' it. Tronto, e Yu del riflesso asco-
lano Trunie^, accennano all'incontro a ù latino accentato. Or
come spieghiamo questo fenomeno? S'invocherà una riduzione
(adopero qui deliberatamente questa cauta parola), da assomigliare,
solo per indiretto, a quella che è in incùtit da ^In-quetit, o
a una di più o men tarda età, quale in ant. it. futo *liiito fùgitu
(lasciando l'it. fora fuerat, ecc.), e altrettali? Nel proprio nostro
esempio, una qualsiasi riduzione latina non vedo che avvenisse;
e la riduzione latina di un truentu a frnntu sarebbe del
resto come dire un ^metùnt- da metuént-. 0 non sarà egli
più semplice, non sarà, a dir meglio, ben più consentaneo al
per la convinzione in cui sono, che, a tacer d'altro, essa radico viga in
più nomi celtici di fiume, come già vedeva il Pictet; cfr. Stokes, Urkelti-
sches s. *dru. Né dimentico Zeuss-Ebel, 7.
* A. Castelli, Duemila stoì-neUl ascolani, in «Vita popolare marchi-
giana», periodico settim., Ascoli Piceno, 1896: J'runtc Ib 810, cfr. munne
mondo 88 454 570, K//«e 102; l'affrante 7.
Truoiitu od altro. 341
vero, il riconoscere addirittura in Truentu un nuovo esempio
di nome geografico, ribelle alla 'leggo di penultima' (Truentu),
sul tipo degli altri , che stanno più a mezzogiorno e già furon
più volte tentati nell'Archivio e or si vedono ritoccati dal Meyer-
Lùbke (I 488-89)?
Nel mettere innanzi, coll'antica mia predilezione, quest'ultimo
quesito, punto io non trascuro le obiezioni clie si sono opposte,
in ispecie da ricercatori italiani, ai presunti indizj di un'accen-
tuazione latina anteriore a quella che è invalsa nell' età clas-
sica ^ Ma io reputo, con altri, che sempre si tratti di una que-
stione aperta e più che aperta. ^li ferisce particolarmente la
negata identità tra Mànlius (Mànilius) e Manilius. Poiché
Manlius, col suo 7il, ci offre in effetto una figura fonetica da
dirsi ancora galleggiante, tal cioè che non ha trovato ancora
l'assetto suo diffinitivo. Vi appare, si direbbe, appena espunto
l'i che risonava tra l e w, non vi è ancora consumata quel-
l'assimilazione, che era voluta cosi dal tipo classico corolla
(coron[u]la), come dal volgare o italiano: culla cunula^. E
vien da sé, che se non rinunzio a Manlius (cfr. Mallius) =
Mànilius, non rinunzio neanche a (ràfie frnc, trèhol sp., = tri-
foli u, it. trifòglio, o a 7nancki = miinìcÌA, ven. piem. manissa.
La Toponomastica, alla sua volta, non tarderà a far sentire, in
questo come in ogni altro campo, la poderosa sua voce; e dal
bel saggio del Pieri sui nomi locali del Lucchese (Supplem. al-
* Al D'Ovidio è succeduto il Cocchia; v. Arch. X 419 sgg.
^ Por questa condizione intermedia tra quella che dipendo da una taso
anteriore e quella che all'incontro sareljbe voluta dalla successiva, var-
rebbe, passando a tutt' altro ordine cose, Y \t. jiosiierla (postn-la) = itoste-
rula, dove è Vie normale per V r hit., ma tal che più non si conviene
alla posiziono eh' è prodotta dalla eliminazione dell' ^f. Esempio analogo
parrebbe. <H&rZo torlo, portato dal Diez a torulus; ma è curioso ed osta
Vo che i lessici danno alla voce italiana e par concordare con Vu del lo-
gud. tiirnlic (Spano s. ou e s. it. tuorlo). Il vero tuttavolta pur sarà che
rp di tuorlo torlo provenga analogicamente da voci omofone, come torno
orlo-, [e il sassarese, d'altronde, con Vp del suo tgraru, hi dgraru di l'gbu,
del pari che il logodurese settentrionale, col suo tgralu, su d(jralu de sos'
os'o, accenna ad o breve latino, v. Arch. XIV I33," Guarnerio].
342 Ascoli,
l'Ardi, glott., Disp. V) già m'è dato citare: Cdmpiglia e Pid-
nizza, nò sono i soli ch'egli abbia ^
Ma, qual pur sia il modo preciso della 'riduzione', più mi
preme qui ricordare che il solo riflesso certamente popolare che
s'abbia di cruentu, cioè del preciso parallelo di Truentu, è il
rumeno crunl ^, che sta alla voce latina cosi precisamente come
sta l'it. Tronto, ascol. Trunte, a Truentn. Si manda col rum.
ct^unt la coppia, rumena anch'essa: zunc zuncà, juvencus, -a,
dove è in efTetto la stessa riduzione, poiché si risale a juencu
juenca. E vi si vuol vedere un u da ìfé ^, che è cosa per se
stessa tutt' altro che persuasiva e punto non è suffragata da al-
cun altro valido esempio rumeno. Per ìt da ùe ci sarebbe zane
juvenis (jùeni). Ma non saremmo veramente a tre proparossi-
toni, due di tijio antfclassico e uno classico, da scriversi pres-
sappoco: cril'^ntu, jù^iic'u j lignea, jù/niì^.
Dicevo,' neir incominciare, che il riflesso di un Truéntu
avrebbe dovut' essere, nell'italiano, Trento o Trovénto, secondo
che Vu [oj od u andasse come assorbito o assimilato, oppur
provocasse l'epentesi; nel primo dei quali casi la geminata,
quando sia possibile, riesce nell'italiano manifesta, come in mciìi-
* Non devo qui entrare nella discussione tra 'acconto protosillabico" e
'accento di quartultima mora', o solo mi permetterò di notare che io di
certo non avrei voluto mai sostenere l'affermazione di una diversità fonda-
mentale tra il tipo salicetum e il tipo salictum. Qui vorrei avvertire
solamente, che sali e tu, oltre che nei nomi locali già addotti da Flechia
{Xomi loc. d' It. derivati dal nome delle piante, pp. 4, 20-21), occorre, si può
dir da un capo all'altro dell'Italia, pure in funzione di nome comune;
cosi: fri. salett, berg. salec, bruzz. salèttc sm. 'ghiareto, greto, che d'ordi-
nario è piantato a salici'; e che similmente salicetu, oltre che nei nomi
locali addotti nel citato lavoro, è pur come nome comune nel nap. salicitg
= it. saliceto salceio; ecc. Già era poi notato dal Forcellini, che alla serie
salictu ecc. (v. Corssen, vok. Il 897) andasse aggiunto virgultu = vir-
g u 1 e t u .
^ Passato anche nel verbo: se 'iicrunta s'infuria, incfrjiintazi sanguinarj ;
Gaster, Chrestom. II 288, I 307.
^ MiKLosicH, o. e, Lautgr. (13); ]Meyer-Lììbke, I 150.
* La oscillazione tra jiì[vJoncu e ju[v]éncu sarebbe perspicuamente
rappicsontata dal rum. c/rnc allato al s,\c. jencu.
Truci! tu od altro 343
na/a = manuària, allato a manovale = m-àiìuà,} e (cfr. nella po-
stonica: srd. logud. jV^nn« = janua ^, ali. all'it. Ge.wva). Che se
passiamo a n preceduto da esplosiva, per //? gli esempj sono
ornai superflui ; e per du non andrà dimenticato duo- in dò :
dodici = duodecim, e in postonica: Cedda = cedua Ardi. IX
389 n, che fa il pajo con ^c/rfa = Adua, di contro a vedova =
V i d u a , Manto va = Man t u a .'
Va sempre tenuta distinta, ma va pur qui ricordata, la storia
di qv gv, per la quale mi permetto di rimandare alla 'Rivista
di filologia' X 13 sgg. La formola un po' trascurata [non però
dallo ScHUCHARDT, del quale si può veramente dire che abbia
veduto ogni cosa] e una delle più importanti è poi su, dove ri-
cordo primamente il possessivo suo, parallelo a tuo, che dà nei
dialetti il proclitico so (cfr. lo\ nel friul. pur tonici: so tó), al-
lato all'epentetico sóvo (cfr. tóvo), forma che viene a coincidere
fortuitamente con l'arcaica latina.
Circa lo su di suè'sco consuè'sco, l'italiano non ci darà
di veramente popolare se non l'assimilazione, che è allo stato
latente in costume (*cossetii-), e tnanso = ma.ns\ies, dov'è note-
vole il mantenersi di ns nelle favelle neolatine (Kòrt. 5076), di
certo perchè durò lungamente la coscienza del composto :'manu-
-suet-. E sia poi detto per incidenza che ^^ìianse manso ci dà
un altro nominativo aggettivale! L'iì. consueto non è popolare,
com'è manifesto per lo 7is e per Ve aperta; e la seconda ra-
gione vale anche per mansueto. Preziose forme popolari sono
all'incontro le seguenti: gallur. masedu, sassar. niaseddu, =
mansuetu (Guarnerio; cfr. Spano, s. masèdu masedàre amma-
sedài); cui s'aggiungono, nella parte italiano-sarda del vocabo-
lario dello Spano, s. 'mansuetudine': masedumen, masedia. Il
quale complesso di voci sarde, anche perchè manca allo spagnuolo
il riflesso jiopolare di mansuetu, non consente che se ne ripota la
ragione dalla mera influenza degli sp. mansedad man'^ed/um'bre,
* E ugualmente: srd. logud. honnaróu, it. genìiajo; ecc. Nel iVanceso al-
l'incontro: janviev ecc.; cfr. il bello studio del Neumann: Die entwicke-
lung von consonant + u im franzósischen, nella Miscellanea Caix-Canello,
344 Ascoli,
sempre però buoni anch'essi per sue in se. E preziosi dalla
zona ladina: i sojjrasilv. lius'eser [cusescher] partic. casischeu)
= consuescere, kuseida {cusdcla, consuetudine) = consueta,
registrati dal Carisch, Il Nigra, in una nuova serie di etimo-
logie che ora si viene stampando, discerne la base dell' it. nias-
saro da quella del piem. mas'iwé, canav. mas'uvér', ma il vero
pur sarà che basti a tutto il solo mansuariu, il termine ita-
liano offrendo la figura assimilata e i pedemontani la figura
epentetica di su. E ancora piace aggiungere il ricco esempio to-
ponomastico: Sessa Au7'unca, [Sessa Cilento, Sessano,] Sas-
sola, da Suessa Suessula. — [Cfr. Schuch. II 481.]
Il s- che resti o paja restar solo da quel 50tt* = sul)- che è
incolume in sov-ente = siih-inde, può credersi di primo tratto
una riduzione non diversa da quelle che dianzi si consideravano,
massime se codesta riduzione avvenga dinanzi a vocale che non
è labiale. Ma se pur giova che sia qui toccato della serie d'e-
sempj in cui è s-- sub-, non va di certo dimenticato che questa
è una serie 'sui generis'. Il fenomeno è riconosciuto da un pezzo
nello s]). sombra (e vorrà dire *su[v]ombra) ombra, ecc., cui
s'unisce anche l'engadin. sumhvwa ombra, sumliricar mandare
ombra. La toponomastica italiana, dal suo canto, già ci offre,
oltre Spmbra, anche Sorbano e Simo-campo (Pieri, luogo cit.;
agli artic. : umbra suburbanu imu). Coi quali esempj non esito
punto a mandare, tornando ai nomi comuni, il genov. sagùggu,
piem. sai'ij, ecc. 'pungiglione ad ago delle vespe' ecc., quasi sub-
aculeu (cfr. Flechia, Arch. III 167 n), forme che assai proba-
bilmente son deverbali ; cfr.il genovese sa(ji\ggà quasi sub-
aculeare. — Un altro caso 'sui generis' può parere offerto
da uno ''^sn che provenga dal non latino "^sf, cioè in biàsimo
blàsphemo; o dal non latino *67j, neìVsiiv. preslre ecc. ^pré-
sb'tr) ma veramente vi si tratta di tutt' altro ^
* Cioè della seconda consonante che si dilegui nel nesso triplice; cfr.
Neumann 1. e. 171 n. Il caso dì prèso' tv è veramente di nesso quadruplice
e così ci ricorda i quadruplici in cui tace la seconda organica e soprav-
vive la terza inorganica: c/uirtre *chaì-gire, tordre *tór:dre. Ma lasciando
il francese, un altro caso, che bene qui s'aggiunge, è consobrino *co-
Truentu ed altro. 345
Vite e Vué, che tra di loro s'alternano nella conjugazione
di non pochi verbi latini (p. e. flùere fluéntem), vengono poi
a mancare all'italiano, o perchè egli abbia perduto taluni di co-
testi verbi, o percliè altri ne mandi a un'altra categoria flessio-
nale. Cosi non abbiamo più: imbuere induere metuere rue-
re; e fanno -isco -ire, più o meno letterarj che pur sieno, i
continuatori di tribuere {attribuisco), acuere arguere fi nere
{affluisce), deluere minuere annuere struere {costruisco),
statuere [intuèri]. Onde ci mancano molti substrati del perf.
in -ui. Quanto a con suore e spuere, il Meyer-Lùbke dice (II
146), che hanno scambiato V-uo con V-io d'altri temi di presente,
onde l'infinito in -ire) e vorrebbe dire giustamente: '^cóssi^o,
cucio, cucire, o ^excospìo, afrnc. escopir ecc.; cfr. Schuch. 11
129 469. Ma perchè soli questi due esempj della serie in -uere, e
di certo i due più schiettamente popolari e due nei quali l' ir ma-
nifestamente offriva un u di schietta radice, avrebbero essi ap-
punto abbandonato V-uo per assumere V-io presenziale, quasi
fosse un ritorno alle condizioni antichissime in cui ebbero an-
ch'essi incolume questo fattore di presente {siicjo ecc. ecc., v. per
es. Brugmann, II 1062) ? Non sarà più naturale il pensare, che
allo schietto consuere (cfr. rum. coase, venez. cùser, ecc.) s'in-
trecciasse in Roma un'altra forma italica, in cui non fosse mai
tramontato V-io, e vuol dire suppergiù un cósuio, onde normal-
mente cóssjo cuso ? Lo stesso u dell' it. cucio f-d un po' contro
alla schietta latinità di questa voce, costringendoci a supporre
che la tonica ceda alla analogia dell' atona {cucire cucio). E
se abbiamo negato la latinità della testa dell'ago {cruna) e del
refe (Arch. X 5-6), si vorrà forse perdonarci che ora veniamo
a rivocare in dubbio pur quella di cucio cucire.
G. I. A.
sbrino *ci(s'rin, onde s'arriva alla nota forma ladina {ctis'dr'in); rosta
però sempre difficile l'altra o ulteriore ridazione, che ci porta a cnzino
(cugino ecc.), e rimane curioso il fr!. consovrin, forma semiletteraria,
Arch. I 529.
Archivio glottol. ital., XIV. , 23
346 Ascoli ,
4. SAMPOGNA e CARIBO.
Nessuno più dubita che sampogna e i suoi collaterali neola-
tini risalgano a aviKfwvia] ma ne viene appunto un esempio di
quanto ancora s'impari e si desideri, pur trattandosi di cose
che per la loro stessa evidenza non parrebbero più chiederci
nuova attenzione o nuove cure.
Insieme con la significazione di 'concento di più stromenti o
di più voci', questa parola greca venne dunque ad assumere
quella di un determinato stromento musicale, che in fondo vuol
dire di un 'particolare concento'. La letteratura classica non
ci dà, per la significazione così limitata, se non il noto passo di
Polibio ^ Sarà contemporanea una testimonianza orientale. Nel-
l'arameo del libro di Daniele, che la critica assegna al secondo
secolo avanti l'era volgare, la sinfonia (sumponjàh) è un par-
ticolare stromento ^. Un traslato assai notevole, ma di certo non
d'antichità rimota, è nel masc. sampùn sampuòn dei dialetti
grigioni, 'campanello delle vacche', e pur 'campanaccio della
guidajuola'. Son campanelli armoniosi quelli degli armenti sviz-
zeri. Tuttavolta, abbiamo una distanza davvero epigrammatica,
tra «la dolce sinfonia di paradiso», che suona si devota (Fa-
rad. XXI 59-60), e questa che viene dai battagli, per le pigre
scosse del collo delle mucche !
La più antica testimonianza, forse di gran lunga più antica,
che per la significazione della sola 'fistula' ci resti, sarà pur
sempre quella del volgar latino, in quanto ci è data dall' it. sam-
pogna zampogna (sp. zampona, frnc. zampogne)^ rum. cimpój,
altro mascolino quest' ultimo, da mandare col sampùn che nei
Grigioni abbiamo pur dianzi ritrovato ^. L'antichità s'addimostra.
* XXVI, 10, 5 (Athen.): nccQ^f in ixm [xaì^coi' /uerce y.EQariov xcct GviKfcofias.
^ IH, 5, [7J, 10. Nella Vulgata, come nei Settanta, symphonia traduco
sumponjàh. All'incontro, fistula avQty^ vi traduce l'arameo masruqJthà,
che radicalmente consuona. Le tre voci che susseguono a masroqìthà, sono
occidentali tutte e tre: qathros [qlthros] sabbekà psmiterln, Vulg. : cithara
sambuca psalterium.
^ cimp)oe, com'è nel Diez s. sampogna, o e impoae, com'è nel Kòrting, 7988,
0 meglio cimpoi'ije com'è in Miklosich, Beitr. z. lauti, ecc. 59 [285], è ve-
rumr^nte la forma plurale, Mikl. ib. 89 [89j.
sampogna e caribo. 347
oltre che per p-(f, anche per la riduzione latina dell'accento
{-phiia -(fwvia), e la conseguente evoluzione volgar latina o ro-
manza {-p<jnja: ìì.-pona, rum. -poj -poaje). Vie, che vedemmo
sussistere nell'arameo di Daniele, avrà molto probabilmente ri-
sonato in oi'igine anche nella forma volgare dei Latini: *sum-
pónia *som-pÓJiia, onde per dissimilazione sampona, cfr. salca-
iico ecc.
Una variante che è in Daniele, iii 10, ha l' i nella prima sil-
laba e manca del m (sifonja o siponja che s'abbia a leg-
gere) ; e vi corrisponde, con una sibilante più aspra, la sefiDijó
dei Siri. Siamo così a una forma che assai notevolmente coin-
cide con l'ant. frnc. chifonie, sampogna o cornamusa; e già il
Gesenio si fermava nel suo ' Thesaurus ' a questa particolare
coincidenza. Sarà perciò da credere, che la voce greca, passata
anticamente al latino, mandasse al neolatino un secondo suo ri-
flesso per la via dell'Oriente? Veda chi ne sa di più. Di certo
è singolare, che sia costante nell' ant. francese la mancanza del
m, senza dire che sempre vi e f anziché p e che dell'accento
latino-italiano vi s'abbia appena un sentore [cyfoine). Ma la
nasale della prima sillaba manca in Europa alla sola 'languc
d'oil', che ne ha priva anche la forma epentetica chiphornie,
conservata nell 'alto-normanno odierno {chi fownie)^. Costante il
f del resto, ma preceduto dal n, nei dialetti della Francia me-
ridionale *, ed è proprio anche del riflesso portogliese. Nel Forez
torna pur la forma epentetica : sanforgno, e così nell'Alvernia :
chanforgno. La quale epentesi è ancora nel j)ieraont. camporna,
e si dovrà probabilmente a qualche incrociamento di parole (cfr.
rampòrna ecc., Arch. VII 519). Cosi s'avrà a pensare anche
della palatina in luogo del 5-, cXw. già vedemmo pur nel termine
rumeno e accompagnata ad /.
Curioso ancora, che alcune alterazioni, inerenti a questa voce
nel significato di 'zampogna', le ritornino pur nel significato
di 'sinfonia'; e non sarà di certo perchè duri la coscienza del-
* V. GoDEFROY, s. cifonio.
' V. MisTRAL, s. foLinfòni (cfr. fanfougnias in una versione limosina delia
'Parabola': Mèlangcs sur les langiies ecc., Parigi 1831, p. 494).
348 Ascoli,
l'identità etimologica, ma ben piuttosto per la seduzione della
conformità fonetica. Così abbiamo l'accento o il e, spettanti a
forme che rispondono a ^zampogna', pur nei limosini sinfònio
chinfounio che rispondono a 'sinfonia' ^
Ma alla avfKfwvia, a codesto antico comonium, io per vero
non ho ora fermato la mia considerazione se non perchè essa
mi tenzonava nella mente con un caso pressoché inverso, nel
quale una voce, che importerebbe il concetto di uno 'strumento
speciale', riesca invece ad assumere una significazione più larga
e più alta.
Questo vocabolo sarebbe il dantesco caribo {si fero ciDanli
danzando [cantando] al loro angelico caribo, Purg. xxxi 132),
di cui discorre molto garbatamente il nostro Biadene nelle sue
Varietà letterarie e linguisiiche, Padova 1896, pag. 47-59. La
significazione di caribo garibo, prov. garip (in 'Leys d'amors'),
ristudiandosi ora unitamente, come grazie al Biadene si può, i
varj luoghi in cui la voce occorre, apparirà oscillare, nell'or-
dine storico, tra 'un determinato stromento musicale' e 'un de-
terminato ritmo a cui il canto e la danza si conformava', un
quid, in altri termini, che intanto avrebbe una specie di ana-
logia ideale nella relazione che passa tra 'lira' e 'lirica'.
La serie dei tentativi etimologici intorno a garip caribo è
ormai lunga, ma senza certo costrutto (cfr. Scartazzini, Encicl.
dant., I 320). Non parrà illecito perciò un nuovo esperimento,
che ben rimane anch'esso per ora nel limbo delle ipotesi, ma
forse vi si accampa con qualche particolare seduzione.
Che si ricorra a fonte arabica e si fiiccia arrivar la voce in
Italia attraverso la Provenza, potrà a priori parer naturale.
Ora dal radicale qasaba vengono al lessico arabo parecchi
nomi in cui è la significazione di 'arundo' e di 'fistula'^, tra
cui più importano per il caso nostro: qdsib 'fistulis canens' e
' V. MisTRAL, s. sinfòni.
^ Nel Freytag: qaxab arundo, fistula, qasib fistulis cunens, qasabah arundo,
qasscih fistulator canens, qisàbah ars fistulatoria, qassàbah arundo, tubulus,
fistula musica, qussàb fistulae, tibiae, qafibah arundo, tubulus, fistula musica.
Nel Wahrmund: qàsab (flòte, rohrpfcife), qàsabefh] (pfeifenròhre), qasib
(pfeifer). Di §esbah, v. più in là.
sampogna e caribo. 349
qaslbah 'fistula musica'. Il primo ha veramente il carattere
di un participio o aggettivo verbale, quasi fosse un latino fistu-
larius 0 fistulator, 'qui flstula canit'; e gli sta normalmente
allato il pressoché sinonimo qassàb 'fistulator canens'. Il se-
condo, che lia per simil modo accanto a sé il sinonimo gassa-
bah, è veramente un astratto, e potrebbe anche dire 'ars fistu-
latoria' come dice l'altro astratto qisdbah, o come sì potrebbe
finalmente significare pei tipi qasb qasìb e qasib. Se gaì'ip
caribo posson dunque valere come legittime ripercussioni fone-
tiche di simil voce arabica, ne verrebbe loro pressappoco la si-
gnificazione originaria di 'zampognesca (musica o danza o poe-
sia)', e vuol dire una significazione di cui mal si saprebbe
imaginare la più adatta; cfr., tra l'altre, l'it. 'zingaresca'. La
sonata e la composizione poetica a cui s'accompagni, stanno
così riunite, e appena é d'uopo ricordarlo, nella stampita. E la
musica e la danza si trovano fuse insieme in un'altra voce stra-
niera, significante un singolo stromento, accolta dai Neolatini e
modificata secondo la tendenza del proprio loro linguaggio : in
giga, cioè, che si legge pur nella Divina Commedia [gige, oggi
geige, violino, dei Tedeschi), e riunisce le seguenti significazioni:
« strumento musicale di corde, parte di sinfonia briosa e anche
una specie di ballo vivo e spedito. »
Ora, per le contrade della Francia dell'oc^, e similmente in
una determinata zona della Francia dell' oil, invalendo, in età
più 0 meno rimota, una specie di 'rotacismo', il pensiero tra-
scorrerà facilmente, nel caso nostro, alla pronta legittimazione
di un ca)'ib (prov. garip) da qasib, e parrà quasi di dover
cantare vittoria senz'altro. Ma c'è da esaminar bene, da un lato,
quanta difficoltà nell'ordine teorico pur resti, e dall'altro, se nel
caso particolare le obiezioni, alle quali accenniamo, valgano dav-
vero a dissuaderci dal nostro tentativo. C'è dunque, in pi'imo
luogo, che questa specie di rotacismo delle Francie naturalmente
presuppone in fase anteriore una sibilante sonora ^ Ora, la si-
* V. Meyek-Lììbke, I, § 456. Agli studj ivi citati, ora s'aggiunge, e ben
notevole: Alph. Blanc, Passage de s, z à r et de r à s, z L'Narbonensia'],
in Rev. d, langues rom., XL 50-64, 121-39. Vi abbiamo serie abondanti di
350 Ascoli ,
bilante arabica è in qasib una sorda per eccellenza (un sdd),
come si riconosce, a cagion d'esempio, nel Cassavo di Palermo,
che ci continua l'arabo qas7^ 'arx'. Ma l'uso secolare di qasib,
poniamo tra i Provenzali, non avrebbe egli potuto importare la
riduzione a sonora della sibilante sorda tra vocali ? Più difficile,
teoricamente parlando, parrebbe la riduzione a principio di pa-
rola, e pur l'avremmo in zero {sifr ecc.). D'altronde, se è raro,
pur non manca d'esempj il 'rotacismo' in basi indigene con si-
bilante sorda ^ — Ma una ben più grave obiezione di principio
insorgerebbe ancora. Codesto passare di s in r che nelle Fran-
cie si combina con l'inversa mutazione di r in s [Jerus Masia,
Jesus Maria), si risolve, alla fin delle fini, in un fenomeno ge-
neralmente transitorio e d'ordine grafico e letterario, in una
particolare indistinzione di pronuncio, che si vien col tempo cor-
reggendo, e che d'altronde avrà anche promosso, mentre che
durava, come una depravazione nel conversare e nello scrivere.
Laonde la permanenza di s in r diventa in effetto un fenomeno
ben raro nella schietta l'ealta del linguaggio ^. — Questo è vero
certamente; ma, a ben vedere, non ne viene alcun impedimento
alla presunzione di cariò da qasib, e quasi anzi ne viene un
argomento in favore. Poiché siamo a una voce, che punto non
esempj, che provengono da documenti narboncsi. I più antichi sono:
gleira glieira per glesia (chiesa), in duo atti del 1221 e duo del 1232, co-
piati nel 1255 e 1266; lasciando i meno antichi della voce stessa. Altri
esempj: are, 1376, per ase (asino); caiira, 1376, 1403, per causa; avirn-
men 1381,, per avisamen; ecc. ecc.
* Blaxc 1. e. 53: fraire per finisse fraxinu, esempio raccolto dallo Chaba-
NEAu; neserary 1476, necessariu; corta 1381-91; per costa, ecc. — Noterò,
per incidenza; che la difficoltà cesserebbe se la sibilante sorda riuscisse
aderente a una sonora successiva; ed è curioso vedere che appunto ciò
segua in voce che qui spetta: «...nos tirailleurs algériens ont retrouvó
Icur entrain, et Tun d'eux, un ancien pàtre kabyle, facjonne avec des ro-
seaux une gueshah dans laquelle il soufflé les airs du pays, on tète de la
colonne VLa Revue de Paris, 1° ag. 97, p. 654]. » Notevole anche il g-, come
nella forma provenzale e in alcuni testi della Divina Commedia (Biadene,
48 n); e normale dell'arabo marocchino per q~, Bombay, § 8.
' cerieiro *cerasia; vie d'are!, modo esclamativo, considerato più ele-
gante che non vie d'ose!; Blanc 1. e. 134 n.
sampogna e caribo. 351
ci porta al linguaggio schiettamente popolare, ma entra piuttosto
nel gergo didascalico, nei precetti d''arte poetica'; sarebbe come
un gleire per gleise che un rito particolare avesse diffuso e ser-
bato. — Finalmente, può parer che formi una diflficoltà il fatto
che manchi alla Spagna il riflesso di questo qasih che ci oc-
correrebbe e in Provenza e in Italia. Ma alla Spagna posson
pur mancare, per più ragioni, voci arabe che occorrano in altre
contrade neolatine; così p. e. taqvJm, Arch. X 17. — Nulla
dunque vieta ancora d'insistere sulla vena qui tentata.
Dato poi che in caribo si rifletta davvero l'arabo qasih, s'avrà
egli a credere che Dante vi sentisse ancora, più o meno distin-
tamente, la 'sampogna' o la 'cornamusa', e intendesse di subli-
marla come eterizza le 'trombo' là dove dice: «canto che tanto
vince nostre Muse..,, in quelle dolci tube» (Farad, xii 7-8)?
0 non piuttosto, e ben piuttosto, si dovrà a ogni modo ritenere,
che egli altro non vi sentisse che un termine tecnico della poe-
tica del tempo (cfr, per es. : caribo, nota, stampita, ap. Biad.
1. e. 59), di guisa che 1' «angelico caribo» faccia strettamente il
pajo con r «angelica nota » del canto successivo (Purg. xxxii 33) ?
— Curioso, del resto, che le vicende storielle dello arti dello
Muse portino alle lettere italiane di queste belle gemme: il ca-
ribo e la ribeba, la sarabanda e la giga. Di codesti ele-
menti stranieri, uno solo è tedesco ; ma basta a ricordarci, che
non solamente la potenza del vincitore, di cui sempre si parla
per le voci che ne vennero al linguaggio dei vinti, quali brando
e gonfahone e altrettali, ma ancbe la sua balda allegi-ia è ri-
masta bene impressa nel lessico italiano; dove si vedono l'ibrido
piffero e la giga, incitanti alle danze i drudi e le drude,
tra i bicchieri, i brindisi e il trincare.
G. I. A.
352 Ascoli, coslario ecc.
5. COSLARIO e COCLARIO'^.
Parallela alla forma coclario (cocljario) coclilearium, che dà
normalmente l'it. cucchiajo, venez. cucaro, còrso cuòcere cuc-
ceì'O, ecc. ecc., si protende o si protendeva, per lo meno dal-
l'Arno alle Alpi orientali, con l'identico significato, la forma co-
slario. La quale è per ora molto rapidamente documentata con
la serie di normali riflessi che qui si presentano in ordine d'età:
Venezia, 1300; perolU ['péroli', ciondoli, orecchini] d anhro vini et
anelli ii d auro. .. et cusler ri d argento (docum. 64 ap. Bertanza e Laz-
ZARiNi); 1300: peroli vini d anhro e cusler vi d argento (doc. 65, ìb.). —
Toscana, sec. XIV, Franco Sacchetti: giunte [le minestre], messer Ridolfo
comincia sicuramente a pigliarne pieno il ciisoliere. — Del sec. XV, ve-
nete suppergiù, le forme dei glossarj italiano-tedeschi, spogliati dal Mus-
safia: cusilier cuslier citsìir 'loffel'. — Della prima metà del sec XVI: cu-
slier nelle rime del bellunese Cavassico (Cian-Salvioni). — Odierno bo-
lognese: cuslir cucchiajo 'voce contadinesca' (Coronedi Berti); roma-
gnuolo, con la metatesi del nesso: culsera culsira.
Ora, se i due tipi coslario e coclario manifestamente coe-
sistono, questa singolare coincidenza nella forma e nel signifi-
cato celerà essa tuttavolta una diversità radicale? Una tal pre-
sunzione non può, nel caso nostro, non ripugnare in sé e per
sé. Ma come poi conciliare tra di loro uno sl con un cl, rag-
guaglio che alla sua volta ripugna a ogni ragion latina? La
conciliazione è però italicamente ben possibile, poiché uno -sl-
{gl) dell'umbro può rispondere, com'è notorio, a un -cl- latino;
riscontro che si legittima, a qui dirla in poche parole, per ciò
che l'anaptissi promossa dal nesso kl sia palatina nell'umbro,
laddove è labiale nel latino. Potremo perciò avere, dalla base
greca di molto antica importazione, un esito 'umbro' cosi-,
rimpetto all'esito 'laziare' cocl-. E coslario sarebbe un nuovo
caso analogo a quello di càpor cdpore, da cui lietamente pren-
devano le mosse queste noterelle, cioè voce neolatina di italicità
non punto latina. G. I. A.
* Cfr. Tartic. cuslir nel «Beitrag» del Mussafia, articolo anch'esso in-
vidiabile, quando si consideri che risale a un quarto di secolo addietro. Il
veneto sculier dico altrove che sia veramente scuftjellario.
NOTE ETIMOLOGICHE E LESSICALI.
e. NIGRA.
Seconda serie (v. p. 269-300).
1. — YB. ankaìiiljar dèskaniljar.
Il VB. ankaniljar onkanijar significa ^aggrovigliare'; e l'op-
posto dèskaniljar dice ^districare, dipanare'. Hanno per base
canìcùla (in- dis-), nel senso di 'bruco', che è nel fr. chenille.
L'arrotolarsi abituale del bruco spiega l'etimologia. La conser-
vazione della gutturale nei vocaboli valbrossesi esclude la loro
provenienza dal fr. chenille, che invece passò nell'it, ciniglia.
Daccanto al yb. ankaniljar -ijar vi è, nell'alto canavese, collo
stesso significato, il verbo ankanivlar, probabilmente così tra-
sformato in seguito a spinte analogiche, che per ora non ci è
consentito di determinare.
2. — afr. argot, fr. ergot.
Significa: 1.° l'unghia acuta e ricurva, ossia sprone, posto alla
parte posteriore del piede di certi uccelli, cani, e altri animali;
2.** la punta di ramo secco rimasta sull'albero; 3.° la segale
cornuta. I due ultimi significati sono probabilmente dovuti alla
somiglianza della punta del ramo secco e della segale cornuta
collo sprone del gallo.
L'etimologia è rimasta finora oscura. Ma quando si "supponga,
com'è ben lecito, una fase anteriore *regot *ragot, s'ottiene
una figura che può esser la giusta metatesi di garot e ci porta
al VA. garott, sp, garron, pr. garroun, 'ergot', sp. garra 'arti-
glio', pr. garrot 'bastone ricurvo'. L'etimologia sarà la stessa
che quella dell' it. garretto, dei fr. jarrel garrot ecc. (v. Diez
s. garra; Kòrting 3600).
Archivio fflottol. ital., XIV. 24
354 ÌNigi'ii,
3. — svizz. roui. CD'id, va. arrjé, 'mùngere'.
Conviene anzitutto metter da banda l'arraiare DC, afr. ar-
rayer^ apr. arrmjar^ guasc. arred arrid, sp. arrear, it. m^re-
dare, significanti 'mettere in ordine, allestire, equipaggiare, go-
vernare, curare', e provenienti dal tema nominale, it. arredo,
fr. arroi ecc. Questo, come fu dimostrato dal Mackel (80), risale
al got. rèdSj as. rad, aat. rat, 'opes proventus', riflesso anche
nel can. are 'condimento di vivanda', e nel morv. arì^oi 'assai-
sonnement'. Negli esempj latineggianti e afr. citati da Ducange,
il vocabolo è specialmente usato per indicare l'equipaggiamento
e l'apparato di guerra, e l'arraiator, afr. arraiour, equivale
a 'maresciallo di campo'.
Le voci della Svizzera romanza e della Valle d'Aosta, come
hanno un significato diverso, così sono di origine differente. Esse
postulano un adr etare, che è naturale dissimilazione di un
adretrare; ma questo noi vorremmo da *ad-re-trrihère, pas-
sato alla prima conjugazione sotto la doppia influenza di tirare
e di adretrare da retro. Il semplice trahere resta alla con-
jugazione originale nel va. irare', ma nei composti coi prefissi
re- ad- re- prevalse nello stesso dialetto la prima conjugazione,
e ne venne la confusione tra i riflessi di retrare = a,dretva.re
da retro e quelli di retrahere adretrahere; onde i verbi
VA. ree 'ritrarre', se ree 'ritrarsi', arrjé 'mungere', daccanto a
ierjé relerjè 'tirare ritirare'. Nel canav. e nel railan., il pas-
saggio alla prima conjugazione si operò anche per varj tempi
del verbo semplice; e cosi si hanno il can. Irar, imperf. trava,
il mil. tra trda ecc., da trahere, secondo l'analogia di tirar
tira 'tirare'.
11 significato etimologico di aria, arrjé, sarà quindi lo stesso
che quello del fr. traire.
Sono più difficili a spiegarsi i sostantivi: svizz. rom. riè (Bri-
dei), VA, rér reer, 'filo di latte', prov. rei rai arrai, aprov. rai
raig radi, 'zampillo, getto, tratto, filo di acqua, di latte ecc.'.
Per la forte sincope di forme che qui rientrano, e special-
mente per il dileguo di tr intervocalico, sono da compararsi:
YA.reé-fòss 'arrière-fils', reé-fenna. 'seconda moglie'; svizz. rom.
Note etimologiche e lessicali. - II. 355
ari arri 'addietro' = adretrariu (cfr. be/'dgl ^ berbicariu);
pr. rei-petil-fd 'arrière-petit-fils', ling. /v' = vetrariu; caii. drrr.
piem. dré= deretrariu.
4. — it. àrnia, sp. cat. arna.^ '^alveare'.
L'origine di àrnia ama, ignota a Diez, rimase iiuora oscura.
Le voci di lat. barb. arbinarium albinarium arbinalem 'al-
A-eare', di cui Girolamo Rossi ha recentemente dato esempj,
tratti dagli statuti di Cosio, Badalucco e Parnasio ^, possono forse
recar qualche luce per l'etimologia della voce italiana e della
catalano-spagnuola.
Che il lat. alvus 'alveare' sia la base primaria delle antiche
voci liguri precitate, non par da dubitare; il cangiamento di l
in r e di v in h non potendo qui fare ostacolo (cp. piem. arhi,
lig. arhio argo, it. albió). La difficoltà starebbe piuttosto nel de-
terminare la base secondaria, quella cioè da cui dipendono im-
mediatamente, sia albinarium arbinarium, sia ama arnia.
Ma data, come codeste voci di lat. barb. ci offrono, una voce
fondamentale da scriversi àrhìnu (cfr. ib.: arbellum) àrlnna
e anche àrbinja (v. Asc. qui sopra, p. 341-2), noi pur veniamo
con attraente facilità a àrhna àì'hnia, ama àrnia.
5. — VB. artóliha.
Il sost. f. VB. artólika significa 'arroganza, insolenza, oltraco-
tanza'. Riflette il lat. rhetorica.
6. — can. halkar, lomb. balkà, engad. balcàr ecc.
L'engadinese balcàr 'calmare' ha conservato il significato
che è forse il più antico. Concordano con esso, o vi si approssi-
mano, il can. balkar, il monf. barké, il lomb. balkà, l'emil.
balka, col senso di 'diminuire, scemare, cessare'. E vi si do-
vranno senza dubbio connettere il rouer. blacà e il prov. blaqui,
'cèder, faiblir, manquer, défaillir'.
Tutte queste voci hanno per base il lat. placare, come è pro-
vato dal ment. placa 'calmare', dal delf. placa 'céder, fléchir,
' (jir. Rossi. Glossano mcdioevale lùfifrc, Torino IS'Jti, s. al1>in;u-iimi.
356 Nigra,
défaillir', dallo svizz. vom. pllakd 'cessare, interrompere'. Il senso
•li 'flècliir' del vocabolo delfinese spiega il ferr. harkàr 'pie-
gare'. Lo Schuchardt (Rom. IV 253) ravvicinò alle voci alto-
italiane e alla ladina anche la normanna ì)aquer 'céder, làcher',
i> altre, circa lo quali rimane tuttavia qualche dubbio.
Dovranno per contro separarsi le voci omofone o quasi omo-
ione, significanti 'guardare': it. (gergo) halcare^ ferr. balkar,
alomb. baucar , vs. hokar, vallon. hauquer, piem. huké, can.
hejkfw bajkar', piem. monf. bejké, che avranno origine diversa.
7. — it. barletta 'specie di morsa ad uso dei legnajuoli'.
Il Carena, all'articolo legnaiuolo nel suo vocabolario d'arti
e mestieri, dà la descrizione e spiega l'uso del bai-letto, stru-
mento di ferro in forma di 7, o piuttosto di r, che introdotto
nel foro del banco del legnajuolo vi tien fermo il legno da in-
tagliarsi. Il vocabolo italiano è identico, per la forma e per il
senso, al fr. valet, afr. e prov. vaUet varlet vaslet, ed è qui ado-
perato nel senso di 'servitore' appunto per il servizio a cui è
destinato. La base riconosciuta di queste forme è un diminutivo
del BL. vassus, sulla cui etimologia, non ancora accertata, sono
intanto da consultarsi le fonti citate dal Kòrting 3821. Il voca-
liolo si trova collo stesso significato in Val d'Aosta : valett di
ÌKch, e in prov. oarlel de banc, 'valletto di banco'.
8. — can. berrà, piem. bero, fr. dial. beròu, 'ariete, montone'.
Il Marchot (Zeitschr. XVIII 421), riportando le forme lore-
nesi, svizzere e altre, &«rà Z^f rò beuràu beròit ecc. ^, significanti
tutti 'montone, ariete', le fa provenire dal nome proprio afr, Be-
/vwi = Beroldus o Berulfus. Ma le forme franco-svizzere non
possono separarsi dalle equivalenti pedemontane: can. yb. bérrò,
piem. bévo, che certamente non sono parole di imprestito venute
dai territorj francesi. Ora, è impossibile il dare per base alle
voci pedemontane il nome Beroldus o Berulfus, che in pie-
montese si sarebbe riflesso per *berdud *berulf o altra forma
^ Cp. albv. bellou 'gpos bclior à longues cornes'; bellei 'jeune moiiton
do moins d'un an'; va. bellinn 'hrebis' ecc.
Note etimologiche e lo?;sicali. - II. 357
coli' accento sulla seconda sillaba. E invece probabile che le
forme pedemontane, meglio conservate, riflettano un proparossi-
tono berrulic, diventato berrò col dileguo dell'ultima sillaba,
come notoriamente avviene p. e. nel pieni, nespo = nèspolo =
mespilu (cfr. Ardi. II 119 396-7). E questo herrulu, d'età più
o meno tarda, potrebbe egualmente stare a base delle voci dia-
lettali franco-svizzere, con l'accento sulla prima sillaba del suf-
fisso, secondo altre analogie che appunto s'avvertono sul campo
dei dialetti cui spettano le forme qui considerate. Così, allato al
can. pik-ul, mil. pih-ol, coni, pék-ol, vb. pik-Oy 'gambo di frutta
o foglia', abbiamo nei dial. francesi e provenzali: pic-oùl pec-oùl
pic-òu ecc., e nei pieni, emil. pik-òll.
Ma ammessa codesta base neolatina hcrrula, quale ne potrà
essere la spiegazione?
Nei nomi di animali, come in quelli di piante, accade non di
rado che la stessa base serva a specie diverse, purché vi sia
tra loro una affinità anche lontana. Cosi il vs. yb. borri 'toro',
il VA. bure 'bue', hanno la stessa base che il morv. bourou
'asino', 0 *burrlcus coi suoi riflessi neolatini; il can. gu, che
sarà haediolu, significa 'ariete' e 'becco'; pieni, bcca, ital. bec-
cia 'capra', e can. pieni, beca 'pecora'; can. piem. cessa 'cagna'
e monf. ' scrofa ' ; e nel valtellinese : bar barinn significano
'ariete', barro 'caprone'. Non è dunque impossibile, che ber-
rìilu sia un tardo diminutivo di yerro = verres. L'affinità qui
consisterebbe, non tanto nel fatto che ì due animali, cioè l'ariete
e il verre, sono entrambi domestici e convivono sotto lo stesso
tetto e negli stessi pascoli, quanto nell'essere entrambi i ripro-
duttori delle rispettive specie. In questa ipotesi il vernilo, cioè
l'ariete, sarebbe il piccolo maschio, in confronto del ven'O, e il
maschio senz'altro in confronto del mutilato montone. Questo
significato originario sarebbe poi andato naturalmente perden-
dosi col progresso del tempo, come dimostrano altre forme co-
gnate, per esempio il lem. mil. bèra, e il a's. (gergo) beri'''a.
'pecora', com. pi. ber'U/ 'pecorelle'. La forma semplice appare
nel romagn. berr 'montone' (ma cfr. vaiteli, bar), o le diminu-
tive nei mil. berin beroit 'agnello', berinna 'agnella'. 11 va. ha
anche l'aggettivo berr il berraja 'lanuto -a".
35K Nigi-a,
9. — pieni, hjdleva, valdese del Wiii'tenberg Ijinriarn,
'fosso con acqua corrente, gora'.
Il Rosiger ( Neu-Hengstett : Gesch. u. spr. einer Waldenserco-
lonic in Wiirtenberg, pp. 21 30) vede in hidriard una metatesi
di riparia; e la supj)Osta metatesi è accolta dal Behrens (Ree.
metatli. 82). Ma codesta spiegazione fu già impugnata giusta-
mente dal Morosi, in Arch. XI 396. Difatti, il valdese 'bidridrd,
è identico agli equivalenti piem. can. bjalera, monf. hjarer'a, li-
gure medioev. bealera bialera; e queste forme, foggiate col suf-
fisso -aria, procedono dal bl. bedale, aprov. bezal, neopr. be-
saii biau bial, quej. beai, piem. can. bjdl, monf. bjd ecc., 'alveo,
canale di mulino'. Il dialetto savojardo (Albertv.) ha anche il
lem. bidla 'hvas de rivière'. La base originaria, col significato
di ''canale, ruscello, alveo, solco di scolo', appare nel bl. be-
dum, gen. beo (savon. medioev. beudus bendo, v. Rossi, Gloss.
uìedioev. ligure, s. beudus bedale), da cui non si possono disgiun-
gere, malgrado la loro dittongazione, le forme air. fr, e fr. dial.
bied biez bief (gin. bi, Malmedy bt ecc.). Il feminino, collo
stesso significato, è in prov. beso, for. bie, menton. bea.
Il Diez (s. V.) traeva l'afr. bied dall' as. bed, anord. bedr =■-
aat. betti, 'letto', notando che la deviazione di senso nella voce
romanza era estranea agli antichi dialetti germanici. Ma la spie-
gazione dell' -z'e in bied biez era da lui lasciata dubbiosa. La
difficoltà fu ripresa in più sottile esame dal Mackel, p. 89.
Il Cimrico bedd, 'tomba' è sicuramente preso dall'anglosas-
sone, e sarà all'incontro dal francese il brettone bèz 'fosso'.
Sul diverso significato di bed nei due vicini paesi d' Inghilterra
e di Cambria, Giovanni Owen compose l'epigramma: Angli bed
lectum vocitant Cambrique sepulcrum. Ora, da 'fossa' a
'sepolcro' si passa molto naturalmente; e 'fossa' e 'letto' s'uni-
scono poi, con pronta fiicilità, nell' 'alveo del torrente o del
fiume'.
9''. — can. bibjar.
can. (cN.) bibjar 'tremare, aver la pelle d'oca'. Dall' aat. bi-
bén, ted. beben.
Note etimologiche e lessicali. - II. 359
10 — it. br illare .
Il verbo it. hrilki/'e originariamente dice '^girare intorno al
proprio centro con rapidità ', come è chiaro nel passo della Cas-
sarla di Ariosto (III 6): 'a cui, più di giràndola, — brilla il
cervello '. Assai vicino a questo è il significato di ' battere rapi-
damente le ali sorreggendosi in aria senza volare ' come fanno
le allodole, i falchi e altri uccelli (Fanfani, Petrocchi ecc.). Bril-
lare vale anche 'mondare il riso colla «brilla»', cioè col noto
ordigno che con rapida rotazione della màcina spoglia il riso
della buccia. In Romagna ha inoltre il significato speciale di tre-
mare per il freddo'.
La nozione di giro rapido e di tremolio, che è nei significati
sopra esposti, spiega come il verbo sia venuto ad equivalere a
'scintillare tremolando' o a 'tremolare scintillando'; e quest'ul-
timo concetto è appena modificato nelle voci brillante ' diamante
slaccettato, e brillo 'semi-ebbro', cioè 'tremolante, vacillante'.
Un'identica connessione logica di concetti presenta il lat. coru-
scare, che significa 'tremolare rapidamente' e 'scintillare'. Di
che toccava anche il Direttore deìVArchivio (III 45.5-6), pensando
però a un etimo di brillare affatto diverso da quello che qui si
propone, E la proposta è, che in brillare sia da riconoscere un
allòtropo di prillare 'girare come un pirlo o paleo ^. Entrambi
i verbi perciò risalirebbero a un pirinvAare, da pirinulio
(it. prillo), dimin. neolat. di piru 'pera'. 11 digradamento di p ini-
ziale in b toscano non lia bisogno di essere dimostrato ; e basti
qui citare birillo, allotropo di prillo (Arch. XIV 294).
La voce sembra passata d'Italia in Francia e nella penisola
iberica.
11. — picHj. bica, sp. pg. pc.a.
11 piem. bi.la (can. bl'wa, piv. buioa, ve. bia^btìa) indica il
Mente di rastello pettine tridente èrpice sega e d'altri simili stru-
menti'. Concorda il sav. albv. pi'wa 'dente di èrpice'. Le forme
apr. pua, \m^.pi'Ajo puio, Yim.pioo, guasc. delf, può, sp. pg. pita
pi' I/a, significano inoltre 'punta', i pr. pivan pual puat 'rastel-
liera'.
360 Nigra,
La provenienza delle voci sp. pg. dal lat. pugio, proposta da
Diez, è insostenibile. Si dovrà piuttosto, e per queste voci e per
le altre qui citate, risalire al lat. pupa 'mammella', base da cui
sorse una così ricca serie di voci romanze, coi significati più di-
versi (mil. mani, pila, piem. biiata, 'bàmbola'; com. puvaia 'pen-
necchio'; vaiteli, poja, va. booala, 'pannocchia'; altoit. povina
puoena, lad. puinna, 'ricotta'; com. poina 'pigna').
Il senso delle voci piemontesi, delle ispano-portoghesi e delle
altre sopracitate è spiegato dalla evidente somiglianza di forma
tra i denti di rastello segone pettine e di altri arnesi aventi i
rebbj volti all' ingiù, e le tette pendenti delle vacche, scrofe, e
d'altri mammiferi. La mammella della vacca somiglia in grosso
modo a un pettine a quattro denti, quella della capra a una
forca a due rebbj, il ventre d'una scrofa ad un segone.
È curioso, per questo rispetto, il ravvicinamento etimologico
fatto dal Ritschl e segnalato dallo Schweizer-Sidler, tra le voci
latine pectus e pecten. Ma qui la congruenza logica sarebbe
tra le costole del petto e i denti del pettine (v. KZ. Ili 377
f., XIV 151).
12. — cai- (kal-) ecc. nella composizione neolatina.
Continua dal num. G della serie precedente, Ardi. XIV 272-7.
23; it. a calzoppo 'a pie zoppo, sojtra un sol piede', fr. 'a
cloche-pied'. Il vocabolo, benché toscano, e usato dal Doni nella
Zucca, non è registrato dalla Crusca, nò dal Tommaseo, nò dal
Fanfani, nò dal Petrocchi. Lo ò dall'Alberti. E comune in Lom-
bardia : aberg. a la galzopa, bresc. mant. galzopp, mant. gallzop-
par 'andare a piò zoppo'. A Bologna, per falsa etimologia popo-
lare da gallo, s' è fatta la locuzione a zopp gallelt (v. Lorck,
aberg. 112) ^
-i*4 ; mil. parm. cariiga, mil. carugola, 'eruca della vite, me-
lolontha vitis' e nell'alto milanese anche 'cantàride', pav. ga-
^ [Qui veramente potrà sorgere il dubbio se nella prima parte
del composto, anziché un 'quale!', non s'abbia piuttosto il 'ca-
vallo'. — G. I. A.]
Note etimologiche e lessicali. - II. 361
riwla {==*ga7'riigola) 'melolonta'. La seconda parte è nella forma
semplice: ìHiga 'eruca'.
25; mant. garó'sola ga/'usola 'rosolaccio'. La seconda pavte
è un dimin. di ròsa.
26; com. carùs'ola (Monti) 'salamandra'. Che la seconda
parte del composto sia il riflesso di un rosùla, come nel num.
precedente, è comprovato da altri nomi della salamandra: valsass.
rosola, Arbedo 7'es'a, Varese hissa-ròs'a, com. rósa marinna.
Il Biondelli registrò anche un com. coru zzala 'salamandra, che
sarà una deformazione di carùs'ola.
27; al 7 (p. 274) è da aggiungere: Regg. Em. garabdttel,
piem. garibaje f. pi., 'cianfrusaglie, bazzècole'.
28; it. grhnaldello 'strumento di ferro per aprir serrature
senza chiave'. E una deformazione di gariboldello, come appare
dal confronto colle voci equivalenti : mant. garaboldell (e rabon-
dell con aferesi di ga-), sgaraboldell, garaboldon, piac. garibold,
mil. piem. gariboldin, piem. gavibaldin, va. garabaudé; Arbedo
hregoldin = *greboldi/i; A'^enez. rimandelo = '^gribaldello. Nella
voce veneziana, come nella variante tose, grimandello e nel
irent. gramandel, vi è dissimilazione di / in n. La seconda parte
del composto sembra rispondere al germ. bolz, as. boli, 'bonci-
nello, caviglia, chiavistello". Per la digradazione di b in iii in gri-
rnaldello, si compari Vii. sernioUino per serpollino. Meno chiara
ò la seconda parte nel brianzuolo gaì'biìsell 'nasello, boncinello'.
29; m.\\. calosson calisson 'ossacela senza polpe'; si die»-
jier ischerno a persona soverchiamente magra (Cherubini). L'ac-
crescitivo di 'osso' appare senza alcuna alterazione nella se-
conda parte del composto della jirima forma.
'.iO; vali, calmouséle 'nascondiglio' (Grandgagn.). Molisele
(' un sost. f. derivato dal verbo vali, mousi 'nascondere, che in
fr. è musser (afr. raucier, picc. muclier), connesso coll'it. smuc-
ciare (Caix 575), sic. ammucciari, soprsilv. micdr, eng. niucdr
(Diez s. musser). Si possono aggiungere: namur. rauchi 'eacher',
jiiov.se rote 'recoin' (Grandgagn.): va. mosse 'tramontare', il na-
scondersi del sole, mòsse m. 'tramonto', rnossen m. '})onente' ^,
Ardenn.: li solo mousn 'le soleil se conche'.
* La pronunzi:! dr-llc voci v.ildostano oscilla tra mòssi'- o ruusc.
?S2 >'igi-.>,
.7/; ted. ìialmduser 'sornione'. Non h impossibile che i Te-
Jeselii abbiiino preso dai Valloni la prima parte almeno di
questo loro composto, ancora inesplicato. Il vocabolo è moderno.
Il Kluge ne fa dipendere la seconda i)arte dal mat. mùsen mau-
sea (s. dukmausor). ^fa la jìrima ben sembra essere il nostro
kal-.
.13; vali, calebote ìialehide • inauvaise voitm'e', e ancora
calehole 'petite armoire, tronc pour aumòne, confessionnal ', ca-
lehnLin 'petite caisse'. Nella seconda parte di questi composti, si
vorrà vedere l'equivalente del fr. halle, afr. houle, it. holle.
33; Vosges caramania cairalinaignai, Metz caramonià,
linguad. charraniagnou, 'magnano, calderajo ambulante'. Nella
seconda parte del composto sono i riflessi dialettali del fr. rua-
fjnieii ' magnano '.
34; mìl. garahhi, lo stesso che roahhi, 'riàvolo di legno
col quale i foi'naciaj l'ispianano l'aja", rispondente al lat. ru-
tabiilu.
13. — fr. carillon.
Significa 'scampanata', cioè suono ripetuto di una o più cam-
pane. Il Ménage, con approvazione, o almeno senza obbjezione,
di Diez Littré Scheler e Kòrting, fece risalire carrillon (cosi
egli trascrive) a un quadri lio, e spiega elio ebbe questo nome
perchè anticamente significava il suono simultaneo di quattro
campane. Ora, questo quad/'iliojie, che suppone un quadrile,
non esiste in Ducange, né altrove a mia notizia, e il suo suffisso
non converrebbe poi al senso. D'altro lato la spiegazione che
il Ménage ne deduce è puramente congetturale. Non è punto
})rovato, e non è anche probabile, clie i carillons si facessero in
alcun tempo col suono di quattro campane. Sé anche si ammet-
tesse che il significato originario del vocabolo fosse quello di
\m 'concerto di campane', rimarrebbe tuttavia da dimostrare che
un tale concerto fosse di quattro campane, mentre è noto che
in Francia, come altrove, la maggior parte dei campanili di cam-
pagna non ha più di tre campane per ciascuno; e quelli che ne
hanno più di tre, ordinariamente ne hanno più di quall^ro, quante
cioè valgano a fornii'o la scala musicale più o mono completa.
Not<3 etimologiche e lessicali. - li. 363
Ma il vero sarà che carillon signitìcò e significa etimologica-
mente 'scampanata di una o più campane', senza che il numero
quattro ci abbia da entrare.
Carillon suppone un tema dimin. dalla base quadru, 'cosa
quadrata', che sarebbe passato a significare 'campana' e 'suono
di campana'; e appunto il va. harrd f . = quadrata, e l'albv.
earron m., quasi 'quadrino' o 'quadratino', significano la 'cam-
pana delle vacche', cioè la campana di forma quadra, la più
antica e la più semplice di tutte, e ben anteriore alla campana
di bronzo a loggia di vaso rovescio.
Daccanto a carillon vi sono in afr. le forme quarreignon e
carenouy che si fanno bensì provenire da quaternione, ma
altro pur forse non saranno che semplici deformazioni di ca-
rillon.
14. — pieni, cass.
11 piem. cass 'rintocco funebre' risponde al pr. e afr. clas,
nfr. glas, che si fa risalire a un popolare classum per clas-
si cu m. La stessa base è postulata per l' it. chiasso (Diez s.
chiasso; Grober all. I 547; K/irting 1935).
15. — \)\em. caoela f/aoela, can. itg. g a i^ eia, y>v. giiauella,
ir. jaoelle, sp. gavilla, 'manipolo'.
Il Thurneisen (p. 62) inclina ad ammettere che gavela pos?a
risalire albi rad. celtica gah, che appare nell'irl. gabàl, cimr.
gafael, corn. gacel, 'prendere tenere', e conforta la sua opinione
principalmente col fatto dell'assenza d'un e iniziale in tutte le
forme romanze da lui conosciute. Ma la piemontese, che è la
prima in capo a quest'articolo, ha appunto una sorda iniziale.
Vero è che óavela si alterna con gavela; ma torna malagevole
il far provenire la prima di questo forme dalla seconda, mentre
il contrario non presenta alcuna difficoltà. Se adunque il piem.
cavela non è una semplice deformazione di gavela, il che al
postutto non si può escludere in modo assoluto, l'argomento in-
vocato dal Thurneisen verrebbe a mancare, e l'etimologia cel-
tica da lui ammessa dovrebbe cedere il posto alla latina pro-
posta dal Diez (s. gavela).
364 ^igi'ii,
16. — piem. cea.
li significato di questa voce piemontese, clu.' occorre anche
nella forma di ceja, è 'graticcio di vimini o di canne', e spe-
cialmente quello fatto in forma di cestino e solito a sospendersi
in aria per conservarvi varj oggetti. Il tema postulato è clèta,
lo stesso cioè che sta a base del pr. cleda, e del fr. claie, e clie
Diez (s. claie) connette coli' air. cliafh e col cimr. choyd.
17. — monf. dèrliò.
Al monf. dèrkó risponde, per il senso, il can. e piem. d'ko,
quey. decó. Entrambe le forme significano 'anche'; monf. dèrkó
me, piem. d' lio mi, 7ni d' ho, 'anch'io'. Corrispondono etimolo-
gicamente a 'di-ri-capo', 'di-capo' o 'da-capo', e perciò alle
forme ladine e ladino-venete derecau darcau, da catto ecc.,
spiegate dall'Ascoli in Arch. Ili 282.
18. — piem. dojt.
Col piem. dòjt m. vanno il can. dòti e il yb. dócc, col signi-
ficato di 'garbo, grazia, modo, cura, assetto'. L'aggettivo com-
pare soltanto nel composto, piem. dès'dójt ds'adòjt, can. désdòtt,
'sgarbato, sgraziato, maldestro'. Da dòcc procede il vb. dócar
col senso speciale di 'governare, curare il bestiame'. Questi vo-
caboli non possono provenire da dùctu, che darebbe in piem.
-ùti -àjt {riilt sujt = rutto asciutto), né da dùctu che darebbe
-ult o -ujt {ridati, ujt = ùnctu). Risaliranno invece a dòctu
da docère (cp. piem. hòjt, 00.11. hot t, vb. koéc, 'cotto', da coctu).
11 Salvioni (Post. s. ducere), connettendo con ductu il piem.
due 'vago, avvenente, grazioso', fu tratto in errore dalla falsa
grafia di'ic data dal Biondelli. Questo vocabolo deve scriversi
due, f. duca, ed è verosimilmente un allotropo di dùs 'dolce' ^.
* [La conciliazione tra dùs dussa 0 due duca può riuscire per ciò, che
siccome la prima coppia risponde a dolce *dolca, cosi l'altra risponda a
dolco dolca, cfr. Arch. X 93, passato al masc. il e che si produceva nel fe-
minile. Di ca in ca sopravvivono ancora più esempj nello schietto piemon-
tese; cfr. Arch. II 128, e cdnter cantore, cànker cancro. Anche vedi più in
là. al num. 28. — G. I. A.]
Note etimologiche e lessicali. - II. 365
19. — can. e-tilii, va. e-tot.
Significano 'anche', come il lion. età etou, e il norm. iton,
sav. ito. La forma lionese fu già rettamente interpretata dal
Chabaneau, come rispondente al fr. et tout (Puitspelu, Dictionn.
si'ppl. s. V.). Per contro Littré spiegava la forma normanjia
come un riflesso di hi e tali s. La forma canavesana e la val-
dostana non ammettono dubbio sulla loro provenienza da et,
combinato con la voce eh' è riflessa dall' it. tutto, fr. tout, ecc.
20. — can. piem. flapa, vb. froppa.
Daccanto ai continuatori del lat. faluppas 'quisquilias, paleas
minutissimas, vel surculi minuti', esaminati da A. Horning (in
Zeitschr. XXI 192 sg.), si possono considerare le seguenti voci
pedemontane: vb. froppa 'verga';- va. frappa 'sarmento'; -
can. flapa 'verga con foglie'; donde il verbo flapar 'percuotere
con verga'; da ravvicinarsi all'it. frappa, che in termine di pit-
tura significa 'fogliame';- can. flapa 'orecchia larga e piatta';
da compararsi coll'ingl. flap of the ear (v.Wedgwood s. flap); -
piem. flapa 'faloppa, bózzolo imperfetto'. Si compari ancora il
mod. vliip 'sarmento'.
21. — can. f/ebi-a, f/uebra, begra 'melolonta'.
Il 'maggiolino', melolontha vulgaris', è detto in vb. gué-
ì)ra, a Ozegna o ih altre località del Canavese e del Piemonte
gebra, a Pi verone bcgìxi (forma metatetica, riflessa anche nel
pittavino brègue), nel Biellese kabra, a Pont-Canavese habriola,
che è un diminutivo del precedente, foggiato per falsa etimologia
popolare sul modello di cavriiiola da capra. Tutte queste forme
pi'^overranno dall'equivalente aat. kèvar chèvaro, nted. kdfer,
svizz. chàbr. Per l'etimologia delle voci germaniche, si vegga
Kluge s. kàfer.
22. — \t. ghetta, iv.guétrc.
Il vocabolo è pur comune all'Alta Italia, alla Sardegna, alla
Provenza, e significa quella specie di calzatui'a che fascia la
gamba e scende abbottonata, affibbiata o lacciata, sulla scarpa.
o(i6 Nigra,
coprendone il toniajo, esclusa la punta. Il nome di questa calza-
tura pare dovnto ai gheroni laterali, col mezzo dei quali essa
si allarga sul collo del piede. Quindi glielta avrà probabilmente
per base un "gdjdita, da yajda, che è parm. e pieni., geda can.
mil, ecc., 'gherone', e direbbe etimologicamente Sgheronata'. La
gajda poi fu già identificata col longobardo gaida 'pilum ve-
stimenti', avendo il gherone la figura di un ferro di lancia (v.
Diez s. ghiera; Caix St. 94). Nella voce francese, il r sembra
epentetico.
23. — piem. gilofrada, can. golifrada, 'garofanata'.
Come al proprio riflesso di carj-óphyllu, cioè garofano, l'ita-
liano ragguaglia la sua garofanata, così il francese a girofie
la sua girofiée. Il canavesano golifrada, che occorre nei canti
popolari ^, inverte le vocali protoniche del piem. gilofrada. Si
può chiedere, per vero, se queste due forme sieno schiettamente
indigene (cfr. piem. garófo gai'ofu.ìlyi), benché il g nella formola
GA-, come il e nella formolo ca-, si possano avere in filoni in-
digeni [cfr. le note ai num. 18 e 28]. A ogni modo esse offrono
la metatesi delle liquide; cfr. sic. galófaru. La forma va. geno-
fleya è notevole per il suo n, che ritorna nei corrispondenti
prov. marsig. juniflado, joimiflado, rouer. ginoufiat, ling. gi-
noìinfìado. Ma più notevole ancora la deformazione dell' ingl.
gUli/loivej-, passato poi, per etimologia popolare, in jidifiower,
quasi 'fior di luglio'. Confrontando il vocabolo inglese col prov.
juniflado, il Behrens, Ree. metath. 107, fu indotto a pensare che
in quest'ultima forma influisse alla sua volta il nome 'giugno'.
24. — piem. grissin; grissa, grissja, gi'rsa.
Il piem. grissin [gèrsin) è il lungo e sottil pane, a foggia di
vei^ga, vanto del forno torinese. Luigi Cibrario nella sua Storia
di Torino lasciò scritto: «Cominciarono in Piemonte a farsi
« dei pani allungati fini di 3 oncie, chiamati grissie, fin dal se-
« colo XVII. Migliorando la pasta, recandola a tale tenacità da
' XiGRA, Canti 'pnpolrri del Piemonte, Torino Ins-^, |,. Wj.
Note etimologiche e lossicali. - II. VS7
« potersi trarre in coi'dicelle lunghe un braccio senza romperle,
« si procedette all' invenzione dei grissini » ^.
E dunque fjrissin un diminutivo mascolino del nome positivo
che in Piemonte Canavese e Monferrato si dice, secondo i luo-
ghi : grissa grissja gressa gersa, e significa propriamente 'fila,
seguenza di oggetti infilati l'uno dietro l'altro e l'uno accanto
all'altro'. Cosi aa grissja significa 'in fila', gersa d'agilóe,
cV vis, 'filare di spilli, di viti'. Applicato al pane [grassa d' pan)
il vocabolo indicò le 'picce di pani', cioè 'più pani attaccati in
fila incrociate a foggia di grata' (cfr. vaiteli, schera di michi
' quattro pagnotte cotte insieme e attaccate come a schiera ' ;
Monti). Oggi queste picce si dicono gersa a gaoass, letteral-
mente 'fila a rocchi', e gersa d' pan significa semplicemente 'fil
di pane, pane allungato', donde il dimin. grissih gèrsin 'pane
in forma di bastoncino '.
Da fjèì'sa 'fila' provengono i verbi pieni, gérsé angèrsé 'or-
dinare, mettere in assetto, riporre'.
Il vocabolo si trova col suo significato originario nel dialetto
di Val d'Aosta: grisse f. 'grata di legno sopra il camino, sulla
quale si affumicano e si seccano le castagne e le noci'; nel
Var: grisso gr eisso, prov. graso, 'claie sur la quelle on fait sé-
cher les figues, ou sur la quelle on met le pain (Mistral)'. E si
risale a un crai io e a da crates 'grata'; onde grissja o (prèssa
d' pah risponderà etimologicamente a 'graticola di pani'. Per
la sincoi3e, si comparino i pieni, irent 'tridente', vél 'vitello',
mùh 'mattone', drc = *deretra)'iu, va. vable 'vitalba', vb. ra-
bjo 'riàvolo' = rutabulu; ecc.
2r). — Y.s. kasiejer 'cercare'.
Rifletterà un quaesiicare, da *quaestare (fr. qurfer) pro-
veniente dal part. di quaerere.
* Il prof. r. Rosa, nello sue Atjgiv.nLe a Uelcuento tedesco nel dialetlo
■pieììiontese, Bra 1800, p. 7, citando il Cibrario, fa derivare rjrisshi e rjressa
dal tod. rjries 'tritello, semolella'.
368 Nigra,
24. — VB. krijalés'irji.
Significa 'stridìo alto e prolungato', e dovrà essere connesso
col tose, crialeso 'raganella', che il Caix (St. 301) rettamente
fece provenire da kyrie eléison. A Noto (Sicilia): 'ntra un
crialesu 'in men che non si dica'.
25. — inciid- nei riflessi pedemontani.
Anche nei dialetti pedemontani V incùdine assunse denomina-
zioni che si scostano più o meno dalla base del latino classico
in end-. E sono principalmente i piem. «/?few.9'o m.,cdi\\.ankiis'è)i
f., VB. ankwis'èn anhioiclèn {d da s) i., monf. lankiois'o m. col-
r articolo agglutinato. Le prime due forme, secondo che già fu
riconosciuto, rivengono a inkùgine sull'analogia di aeru-
gine ecc. Le altre devon rivenire a inkicdigine, sull'analogia
dei nomi latini in -Igine.
Daccanto ad ankus'o vi è in piem. la forma ankwljo m., che
sarà un incudic'lo.
26. — dXio-iidX. kandul a fjandiUa handvola ecc.
11 collare di legno, metallo o cuojo, delle vacche, pecore, ca-
pre, a cui è appesa la campanella, è detto in can. e vs. kandula,
gandula, in lomb. kandiwla, kanavra, kandura kandola, in
trent. kanndyola, kanndola, in va. óenevalla colla solita pro-
gressione dell'accento in voce proparossitona, nei Bassi Pirenei
kandulo. In Piemonte, kandtda è l'anello mobile cui si unisce
la catena del giogo dei buoi che tirano l'aratro. A Belluno, ka-
ndijola è il collare di legno con cui i bifolchi cingono il collo
ai bradi, e anche 'gorgozzule'. Nel venez. e pad., i plurali kanóle
kandule valgono le 'fauci' (Muss. beitr. 41). Nei Bassi Pirenei,
candido significa pure una specie di focaccia in forma di anello
0 corona. A Blenio, il collare del campanello delle vacche è
detto lianva.
Da quest' ultima forma, riportata a cdaapa, si potrebbe essere
indotti a porre per base delle voci precitate: *canàpula, sup-
ponendo che il collare, prima che di ferro o di legno fosse stato
di canape (Salv. dial. d'Arbodo s. canàura). Ma questa ipotesi
Note etimologiche e lessicali. - II. 369
non ha veramente altro motivo che la forma del vocabolo di
Elenio, la quale potrebbe anch' essere una semplice deformazione
popolare di kandola. A ogni modo, quella etimologia, oltre che
sarebbe contraddetta dal fatto dell'essere questi collari da per
tutto in legno, cuojo o metallo, e non mai in canapa, non spie-
gherebbe poi l'anello dell'aratro e le fauci.
Si dovrà piuttosto ricorrere a catena, e vuol dire a *cate-
nabula. Il significato etimologico del vocabolo sarebbe in fondo
'l'ordigno per cui si catena'; e a codesto collare si suol difatti
assicurare la catena di ferro delle vacche nelle stalle durante
la stagione del pascolo. La derivazione non dovrebbe esser no-
minale, perchè allora non si difFenzierebbe gran fatto dal valore
del nome primitivo (cuna e un a bui a), ma piuttosto verbale (ve-
nari venabulum). Sempre però potrebbe es.sere opposta la dif-
ficoltà che non ci sia indizio di un lat. catenabula e che di
simili formazioni non ne fioriscano sul territorio neolatino (altro
sarebbe per es. il lomb. cadenil 'quel ferro o legno a cui nel
camino sono appese le catene da fuoco'). La derivazione da ca-
tena spiegherebbe del resto anche il nome dato all'anello del-
l'aratro a cui è attaccata la catena, come pure le fauci e il
gorgozzule degli animali, intorno a cui si legano le catene. E
l'anello della catena spiegherebbe finalmente la focaccia in forma
di corona.
27. — vs. lauelj, piem. lajòl ajól.
Il 'ramarro' è detto in vs. lauelj, in piem. can. lajòl ajól, in
monf. lajó, in vb. viól^ in Br. liòu, in gen. lafjd.
Nel vs. lauelj si dovrà riconoscere la legittima risposta di
(\\xq\V ah-oculu da cui dipendono l'ait. avocalo, fr. aveugle, afr,
aveulle aveide, va. avuljo aiUjo, con l'articolo concresciuto.
Nel VB. viòl è all'incontro aferesi dell' a ^ Il ramarro si sarebbe
detto il 'cieco' per la stessa ragione che in alcuni luoghi fece
* [Notevole la voce vs. anche perchè mostri in questa composiziono
l'identica figura che nello stesso dialetto è per oc'lo allo stato isolato:
ztélj Arch. Ili 30. Nella voce va., all'incontro, questa coerenza punto non
s'avverte. La voce vb. , finalmente, ricorda col suo io il trittongo che è
nel pi. fr. ijeux. — G. I. A.]
Arcliirio glottol. ital., XIV. 23
370 Mgra,
attribuire la cecità alla lucignola e alla salamandra (v. qui so-
pra, a p. 271, s. cerkcu'ia e c'às'ija).
Il piem. can. lajòl ajòl fu altramente dichiarato da Flechia,
Arch. Ili 160. Ma la comparazione di queste forme colle prece-
denti, e col piem. can. òj 'occhio', da *òlj, persuaderà a mandare
anche ajòl sotto ahoculu. Il br. Uòu, e la variante piem. ìiól,
concordano col piem. lajol, salva l' attenuazione di aj- protonico
in /. — Nel gen. lago il [j sta per v. Ma oc' lo allo stato iso-
lato darebbe ógga al genovese. E avvien perciò di chiedere se
lagd sia riduzione di un lagógga di fase anteriore, o non piut-
tosto un'imitazione di forme piemontesi.
Codesta etimologia avrebbe una singolare conferma nel ted.
eidechse 'ramarro', se que.sto si dovesse interpretare: 'avente
gli occhi velati'. Il Kluge, partendo dalla forma aat. egici elisa
f., e fondandosi principalmente sull'asass. evnthcssa, non esclude
che la prima parte del composto convenga col ted. auge, lat.
oculus. Ma il secondo elemento è per lui 'ganz dunkel'. Ora è
possibile che questo secondo elemento abbia una base proveniente
dall' aat. decchan, nted. decken, 'velare, coprire'. — Un altro
ravvicinamento potrà tentarsi, quanto al significato etimologico,
tra le voci liguro-piemontesi e le tirolesi tedesche di Luserna,
trascritte da Schneller (s. rochenstoz): eggelsturz eggeUlorz
(ramarro). Se in queste voci la prima parte del composto ri-
flette, in forma diminutiva, il tema che è nel ted. auge, la se-
conda parte andrà coUted. stiirzeti 'coprire voltando, umwen-
dend bedecken' (Kluge s. v.), onde sturze 'coperchio'. Il senso
etimologico di eggelsturz sarebbe, in questa ipotesi, 'avente gli
occhi velati ', come nel ted. eidechse, di cui il vocabolo tirolese
sarebbe un sinonimo.
28. — piem. limoca 'giaggiuolo'; limocé 'indugiare'.
Alle forme piemontesi rispondono le can. limuga e limugar
collo stesso significato. La base di limoca limì'f/a è un Hmv-
lica, da llmula, o meglio dal A'erbo *limulicare. Il nome fu
applicato all' ireos di qualsiasi colore per la forma delle sue fo-
glie fatte a guisa di lima, o di lama di coltello, che valse a
questa pianta il nome di gì ad i ohi s in latino, di '^ttfCov, (fddya-
Note etimologiche e lesisicali. - II. 371
vov in greco, di schìoertel in tedesco ecc. In piemontese, il
'giaggiuolo' (=gladiolu) si dice pure al pi. kutcj m., e kutélc
f., 'coltelli', come a Montone: in va. hot da culter; nel co-
masco spadée.
La monotona lentezza del lavoro della lima suggerì il verbo
limulicare, riflesso nel piem. limoóé e nel vb. limugar 'indu-
giare, esitare ' [v. per la ragione fonetica, la nota a dòjt, p. 364].
Analogamente sarà del vali, limesinar 'jaresser'.
29. — piem. mas'ucé, can. mas'uvér.
Il significato di questo vocabolo in entrambe le regioni è
'massaro' e 'mezzajuolo'. Il Salvioni, nelle 'Postille' al vocabo-
lario del Kòrting (5077), pone a base di esso il lat. mansue-
tariu 'domatore di belve'. Ma il tema è il bl. mansufiriu,
foggiato su mansus di 4.'' declinazione, 'fondo colonico'; e la
forma toscana massaro avrebbe all'incontro per base: mansa-
riu da mansum di 1.* declinazione (di che vedi però: Asc. XIV
344). La base mansuàriu ritorna nei vocaboli valloni equiva-
lenti masuier maisowier (v. Grandgagnage, Dictionn. II 019).
I BL. mansus, si della 1." che della 4.'"^ declinazione, il fem.
mansa e il neutro mansum, sono tutti esemplificati dal Du-
cange, il quale registra pure, daccanto a questi temi, i rispettivi
derivati mansarius, mansuarius, mansoarius, masoerms.
30. — VB. melja meja, 'mucchio di fieno'.
Le forme valbrossesi risalgono senza dubbio a mètula da
mèta. Si comparino can. piem. seja da sètula, veja da vé-
tula, VB. celì/a pure da vetula. Al semplice mèta, collo stesso
significato, risaliranno le forme com. meda (mil. medin 'stollo'),
BR. TR. mjd {= meja coli' accento risospinto), afr. e picc. moie,
VA. meja (cp. seja va. = séta).
Il dimin. mètula è posto dal Diez a base del fr. meule 'muc-
chio di fieno 0 di paglia'. Ma questa etimologia è contestata da
Meyer-Lùbke (Zeitschr. XIX 97), che preferisce la base mola.
372 Nigra,
31. — engsid. mirica.
L'engad. minca 'ogni', mine un 'ognuno', che il Piilt {Le
parle?^ de Seni; Losanna 1897, p. 156) ravvicina dubitativa-
mente al celt. manti, risponde in realtà al minka- del pieni, min-
katant 'ogni tanto' (monf. ninkakivand 'ogni quando'), e al-
l'antico mil. omiunca, che son considerati come riflessi di omni-
unquam: Diaz s. ogni; Ascoli, Arch. VII 537; Nigra, Arch. XIV
289-90.
32. — ìomh.monatt.
Questo vocabolo, che s'è fatto notorio per la celebre descri-
zione della peste nei Promessi Sposi, ha in milanese, secondo
il Cherubini, i seguenti significati: 'sùdicio', — 'uomo prezzo-
lato per far la guardia ai morti di fresco', — 'infermiere di
appestati', — 'scaltrito'. L'accrescitivo monatton equivale a
'sudicione'. Nel comasco, monatt significa anche 'briccone'
(Monti), a Piacenza soltanto 'becchino'.
La forma del vocabolo mostra chiara l'origine provenzale. In
questo idioma maunat, corrispondente all'afr. ìnauné, significa
'mal-né, mal-élevé', e 'méchant'; e in prov., come in afr., maunet
risponde a mal-7iet cioè 'sùdicio', cfr. basso eng. malnett 'mal-
propre' {malniUs = ted. nichts nùtz, 'vaurien'), Pult, Le parler
de Seni, p. 70. Quest'ultima voce passò, in forma di maimett,
col suo senso naturale di 'sùdicio', in Piemonte e Canavese. In-
vece in Lombardia i prov. maunat e maunet si fusero nell'unica
forma monatt [ch\ pa.y. ììiondt 'monello'; Salvioni 'Quisquiglie
etimologiche', p. 7], che vi prese, con quello di 'sùdicio', gli
altri significati qui sopra riferiti.
Parallelo al non indigeno monatt, abbiamo in Lombardia l'in-
digeno malnati malnatin, che si dice nel basso milanese dei feti
vaccini pecorini porcini ecc., nati anzi tempo.
33. — piem. oììja 'incontro'.
Occorre nella frase andé an obja 'andare alla rincontra'
(Gavazzi). È un interessante riflesso di obviam, *ovjam', cfr.
jòvia, piem. gohja 'giovedì'.
Noie etimologiche e lessicali. - li. 373
34. — piem. can. plarBl.
Il piem. can. pkiì^bl, monf. pleura, s^en. praeléu, m., è il 'fungo
pratajuolo'. Il vocabolo è dissimilato da un prarBl praaròl di
fase anteriore, equivalente a pratariolo. La dissimilazione, nelle
forme pedemontane, fu forse ajutata dall'etimologia popolare
tratta dal can. p/«r, piem. pie, 'pelare' e 'spellare', a cui si pre-
stava questa specie di fungo dal cappello coperto di bianca pelle
che si suole levare prima di cuocerlo. [V. ora: Salvioni 'Qui-
squiglie etimol.' p. 13.]
35. — can. pìinjol.
Il 'timo serpillo' è detto punjòl nella Valle di Castelnuovo,
pundl in Val Brosso. Le quali voci sono deformazioni d'un ser-
py II e òhi, con abbandono della sillaba iniziale e dissimilazione
di LL^in n. L'aferesi si produce egualmente nel fr. plllolet, va.
polliolet, e nello svizz. rom. pignolet, che rioffre la dissimila-
zione di ì in n. Notevole la vocal labiale che s'ha nel versante
italiano per Vy greco; e notevoli per altre deformazioni gli it.
pepolino e sermollino.
36. — VA. pussa, lion. poussa, f., 'polvere'.
Queste forme sembrerebbero favorire l'etimologia proposta da
Horning (Zeitschr. IX 499) per il iv. poussière, che sarebbe per
una derivazione di pulsa 'sospinta'. Si veda però: Asc. Arch. II
423 n.
37. — Di una buse rapu ecc., a cui accennino
molte voci neolatine.
Lo sp. rabo 'coda' può far pensare al lat. rapu, la rapa di-
stinguendosi, fra le radici bulbose esculente, per la sua coda
dritta e sottile; e s'ha poi lo sp. raposa 'volpe', che avrebbe
a dire 'la coduta' (cfr. Kòrting 6657), con p anziché h (v) ^ La
* Cfr. nello sp.: rabeto ali. a ra2J0. E per altri & da p: afr. rabe 'rapa',
fr. abeille, piem, tébi tepidu, stibi stipite, pjuba 'pioppo', monf. sabiirc
'assaporare'.
374 Nigi-a,
'coda' si fa sentire anche nel fr. rdble, che è il dorso inferiore
del lepre e del coniglio colla coda dritta, spellato e preparato
per la cucina o per la tavola. Già il Ménage faceva risalire
questo vocabolo francese a rapuluni; un'etimologia sommaria-
mente condannata da Scheler, si per la forma e si per il senso,
ma che rimane pur sempre probabile anche per la forma; cfr.
(a tacere del ni. Grenoble e del contestato àfr. eslouble): fr. e
afr. doublé cable pueble. Né si deve del resto escludere che la
voce francese, appartenente al linguaggio di cucina, potesse ri-
sentire qualche influenza dialettale, occitanica o spagnuola; cfr.
in Provenza e Linguadoca: rable rèble e rèple (Mistral).
Alla somiglianza colla 'rapa' farà ancora pensare il nome
provenzale del poplite: roba, cui fa riscontro il bresc. ravott
'gamba e coscia di bambino jìafFuto'. E una rassomiglianza più
che mai stretta colla 'rapa codata' mostra il campanello a mà-
nico verticale, qual si usa principalmente nelle chiese, detto in
pr. rabaiety in can. rabajiti.
Sempre nello stesso ordine di idee, il diavolo, il 'coduto', è
detto in italiano e specialmente nel furbesco: rabidno raboino,
neir 'argot' fr. raboin, lion. raboiim, mil. rabboi rabozz, e poco
diversamente in altri vernacoli. 11 vocabolo avrebbe anche ol-
trepassato il territorio romanzo, se qui appartiene, come pare,
la voce popolare di Vienna d'Austria ravuzl 'diavolo'. Non
vorrei affermare la metatesi, ma citerò ancora in quest'incontro:
Vs. barajno barisco, pieni, barabijo barabu, 'diavolo'; e inoltre:
monf. emil. barnif, pieni, beimi f, berlikk (anche bergam.), emil.
barnik, 'diavolo'; piem. barabdu 'spauracchio, diavolo, folletto',
col quale si potrà forse connettere il tose, maramàa ^.
* F. Valla, nella Rivista delle tradizioni popolari italiane (I 370), riferisce
che in Salicetto, nella provincia di Cuneo, Baraban, Maraman e Barahan
cutela sono i nomi d'un essere imaginario, che viene invocato dai genitori
o dalle nutrici per intimorire o far tacere un fanciullo che dà noja. Il Ba-
raban viene con un grosso bastone e con un sacco per mettervi dentro il
fanciullo discolo e portarlo in una prigione, detta Carniiscina. Nella stessa
Rivista (641), A. Frontoro scrive che in vai di Taggia ligure il Barahan è
una delle molte trasformazioni del diavolo, un fantasma grande e brutto
con un sacco dietro le spallo por mettervi i bimbi cattivi, p] S. Chiarelli
Note etimologiche e lessicali. - li. 375
Il concetto di 'coda, deretano' ingenera quello di 'stràscico';
e ne proviene ima numerosa serie di voci alto-italiche e proven-
zali: piem. rablé, can. rablar, vs. rabilar, va. rabellè, quey. ra-
belai', gen. rebelldj 'strascinare'; piem. rabell 'struscino', e quindi
' disordine ' e ' chiasso ', rablada ' strascino, lungaggine ', rablera
'codazzo, sequela', a rabliin 'strasciconi', lùmassa rablojra (vb.
rablera) 'lumacone ignudo', vs. rabileri 'striscia'; mil. rabott^
romagn. rabast 'stràscico', romagn. rabazcr 'miscea, strascico
di cianfrusaglie', pieni, rabast 'strascino, rete', rabastiìin 'spaz-
zatura', rabasté 'trascinar per terra', rabascé, can. rabassar,
'ammucchiare, spazzare e portar via', quev. rabaslar rabastear
'ramasser'; pr. rabai rabel 'ce qui est entraìné par le vent,
r eau, ou le baiai ', rabaid rabald ' traìner rafler ', rabaiun ' ba-
layures', rabattd 'ramasser'.
Ed eccoci all'ancora inesplicato fr. rabdcher [ravdcher nel
Lacurne citato da Littré) 'répèter souvent et inutilement la méme
chose', e anche 'far strepito' (Oudin). Questo verbo si connette,
nella radice come nel significato, cogli anzidetti piem. rablada
'stràscico, lungaggine', e rabell 'stràscico' e 'chiasso', col va.
roMé 'tardo, che trascina in lungo', e nella formazione, col
piem. rabascé, can. rabassar, quey. rabastear, pur citati di so-
pra; cfr., oltre il già citato piem. rabast, il rabdt del Beny,
che significa 'chiasso' come il piem. rabell e i mil. rebell rebel-
loU. Il verbo piem. rahasce significa 'trascinar via oggetti spaz-
zando', il fr. rabdcher 'trascinare il discorso ripetendo'.
Sia finalmente lecito qìii addurre quest' altra serie di voci :
mil. rabott rabottell rabotlon, mant. raboj, tose, rabacchio ra-
baccìiino, em. boi. rabac rabbucceit, sp. rapaz rapagon rapa-
rigo, 'ragazzo, monello'. E insieme sia esplicitamente dichiarato,
che qui si mira piuttosto ad aggruppamenti lessicali che a so-
luzioni etimoloofiche.
(ivi p. 723) racconta che noi Polesine, alla vigilia dell" Epifania, ijuando la
fiammata della Befana accesa sulla piazza sta per spegnersi, le madri, per
far andare a letto i bambini che hanno assistito alla baldoria, li minacciano
della venuta del Barabau o Barabahau che porta via i fanciulli indocili e
disobbedionti.
37G Nigra,
38. — agen. reosso {arreosso), ngen. arrosd',
pieni, ami) OS sé, anibossùr.
L'agen. aì'reosso 'a ritroso' è ricondotto da Flecliia, Arch.YIII
383-4, a *ad-revorso; e a conforto di cotesta spiegazione, si
citava da lui il ngen. arrosd 'ritirare', che egli interpretava
per *ad-revorsare. Ora, la connessione tra questa voce e le
precedenti è manifesta, poiché arrosd procede dal ngen. roso,
che è la forma moderna corrispondente all' agen, reosso, e la
frase fd roso significa appunto 'far posto, ritirarsi'. Ma tutti
questi vocaboli, anziché da revorsu, dovranno più precisamente
procedere da retrorsu ad-retrorsu 'a ritroso', come è in
ispecie dimostrato dal significato di arrosd, che non é già quello
di • rivolgere ' o • rovesciare ', bensì quello di ' ritirare, trarre da
banda '. Le voci liguri reosso ecc. vanno cosi col tose, ritroso ;
e circa il dileguo di tr, si può qui sopra vedere al nm. 3.
Nello stesso luogo, il Flechia faceva risalire a *invorsare
*invorsu il gen. hnbosd e il piem. anibossé (can. ambossar,
monf. arabussé), 'capovolgere, rovesciare', e i rispettivi aggettivi,
gen. imbosi'., piem. a/mboss 'capovolto, bocconi'. Ma è difficile il
separare queste a'Ocì dalle equivalenti occitaniche: apr. abauza/',
npr. aboiisd. \ìng. abaicsd, 'coucher sur le ventre, retourner un
objet sens dessus dessous', apr. abauzos, npr. d' aboussoun, alp.
a.baous ecc., 'à plat ventre, ventre à terre' (Mistral), colle quali
ultime concorda pure il can. ambossun 'bocconi'; e vi si può
aggiungere l'equivalente vald. a buco. Ora, se la connessione
tra le citate voci occitaniche e le liguri-piemontesi è fondata,
— il che non sembra potersi mettere in dubbio, — la loro co-
mune provenienza da *in versare *invorsu sarà certamente
illusoria, postulandosi per l'apr. abaìtzar ecc. una base eviden-
temente diversa. Questa poi sarà la stessa da cui sorsero le
voci bosa di lat. barb., apr. boza, npr. bouso, 'pansé des ruini-
nants' (Mistral), it. buzzo 'ventre', buzzone 'panciuto', busec-
chio 'ventre d'animale'. Il significato etimologico dei vocaboli
alto-italici imbosd ambossé ambossun, come quello degli occita-
nici abauzar abouzd, concorderà quindi col loro significato sto-
rico, che è propriamente 'mettere il ventre a terra'; e troverà
Note etiiuologiche e lessicali. - li. 377
un riscontro logico nelle voci di senso affine, it. bocconi, svizz.
rom. a botzon, lion. à bouchon, pr. d'aboucoun, apr. cat. sp. abo-
car ecc., il cui senso letterale è 'metter la bocca a terra'.
È parimenti da rigettarsi l'etimologia del piem. ambossitr
'imbuto' da *invorsoriu (Flecliia 1. e). Il vocabolo piemontese
non può disgiungersi dagli equivalenti, vald. òmbugóu, lion. em-
bossoù imbossu einbossoù, delf. emboussouor, vel. emboussaire
(cp. VA. èmbosè 'imbottare'), ecc. E questi egualmente non pos-
sono separarsi dagli equivalenti, pr. emboiUadoù, alp. embou-
tour, apr. embotayre, vs. èmbutjéur. La base postulata da questa
doppia serie di vocaboli sarà la stessa su cui si fondano l'afr.
busse, il fr. bosse, il lion, bossi, i barb. lat. buza bota butta,
il ling. boi, il pr. bout bouto ecc., 'otre, tonnello'. Il pieni, am-
bossùr, al pari delle voci affini precitate, significherà quindi eti-
mologicamente HmboUatore *imbottigliatore. E di tale significato
si ha la riprova nel verbo piem. cmibossé la lessija 'imbuca-
tare', cioè 'imbottare i panni nel mastello del bucato'. Qui ap-
parterranno probabilmente anche l'it. imbuto, e l'afr. enibut, ma
la loro formazione non è abbastanza chiara.
39. — can. ribja.
Il can. ribja f. significa 'costola', e risponde all'equivalente
aat. rippi, nted. rippe ribbe.
40. — mil. sherpa, skirpa.
11 mil. sherpa o skirpa, l'arbed. skèrpia, significano il 'cor-
redo della sposa', e anche il 'corredino dei bambini' (Cherubini,
Salvioni). Questa parola non è diversa, per l'etimologia, dall' it.
scarpa 'calzatura'. Entrambe le voci risalgono all'anfr. *skarpa,
che dal senso originario di 'squarcio' passò a quello di 'tasca',
come fa dimostrato nell'articolo su ma sk arpa, Arch. XIV
287 sg. Alle voci citate in quell'articolo, possono aggiungersi
l'it. scarsella, fr. escarcelìc, 'tasca, saccoccia', da scarpicella
(Diez s. sciarpa), e il vali, skerpia {scrcpia skeùrpia) 'boite
d'écorce de cerisier, de saule, pour y mettre des fraises, des
myrtilles ecc. '.
La relazione logica tra la tasca del lìcllegrino e il fagotto
della sposa, non ha bisogno di essere spiegata.
378 Nigra,
41. — gen. seizella siyuella safiaegga f. 'cecilia',
anguis fragilis.
La prima di queste forine risponde all'it. cecella (v. Kòrting
1462). E siguella, cioè *si(jurella, sarebbe italianamente cecu-
lella (da caecula); come saguegga, cioè "^saf/uregga sarebbe
italianamente cecuUglia. Si comparino le voci di eguale signifi-
cato : VB. sas'iUja, can. ciìs'ija, e ancora il mil. cerkaria {= ce-
liarla) 'salamandra', qui sopra a p. 271.
42. — Di forme in cui è s;kl e hi iniziale.
Qui si prescinderà intieramente dalle basi germaniche (come
klachjan Mappe slap) che si sono addotte o parrebbero da ad-
durre a fondamento delle voci dei Neolatini alle quali s'allude.
Non è qui badato se non a un molto modesto incremento del-
l' inventario.
Di sld in slij o se parrà sicuro esempio l'it. schiacciare, cui
sta allato il can. scassar 'stringere, serraro, comprimere'. S'ag-
giunge l'aggett. piem. can. scass -a, monf. scasse -ia, 'stretto,
fitto, compatto', che trova accanto a sé, con singolare termina-
zione, gli equivalenti che seguono: posch. scìddssar, mil. scdsser^
vaiteli, scesser, com. cassar, e con terminazione più ancora sin-
golare: mì\. scdssak, in-àc. scassa;) {^a\. scassili, hovgoi. scassego,
alomb. schiasseo, Arch. XII 430). Il monf. ha pure un sost. m.
scassi scass ar kor 'stretta al cuore'. Questa qualità di produ-
zione morfologica non può non meritare qualche considerazione
]iella ricerca sulla qualità originaria della base o delle basi.
Per quello che è delle forme nominali, prive del s- cioè dell'ex-
di *ex-clappare *ex-claptare, sciapa ecc. (cfr. Kort. 4543),
sieno qui aggiunti: piem. can. capp 'coccio, stoviglia, ciottolo',
cap(?/ = clapètum DC. 'ammasso di ciottoli', can. caperà, apr.
clapiera {iv\\x\. hlapìne) 'luogo ciottoloso', piem. capela 'scheg-
gia di pietra, coccio' (o 'trappola').
E dallo 'scheggiare' venendo finalmente al 'recidere', sia le-
cito qui aggiungere all'afr, chapler, riferito ad un cap[u]lare
latino (Kort. 1634), i piem. capi'dc, apr. cat. capoular, quey. cha-
pelar chapourar, gru}'. tsapUà, sp. capolar, 'tagliare a pezzi';
Note etimologiche e lessicali. - II. 379
onde il pi\ capouloun 'coupon', e il can. kàpid 'pezzo di legno
o trùcciolo spiccato dal tronco nel tagliarlo, segarlo o accon-
ciarlo'.
43. — ca.n. sk iodi m. 'dolore'.
Si direbbe un incrociamento di ^squalo {squalo: squalère
squalor : : cZiw/o: dolere dolor; cfr. Ardi. II 436) col ted.
guai {., aat. quella, ' pena, tormento '. Prevarrebbe il tedesco nel
significato, il latino nel genere.
44. — \Àe.m. skìcaré.
Il piem. skivaré risponde etimologicamente all'it. squadrare,
exquadrare, ma con significato più esteso. La voce piemontese,
con cui è connessa l'equivalente vb. shioarrjar, significa: P 'ren-
der quadro un oggetto, ma specialmente un toppo colla scure ' ;
2" ' piallare ' ; 3" ' scivolare '. Il terzo significato proviene dal se-
condo, come il secondo dal primo. Il concetto di 'piallare' im-
porta quello di 'render liscio'; e lo 'scivolare' può parere equi-
valente a un 'ri-lisciare'. 11 mi], squarrà già 'irrompere, preci-
pitare, rovesciare', coincide nella forma e non si scosta molto
da codesto senso; coincide poi anche nel senso il va. égaré 'sci-
volare' = piem. skwarc.
45. — VB. skice 'qualche'.
Qui s'aggiunge nuova messe alla messe già abondante clie
danno gl'Indici al I voi. dell'Archivio, sotto non-so-chè (p. 546c).
Lo skive valbrossese si usa in senso diminutivo o spregiativo:
skwe sol 'qualche soldo', skwe lece 'un po' di letto'. Non è di-
verso il valmaggese ihi squè 'alcunché' riferito dal Monti; a
Arbedo um suquè 'un non so che'. In va. è saké 'qualche cosa,
alcunché'; in vallone: saké 'quelque chose', saki 'quelqu'un',
saous 'quelque part', saqaantz 'quelques', forme già ben chia-
rite dallo Scheler (Grandgagn., Dictionn.W 334 n).
Il VB. skwe (= s' kwe) significa dunque: '[non] so che', come
il VB. skioant {= s kwand), usato per dire 'una volta, tempo fu',
risponde a ^ [non] so quando'. Nell'equivalente di Val Chiu-
solla: naskìoant {^- na' s' kìoand), ìa particella negativa persiste.
380 Nigra,
Il VB. sJaoardaJ)J) , sinonimo di skwant, e il pur vb. skioinlapp
' poco fa ', cioè ' [7ionJ so quanti [giorni] \ presentano un' appen-
dice, forse enfatica, e a ogni modo non chiara.
46. — can. s'réjnsar; fr. vincer.
Al pieni, urs'ensé 'risciacquare' corrispondono le forme cana-
vesane s'réjnsar s'ransar s'rinsar, yb. sranpar. Gli equivalenti
dei dial. italiani, i francesi, provenzali e ladini, alcuni dei quali
escono in -tare (astig. ars ante, nap. arrecentare, sic. ricintar i,
apr. recentar, ecc.), furono esaminati dal Mussafìa e dal Flechia
(Beitr. 94; Ardi. II 28), e da essi giustamente riferiti a recen-
tiare recentare.
Nelle forme canavesane è manifestamente s'r da rs', e s'réjn-
sar s'rinsar ecc. cosi corrispondono a *'rsèjnsar *'rs'insaì' ecc.
Una consimile metatesi, ma in senso inverso, occorre nel yb.
'rsen 'sereno', che sta per sren.
Nello stato presente delle indagini sul fr. rincer, afr. raincier
reinser (vald. ronca), sarebbe forse temerario il supporre che
anche in queste forme si sia prodotta la metatesi di recenti are
in *serincer soirincer e insieme il susseguente dileguo della sil-
laba iniziale scambiata per il pronome riflessivo.
47. — can. stapell.
Nell'alto canavese (valle di Castelnuovo) col nome di stapell
è detto un ' bastone corto che si lancia sugli alberi per abbat-
tere le frutta'. Donde il verbo staplar 'abbatter le frutta col
bastone lanciato sull'albero'. Il sost. stapell è il diminutivo d'un
tema corrispondente all'aat. siap 'bastone'.
48. — Riflessi di stillicidium.
La voce latina (stillicidium stiricidium) richiede ancora essa
medesima esplorazioni di varia maniera. La sua larga prole
neolatina apparisce, per ora, alquanto insubordinata e qui altro
non si presume se non d'incominciarne una rassegna un po' me-
todica.
Assai notevole, come riflesso integrale, è il cn. slalis'èj', cui
stanno allato i bisillabi vb. stalcjcl stelèyd slaléjf {f= s). Nello
Note etimologiche e lessicali. - II. 381
stesso CN. appare insigne, con diversità desinenziale, l' altro tri-
sillabo stalas'en, cui rispondono mirabilmente il borm. sielegini,
il fassano stales'egne, Schneller 197. L'ampezzano siragegna,
citato nel medesimo luogo, ha r anziché l; ma un r ridondante
sarebbe nel nonese starlèze, solano sterléze, ivi pure addotti,
che fermano anche per la ragione dell'accento. Il Trentino ci
darebbe ancora, per ulteriore derivazione: stralezavi ib. 196; e
ai friul. strizzai strizzèis strincèis, forme non bene perspicue,
starebbe similmente allato uno sirizzeùrie. Il sinonimo vb. cli-
stelj, finalmente, ci fa quasi perdere la traccia della base latina,
e più ancora il va. cletè, ugualmente per 'stillicidio'.
49. — ant. lom. snello, lomb. si'iell.
Il snello della 'Parafrasi lombarda d'un testo di Grisostomo'
edita dal Forster, Arch. VII 78, 39, significa propriamente in
cotesto luogo ' chiodo, fermaglio ' di sepolcro, e non sarà diverso
dal moderno lomb. silell, pav. siÀé, ' acciarino della ruota o della
mola', e anche 'chiodino di legno per le scarpe' (Cherubini,
Biondelli, Salvioni Arch. XII 436, XIV 215). Risaliremo a *su-
bello, da su bùia in-subùlu; dove son da confrontare lo sp.
subilla, pg. sovela, aventi lo stesso senso del lat. subula.
Ad origine diversa risaliranno le voci dell'Alta-Italia signifi-
canti il 'pungiglione' delle api e vespe: gen. sagiiggu sagòggu,
piem. saviill sailll saviij scmj savi], alomb. sauglio, a,vh. segiij,
bellinz. slgtrj', lomb. seuliim, vald. seuTim. Una certa congruenza
di significato e un'apparente somiglianza formale poteva giusti-
ficare l'ipotesi d'un ravvicinamento di queste voci col germ.
saule seuel (aat. suila, got*siwila) 'lésina punteruolo', con im-
mistione di acùleu. Ma già il Flechia, Arch. Ili 167 n, aveva
intuito la diretta provenienza delle voci ligiuM e piemontesi da
aculeu, pur lasciando senza spiegazione il s iniziale. E ora la
spiegazione ne è fornita dall'Ascoli, nel suo studio persuasivo
intorno a Truentu, Arch. XIV 344.
Nel canavesano abbiamo poi, per equivalenti del piem. sa-
viill ecc.: sejf srijf, che ricordano in modo singolare V ejvja
'agucchia', ejvjér 'agorajo', dello stesso dialetto.
382 Nigra,
ÒO. — can. /apcll .
In canavese si dice lapell il 'mucchio di fieno', lasciato nei
prati dopo la falciatura, prima del trasporto al fienile. Dal nome
viene il verbo iaplar 'fare i mucchi del fieno nei prati'. Il vo-
cabolo risale al ted. stapel 'mucchio', stapeln 'ammucchiare'.
Per l'aferesi del s, si compari l'it. tappa di fronte al fr. étape,
clie Diez connetto con questa stossa parola germanica stapel.
51. — it. tarpare.
Il significato di tarpare è 'tagliare, mozzare', e si dice spe-
cialmente del tagliar le penne delle ali agli uccelli perchè non
volino. Il Diez lasciò questo vocabolo senza spiegazione. È ve-
rosimile che la forma originaria fosse drapare (o veramente
strappare), passata per aferesi di .9 in irappare, onde tarpare.
L'aferesi avrebbe preceduto la metatesi, e sarebbe stata promossa
dall'analogia delle voci italiane in cui si avvicendano tra- e
stra- come trascinare strascinare, tralucente e stralucente, e
simili. Ora, collo *slrapare, che s'è ricostruito, è identico l'afr.
estraper nfr. étraper 'tagliare la stoppia coW etrape (falcetto)'.
Il Diez ravvicina le voci francesi allo svizz. strapen 'spellare,
sfrondare', e al bavar. straffen 'ritagliare, scemare, mozzare'.
Il significato della voce bavarese coincide con quello di tarpare,
e questa congruenza è un valido argomento in favore della con-
nessione etimologica delle due voci.
Ma la storia del vocabolo svizzero e del bavarese è ancora
ignota.
52. — VB. vAvra, acònito napello.
Uno dei nomi popolari medioevali dell'acònito era luparia
(herba luparia; Rolland, FI. pop., 1 96). Ma da codesta pa-
rola è atfatto impossibile venire ad ijlcra. La voce valbrossese
sarà piuttosto una deformazione del nome germanico popolare
dell'acònito: loolfsivìirz, dan. idveurt, letteralmente 'radice di
lupo', corrispondente al sic. 'erba luparia', e al fr. 'herbe au
loup'.
Note etimologiche e lessicali. - II. 383
53. — can. (oisca, lomb. ven. vìscc, lad. vlscla.
La base che si riflette nel can. loisca 'verga' (donde iciséar
'vergheggiare') è comune alla Lombardia e al Veneto {visca),
alla Svizzera romanza {vouista), e alla regione ladina {viscla
ristia', V. Mussafia, Beitr. 121, Ascoli, Arch. I 284 n, 356). Manca
al Piemonte occidentale, alla Francia, alla Provenza, alla peni-
sola iberica. Le voci provenzali giscle cisoie 'verga, virgulto'
ma anche 'getto', gisclas 'bacchetta' e 'serpente', engad. gèisla
gàisla jdisla, hanno origine diversa, e vanno col ted. geisel,
aat. geisla, f., 'verga, flagello'.
Il Thurneisen, Keltor. 59, fa risalire viscla ad un celtico *i)li-
scdy rappresentato dall'air, /lese 'verga, bacchetta, linea', e si
prova a connetterci pure il fr. flèche (it. freccia, piem. can.
fìeca). Ma lasciando andare il fr. flèche, la cui dipendenza da
^vliscd è per lo stesso Thurnevsen tutt' altro che accertata ^, e
limitandoci al nostro viscla 'verga', parrà difficile ammettere
una parentela così diretta, come quella che è presunta dal Thur-
neisen, tra un antico vocabolo irlandese, di cui non si ha traccia
nelle regioni cambriche, né (a prescindere dal tanto problema-
tico flèche) in Francia o in Provenza, senza dir della penisola
iberica, e una corrispondente parola romanza vivente nel Pie-
monte orientale, nel Lombardo- Veneto, nel Trentino, nella Sviz-
zera e nelle regioni ladine. Finché quindi non saranno trovati
gli anelli intermedj della catena che deve congiungere la parola
irlandese colla romanza delle Alpi, il ravvicinamento di viscla
con flesc {vlisca), malgrado la congruenza del significato, ri-
marrà abbastanza incerta perchè sia lecito tentare un'etimologia
meno lontana.
Il Noreen prima, e poi il Ceci (Rendic. Acad. dei Lincei,
Ser. V, voi. IV, 631) hanno stabilito la provenienza del lat.
virga da *uizga, con relazione all' aat. tmisc da *ic'isgi (ingl.
foisp). Questo stesso tmisc germanico, col suffisso diminutivo la-
* La provenienza germanica di flèclie (dal neerl. flits, secondo Diez) è
messa da iMackel (98) tra gli esempj non sicuri. Tuttavia essa rimane
finora ia più probabile (v. KUigo, s. flitzbogen, pfHtschen e pfeil).
384 Nigra, Noto ctiniologicho e lossicali. - IL
tino, ben potrebbe esser la base del nostro viscla, che verrebbe
COSI a riuscire quasi un allotropo di virga.
A questa etimologia si può obbjettare che nelle regioni, dove
la voce l'omanza che qui si esamina è in uso, la risposta a io
germanico oscilla tra g gu e o w, od è ferma al secondo ri-
flesso. Così nella regione ladina, daccanto a visa si trova §uisa,
nel veneto e nel trentino occorrono vindol e guindoli vadanar
e (juadanar, nella Svizzera romanza vouéro e guéro, nel lom-
bardo guindol e vardé ecc. Solo il canavese e il friulano ri-
spondono quasi esclusi vamentQ per w v: csm.ivarir loardar loer
'guari' loacar ^guatare' lolndul loajar ^urlare' wanar loamp
'guanto' ìoapp luati 'guaito' ìoèkk 'curvo' icers 'storpio' loinar
'dondolare'; friul. vuari cuardà nere 'guerra' uevc uadagnd
uadià 'sposare' ecc., daccanto a uisghe viàsglie 'verga' {guida
'guidare' sarà voce importata). Ora, in tutti i luoghi dove esiste,
per quanto si sa, il riflesso di risela, esso dà sempre v o iv,
non mai g gu. Non comprendo tra questi riflessi il vallone set-
tentrionale guiche 'bàtonnet' (Grandgagnage, Dict. II 597 n), la
cui origine è incerta; e lascio ai giudici competenti il decidere
sulla portata di codesta obbjezione.
I DIALETTI ODIERNI DI SASSARI,
DELLA GALLURA E DELLA CORSICA.
P. E. GUARNERIO.
[Continuazione e fine]
§ III. NOTA RIASSUNTIVA.
I singoli paragrafi delle annotazioni che precedono, mostrano
già per sé medesimi le divergenze che intercedono tra il sas-
sarese ed ,il gallurese, formandone due tipi dialettali ben
distinti; e mostrano insieme per quali esterne influenze il sas-
sarese si distacchi dal tipo sardo originario (logudorese), e per
quali altre il gallurese. Tuttavia, non sarà forse superfluo
riassumere qui per sommi capi le principali dissi uiiglianze, on-
d'essi divariano dal fondo comune indigeno.
II sassarese ne differisce anzitutto per questa caratteristica,
che egli mantiene distinta la continuazione dell'i e dell' u tonici
brevi da quella dell'i e u tonici lunghi, riflettendo l'i accentato
breve in sillaba aperta o chiusa per e (nm. 21 e 24) e l'u ac-
centato breve fuori di posizione o in posizione per o (nm. 36
e 40). Ha poi comune col gallurese V-i di contro all'-e del Lo-
gudoro (nm. 58). Risolve le formole -ariu e -oriu in -ar/gu e
-oggic (nm. G I e 31), che è quasi uno svolgimento assimilativo
della fase meridionale -a/'g -org, e ingrossa lo J iniziale e me-
diano in g. (nm. 75 e 77). Ha proprie risoluzioni per JL s n e
dinanzi all'i in iato; che sono: l per lj (nm. 78), i per sj
(nm. 82), n per nj (nm. 83) e zz per cj (nm. 87). Nel parlare
plebeo, volge costantemente a r il -l- (nm. 97). Continua cl- per
e (nm. 106), -cl- per ce (nm. 107); analogamente gl- per g e
-GL- per gg (nm. 112 o 114). E a tacere di minori disparità
sporadiche, sono finalmente esiti specifici la palatalizzazione di
Archivio glottol. ital., XIV. 26
386 Guarnerio,
se + a od i, che riesce a s (nm. 140), e l'assibilazione di e'- in
z e ài -e'- in i ( nm. 162 e 163).
11 gallurese, rispetto al vocalismo, diverge dal tipo sardo
logudorese per la caratteristica di mutare in a Ve dinanzi a rr
ed altri nessi di r*^ (nm. 16), la quale è pur comune al còrso
oltremontano. Rispetto al consonantismo, se ne distacca in quanto
riesce, per le formolo studiate al nm. 75 77 93 95 106 107 112
114 174 e 175, alle articolazioni e" e g~, comuni alla Corsica,
le quali si possono considerare quasi un'anticipazione dei profe-
rimenti che s'incontrano in tutto il territorio toscano (nm. 75 n).
Offre analogamente il suono speciale nn, come risultante di nj
GN ng' (nm. 83 e 178). Risolve lj in dcj, come se movesse dal II
meridionale (nm. 78) ; continua CJ per ce (nm. 87) ; conserva in-
columi le sorde originarie -e- -t- -p- (nm. 158, 179 e 185) e la
sonora -d- (nm. 183), come pure il e anche mediano (num. 162
e 163).
Nella flessione i rapporti tra dialetto e dialetto convengono,
coni' è naturale, con quelli che la fonologia ci mostra; e potrebbe
parere ozioso che qui vi s'insistesse.
§ IV. APPUNTI LESSICALI.
abeddu, tmp., assai; a beddu a becldu abondantemente Sp. ve; cfr. tmp.
un beddu un mucchio, gen. du bcllu molto.
abbadalcA^ gali., abbacchiare; contaminazione dello sp. badalar con l'it.
bacchiare.
abbaiddd, sass. , dov'è comunissimo l'intercalare abbaklda guarda, anche
log. abbaidare; ripete lo sp. aguaitar Kòrt. 8842, con la labializzazione
della gutturale, cfr. log. abbà = *aggud 2^ prs. sng. dell'imper.
abrigà^ gali., coprirsi, prendere il ridosso, anche log. abrigare \ è lo sp.
abrigar Kòrt. 670, e uno spagnolismo sarà pure l'aggettivo abrigu, e
non voce indigena, come parve al Salvioni post. it. al voc. lat.-rom. s. v.
abucatu, crs., poveretto, meschino; ben collegato dal Falc. 581 con l'it.
bujo, quasi 'abbujato', infatti crs. buc'u = 'buTÌu. Si usano altresì skii-
ritu sa.ss. iìihtcru obscuru, niellu om.nieddu nigellu, tintu tinctu,
tutte voci di commiserazione, desunte metaforicamente dal 'bruno', di
cui si veste in segno di lutto ; cfr. i versi : Hanno Unta la sua razza
B' un color oscuru e tetru^ Tm. 82 e sim.
Il sassarese, il gallureso e il córso. Appunti lessicali. 387
aburgttii, sass., tumulto, chiasso, aburutlà baruffare -oni chiassone, log. ah-
hulottu -are, mer. abbolottai o avolotai, ecc.; tutti foggiati sullo sp. al-
boroto, cat. avalot Kòrt. 232.
acca, sass. tmp., arditezza, coraggio, log. azza o aita filo, taglio e metafor.
audacia e sim., da *acia per acies. Figuratam. nel tmp. ili' azza di
la bidda all' entrata, all' orlo della città, cfr. log. aita de monte schiena
di monte.
accakhunaddu, sass., ammaccato, accakkà acciaccare, ammaccare, log. cak-
kare; dallo sp. achaque; Canello III 383 n e Kòrt. 799.
accicppd, sass., inzuppare, tmp. accupd -i, mer. -ai; sp. chupar Kòrt. 7954. '
akkunglpu, sass., conforto, log. akkunortu -are; sp. conhortar Ascoli X 7 n.
addugà, tmp., conservare, log. dogare tirar da parte, ecc. Sp. ve. e Arch.
XIII 118.
affakka, sass., accanto, crs. affakhu vicino, cvs. tmp. affa kkattc affacciato;
pur log. Arch. XIII 113; la gutturale vi è forse geminata per influenza
dell'altra forma più recente, facca^ largamente estesa nell'isola, cfr.
mer. a facci dirimpetto.
affri^uegga, v. s. avvilguà.
affuente, v. s. puali.
aihliu, sass., scodella; il log. aisku ali. a disku dishuedda, mer. diskua -eddu,
mostra che si risale a discu, e Va- si dovrà alla concrezione dell'ar-
ticolo sa disku s' adisku, in cui sarà caduto il -d- intervocalico, come
in airà adirare e sim.
alabà, gali, e di tutte le varietà sarde, come nello sp.
albata -td, gali., vomero, arare, srd. sett. alvada, log. (Nuoro) arvada, mer.
orbada; da urvu Muss. beitr. 66 n, ma commisto con vervactu, cfr. log.
(Nuoro) barbatare dissodare il terreno, barvattu -are maggese, fare il
maggiatico, gali, balbatu -à, ali. a log. arvattu -are, alvatu -are sempre
nello st. sign.
ammazzamariddu, sass., è il tose, ammazzaniariti sorta di spilla lunghis-
sima, Fanf. u. t.
anketla {fi l'), crs., dar lo sgambetto, da anca nel sign. di 'gamba"; anche
sass. anhalitta, log. on^allitta {fa^er s') camminare con un jiiede ecc.
ano 0 ino, sass., forma sincopata del parlar plebeo por 'signore'; crs.
so 0 su ira., m come nel gen.
appattà, crs., acchetare, contentare; cfr. it. patta in far patta, impattarla.
apprisurd, sass., affrettare, mer. appresurai; ò lo sp. apresurar.
apprittà, tmp., costringere, incalzare ecc., log. apretu -are mer. -at ecc.;
dallo sp. aprelar Kòrt. 655 e v. innanzi s. priità.
appus'entu -a, sass. gali, e di tutta l'isola, altro spagnolismo.
388 Guarneiùo,
arbitronu, crs. om. , arbusto, Ort. d'i, che presuppone *arbitu ali. ad ar-
butu Parodi st. it. fil, class. I 427 n.
an-epikà, sass., ornarsi, pure del srd.com., ben arrepikaddu attillato; cfr.
it. ripicchiarsi, sp. repicarse Caix st. 489.
arribbà, sass., conservare, log. arribbare; non altro che *ad-ripare, ma
notevole pel sign. a cui ò passato. Il log. arrìbare mer. -ai ali. all'in-
digeno bènnere, sono forme italianeggianti.
arrinikatii, tmp., arrabbiato, quasi *ad-renecare da nequam Flechia Vili
371, come il log. arringare adirare, far rabbia, sass. arringa-arringa
arràbbiati-arràbbiati , col sign. del mil. gina-gifia. Alla stessa famiglia
apparteranno le voci dello Sp. ve. : log. rennegare mer. -ai sett. -à in-
quietarsi, rennegu -oste, renne§a-rennega ecc., oltre il mer. reninà -osu
stizzirsi ecc.
arrumbatu, tmp., appoggiato, log. arrumhare, vanno col sass. arrembassi
arrémbaddi appoggiati Arch. XIII 115, e non sono da confondersi con
le voci mer. arrutnbulai rotolare, arrùmbulu o riiìubulii rullo, a rirni-
bulu rotolone, arrumbulonai aggomitolare, rumbuloni gomitolo ecc.,
che sono da glomulu con gì- dissimilato in r- e l'epentesi di b, cfr.
log. lóritmu 0 lómburu, lóruma-lòruma rotolone, lorumare o alloru-
mare ecc. Muss. beitr. 64 e Ascoli II 424.
arrunkd, sass., ragliare, àinu arrunhendi asino che raglia, log. arronkare
mer. arrunhai, gali, ronku raglio; da roncare, cfr. Muss. beitr. 96,
Kòrt. 6975.
arrunzà, crs., spingere innanzi, e a chi tira fune o altro si dice arrunza.\
vale pure incurvare, piegar la schiena: sempre arrunzà lu spimi a la
fatica, Tm. 292; cfr. livorn. arronzare affaticare, logorarsi Fanf. u. t., srd.
mer. arrunzai o ì'unzai contrarre, raggrinzare, raggricciarsi, che sono
tutti da unire al cat. arronsar contrarre, incurvare Parodi rom. XVII 53.
askecu, crs., schifo, ashegale -osii sudicione, schifoso, sass. àliìiamu alìììa-
mìli, log. àskamu -ile -osu -are ecc.; cfr. sp. asco Kòrt. 331-33 e Sal-
vioni XII 388 e XIV 205.
assatocii, crs., abbrustolito, kastana assatoca marrone d'una certa specie
facile a sgusciarsi quando è arrostito, VI. 71 n; da assare.
assussi^à -addu, sass., quietare, quieto, log. sosserjare mer. -ai; sp. sosegar.
assustii -à 0 sustu -a, tmp., spavento -are, sass. assulpu -addtc o insulpà\
sp. siisto.
attracca (a l'), crs. csm., all'imbrunire, Tm. 196; penserei ad una'metatesi
di *ad-tardiare, e pel senso cfr. sp. tarde, srd, sas tardas [orasj, ife
attardarsi e sim.
aUriffi, sass., arrischiarsi, log. attrivire o atrevire; sp. aireverse.
Il sassarese, il gallurese e il còrso. Appunti lessicali. 389
attuntund -addii, sass. , sbalordire -ito, da tontu balordo, sciocco, di tutta
l'isola e pur del crs. ; sp. toìtfo Kòrt. 887 e 8229.
avviliteci, tmp., osservare, e Sp. ve: gali, avviliguà -atu, log. avveriguare o
averguare -adu verificare ecc.; ripetono il cat. e fiYi.averigiiar Kòrt. 253.
Sulla stessa voce si è foggiata, per la nota maniera di derivazione
verbale, il sass. plebeo avvritjuegya o affriguegga guarda un po', ima-
gina!
augà, gali., aonibrare, augancu ombroso, detto del cavallo; sarà *a[b]u-
r i a r e da b u r i u .
aun'zà-, sass., aizzare, detto più comunemente del cane, log. aun'zare; non
ostante lo i, par da ragguagliare con l'it. aizzare e auzzare, venez.
uzzare ecc. Kòrt. 181, e parimenti il gali, auccà con la palatina in luogo
della sibilante, cfr. nm. 76.
azzgtta, sass. e log., sferza, staffile, tmp. accatta -a, mer. accottu -ai; ripe-
tono lo sp. azote, cfr. it. dottare nap. zotta ecc. Kòrt. 822.
azziippà, tmp., urtare, log. azzuppare -ada, mer. azziibbai o ziihbai ecc.
Kòrt. 8238 e v. più innanzi s. zimfa.
bakkila, gali., asola, da bacca, donde anche il cat. baga, che tal e quale
occorre nel sass. e log. con lo st. sign.
badonu, crs. om. srt, burlone, da badare, cfr. tenere a bada ecc.
bagattelle, crs., donne da nulla, VI. 95; è l'it. bagattella Kòrt. 991, che dal
primo sign. di 'giuoco di bussolotti' passa a quello di 'cosa da nulla'
e qui a 'donna leggera', non senza influenza di bagascia.
ballotta, crs., castagna bollita, bst. vallptta, anche it., sp., ecc.
bambgsa, crs., gozzoviglia; ò il fr. débauché, cfr. piem. desbaucia it. bisboccia,
in cui si è immessa la base bomb- bamb- 'bere'.
bambù, sass., sciocco, scipito, senza sale, ed è pure srd. com., insieme con
molti derivati: mar. bambittu bambizeddu, seti, bambareddu, log. bam-
biginu ecc.; anche ìt.bambo Kòrt. 1028. Aggiungi sass. bambgikhu nello
stesso sign., ma solo di persona, e por la desinenza, dove sarà meta-
tesi di vocale, cfr. it. babbiocco.
banzigd, sass., dondolare, altalenare, a banzigaroni a cavalluccio, e Sp. ve:
log. bdnzigu -gare -palella -rjanenna, gali, banziharedda -hajgla e con
assimilazione zanzikA e azzihd; cfr. gen. bdgi^u bangi^u Parodi et.
gen. in Giorn. ligust. 1885 e Kòrt. 1016.
barra, sass. e srd. com., mascella, come nel cat. Kòrt. 1062 e rom. XX 58.
barrunzeddi, sass., guardie campestri, log. barranzellu -eddu, mer. barra-
cellu; cfr. it. bargello Kòrt. 1056, ma le voci sardo sono rifatte sullo
sp. barrachel.
bassa, gali., cosso; ò il cat. bassa pozzanghera Kòrt. 1021.
390 Guam e rio,
bertule, sass. srd. com. e crs. om. srt., bisaccie da cavallo; etimo ignoto,
ma siano ricordate le 'equas ruralium quas bertolatas Longobardi
vocant', di Alb. da Mussato ap. DC. ad voc.
biddisó, sass., passero, e pur log. sett. Sp. ve; la base ne sarà forse pullu,
con V u alterato nelT atona; il suffisso mi è oscuro; cfr. il mer. pil-
loni rom. XX 69; la stessa base sarà nel ni. BiKJdiisò villaggio del
circondario di Nuoro,
bómbulu, crs. om. srt., orciuolo, it. bómbola sorta di vaso di vetro da tener
vino, dal gr. [ìó^^v'Aog vaso; e con l'it. bómbo il 'bore' vanno log. bumbu
e abbiimbu st. sign., abbumbare gali, abbumbà ubbriacarsi.
botta, sass., stivale, crs. botte, log. bota, francesismo.
bóttulu, crs., bottoncino e anche pallino nel giuoco delle boccio, VI. 101;
it. botta, gen, botta la noce con cui si tira nelle altre giuocando a ca-
stelline.
brandali, crs. om. srt., treppiede; da aggiungere alla serie delle voci dialet-
tali, come gen. brandA, mil. brandinà ecc. raccolte dal Muss. beitr. 43 n.
brandoni, gali., ghiaccinolo, mer. candelabro; è lo sp. blandon fiaccola
Kòrt. 1319 e pel sign. gali. ctV. mil. e pieni, kandlott, bresc. kandira ecc.
brea, sass., grido sostant., brià gridare, brca grida verbo, con q in accento
che accenna ad i ; crs. om., brionu il grido, brinnd gridare, li briona
grida lamentevoli, gali, briaticu attaccabrighe; da mandare con briga
-are Kòrt. 1345.
brinkà, tmp., saltare, brinkittu saltarello; anche log. e sp.
troccM, crs., specie di quagliato, anche gali.; 'brocius concreti lactis gru-
mus massa' DC.
bubùa, sass., voce infantile per 'male, dolore'; log. crs. bua, come nel tose,
sp., ecc.
bukkalottu, sass., stupido ecc. rom. XX 62 n.
buccihoni, sass., pugno col dito medio ripiegato in fuori, log. buccikone
mer. -om cazzotto; si risale a biilcu per bnlzu polso, con la notata as-
similazione le in ce', cfr. gali, bulconi pugno, abbiilcunà cazzottare, it.
bolcionare ecc.
budifjone, crs. bst., uomo panciuto, cfr. ^Qn. budegu sorta di pesce e pan-
cione, dalla base bot- che è in bot-ulu; da aggiungere alla serie
delle voci affini in Muss. beitr. 35 n ; ma il gen. budisùh sarà d'altra
origine.
buffa (a), crs. bst., a ufo; la stessa voce incrociatasi con buffo.
bu^attina, crs., bambola, diminutivo del gen. biigata, cfr. gali, buattoni bam-
boccio, piem. bilata ecc. Ascoli II 125 e Parodi et. gen.
buriana, crs. bst., burrasca, it. buriana o burana, log. boriana vento impe-
Il sassarese, il gallurese e il còrso. Appunti lessicali. 391
tuoso; anziché a vaporeu Diaz 359 e Gaix st. 237, penserei a bo-
rea vento del settentrione che porta pioggia e nebbia, cfr. mer. bòrea
nebbia, log. abbuerà -are e fra gli altri dialetti fuori dell'isola il ven.
bora vegl. bura Ive IX 153.
burr'ikkulu, sass., somarello, log. bitrriku -eddic; sp. horrtcco.
buzéfaru, gali., intrattabile, alterazione popolare di bucefalo.
kag'arone, crs. om. aj., sputacchio e metaforicamente sudicione; deverbale
da *kag'arà -^hacarà metatesi di *karacà dalla base krak- con a
inserto; cfr. it. scracchiare Flechia III 124 e sass. iìil'iarrasu -a, log.
harram o iskarrasu -à ecc.
kagifola, gali., cacchione; come la voce it. da cat'lu + suff. di diminutivo,
Ascoli Vili 518.
halà, tmp., sass. e pur log. e mer., tacere; sp. cattar.
kalasu, sass. e srd. com., cassetto, p. es. nell'augurio: a zent' anni , fiH
masi e dina a kalasi; è il cat. calaix Caix st. 332.
kamallu, crs., facchino, come nel gen.
kanteg'g'a, gali., guancia, crs. kantefa, log. kanter'zu, mer. hantrezu, rom.
XX 62; manca al sass, che usa barra o kc'wana.
kara, tmp., faccia, come nello sp. , donde karazza maschera; invece sass.
accarà, sett. accerà, log. akherare affacciare, modo avverbiale akkera,
p. es.ìstare akkera stare alla finestra, continueranno cera, come l'it.,
Ascoli IV 119-21 n.
karakolu, crs., quella specie di cerchio che nelle cerimonie funebri fanno
i convenuti, quando si mettono a cantare; significazione metaforica
della voce, che ritorna nel log. karagolu specie di chiocciola e anche
morsa, strettojo; cfr. it. caragolo chiocciolino di mare, ali. a caracollo
-are Kòrt. 1646.
karapina, sass. e srd. com., sorbetto; è anche tose. Caix st. 2.54 e gen. nel
senso di 'sorbettiera'; sp. garapinar congelare.
karetta, sass. e log., cuffia; spagnolismo da kara faccia.
karinu, sass. e gali., carezza, log. kariùare -osu ecc.; sp. carino.
karrafma, sass. e srd. com., boccia; sp. garrafa.
karraggà, sass., coprire, tmp. karrag ij à e skarrag g à coprire e scoprire,
Xog.karral'zu -are ingombro, calcinaccio ecc., e anche 's,dL%s. karrag gu
materia d'ingombro, rottami, inharraggaddu ingombrato. Di etimolo-
gia per me non chiara.
harrela, sass., strada, dissimilato da karrera log., gali., sp., ecc.
hasali, gali., dente molare, anche log. e mer. ; è il cat. caixal.
hateroccii, crs., in iscorcio, da lato, VI. 01 e kàlero callaja stretta con can-
cello, poi quale s'entra di lato; anche bst. katargccu di sbieco, cfr.
392 Guarnerio,
it. catorchio chiavistello e lucch. catro cancello. Non si risalirà a rad.
ted., come pensava il Gaix st. 260, ma a clathru, come già notava
il VI. 1. e, ridotto per dissimilazione a *catru Pieri XII 118, ma v.
jMuss. beitr. 68 n. Ritornerà lo stesso etimo nell'it. catorcio o catarzo
legno secco che si forma presso il taglio ai tralci delle viti.
hattocca, sass. e log., frottola, bugia, kattucccri bugiardo; per via di meta-
tesi dallo sp. chacota, che si ripete dal log. e mer. cakota -are -ai.
kàvana, sass. e tmp., guancia, e Sp. ve: log. kàvanu guancia, -ada schiaffo,
-ale sguancia del freno, e in senso morale -ile marchio ecc., ali. a log.
e mer. kàvana roncone, mer. kàvuna st. sign., log. kavanzola roncola
potatoja. Due serie diverse di sign., ma certo unite di origine. Non
persuade gabata, né cavu, Kòrt. 3548, che dovrebbe perdere il -v-;
ma non ho di meglio.
kavila, crs,, pizzetto grosso e dozzinale, VI. 46; notevole pel sign. speciale.
hdvriu, crs. epe. (Rogliano), usignuolo Falc. 574, ali. al comune filutnena, e
inkavriulassi mettere il tralcio, il viticcio; mi fanno pensare a capreu
nome di animale e insieme di pianta, come Vìì.capriolo Ascoli VII 518.
kedda, sass., settimana, ali. a tmp. Mia, log. hida, mer. cida, notevole per
Ve in accento, da non confondere con kndda Flechia mise. 201.
campa, crs., zampa, che è pure it., lucch., Fanf. u. t. e Arch. Ili 16'^.
canka o zanka, cr?-., gamba, come in it., donde log. zankone stinco, gali.
zanhanu zoppo.
cavonu -una, crs. om. srt., chiacchierone -rare; va col tose, ciabare fre-
quente a Siena per 'chiacchierare uggiosamente e senza proposito',
■ Fanf. u. t. ed entrerà in famiglia con ciaba, ciabattino e sim.
cìddeyi, gali., bettola, log. zilleri; è lo sp. cillero, cfr. lucch. ciglieri can-
tina, Pieri XII 114.-
cimagga -osti, sass., cispa -oso, gali, cummaha -osu, log. zimiga -osu ; dallo
sp. cima tenerume; mentre il mer. ciddika -osu è da ciddu ciliu.
cincaluli, crs. bst., sonagli; cfr. per la prima parte l'aret. cincianella frin-
guello, Fanf. u. t.
cappuzzu, crs., pajolajo, aggiustapignatte, e in Sp. ve: srd. coni, cappuzzu
-are ciabattino, acciarpatore ecc., ra.(ìi\accapuzzai -adori -amentu, e con
altri suffissi: srd. com. cappinu -are, gali, cappinà -adori, log. incappu-
lare, tmp. incappulag^ gu imbroglione, ecc.; tutte voci da collegarsi
allo sp. chapucear cat. xapusser; Parodi rom. XVllI 60.
cukulellu, crs. Piccolino, cuku piccolo, bst. ciigu -a; lo stesso che l'it.
ciuco asino giovine, cfr. giucco Caix st. 288.
kola, crs., cera colata in un funerale, log. kolu colatojo, Salvioni post. s. v.
korcu , crs., misero, infelice, voce di commiserazione o di carezza; anche
Il sassarese, il gallurese e il còrso. Appunti lessicali. 393
• tmp. holcu, sass. holzu kozzu kulzarp.ddu, log. korzu; se da corculu
VI. 21 e Falc. 586, il :; sass. e log. accenna a voce non indigena.
kozz-a, tmp., sett., mer., zeppa, bietta, log. kofta; sarà *coccea desunto da
cocca nel sign. di pezzo, frantume Kort. 1972 e Arch. II 335. Dallo
stesso etimo, mev. hozzina, log. hozzif/ma, sett. kozzikina ceppaja, e
parimenti mer. ozz'di con caduta del h-, e azzili con o- in a-, log. at-
tile e con la nota prostesi battile collottola, nuca, pel qual sign. cfr.
sp. cogote; infine con senso morale da un *hottile corrispondente al
mer. [kjozzilì^ discendono kottilesa -osic durezza, cocciuto.
krabbinni, sass., fico primaticcio, log. krabiotie , gali, kaprioni ; che si ri-
torni a capreu?
kicccH e kuccukku, crs. , cagnolino, è lo stesso che Tit. cuccio; anche
R3.?,s. kuccuccUy e gali, kaccuccu , che mostra l' incrociamento di cuccio
con lo sp. cachorro, ripetuto dal mer. haccurrii.
huenta, crs. om., nell'esclamazione: La me' quanta d'ugni cosa, Ort. 22, che
è tradotta 'accomplie en toutes choses' e nelle note è spiegata: 'bieu
faite, faite au tour, et, par extention, accomplie'. La ragione dell'ac-
cento distoglierà dal pensare al gen. ant. cointu da cognitu Flechia
Vili 339 Salvioni XII 425, che ha pur sign. vezzeggiativo.
kuerinu, crs., quartiere, la quarta parte della pieve VI. 72; cfr. it. quarra
quarta parte dello stajo, log. e sass. karra misura di solidi, e anche
piazza, strada, p. es. karra grande e karra piccola due strade cono-
sciutissime di Sassari; da quadra rom. XX 59 e Hofm. 109.
kuidaddu, sass., fretta, tmp. akuitta imper. fa presto, log. kuidare o koittare^
mer. akkoittai ecc. ; dallo sp. cuidar cat. ciiijtar.
kullà, crs., salire, bst. kpllii salgo; anche it. collare scendere e alzare, ecc.
kunolu, sass., cesto, canestro, gali, kouu, log. konzu -ale, mer. kungali -eddu
tutti per 'vaso di terra cotta, l)Occale', da congiu; anche qui coi due
'sign. che occorrono nell'it. cogno, misura di liquidi e cesta intessuta
di vimini.
kurata, crs., gugliata, tratta di filo dalla rocca al fuso; quasi *[a]corata
da *acora, cfr. it. agora aghi e agata quantità di filo che riempie l'ago.
kuricgni , gali., conocchia, mi ha l'aspetto di un derivato diminutivo di
kolu, quasi *kolic'lu col sufi, -one; lo Sp. ve. registra log. korizone
de limi tortoro di lino, de lattuka la parte più tenera nei cespi di lat-
tuga, ma in (piesti avrà da fare piuttosto lo sp. corazon.
denfji -eri, gali., smanceria, smorfioso, log. denf/e mer. den^i ecc. ; sp. dengue.
dicrtta, crs., carestia; e il fr. disette, od è pur del gen. ant. Flechia Vili 349.
diccosu, sass., gali, e srd. com., fortunato, disdicca -adu ecc. ; come nello sp.
dilihansd, sass, divagare, confortare, log. diskansare mer. -ai; sp. descansar.
394 Guarnerio,
dimmaju, sass., deliquio, log. e gali, dismaju -are\ sp. desmayar.
dibarattu^ sass., disordine, log. disbaratare ecc.; sp. desbarato.
dispidì, tmp. e srd. com., licenziare ; sp. despedir.
duiipsti, sass. e tmp., leggiadro, grazioso ; ancora sp.
erbile, crs., finocchi e altre erbette selvatiche, di cui si fa buona zuppa,
VI. 68.
fajfaruzza, sass., mollica, briciola, log. far faruza^ quasi *furfur-ucea,
cfr. infatti sass. fùjfaru log. fùrfaru furfure * e tose, friscello *[fur]-
furicellu Caix st. 326. Pel passaggio dal sign. di 'crusca' a quello
di 'briciola' considera il mer. farinalla *farinacula pezzetto, briciola.
falà, crs. tmp. e sass., discendere, e Sp. ve: sett. falare scendere, metaforic.
smagrire, faladu sparuto.
fercu, crs., chiavistello, paletto; potrebbe essere da un derivato di veru,
cfr. pist. verchione, ma ferru v'entra sicuramente, cfr. gen. i feri i
chiavistelli.
fiaddu, sass., pecora, bestia, capo di bestiame, gaU. fiatii log. fadii; da
*fetatu, cfr. log. fedare figliare, fedale della stessa età, prov. e friul.
feda pecora, ecc. Kòrt. 3213 e Salvioni post. s. v.
ficculà, Crs. om., guardare, tmp. fggulà o fugyulà, sass. fggulà ali. al
log. ojare *oc'lare occhiare e gali, uguld quasi *oc'lulare, mi pare
accennino ad una commistione di fixare + *oc'lulare. Più oscuri
mi sono i cvs. fidic'd fdig~à fulid sempre per 'vedere', nei quali po-
trebbe essere incrociamento di fixare con videre coli' elemento di
derivazion verbale -c'a o -ia.
friata {ora), tmp., ora tarda, sass. o. f riadda, log. o. feriada; da feriare
far vacanza, che è pur del vocabolario it.; e s'intende come 'ora di
ferie, di vacanza, di riposo' passi a indicare 'ora tarda'.
frassadda, sass. e mer., coperta, log. fressada sett. -aia; anche bergam. ant.
fresada Lorck altberg. 191, ma le voci srd. ripeteranno lo sp. frazada.
franka, sass. e srd. com., branca, zampa, e Sp. ve: log. franhada sett. -ala
brancata, manata, mer. frankas gancio, grafiio. Cfr. mer. farrunka -ada
zampa -ata affarunkai -ankai artigliare.
frasà, crs., fracidare, bst. frazi tu fracidi, come il tose, fraiio Arch. Ili 398,
il gen. fraSiu, coi quali vanno sass. fra'zig§u -«, gali fracikà -humu ecc.;
altra cosa è il log. frazare consumare, come va corretta la voce ad-
dotta Arch. XIII 118, e v. per ora Salvioni XII 404.
* É il terzo grado della farina; il primo è detto sìmbula simila, il se-
condo pófìdine pollen.
Il sassarese, il gallurese e il còrso. Appunti lessicali. 395
frineri, crs., portatore del freno nel corteo nuziale; il freno è una conoc-
chia, circondata in cima da molti fusi, infioccata di nastri e con ap-
peso un fazzoletto a guisa di bandiera, VI. 15; metatesi del gr. cpeQviq.
frisettu 0 f rigetta, crs., nastro, h^ì. frusettu, quasi 'piccolo fregio' Falc. 584,
frisatu ornato di nastri, e di un gallo è detto: lu cresti-doppiu-fri-
giatu Tm. 248, cfr. lucch. fregetto Pieri XII 172, gen. fre:etu, ecc.
fri.sH, sass. e log., serratura, tmi^. is frisa schiudere; quasi *ex-flexare
da flexu, cfr. log. ant. affliskata Arch. XIII 115, fr. ant. flexir ecc.
Kòrt. 3325.
frula, crs., trottola, andrà con Tit. frullo, che si dice dei bambini che non
possono star fermi, come la trottola.
farrui/gà, sass., frugare, log. forroju -are mer. forro§H -ai ecc.; anziché
ad un derivato di furca rom. XX 65 n., si risalirà a un *foric'lare
da *furicare addotto dal Thomas rom. XXIII 458, con avvicinamento
a forru furnu, il che mi pare che basti, senza postulare un *fur-
nuculare ib. 457 n.
r/aiu, crs., gioja, infjaju rallegro, gioisco; è \"\L gajo sostantivato.
ganci, sass., tmp. e srd. com., voglia, brama, ecc. ; ben noto spagnolismo.
gariccu, sass., giuoco che fanno i ragazzi con delle pallottoline, che get-
tano con le dita dentro una buca; quando entrano in questa, dicono fa
gariccu; lo stesso che il ^an. gaicu.
góggulu, sass., culla, log. gókulu, quasi *cloculu, cfr. cógga nm. 33.
gabba, g~ab'i o g~abbn, tmp., bravata -are -eggiare ; cfr. ìt. gabbare, ant. fr.
gaber vantarsi, dir spacconate Kort. 3549; pel g~- sarà da aggiungere
alla serie del nm. 171.
g~algastplu o valgnstglu, gali., gola, gorgia, sass. ajjalpplu o galpglu, log.
irgustolu 0 argentolu, da collegaro con l'it. gargatta, sp. garganta, ecc.,
crs. karkaneddi, pei quali v. Muss. beitr. 62 e M.-L. I 49. Altre voci srd ,
risalenti del pari alla stessa base, saranno: log. fjorgoena irguene ar-
guene gorgia, mer. (Jorguena [jorgonea ort)onea gorgozza, grafjasla ga-
vigne, ecc.
g^eppa, gali, e crs., grumo di sangue, log. ceppa; una stossa cosa del tose.
chieppa, nel modo di dire star con la cliieppa star con paura, con la
tremarella, quasi col sangue raggrumato, Fanf. u. t., cfr. il mil. 6'<« kunt
el skac.
gona, tmp., tinozza, conca; foggiato sul log. ajone *asjone Flechia II 398,
specie di conca di sovcro che serve per la vendemmia, con aferesi
di a- per l'illusione che fosso la vocale dell'articolo, e j- in g-, onde
* l' aj 0}ia '^ la j onci la gona.
(}rampa, crs., zampa d'animale con lo unghie; anche it.
396 Guarnerio,
grinta, crs., granchio peloso, e metaforic. donna maligna Le. 390, che non
saprei disgiungere dal mìl. f/rinta; cfr. Ascoli II 448 n, VII 578.
§uaiiatu, crs., insidiato VI. 97; ha lo stesso sign. anche Tit. ant. guaitare,
§ueru, crs., danno Tm. 350, di //u^ru a danno, ingiierà rovinare, p. es. : in
chiosic inguen-atu un ci andà a pasce, Mt. 136 e da campo inguarato e
da donna infamata sta ritirato, Tm. 365; non separabile dal gen. sguarà
squarciare, nap. sguarrare, log. isgarrare ecc.
ihhadrid, sass., scivolare, sdrucciolare, gali, iskatrià log. iskadriare.
ihharrasu, sass., v. s. kag~arone.
ihhisà, sass., soffiare il naso, kisammi soffiami, log. iskisare; ripetono il
cat. esquitxar spruzzare Parodi rom. XVII QQ, passato, e s'intende fa-
cilmente, al sign. di 'spruzzare col naso, soffiarlo'. Saranno all'incontro
dal ted. quetschen Salvioni IX 257 n, il sass. ililìiccà algh. ashicà sett.
iskiccà log. iskizzare schiacciare, al pari del lomb. ant. schigar lomb.
od. skisd gen. skisd moden. schizzér ecc.
iìihramintaddu, sass.; tmp. skalmintatu -osa scottato, ma metaforicam, 'av-
vilito, mortificato', log. iskarmentare ecc.
iJìhurifitta, sass., sculacciata, log. ishulioitta -are.
ihliuru, sass., v. s. ahiicatu.
ilpuddà, sass., spegnere, log. istudare mer. -ai Ascoli I 36 n e Kòrt. 8452.
imbafaccà, crs. bst., imbrogliare, bafacca vana, p. es. : E una giuvanotta
capi vana, una bafacchia, Mt. 8.
imbarà, tmp., trattenere, log. -are; sp. emparar sequestrare.
imbgliggu -ó, sass., fagotto, involgere, tmp. imbulikà ecc.; Sp. ve: log. im-
boligu -are -osu involto, intrigo, avvolgere, imbroglione, ali. a imboju
-are imbroglio, avviluppare ecc. Le due serie devono avere attinenza
con l'it. inooglio ecc., e non vi avrà a che fare bulla Caix st. 74. Da
questa base sarà invece il gali. buUg~u fango, quasi *buliculu con l
scempio, cfr. log. buluzu -are o abhuluzu -are intorbidamanto -are; e
inoltre il log. e gali, buza otre, borraccia, che sarà *bullea con Ij
in i, cfr, it. bugliolo Fanf. u. t.
imbuzanhn, crs., cfr. tose, buggiaìicare, gen. bìlzanha ecc., Muss, beitr, 39.
impunzà, sass., aizzare, incitare, cfr. log. pimza bulletta, punta e Sp. ve. :
log. impunzonare gali, impunzunà nello st. sign., ali. a punzone stile;
da punotione Ascoli III 344 n e Kòrt. 6472; anche mer, punta -ai,
punconi -onai.
inkuccà, crs. bst., imberciare, incontrare; da coccia per testa, quasi a dire
'batter della testa'.
inkuha, sass. e gali., incetta, raccolta, log. inhun'za mer. inkunga; inkuna
di lu driggu raccolta del grano, inhunà lu driggu piegare una stuoja
II sassarese, il gallurese e il córso. Appunti lessicali. 397
in giro per terra a guisa di siepe e introdurvi il grano; da *in-cu-
neare e cfr. log. kuniare, mer. kimgai ecc. Arch. XIII 118.
infadaddu, sass., annojato, log. infadare mer. -ai\ è Io sp. enfadar.
ingarmatu, crs., fatato, ingermatitra incanto, fatagione ; anche it. ingiarmare
Caix st. 364; aggiungi gen. ingarmdse adornarsi, abbigliarsi.
intrica, sass., consegnare, regalare, intrégalu tmp. intrì^alu consegnalo, log.
iiìtre^are; è lo sp. entregar.
inzékkole, crs., intacchi o intagli, fregi che si usavano alle scarpe da donna,
VI. 67; p. es. : co le scarpetta a tacchi inzeccolate ^ bst. inzekka tacca
inzikkà intaccare; cfr. it. teccola o zeccola Caix st. 616 e Canello III 383.
jaka, tmp., cancello, sass. jagga, log. jaga o gagga.
jdkaru, crs., cane, jaharone om. jakaronu termine spregiativo Falc. 573 e
Mt. XXII, compreso ma non più usato nel nord dell'isola; è pure del
srd. e Sp. ve. registra 'log. di Monte Acuto: gàgaru cane da caccia, con
cui andranno gagarare sbrancare e gàgara o gàgaru fuga.
lakheddu, sass., truogolo, log. e mer. lakkittii e dial. com. laku pila man-
giatoja; da Xdxxog Diez 380 e Bianchi XllI 197.
lanu, sass., magro, secco, lami he horru grassa he ladru magro come corno
grasso come lardo, illanig§à dimagrare, log. lanzii lanzigeddu illan-
zikare, mer. langu -ori illangiri, gali, allanakd ecc.; da la ni are che
dal primitivo sign. di 'lacerare' si è ristretto a quello di 'smagrire'.
lastiìngsii, tmp., compassionevole, srd. com. làstima ecc., è lo sp. lastima^
Ascoli I 43 n.
lézina, crs., buccia, lezinose bucciose, detto delle castagne, VI. 59 ; da con-
nettersi col tose, lézzora o lézzola 'ragnatele' o 'quel certo quasi velo
che si genera nella superficie del vino ecc. facendolo bollire' Fanf.
u. t. , e inoltre col tose, rèzzola 'quella sottilissima pellicola che co-
pre la cipolla' e pistoj. rézzura crosta del pane; tutti parrebbero
(salvo che Io z sia sordo in tutti) diminutivi di rezza re ti a; per lo
scambio del sufi., cfr. tose, pòsola ali. al veron. pÓ5ena; ecc.
lintu e pintu, sass., modo di dire per 'tal e quale' 'somigliantissimo';
dall'unione di due prt. pass., lintu da Ungere leccato e pintu da
pingero dipinto.
lisina, sass., sdrucciolare, tmp. lusikig'g'a scivola e Sp. ve. : mer. lisi)tai -osu
-ada lisingu lisinu, log. lisi§inare lasinare lansinosu ecc.; cfr. j^Muss.
beitr. 106n e Kòrt. 4848.
litran^a, sass., dicesi di persona pigra, lenta, anche litranggsu e Sp.'^vc: log.
sett. latran<)osu ali. a latranga, mor. rctranfja o arretranga posoliera;
non fanno che ripetere lo sp. arritranca o retranca, con r- dissimilata
in l-, e con un curioso passaggio a sign. metaf.
398 Guarnerio,
lokku, crs. bst, floscio Le. 220, 391, di diversi dial. e anche it. e sp.
losu, crs., uomo dappoco j\It. 93, 172; ò il tose, lodo Caix st. 427 e pel
sign. cfr. mil. pi l'oka far lo stupido.
luia 0 rusa, sass. e tmp., granajo; Sp. ve. log. lusa cannajo, e quant' una
luscia vale 'grosso', come nei nostri testi vivi A 5.
makh'ini, sass., pi. pazzie, follie, tm\). makhinu, \og. nmkkine -ìmini; sost.
desunti da maccu .
mandrnni, sass., poltrone, pur log. e mer. ; cfr. sic. mandritni, prov. mod.
rnandroitno Kort. 7552.
mantrurjgà -oni, gali., brancicare -one, pur del tose. Fanf. u. t.
mara, crs. om. srt. , deviamento d'acqua per inaffiare gli orti, srd. mer.
m^rra chiavica, cloaca; conferma mar a ali. a mare per palude, pan-
tano, come fr. -mare; occorre anche in alcuni nnll. srd. Mara 'e Pa-
dria^ Mara calagonis ecc. Diez s. v. e Kòrt. 5111.
ìnaskata, gali., colorita, maski colori, ma solo per indicare il rosso della
guancia, Chiesa ps. 8, crs. om. maskirossa detto di mela; da mnska
guancia, accattato dal gen.
mairakka, sass., arnese col quale si fa rumore nel venerdì santo in luogo
delle campane ; è del srd. coni., it., sp. ecc. Diez 468.
maiaddini, sass., cerimonie religiose del mercoledì santo, in cui si battono
i banchi in chiesa, si disfanno gli altari ecc., mazadda battitura; da
masu mal leu nm. 79; cfr. log. Sp. ve. ma:are pestare, battere, ma-
zadura pestatura.
mazza, sass., gali, e mer., pancia, mazzìmini -canini budella, trippa, log.
matta -àmine\ non altro che *mattea con notevole trapasso ideologico.
Sono pur del srd. com. mazza e mazzola eoi sign. della stessa voce it,,
e inoltre matta cespo, albero, che ripete l'identica voce sp.
mengu, sass, zappatore, voce dispregiativa, anche ìuangoni manyunazzu;
Sp. ve.: log. mancane mer. -oni st. sign., oltre mengosu e mingenku
babbeo e sim. ; andranno col xaav. menga che vive come nome di una
varietà di uccelli dall'apparenza balorda ed è *menc'la me n tuia;
così anche il Rolla sec. sag. etim. srd. 84.
mertinu, crs., asinelio, cfr. log. j^erru bracco; Kòrt. 5140 6100.
mésaru, crs., pezzuola che scende dal capo sulle spalle e lungo le gote,
VI. 20 e Ort. 133; anche tose, mésere, log. e sett. mésaru mer. méseru,
senza dir del ^an. méis'ou pezzuola da testa, diversa dal comnnQ pessottu.
messèlima, crs., mezza settima'na, come il tose, mezzèdima, da media-
hebdoma Muss. beitr. 52, Ascoli VII 531.
micisca, crs., carne de' mùffoli, de' cervi conservata in lunghe strisce, sa-
lata e condita di erbe aromatiche, che dura molti mesi e che i pa-
Il sassarese, il galhirese e il c(3rso. Appunti lessicali. 399
stori tengono in serbo per presentarne gli ospiti, Tm. 72; pare di
sentirvi il tose, inciscliiare contaminato con qualche altra voce.
tnimmula, sass., nenia, cantilena, -psii piagnucolone, e Sp. ve: log. sett. mé-
mula -osu lamento, ecc.; ha tutta l'aria di una voce onomatopeica.
minnannie -a, gali., avolo -a; voce infantile, cfr. Kòrt. 5299 e Tappolet, ro-
man. verwandt. 69.
tningnnu, sass., sciocco, minchione, e Sp. ve: mer. minconi log. -ale mer. e
sett. -ali, da minca mentula; ma la voce sass. pare rifoggiata sull'it.
mignone^ volto a sign. spregiativo.
miiinyinu, crs. bst., moccichino e poi 'ragazzo'; d'etimo mal sicuro,
cfr. berg. ant. miciniosa, sic. micciusu e sim. Muss. beitr. 81 e Lorck
altborg. 168.
tnolu, sass., bagno, nel modo di à\?e punì, a molu e Sp. ve: sett. aìnmolu,
tmp. amiìioddu ecc.; siamo a*moll-iu, come nel mil. swój Salvioni
fon. mil, 163, gen. asmilgà ammollare, inzuppare, ecc. ecc. Notevole il
vciQY. molli modello, che può risalire ad altro etimo; cfr. Sp. ve: log.
ììiolle sett. mollu con lo stesso sign. di 'madreforma'.
monti, sass., log. moìizu, pettinatura alta, cosi detta dalla forma di chioc-
ciola; e manza è infatti il nome di una specie di chiocciole mange-
recce, cfr. nm. 83 e 84.
7nora, crs. om. srt., mucchio di legna o di pietre ; la stessa voce che è nel
famoso verso dantesco 'Sotto la guardia della grave mora'; anche oggi
è d'uso nel sen. per 'pilastro di mattoni, monte di sassi', Fanf. u. t. ;
cfr. Kòrt. 5482.
inuccif/ile, crs. bst., muso; ritorna nel sass. muzzigili \og.-ile; entrerà in
famiglia coi derivati di *mucceu.
m,untinaggu, sass., iramondezzajo, log. muntonarzu iwqy. -ar(fu; muntone
'mucchio' passato a sign. specifico.
murrari, sass., freno, da murra srd. com. e gen. grugno, muso, sp. e cat.
morrò, piem. mgr, ecc.; cfr. pure gali, murrunnii -à, log. murrunzii -a,
mer. -ungu -ai brontolio -are.
muzzi()nni, sass., tizzone, pur log. e sett.; mer. miizzioni; cfr. it. mozzicone
Kórt. 5515, che vale 'quel che rimane di cosa troncata o arsicciata'.
necéu, tmp., magro, sfinito, niccesa -tira magrezza, inniccd dimagrare; Sp.
ve: log. necca -are macchia -are, esser malsano, pira neccada pera gua-
sta , neccu sciocco.
nice (in), crs., a pretesto, fa ìlice far finta.
nera -e, crs. bst., grido di sprezzo, nera gridare; è il gen. nera suono
spregiativo fatto con la bocca, trulla.
nohha, crs. bst., goffa, grossolana; è pur tose Fanf. u. t.
400 Guarnerio,
miirnone, crs., piagnucolone JMt. 49; da connettersi col lomb. lurgnon, con
assimilazione dell'iniziale; cfr. com. lorgna lurrjnà e sim. Lorde altberg.
182.
pabassinic, sass., panetto con uva passa, elio si fa specialmente pel giorno
dei morti, da pabassa srd. com. uva passa; pabassare appassire.
pac'ella, crs., ripetizione a coro dei duo ultimi versi d'ogni strofa, Tm. 67,
pacellà cantare, h?>t. pag'ella canto a due voci; è un diminutivo di
pacii pagu pariu.
paiole^ crs., letto di parto, Mt. 42, impaìualata donna di parto, Mt. 44, cfr.
tose, impagliuolata impagliata Fanf. u. t. , eng. paglioula e sim., Ascoli
I 41 n.
palpuccà, gali., brancicare, palpeggiare, reiterativo di palpare.
pandicina -A, gali., sbadiglio, anche tose, pandecenare; cfr. crs. om. aj,
bokha panzuld, om. srt. bokka jjanduld st. sign.
panissa, crs. ora. aj., come log. mer. e gen., specie di polenta di farina di
ceci, d'uso genovese, Muss. beitr. 86.
papaccona, crs. bst., pacchievona., pappare + pacchiare.
passiggu o passiziu, tmp., pogginolo, anche log. passizu.
pastera, tmp., vaso di fiori, log. e mer. ajuola; va col log. pàsiinu vi-
gneto, pastinare zappare la vigna, onde saremo a pastinu con scam-
bio di suffisso.
pastuccà, gali., dir frottole, log. pastocca bugia; anche ìì. pastocchia Diez s. v
patta, crs., colpo dato a mano aperta, come nel tose, e altri dial., ed anche
zampa, come nel fr., ecc.
penta, crs., parte scoscesa di colle, oppure acquatella che scende dai monti;
anche in nnll. Penta vili, nella Casinca alla foce del Golo e Penta
Acquatella altro vili, nel cantone d'Orezza; da pendita, cfr. t'r. j)ente.
Aggiungi trapianta e pentone macigno, coi quali va il log. trabentu
-are precipizio -tarsi, che erroneamente il Caix st. 71 mandava con
l'it. avventare e scaraventare; inoltre log. péntuma, gali, s/jétitumu,
log. e mer. ispéntumu -are -ai dirupo -are, e il ni. gen. Péntema.
pettata, crs., erta, ed è pur tose. Fanf. u. t.
picca lu fohu 0 lu cinnarag^u, crs., Ort. 245 e Mt. 125, accendere, dar fuoco;
cfr. it. appicciare e lomb. pijà Salvioni IX 258.
piccglu, crs. bst,, vinello; anche tose. Fanf. u. t.
pidaùcu, tmp., cencio, ci?, na.]}. p etaccio, ^t^. pedazo , ìo^c. petazza, ecc. da
pittaciu.
pidrissa, sass., lastra di pietra per lavare.
pigata, gali., centopelle (trippa); il log. hentupuzone e il mer. centupilloni
secondo ventre, ripetono centipellio -onis con avvicinamento omo-
Il sassarese, il gallurese e il còrso. Appunti lessicali. 401
fonico 3l puione e pilloni; la voce gali, è dalla stessa base, priva della
prima parte e con altra desinenza, quasi fosse *[centi]-pelli-ata,
con llj in g, come in altre voci rifatte sulle log., cfr. nm. 79.
pillàkkero, crs., cencio di abito, VI. 67; corrisponde al lucch. pillàccoro
Pieri XII 131, da pilu per via del sufF. -aca, donde pure con altro
suff. il crs. pillotti cenci, VI. 93.
pilhikka, crs. om., parrucca, anche srd. com. pilukka -eri, dove assume pure
il sign. di 'rimprovero, rabbuffo', come in parecchi dial. dell'alta Italia.
piloni, crs. om. e bst., capperone di pel di capra, VI. 21 ; csm. pelone grosso
e pesante mantello di panno còrso; da pilu col noto suffisso.
pimpinnelle, crs., fettuccine, trine; sarà pampinu con suff. diminut. e pel
sign. cfr. it. fronzoli; in it. pimpinella è una specie d'erba, Diez s. v.
e Kòrt. 6146.
pinzu, crs., pizzo, cima di montagna, u pinzu a Bercine il pizzo della Ver-
gine, Mt. XXII; anche semplicemente punta, kappellu a tre pinzi Yl. 41,
e hst. pinzuta aguzzo; anche it. pinza Diez s. pizza e Kort. 6119.
pisd, crs., sollevare, alzare e con lo stesso sign. ritorna nel tmp., sass. e
log.; è pensare con notevole modificazione di senso.
pisticcine, crs , pani di farina di castagne, VI. 62, dalla base pist-;, cfr.
ÌVidch.. pistìccioro frantume Pieri XII 132.
pità, bst., prendere un po' di cibo, Le. 229; è il gQw. pitd beccare ecc.
pìzzigi, sass., molle da fuoco, log. pittiges e pitti^eddos ali. a pittijada pizzico,
presa di tabacco, pìttige -are pizzicotto -care, e tutta una numerosa
famìglia propagatasi dalla rad. pit- pie- Kòrt. 6119.
pgggu, sass., pozza d'acqua, ripete il log. poju registrato dallo Sp. ve.
insieme con pojoht fontanella della gola; foneticamente possono es-
sere poculu, ma il significato?
pratta, sass. e tmp., come log. e mer., argento ; dallo sp.
prenda, sass. e srd. com., gioja, giojello; ancora sp.
preu, gali., trascurato, tardo; log. priu; per metat. da pi gru, cfr. prizzgsu
nm. 91, notevole 1' e per ?, che accennerebbe a formazione non gali,
vera e propria, ma piuttosto a origine sass.
prittà, sass. e tmp., litigare e prettu lite; a Sassari si usa raramente il
vrb. e dicesi sog^u in prettu; anche srd. com, pretare o pletare ecc.;
dallo sp. pleito.
pitali, sass., secchia di legno, algh. paal Arch. IX 3.o5, dal catpoal, che
sta a jJO«« puteu come lo ap. pozal a pozo, alla qual voce io penso
che rivenga anche il log. vpiiale secchia, con la concrezione della vo-
cale dell'articolo *su pitale s' itpuale; e probabilmente anche il log.
upu, strumento per attingere, non ò che un'estrazione ulteriore da
Archìvio glottol. ital., XIV. 27
402 Guarnei'io,
upu-ale; clV. ad ogni modo Flechia mise. 205 ^. La medesima conglu-
tinazione ritorna in affuente piletta per l'acqua santa presso il letto,
log. di Bonorva (Canti pop. log. raccolti dal Ferrare p. 110), poiché
non si avrà qui che lo sp. fiiente, con l'art. *sa fuente la fonte; in-
fine un incrociamento di upuale e affuente occorre nel log. apuente
nello st. sign. di 'piletta'.
pumatta, sass., anche log. e algh., pomodoro, risulta da pomu + sp. tornata,
come cremon. pò inates, ecc.; tmp. tumata, gen. tumdta ecc.
pundacu, gali., incubo, da pondu e il sul!, -aculu; invece a pendere
risaliranno il sett. pindaccM, e il gali, pindaricconi fantoccio, spaurac-
chio, e a pensu i mer. |)es^< pena, pesàdige incubo; cfr. Muss. beitr.
78 n.
pupiddu, gali., padrone, da pupillu, notevole pel sign. assunto fin da
antico, Arch. XIII 122.
puzzinosa, crs , volpe, voce dei montanari, Pale. 578 ; la quale è pur chia-
mata, oltre che predaca nm. 6, anche manijazzona.
rabazzoni. sass., radici della vite; ha sign. specifico, ma da mandarsi con
V ìt. ravizzone e sim., cfr. Salvioni post. s. rapicius.
ralla, crs., tosse ; è il fr. vale rantolo.
randa, sass. e srd. com., merletto, trina; s^p. randa reticino.
rangu, crs., sciancato, anche log. ràngiilu zoppo, andare a ràngulu arran-
care, cfr. it. ranco, gen. rnhgu, ecc.
rasa, gali., sornacchio, che non saprei disgiungere dal nap. rascare, lomb.
e venez. rascar sputare.
ràsula, gali., truciolo, va con rasa *rasc'lare *rasiculare, non senza
immistione di amia nm. Ili ; sarà la stessa parola il sett. rahila stoppa
filata Sp. ve.
rasfikà, crs. om., grattare; probabilmente vi si incrociano rasare * scarificare.
ratu, sass., ramo, anche log., cfr. crs. ì'ati graticci nm. 167.
raufinà, gali., bisticciare, contendere; la stessa voce del log. raunza -are
grugnito, borbottare, da *rag-ire per via del suff. -nn -/-, quasi *rag-
un-jare, e pei due diversi sign. a cui è venuta la voce nelle due re-
gioni sarde, cfr. boi. regagnar e gen. rah^unà Parodi rom. XVII 71.
roska, tmp., lisca, pagliuzza; risalirà a *iusca, come il lomh. ri'ska ecc.,
ma notevole 1' o, che vi sarà immesso da qualche altra voce.
' Non iiìette conto di fermarsi all'etimo proposto dallo Sp. ve. s. v. e
raccolto senz'altro dall'Hofm. 88: upuale da aqualis con rpi labializzato
in p; ma se si labializza, come resta V it dopo il ^?
Il sassarese, il gallurese e il córso. Appunti lessicali. 403
rubéddula, sass. , fiisajuolo; le corrispondenti voci log. ri(ella rueledda
rueddula accennano u derivati di rota con suff. diminut. -oli-, -ell-ul-,
ma nella voce sass. sarà incrocianiento con qualche altra base.
rùgulu^ crs., briciola; è la stessa voce che il lucch. rùciolo truciolo Fanf.
u. t. , assunta a sign. specifico.
rumaìettu, sass., mazzetto, log. roinalette mer. ramalettu -ai arramalettu ecc.,
dallo sp. ramillete.
rum, sass., russare, log. rusare ali. a rùskidu -are russare e sbuffare dei ca-
valli; siamo a roscidu, donde *roscio -are Kòrt. 6983, e s'intende
come dal sign. di 'spruzzare' si passi a quello di 'sbuffare' del ca-
vallo, che spruzza e sbuffa insieme, e infine a quello di 'russare*.
ruspa, crs., cercare, Mt. 56; anche it.
sajpinteri, sass., serpenteri dial.com., termine militare dice lo Sp. ve. , e
tal valore ha pure nei nostri testi vivi, A 4.
saratu , crs., specie di imposta sacra, Ort. 72; da sacratu, cfr. it. ant.
saramento ecc.
sarkonu , crs. om. , stalla delle bestie da macellare e in genere stalla; da
adq^ carne, quasi 'carnajo ' Falc. 574 e Mt. x.
sbaffà, crs,, mangiare avidamente; vulia sbaffd un gallu vivu, Tm. 249; è
pur del livorn. popolesco: si deve fa delle Ibafate numero uno con
vino bona!, cfr. tose, sbaffìare, da *pappiare per pappare secondo il
Caix st. 501, ma chi sa che non v'entri la base, donde il crem. baffa
e sim., Muss. beitr. 31.
skag'g'u, gali., gozzo delle galline, log. iskariu -are squarciare, quasi
'aprire il ventriglio'; da escariu.
skappinu e scappimi, crs., odore forte e propriam. quello del sudore dei
piedi; è pure gen.
skasate, crs., slogate, VI. 54, da shasare uscir di luogo ; anche sic.
skinke, crs. bst. , stinchi, tmp. shinku caviglia; cfr. gen. ant. schinche Fle-
chia Vili 387, ven. schinco, mil. schinca ecc. Diez s. stinco ; per traslato
bst. skinkellu sasso, intoppo.
sabi^gtlH, crs. bst., specie di reto; it. sciabica sp. xabeca Caix st. 124; cfr.
lucch. sciabigotlo scimunito Fanf. u. t.
sakkà, crs. bst., schiacciare; è voce gen. da fiaccare.
iukittà, sass., agitare, scuotere, mer. assakkitlai ; cfr. it. sciagattare Caix
st. 530.
surtia, crs. bst. , cordicina; non può disgiungersi dall' it. sargia, srd. mer.
sartia sermento sottile por legare, sàrti^u vinciglio, ecc., ma nella sil-
laba iniziale v' è certo contaminazione con qualche altra voce.
susà, crs., prendere il tabacco; è il gQn. susà soffiare, da subflare.
404 Guarnerio,
skrinà, crs. bst., schiudere appena; quasi *ex-cren-iare, cfr. it. crena
mil. krenna, ecc.
skuile, crs. bst. , e in altre varietà skuillì scivolare, sdrucciolare; ct'r. boi.
squillar ecc. Flechia Vili 392, Muss. beitr. 107 n e Parodi rom. XVII 64.
skuzzulà, crs. e tmp., scuotere, spazzolare, sass. ililiuzzulà, log. iskuzulare
iskuzinare o iskuttinare; da excutere per via di diversi sufi.
Sfjnda, gali., ricchezza, agiatezza, log. e sett. siencla e asiend<i; è lo sp. ha-
cienda.
sbrina, crs., digrignare ed è pure del vocab. it.
s^iiini, gali., far greppo; è Vìt. sghignare con sign. specifico.
silind, tmp., calmare, iiiitigare, log. asselenu -are o assulenare, mer. sul-
lenii; solenare o sollenare è pure del vocab. it., da sublenis Flechia
mise. 199; anche il sass. strema tranquillo, sarà dalla stessa base, ma
con avvicinamento a serenu.
sìndria, sass. e srd. com., cocomero; accattato dal cat., ]\Iichaells mise. 149.
sinzà, sass., finire, sénzala finiscila, vattene, shizeddiinira finitemela; va
col gen. senta e sim. , cfr. Parodi etimol. in Mise. Rossi-Teiss s. enger.
sirenu, sass., v. s. silind.
spaldizid, tmp., consumare, disperdere, log. disperdissiare ecc. ; dallo sp.
spiguld, gali., scorticare, sbucciare ; rifatto sul log. ispizolare ali. al quale è
ispizare levare il primo strato, isj). su lacte spannare, dal sost pi zu
strato, grasso, panna, pizu pedde superficialmente, e ritorna nel mer.
^nllu strato, scheggia, con una numerosa famiglia di derivati, pillada
-onkii -osu, spillai -onai -onkai con sign. affini; si tratta di pi leu, cfr.
aret. peglia D'Ovidio XIII 400 e Meyer-Lùbke KZ. XXXIII 308.
sjìirrd, gali., fendere, spaccare, log. isperrare mev.-ai, da *ex-pern-are
e ctr. log. e mer. perra metà, frades perras gemelli ecc., pèrrias cosce
e isperriare -ada spalancar le gambe. Invece i mer. sparrankai -unkiai
ripeteranno lo sp. esparrancar.
sprikkd, gali., balbettare, parlare, da *ex-praedicare, che passa dal sign.
di 'predicare, annunciare' a quello di 'parlare', ct'c. gen. ant. princhar
e altri dial. Salvioni XII 423 e post. s. v.
stazzano, crs., fucina da fabbro, stazziuiacu fabbro; cfr. it. stazzo fermata,
crs. e srd. com. stazzu luogo ove i pastori si fermano quasi a stazione,
Falc. 573 e 736. Verisimilmente stazzona dal sign. primitivo di 'fer-
mata', ove si solevano ferrare i cavalli, passò al senso di 'fucina di
maniscalco, di fabbro'.
stelu, tmp., vaso, stoviglia, log. isterilì mer. strezu e strezaju stovigliajo, ecc.
suihhu, sass., ascella, log. suisku o suirku da subhircu Muss. beitr. 99 n
e Salvioni post.; nel mer. suercu, è oscuro 1' e.
Il sassarese, il gallurese e il córso. Appunti lessicali. 405
sullingiilu, cps. , filetto della lingua, cfr. to?,c. soUìngoro Fanf. u. t., da
*sublingua e il suff. -ulu, dissimilato nel tose, in -i(7- (-or), v. lucch.
Pieri Xll 117.
surroga, sass., russare, log. surrayu -are; non si possono disgiungere dal-
l'it. sòrnaca -are e sim. Caix st. 280, donde pure il tmp. sórraka,
p. es. drumm'i a sùrraka dormire russando, il crs. epe. surnahone che
russa molto, il h^i. surnakoìie sciocco. Però nel srd. è un'altra serie
di voci affini di suono e sign., che debbono aver avuto influenza sulle
precedenti e sono: log. sarra§u -are -osu -au raucedine e rantolo, af-
fiocare e arrancare, rauco e rantolone, da *sub-raucu, mev. arrapai
da *ad-raucu, con aw in a e Vn atono in a per assimilazione, an-
ziché con la concrezione del s- riflessivo, come pensa l'Hofm. 31. Si ha
inoltre log. (Rosa) surrusu -are mer. surrùskiu -iai, in cui dovrà es-
sere commistione di surrafju con rusare o ruskidare veduti q. s.
svahà, gali., disaccare, vuotare, *ex-vac-are.
iakkeri, crs. bst., avventori, e takka lavoro della giornata; cfr. fr. tache.
taddaja, sass., balia, log. tadaja tmp.tataja'^ dalla voce infantile tata cfr,
Tappolet op. cit., e tatta registra pure Sp. ve. per 'sorella'.
taddunag'u, crs. om., nome dispregiativo di chi ha fatto la spia e ha preso
la taglia, detta taddone taglione.
taddplu, tmp., branco di pecore o di majali, sfadduld sbrancarsi, log. ta-
zolu dirainut. di tasu, mer. tallii.
tata (a), crs., in fino, bst. a tala in tera fino a terra; da ad-talu pas-
sato a funzione avverbiale; e talu con nuovo suflf. riappare nel crs.
talorchi talloni, gali, ialolku.
tàmbara, crs. om. aj., pancia, tambaroìie pancione; penserei a un derivato
da tamburo con l'alterazione di u in a fuori d'accento.
tanka, tmp., sass. e srd.com., luogo chiuso, podere, deverbale da tankare
chiudere ; dal cat.
tarrànkulu o terrànkuhi, sass., ragno, non altro che tarantola con scambio
di desinenza e reduplicazione del r; cfr. gen. tankua scorpione, che
è *t<iankica * ta [rjanku/rja.
tee e II tic co., crs. csm., satollo -are, om. tic cu, gali, e sass. teccu, gali.
tic cala -ina panciata; cfr. tose. ant. tecchio Caix. st. 626 e gen. ant.
tecciu Parodi osserv. s. less gen. ant. in Giorn. ligust. XIII 8.
tegga, gali., schiaccia, tagliola, mer. tezi; non altro che tegula, v. pel
sign. la definiz. di 'schiaccia' nei diz. ital.
teppa, crs., masso, tippone sasso, forse la stessa voce del mil. teppa piota,
zolla, ecc. Kort. 84.57; e per quel che vale sia ricordato anche l'etimo
teba voce sabina addotta da Varrone, Falc. 736
406 Guarnci'io,
Udiri, sass., cercine, su cui si appoggia l'anfora, quando è portata sul
capo, log. tedile mer. tidili; non altro che sedile con la documentata
alterazione di s- in t-,
tozza, ers., macigno, tozzi roceie ; è Vìi. tozzo Ascoli I 37 n, e in quanto
dice 'corto, schiacciato' passa nel crs. al sign. di 'pietra, masso', come
in it. a quello di 'pezzo, frusto'.
tra§uliìm, crs., portatore d'olio di Balagna, regione ricca d'olivi; cfr. srd.
mer. tra§u peso, traino.
trampà -eri, tmp., sass. e srd. com., ingannare, -tore; accattato dallo sp.
trascattù, crs., tralignare, Falc. 588, cfr. it. dischiattare.
trassa, sass., inganno, trasseri ingannatore, tmp. trassà o transà nm. 139, e
pur log. e mer.; è il cat. trassa Kòrt. 828.5. L'altra serie di voci, log.
attrassare mer. -ai ecc. omettere, differire, contos attrassados conti ar-
retrati, ripete invece lo sp. atrasar ritardare.
tran, gali., occhiello, asola, anche mav. tran, log. e sett. trauhu, accattati
dal cat.
trilla, crs., indugiare, log. trinare mev. -ai, da tricari, Kòrt. 8360.
trikatìa, gali., bozzacchio, log. trihadìa e anche terga guscio, baccello, questo
da *thecula per via di *thec'la *tecra, e quello dalla stessa base
con una desinenza che non mi è chiara e torna nei log. tegadìa ta-
gad'ia tikadla, tutti per 'bozzacchione'.
tringulà, crs., tremare, Falc. 588; una stessa cosa che il tose, dringolare
Caix st. 309.
truhedda, sass., specie di zampogna, log. truvedda ; sarà da unire col pis.
trohha da tuba Pieri XII 1.59; ma il h (v) conservato accenna a voce
non indigena.
truvà, tmp., marciare, sass., truhba marcia via!, log. triivare guidare il
bestiame, stimolare ecc. ali. al mer. truba branco, portai a truba me-
nare con violenza; si collegano con Vit. truppa e dal sign. di 'con-
durre il bestiame' si comprende come ne discende quello di 'stimo-
lare' e quindi di 'mandar via', ecc.
truppià, sass., torcere, strizzare, log. troppiare torcere, comprimere; siri-
sale forse ancora alla base dell' it. truppa, sp. tropa, e per la significaz,
specifica cfr. sp. tropel calpestio, ntropellar calpestare, ripetuti nel
srd. mer. atropelu -iai ecc.
truzzà, crs., tagliare a pezzettini, it. ant. truciare; quasi *tort-iare Fle-
chia II 154.
tumbà, crs., uccidere, come sp., prg. ecc.; manca alla Sardegna.
itine à, gali., nicchiare, gemere, log. tuncu -are mugolio -are, istare tunci-
tunci nicchiare, mer. zùnkiu -iai ecc.; sarà da ragguagliare col crs.
tufiu tiiHU j\It. 84, d'etimo oscuro.
Il sassarese, il gallurese e il còrso. Appunti lessicali. 407
tupizzu, gali, nuca, collottola, sass. tnbbezzu, log. sett. tiibizza; la seconda
parte della voce accennerebbe a un ^cuppitiu da cuppa, cfr. gen.
hupi'issu, ma la prima sillaba richiama alla base top-, donde il fr.
toupet e sim., onde sarà incrociamento delle due voci. Hanno lo stesso
sign., da basi diverse, il log. tuju, mer. ziipu, nuor. truku o turku.
vafji/anu -a, sass., scapolo, nubile, tmp. vagganu log. bajann a Orane ba-
kicìiT, il mer. bagadìii -a scapolo, libero, che è pure di qualche varietà
log.* Kòrt. app. 8540, non può essere che * vacati vu da vacare,
quasi 'vacuo, vuoto', e riferito a donna 'vergine, ragazza' e poi esteso
ad uomo 'scapolo', cfr. log. donna baéjant'ia che non ha figliato, trap.
oakantìa sterile, leccese ahant'ia fanciulla da marito, ecc. Anche nell'al-
tra serie entrerà un derivato di vacare, che non mi è ben chiaro.
valkii vàlkalu e anche falku , crs. , fiore campestre ; cfr. log. barkii gali.
balku e con r- in s- log. basku viola, basktc ruju mammoletta, basku
doppiu violaciocca, probabilmente da mandare col gen. bdihii, ma l'etimo
non ben sicuro.
vìhulu, gali., culla, crs. vlkulu bst. békiilu, cfr. trent. végol, da vehiculu.
volpe, sass., vossignoria, log. vosté, mer. vostei vostetti; sono lo sp. itsted al-
terato per via di vos.
zakkalòy crs., vocativo dispregiativo, zakkalona impiastrata di fango; cfr.
it. zàccaro fior, zàcchera Kòrt, 1452.
zaru o zeru, crs., specie di pesce, in qualche varietà anche zarli o zerli\
è Vìt.zarro o zerro, srd. com. garrettti o zar-, da gerres.
zdzzara, trap., chiacchiera, sass. e srd. com. cdccara; ripetono lo sp. eha-
chara, e il log. ha pure cdncara con la doppia cons. risolta in nas. +
cons. cfr. nm. 139 e Ascoli II 150 n. .r
zembu -a, crs., gobbo -a, gen. zenbu, da gibbu ali. a gubbu, donde it.
ant. gamba -eruto ecc Parodi rom. XVII 52. Un incrociamento delle due
basi è nel log. zutnba -osti, mer. zù»iburu ecc. Il sass. e alcune varietà
log. hanno inoltre zurumba -one -osu, che risulta dalla fusione di
zìimba + rumba altra voce per 'gobba'; questa co' suoi derivati non si
può separare dal mer. rùmbulu -ai -ani e sim. già veduti sotto ar-
rumbatii.
zanna, crs. bst., picco.
zerfja, crs, stizza, collera, anche gergo, bst. zergosu collerico; dallo stesso
etimo dell' it. zerigare molestare, con cui andrà forse anche il log. at~
turiffare, cfr. per ora Caix st. 661.
* Notevole il log. die de bagadiu giorno festivo, col 'de' preposto all'ag-
gettivo; cfr. il gen. gurmi d'ovei, o de vei diurnus operili s Parodi
et. gen.
408 Guarnerio,
Sila, crs. csm., focolare, oni. zirlila -onu; ò la stessa voce che il tose, giglia
per artiglia argilla Fanf. u. t. Non fa difficoltà i- per //-, cfr. ger^a
ali. a zer^a e sim., e quanto al sign. già il VI. 56, pur comparandolo
erroneamente col tose, teglia t\\ t itile ecc., notava 'cosi chiamasi nel-
l'interno dell'isola il focolajo, perchè formato d'argilla impastata, che
s'assoda al fuoco entro una cassa quadra'.
éimbinà, crs. bst., lavorare assai; è il gen. gnmina.
zingà (u fgkii), crs. bst., attaccare il fuoco, ali. a zingu rovo e metaf. pre-
testo, inzingiinata strappo Mt. 63, cfr. \t. ìnzigare, vcàì. sinzi()à e in-
^i(J(', che valgono pure 'attizzare'.
zinziku, crs. csm., poco, inezia e sim.; da ciccu con reduplicazione rin-
forzativa; cfr. per la prima parte il tose, zinzino e per la seconda i
log. tihhìi e azigu, campob. zica, ecc.
ziru, gali, e mer., giarra, orcio; è pur del vocab.it. Caix st. 662.
zunfà, crs., voce burlesca per 'picchiare'; si ragguaglia con l'it. zombare
dar delle busse, \og. azzumbare o inzumbare cozzare, urtare col capo
e mer. aitumbu -ai ecc.; cfr. Arch. Ili 379 e Kòrt. 8238.
§ V. APPENDICE.
Saggio di trascrizione di testi vivi.
A. Sassaresi.
1. kuntaddu di ru sari^.
liilpu ora un re e kand'era in làura kun tutti e tre li viìgri à dittu: « ka
l'è di datti e tre ki ini bg piii be'?» n' e i.iidda la manna: <i eju ru Ifglu
^e' hant' e l'gcci.» l'alpra: «hant' e la ^idda.» e la minori: «eju a babbu
meju ru Ifgìu be' hument' e sari in karilp'ta.» iìihuménzani a mari na Ila ,
hi la vilgra era un' impulpgra e ki lu l}ur'ia be' hument' e sari in ka-
riipia. «zi la bgggani fora, huntenti cddi hi zi l'ani kazzultadda. ma li
daH dejii lu galpiggu a lu re, hi e guntu mezzu geggu e e andaddu a
ru ^untinenti a kurassi. da §i zi l'ani bugadda fora hidda, hument' e a
di, s' e huju^adda kun un furilperi e sinn' e andadda. da gi hiddu e pal-
piddti geggu, no a uni kadizzi ki i' ra lukanda, uni era la vilgra kuju'
ìfadda hu ru lukanderi, e afy'ia dittu a li viìgri: «eju andu a fgra a ku-
ramnii kilp' gcci, hi no veggu.» da gi eri da a vil[)U ru babbu, no s'è dadda
* Raccontata da Speranza Satta, di Sassari, analfabeta.
Il sassarese, il gallurese e il còrso. Testi. 409
a kunnis'ì e à diltii: ubai', kilpii r babbu.» e à humandaddu a ri gitz inerì
di fa tultu bambù, dabbgi ki l'ani appariccaddu e à manaddu duttu senza
sari: «ebbe, hiiìdu s'inori, pia^uddu r' e lu rikattu ? » e eddu: ai! hi era
rikattu bnnu, ma no v' era sari e no sijoia. » tandu si so rihunisiddi. « eju
sof/P/u ra viTpra, kidda gi hi burla be' hument' e sari in karilpia e tne' s'u-
reddi m' atii marìnaddii e eju abd vi l'aggu fatta a polpa di no 'punì sari
i ru rikattu.» e lu re: «.adiinka s'ei duni! flora, no e kùjpa meja, e
kvjpa di ra famiria, ki ni' à impiinzadAu» e di ru .dlpiaieri li fyeni un
dlmmaju.
2. kuntaddu di la fémmina ki si fes'i lu mariddu
kun li s'g' mani *.
kilpa. era una gotfana e no si bulla mai kujubà, finz' a ki abùssia auddu
un ommu fattu da li s'g' mani, tandu piladdu un pani s' inkammina. ar-
ri^idda a un buhhu, inkontra un ommu beccu, ki li disi: «a uni andi?»
e edda ripgndi: «e bon' om,mu ìneju, soggu jirendi mondu in zehiia d'un
ommu fattu da li me' mani. » tandu lu beccu li diii : « vai, no aìjare' a
ilpà assai a inkuntrd pa lu gamminu una femminedda. » e l'omm,u e tpa-
riddu. kidda gol^ana si boni dorrà in kamminu e inkontra fnajmenti la
femminedda, ki li disi: «vai, ai a inkuntrd una vuntana e inkil^i impalpa
di lozzu l'ommu; abbaidda paro ki t' ani a camà tanti ìjozi, ma tu no ri-
pundl, hi si no n'abarai mali. » arrida a la vuntana e inkilji iìiliuménzani
tanti Ifozi, ki insulj)àl^a)ii; ma edda no ripondi e si botti a fa l' om,mu.
l'ommu di derra era ga fattu e ihhudendi tre ko'jpi di vilpigitta li dazi la
razoni; e li ^o'zi s'ùbbidu si galani, la goljana kun l'ipgs'u sinn' àndani a
la bifida, no v'erani ankgra arribaddi , kandu li t)eni in kabbu a l'ipgs'u
d' andà a la s'g' ziddai e la mujeri A akkunsintiddu dizendi: «vai, fa tuttu
lu gi voi, ma no ti bazà a nisunu, ki si no t' immintikeggi di me. » lu
mariddu, ki si gamaì}a disideri, rdripglj)u: «ai a vide' ki no abaraggu
a bazà a nisunu.» edda da gi disideri e palp)uddu , edda e ilpadda in
kampaiia. disideri arrilfa a la s'g' bidda e li s'g' parenti si l'ani fyazaddu
e da lu mumentu s'è immintigaddu di maria, la muleri, e s' e kujuìjaddu.
maria dabbgi d'albe' tantu aipittaddu, pensa lu §i era imduddu akkadi e
piììendi s'i boni in kamminu in zehiia di disideri, kantendi: «e^a di tre
funtani — ipiìii di tre pedi — ziiìhendi a disideri — e disideri no in
Igg^u. — dabbgi d'aì}/^' kussl tantu pientu, inkontra un ommu lieccu, ki li
disi: «e ki ai?» «e bon' ommu meju, e ki aggu alfe'? eì}a di tre fun-
tani ecc.» edda ripundla. «e kos'a l)g di?» li dizi lu Ifccu. effa di tre
* Favoritami da un mio scolaro di Sassari.
410 (Tiiarnerio,
funtani ecc. » cclda rlpimdìa sempri. tandu hi ^eccu li dazi una nizzgla e
li diii: «vai, ki aìjaro' a inhuntrà una femmina becca.'» maria sempri
hantendi la s'o' knnzona sigi a kamminà e l'inhontra kidda femmina becca
e li dizi: «e hos"ai?» « eì)a di tre funtani ecc.» edda rìpundia. «e hos'a
ì)g di'?» li dumanda la becca e li dazi una méndula, dizendi: vai, yn t' d
a inkuntrà kiss'ommu beccu.» maria sempri dizendi la s'g kanzona sigi
a kamminà e inkontra dorrà un onimu beccu, ki li dumanda lu matessi e
li dazi una nozi e li dizi: «vai, entra i' la ziddai, hi inkqntri inhif^i vi-
zinu e allòggaddi in kissa ulpera, ki e a peci a kissu gran palazzu; in-
ki^i v' e disidrri. pós'addi e mana, la brimma dì, la nizzgla, hi ga t' à
dadda V nmìnu beccu, la s'i§iinda dì la méndula, ki t' d dadda la fémmina
e la delza di la nozi.» maria ihhglpa li baratili di V ommu e sinn'anda
pinendi e kantendi la, s'g' kanzona fnz' a hi à auddu V ulpera. inhibi, la
di infatlu, sinni fala a hi vóndagf/u e ilìlncca la nizzgla e n'esi un g'in-
dalii d' oru e edda si boni a ingumiddd hun lu filu d' gru matessi. la s'ijvi-
dora di lu balazzu d' a gcci, uni era disideri , s' accara a la ganzona di
maria e l'à vilpa ingumiddendi. inkantaddM a kidda ^ilpa, entra kur-
rendi a undi la baddrona e li dizi: «accdrias'i, la baddró , inki^i a gcci
v' e una femmina hun un §indalu d'gru; duniàndia a vide' si lu ì^endi.»
«i! no n' aggu bilpu mai! meTu di lu nglpru sarà!» «accdrias'i a vide',
torra a di la s'ijvidgra, ki e beddu assai. » la baddrona a tanti prigadórii
s' accara e relpa edda bum marabiladda e li dumanda si lu bindia. «inora
si, rtpgndi maria, ma no pa dina, ma pa drummi una notti kun tg' ma-
riddu. » « i ! abbaxdda a vide! , dizi la baddrgna, hi no ti vgzzu drtimmi una
ngtti hun me' mariddu?» «e lassiala drumm'i, dizi la s'ijvidgra; un po^^u
di drummitgriu e eddu no sinn'abbizza nemtnanku.» tandu la baddrgna
n akkunsintiddu e pila lu glndalu; e la ngtti à daddu hi drummitgriu a
lu mariddii. dabbgi gi era drum,middu, ni li bilani la Mandela e fàzini
intra a maria e eddi si zi gghhani. maria viljìas'i s'gla hun disideri,
ihhumenza a pini: « e^a di tre funtani ecc.» hussi z' e passadda tutta la
ngtti e lu manzanu pa tempu sinni bes'a e sinn' anda. la di infatlu tala la
méndula e n'esi una nàjpa kun un fusti e edda si boìii a najpà filu d'gru.
suzzedi lu ynatessi di lu gindalu e hunkgldani di vindillu pa drumìnì tnrra
ku' lu mariddu. maria tutta la ngtti pieni, k'intendi la s'g' kànzgna; e
fattu dì, edda sinn' anda. li barrunzeddi, hi ariani intindidda kilp)a ^ozi,
dwnàndani a disideri kgs"era, e eddu rlpgndi ki no at/ia intes'u nienti.
li barrunzeddi li fàzini kridi hi e veru d'aQe' intes'u in kas'a s'gja una
ì)gzi di pientu kun un kantu e ki era ga dui ngtti ki l'ariani intindidda.
maria intantu la delza dì a^ìa taladdu la nozi e n' e isidda la zgzza hun
li btiddigini d' gru. suzzedi lu matessi di la nàjpa e fnajmenti pa la pri-
Il sassarese, il gallarese e il còi'so. Tosti. 411
yadória di la s'ijvidgra akkunséniini hun dalli hi drumtnitoìHu. la notti
parò disideri faii vinta di niatià e mulprendi d' aì)e' sonnu sinn' anda a
hdhhassi e la inuìeri ni li bila la ijandela. dabboi maria intradda in l'ap-
jìKò'enta di disideri, iìiliurnenza la s'o' hanzona. disideri, hi no era
dritniiniddit , ilpazia attentic a li baràuli, ki no pudia kumprindl. dabboi
ab>;ndi intes'u, faSi vinta d' ièiddassi e dumanda a maria humenti era
'Ipaddu la s'o' andadda d' inkuntrassi inkiddà. maria li diii tuttu lu §un-
taddu e dabboi piJaddi tutti li dina kun la zozza, lu fjìndalu e la nàjpa
ku' lu fus'u d'orti si ni fùgyini. lu rnanzanu la tnuleri ku' la s'ijoidora
so andaddi a lu lettu di disideri e no vi l' inkóntrani. disideri kun
maria sinn' rrani andaddi e vìmini in pazi. dabboi di la kimtintezia so
molpi tvuljjéndis'i a dui àjburi di sàlizi, ki ankgra vicini beddi a fianku
di la vuntana, inni maria fesi a disideri . a me ani fattu un pa(jyu
d'illliapi di pabiru e a kandu a kas'a no n'alia più firu.
3. la fora di ru s'ajpenti *.
kilpu era un re e a^ia tre fiìgri fhnmini e palihi erani beddi ru babbu
r' a^ia fattu un kalpeddu avvizimi a ru s'g' parazzu. e kilpi tre fiori erani
drent' a ru yalpeddu in manera ki no pudiani innamurà kun nisunu. lu
babbu e andaddu una ìjgljia a galdinu a puntu di mezzu di; sendi tpas-
siggendi, l'è isidda una ì}q'zi camèndÀru pa innommu: antqni, pa tre volpi,
lu re si bglpa e no vedi a nisunu. in allora e andaddu da ri viJgri di-
fendi : «seddi ffoi ki mi gameddi? » «no, babbu, e palilii?» «paìihi oggi
a mezzu di era in galdinu e agg' intes'u una fyozi e aggu pinsaddu ki fus-
siadi ^pi.» li viJgri ani dittu: «no, babbu, noi semmu tankaddi kumenti
z' à dassaddu bolpé.» lu babbu à manaddu in famiìHa e si ritira a kùm-
raara s'gja. lu duntani e andaddu a galdinu a ru matessi rg^gu e à intes'u
camà di ngl}u pa, tre volpi: antoni! kilp' ommu e andaddu tgrra in giru
pa ru galdinu pa vide' kidda ì}ozi e nudda no A vilpu. in allgra e andaddu
da ri vilgri dizendi: «a kantu e a kantu s'eddi l}gi ki ini gameddi, palihi
arimani e gggi ni' e isidda ra matassi ^ozi; diddimi si seddi l}gi ki mi ga-
meddi. » « no, babbu, no sem,mii ngi. » àndani a taura e dabbgi si dorrà a
ritira i' ra ^ammara s'gja. la dezza di tgrra a' ndà a galdinu e tgrra a
intindi la t^gzi, ki ru gamal^a pa tre vglpi: antgni! in allgra ru re à fattu
ra zelUia pa tuttu ru galdinu. girendi girendi drent' a un imbuhìiiddu
d' àjburi à abbaiddaddu e a viljju kiljju ^ran sajpenti e l'gmmu à tri-
maddu: «sajpenti, sei du ki mi gammi?» «si, sg^^' eju hi ti ganinm.»
«palihi mi gammi?» «palihi vglu una di ri to' fìjgri a muìeri e si no mi
^ Raccontata dal muratore Giuseppe3 Oggiano di Sassari.
412 Guaniorio,
ra dai, tempii a Ira di, tic sei mplpu. » in allora ru re si ritira in kàm-
mara s'pja. li vilpri hi l' aipittàìf mi a uiaui'i, da fi' ani bilpu l'ora passadda,
ni s'<2 isiddi: «a no veni, babbu, a kiljj'pra?» tandu e andadda ra mamia
a lini era ru babbu e l' à vilpu pus'addu i' ni s'p' kaddrioni piilendi e r' à
dittu: «.kos'e, babbu, hilpu pientu ki volpe fa;i ? » lu babbu a rtppljm :
« vaii e maneddi e ilpeddi allePiri.» la vilpra ripnndi: adìggiami ni g' à,
ki ni Impili sabbe'.» in allora ru babbu à dittu: « kidda bo:i gi m' e isidda
in galdinu era da un gran sajpenti e vp una di ri me' ftlpri a muìn'i, si
no tempii a tre dì eju soggu mpipu.» e la vilpra à rippipni; «tutt' alpini
vozzu, ma d'ipus'd un sajpenti no.» tandu s'è ritiradda ku l'alptri s'u-
reddi senza di nudda e ani manaddu in pari, a l' aipjra di infattu torrani
a alpittà lu babbu a mafia e da gi no ru bédini bini, e andadda ra vilpra
mizzana a kàmmara s'pja e viipju F à pinendi. la vilpra ru priggnta:
<( kos'e ru g'à, babbu?» «no aggu nudda; vaH e maneddi e ilpeddi al-
legri.» ma dabbpi ki la vilpra si boni a pini, a pari di ru babbu, eddu a
dittu: «e no vididdi ki kidda boii gì ni' e isidda, era da un gran sajpenti,
ki varia una di ri me' fuori a miijeri? tu no ru boi pa mariddii?» «no.»
« tandu dasse'ddimi kumenti s'óggu. » la dezza di e andadda ra vilpra mi-
nori a ra §àmmara di ru babbu e l' à vilpu pinendi e disia: «kiipja e
V l'ilpima di meja.» tandu ra vilpra l' à prigaddii di dilli kos'e ni g' af^ia
e a tanta prigadcria à rlppipìu: «kidda bozi era da un gran sajpenti, ki
viirìa una di ri me' fiìpri pa m,ul(rri. » «e pa gissii, babbu pieni? eju pa
libarallu ni bplii tpiis'à eju. » tandu gi ni babbu à intes'ii gilpa bar àura,
e faraddii kiin erìda a galdinu e andaddi s'g a kiddu maccoìii , uni v'era
ru sajpenti. a sei du ki mi ^pi pa muleri? » lu s'ajpenti rtpondi di si. tandu
à rlpplpu cdda: v faradinni.» si ni farà e andani in pari kii'ru s'ajpenti
in kàmmara. lu s'ajpenti e ilpaddu ritiraddu in un appus'entu a ra s'pra
e eddi s'o andaddi a mand tutl'in famiria. kand'ani ìnanadxiu ru babbu e
edda s'o andaddi dorrà a r' appus'entu di ru s'ajpenti dizéndiri: «sajpenti,
noi afpdeìnmu a punt'a pttu d'i, kantu kumbidemmu tutti ri nplp)ri parenti »
lu s'ajpenti à ripplpu ki emmii. hi re à kumbidaddu tutti ri s'o' parenti e
ankpra l'amigli, dize'ndiri ki da inoggi a pttu di ipus'aba ra vilpra. tutti
a kidd'pra appuntimi s'o ilpjaddi pronti a r'ipus'ariziu. vénini e no védini
ne l'ommu ne ra fémmina afpdendi; lu mezzu di vénini a matìà , tutti
erani a tàura e no videndi r'ipps'u ni s'g iHddi: «e kumenti? l'ìpps'a z'e
er'ipps'u no?» tandu lu re à dittu: «a^à veni r'ipps'u, ma dununìi ilpoggia
a ru s'o' ppljju.» akkollu ki védini isì kilpu gran sajpenti; la jenti tutta
assulfjadda e fuggendi, ma lu re à dittu s'ùbbidu: «iljieddi féjmi uni s'eddi
e no àggaddi nisuna barua. » kandu e ilpaddu finiddu ru manà, vi s'g il-
paddi ri baddi. dabbpi veni l'pra d'andà a kiihhassi; dununu e andaddu
Il sassarese, il gallurese e il còrso. Testi. 413
a ritiru e edcla gi s'è vilpa s'ora hu ru s'ajpenti, a^ia pania di kuhhassi.
cdda s'i boni a prigà e ni s'ajpenti ki sinn'e abbisiaddu à diilu : « abbi/u
iiieju ki tu 'li barua? si no in'ihhubiabi ti burla ihhubià una ^Qs'a ìneja,
mo no volli a tradimmi. » allora ra gqbana sinn'e pis'adda : « tu da me no
sarai iJihubiaddu, balpa ^i ini ru difjtji.'» eju no soggii s'ajpenti, ki soygu
krilpianu, kumenti s'ei du, ma e piniddenzia , k'eju de^u fa e ankgra vi
iioni tre ìnes'i. si eju s'araggu tradiddu primma di ri tre mes'i, torr'a prin-
cipici la piniddenzia k' e pa tre anni.» tandu edda à fattu guramentu §i
d.a edda no saria iljjaddu ihhubiaddu e eddu s'è ìpuladdu di ra ì^ilpimenta
di s'ajpenti e era un godami ki no zi n'era xm alpru più beddu di gilpu.
tandu si s'o kulihaddi e si {> n~iani più be', lu mansanu s'à pgljni torra ra
bilpnmenta di s'ajpenti e esi fora di ra gàmmara kun edda a brazzettu e
ri s'ureddiani ditlu: «. abbaidija r'affrizioni k' a a kilpu s'ajpenti ! » duna
d'i ièìani ìpassiggendi in pari ìnaridd'e muleri. li s'urcddi g'ani bilpu sem~
pri gussl dizìani: «abbaidda kaatu si vani be' tutCe dui; bisoùa ihhubid
ra notti, kandu s'i gghhani, a vide' s'è krilpianu o sajpenti. » kiljni ilpazia
sottu e eddi sobbra e ri s'ureddi ani fattu un'ilpampa i' ru suraggu a flru
a ru rettu e vìlp' ani ra notti, kandu s'è ìpuladdu ru s'ajpenti, k'era un
beddu gobanu. li s'ureddi diziani: « e noi no r'abemmu vuruddu, kridén-
diru a veni un sajpenti! ma dumani ni dimmii a ru guzineri , ki i' ru
piatili dA ru s'ajpenti e di ra. muleri, vi bongia ru drummitóriu. kandu eddi
sarani kulihaddi , noi intremmu e ni ri bilemmu ra ^il/jimenta di ru s'aj-
penti e vi ra bruzemniu. » e kussi ani fattu. he manzanu si s'o isidaddi ki
ru s'ori era mannu, dizendi: «.maria, abbaidda kant' e taldu , una gos'a
ki no mai.» eddu sinni bes'a pa vilpissi e no inkontra ra biljji menta e dizi:
«ga m.'ai tradiddu, maria!» salpa da ni baììTtoni dizendi: «no zi bida-
remmu mai biù!» inkil/i n'esi edda pinendi e sinn'anda a un' e ru re di-
fendi: «lu s'ajpenti meju sinn'e fuggiddu.» lu babbu d ripplpti: «anzi,
kissa e ra npljjra alligrìa.» no, eju andu a zilihallu, pahlii aggu s'ajvaddu
a volfjé, fìn'a ki r'inkóntria. » lu babbu sempri rìpund'ia a iljjassi in kas'a
spja, ma la vilgra dizia: «eju bglu un kabaddu e un poggu di dina pa
andd fin' a hi rinkóntria. » kussi d fattu ; edda s'i ni palpi e ilpazi s'ei
mes'i aìidendi. a ri s'ei mes'i azza sobbra un monti e si boni a camd pa tre
volpi ru s'ajpenti, ki li ripondi d'andd a. ValJ)ru monti k' era più avvizimi,
uni l'd auddu sotCuna macca, k'aì^ìa fallii torra la l/ilpimenta di s'ajpenti.
eddu dizìa: «gei S''i gunta! no sei du ki m'ai tradiddu, ki so ilpaddi li to'
s'ureddi. aljà kos'a fai kun meggu ? si iljjai kun meg[)u bisona ki mani éjba
kumenti ra manti eju. ti breggii tandu ki tinn'andi a kidd/i ziddai vizina;
te' kilpu diamanti e kandu tu aì}arai bisonti, kal^adiru da diddii, ki ru
diamanti ti ripondi, in kilpa ziddai def^i ilpà dui anni, sei mesi manku
414 (jiiarnoi'io,
tre dk. kandu tu aitare' finiddji hilpu dempu, tu veni a inagrì, pallili, la
me' piniddenzia iandu fni. » rdda palpi e e andadda a kas'a di un ^xinat-
teri difendi si si piJà^ani iota s'ijoidora. lu panatteri rìpundìa: «hi sijvi-
dora al}emìnu a pila, hi kilpa f/gtta di ru bani k'a^emimi fattu e ga hu'in-
dizi di e senza pudcllu vindi? » e cdda: «pijeddimì, hi sa hi videndi una
hedda gof)ana, dununu no akhùdia a pila ru b mi. » e piìadda ì'' ani. handu
edda e iljjadda drentu, diii a ru p)anaUpri: u pìileddi tantu triggu e piìeddi
ankgra aljìri dui gobani pa fallu s'ùbbidu in pani. » lu baddronu li rì-
pundìa: uabbaidda, filpra, humenti fa^eddi ; tu matessi vedi ki hilpu bani
hi z' e no si pg manà di hantu e tglpti. » e edda forra a rìpundi di fa hu-
menti dista, hi ru bani ga n'isia duttu. fati' ani ru bani e tandu si bo^ga
ru diamanti da diddu e dihi: «diamanti, tutti gìddi hi pììani bani, vén-
giani a kilpa buttreja! » a hiljìa baràula tutta ra jenti andò, a inhiddd e di
gantu era r' aburgttu, s'ililuidiani a puni. hilpu era hgs'a di duna di e ri
panatteri s'g i/unti gran rihhi. una di hilpd go^ana e andadda a ru ìnaUliaddu
a humparà harri. drent'a ru malihaddu v'era un hapitanu un finenti e un
ufiziari e l'ani abbaidadda, difendi: « hi bedda go^anal >'> l'ufiziari à dittu:
«si vinìa hun -ìneggu ri dazia vini' ilihicdi. » lu Unenti: « eju ni ri dazia
huaranta.» e lu hapitanu: «eju sissanta.» kidda d intesti tuttu e dizi:
gggi bglu r' ufiziari a ri dezi. » kussi a l'ora fssadda e andaddu r^ufìziari
e hand'eddu era drentu, §dda r'à d/ittu: « alpe'ttia tin mumentii, hantu ab-
baiddu si ri baddroni s'o drummiddi; pila intantu hilpu burattu e burat-
tegga. » handu r'ufziari al^'ia ru burattu in manu, si kaba ru diamanti di-
zendi: «diamanti, eju humandu ki hilpu ufiziari iljjo'ggia tutta ra notti
buì'attendi» e edda s'è kuliìiadda. lu manzanu s'è isidadda e intendi ankgra
ru burattu andendi, tandu s'i kal^a ru diamanti e ri dizi: «eju kumandu
hi dàssia ru burattu e sinn' àndia. » la jenti cidendi f/iljju ufiziari kurrendi
pa ri karreri tuttu bianku di farina, ru fazia un vulj)addu di zajheddu.
la nglti infattu e andaddu ru Unenti a ra matessi gra e la gobana li a
dittu: «fózzia ru p)iazeri di tanhà kidda Janna, h' eju andu a vide' si ri
baddroni s'g drummiddi. » lu Unenti d piìadda ra Janna pa tankalla, e al-
lora kidda si bogga ru diamanti e dizi: « eju bglu g' ilpóggia abbrcndi e
tankendi ra Janna tutta ra ngtti » e eddz sinn' e andadda a drummi. lu
vianzanu s'isedda e intendi ru finenti ankgra ku' ra Janna e kunianda ki
sinn' àndia. la de zza ngtti v'e andaddu ru kapitatiu e l' à fattu ilpà sem-
pri buffendi ru fgggu e ru manzaiiu si l'à fattu andà a has'a s'gja. lu fi-
nenti, r' ufiziari ku'ru kapitanu pa kilpa kulunella va di infattu ri màn-
dani ri suldaddi pa arriljìalla; ma edda si bogga ru diamanti e dizi : «eju
bglu ki no sinni vejgia di gilpi maìiku anka.» e kuss'i e ilpaddu. finaj-
ìnenti edda à fniddu ru dempu d' ilpà in kilpa ziddai e dizi a ri baddroni:
Il sassarese, il gallurese e il còrso. Testi. 415
« eju dumani palpu a kas'a vipja. » lu diiniani palpi hini fjran dlpiaseri
di ri baddrnni a uni era ru s'ajprnti e rd auddu hi dubìa atpitlà ankpra
tre dì. a ri trn di ru s'ajpenti e turraddu krilpianu kumrni'e lutti r'alpri
e so s'ùhbidu palpuddi a uni era ru babbn d'rdd'ì. kandu s'n nrribiddi a
kas'a, ru babbu pinendi di r'alligria a daldu una gran felpa e eju m'aggu
fattu un 'paggu d' ili ha pi di pahiru e a kand'a kas'a no n' aggu auddu
più fìru.
4. góbbura *.
e tutti l'àini boni
piìaddi a kumandamenfu ;
e pa più aumenlu
la gas'a inibiankinadda
a nep'u di vummu...
e succu di gaurazza. »
In s'akkoni e ra dramazza
i' ru salpu m'inkuntres'i
siininendi bis' ibis' i,
un kumpanu mi vinis'i:
« kumpari, s'ubbidu azzeddi,
in kas'a v' inkicntrareddi
un kriaddu di più. »
ini bilu ru monti in su
kurrendi k'e sajpinteri,
e inkontru a me' muleri
Tcaggendini da ru rettu,
e inkontru, in bo' ripettu,
un àinu in koljìi mes'i.
pa fasallu erani dezi,
pa kulihazziru diigttu,
kuaranta pòjmi d'ilihgtlu
piles'ini pa mantedda,
la fasa di funizedda
fatta da ri sinnar es'i;
pa karetta tbiude s ini
una gran zukka tumbàrigga
arrigadda da monti kànigg a ,
ki pis'a^a dui f)anta[ri].
a pulpallu a battizà
piJes'ini un karrattoni
fatta di fgla di fgga
kun battiriugga e uljn^ga
pa kumpunì li fori.
un gran paddrinii dutfori
k'e nigggra tral}aladdu ,
iiìora firippa kuz z addii
a paddrina kumbides'i.
lon[)u longu komm' un sakku
e grgssu komm' una rusa,
kandu ru dókhani rusa
kument'e un kani arelpu.
kussl nàsia lu relpu
di dutti ri zappadori,
a ilfìrallera e a fori
di dutta ra jinia,
e duiia pizzinnu ri dia
un' ilxliuriftta a Tcuru.
5. rfóbbura.
— bona sera, ino dutfori;
un kozzu traljaTadori
a volpe vg fabiddà.
e lirrdu gi mi farà
gulpizia §un razoni;
mólfiasi a kumpassioni
* Vedine una variante in Sp, cps. 154; e circa le gobbure, v. Giorn.
ligust., XVI 465.
416 Guarnerio,
d'un pollar eltìi affannaddu. o fradeddi zappadori,
poi d'a^if tra^aladdu nisunu iljna fidaddu
hitn bragaritu dutiori, a kissu pplihu dutfori,
ini rilprsi dibiddori trampgs'n no lu hridia.
di setti 0 pttu zurraddi; kandu a vina vinia
afyendiri tra^aladdi mi ni fazìa isi mazza e peci,
a^d no mi ì}p pagò ... — féndiini fin' a gingcci
— borni e III bplpru huntaddu; fundà li fondi tiirraddi;
bisoha eddu intindi; ' l'àjbiiri be' tkazzaddi
fózziaru adunka vini. — ga vuria di kuntinu.
— la rosoni mi darà, tbrigaddi, o aguzzimi,
palihi no mi à pagaddu. oai e zehha lu duttori, ecc
B. Gallurepi.
1. li dui frateddi e li koranta latri '.
kisti crani dui frateddi, unii poni e unii rikku; dunka lu rikku era
invidipsu di lu frateddu e lu 'ulia assai inali, palki era poni, kistu an-
dac eia duniìa dì a Urina pai Rampassi, una di, kandu s' era barriendi lu
habaddu, intendi kistu ruìnpri; timniis'i e sinn' alza innantu a un àlbum
k' aia akhultu. vidi koranta latri vinendÀ a und' era iddu e intendi fa'iddendi
lu kapu-latru, ki dici a un monti: «sèsamo , apriti! y> e lu monti s'apris'i.
li latri intre's'ini tutti ki, poi d,i tant' ora sinn' isìs' ini tutti in pari e fàcini
kamniinu. kidd'pmu tandu sinni fales'i da l'àlburu, s'akkosta a lu monti e
dis'i: sèsamo, apriti!» e st'ibbilu s'apris'i. intra indrentu e vidi li trisori
ki v'erani in kistu monti; no faci altu ke barriassi lu kabaddu e anda-
sinni a kas'a s'pja. la mudderi allegra, hand'à visiti kissu trisoru, l'à dittu :
«kommu se' andatu?» kiddu li dici tuttu lu fattu koimn' andac'c'ìa. dunka
a lu monti si§is'i a andàni pai tanti 'olti , ma dappi no v'andes'i più, ki
di dina n' aia abbastanza, siibbitu si fabrikes'i un palazzu e fes'i sum-
m' akuistu. una di kiddu frateddu rikku lu dumandes'i komm'aìa inkun-
tratu kistu dina, «me frateddu, rispundis'i kiddu, kuss'i e kussi» e fatlu
l'à tuttu lu kontu komm' era andatu. lu frateddu rikku s'inkamines'i e anda
e lu postu e dis'i: «sèsamo, apriti!» e s'apris'i. si fes'i un grcn barriti
di dina e anda par isi, ma lu monti appena k'iddu era intratu, s'era cù-
siu; vinis'i a isi e no pudis'i isi, palki no s' ammintaa di di: «sèsamo,
apriti!» iddu tuttu kunfusu dAcia un'alta hos'a. in kistu vènini li latri e
* Raccontata da Giov. Andrea Pasella Cordano, contadino di Calangianus.
Il sassarese, il gallurese e il còrso. Testi. 417
l'ammùzzani e l'app'ikkani. tandu disi un latru: vgcldu andà a iskupri ha
l'à pres'u lu ngstrii dina.» d.is'ini l'alti: « anda a hidda citai» e iddi pal-
tia'iìii sùbbitii. intantu lu fratrdclu poru, da ki aspittes'i tanti di e vidis'i hi
lu fratnldu rìkku niankaa tanti di da kas'a s'gja, kutninces'i a pinsd mali
e diala : « su poru ine frateddu Vani moltu. » si poni in kamminu e anda
sglu a lu monti e inkontra In frateddu moltu. lu pidda e ni V arrihes'i a
has'a s'gja. avvisa la muddrri di lu moltu e li l'onta, Tcomm' era andaiu lu
fattu. la mudderi dis'i: «no sentii k'e moltu, sentii lu k'd a di lu mundu. »
dAs'i tanta lu kunnatu: «lassa fa a me e no timmi.» andat'e sùbbitu a
und' e un kahulaju e li dis'i: «vimf voi a Uusimmu mia butacca e ti foltu
imbiudatu.» dis'i lu kalzulaju: «si, ki venfju.» s' d pjres'ii la lésina e lu
spati e tokka a kas'n di kidd'gmu e kusitu ani lu frateddu moltu. lu hal-
ziilaju sinn'e andatu a kas'a s'gja, e kiddi si s'o posti a (jridà, unii h' era
moltu lu frateddu e l'alta h'era moltu lu tnaritu. ci lu pulte's'ini a kam-
pusantu e lu 'ntarre's'ini sùbbitu. turremrnu a li latri, ande's'ini a lu monti
e no inkuntres'ini kiddu moltu. « vgddu andà a hukanni kapu di kista
kos'a» dici unu e andes'i siibbitu a kidda citai, hand'era arriatu, no ais'i
d'andà ke a und'e kiddu kahulaju e lu prikuntes'i: «ìiihinu ci manka da
kista citai?» dis'i l' altu : «si, m' ani pidtatu a kusi icn gmu imbiudatu.»
turres'i a di lu latru : « ti basta V ànima di pultammi, ki ti paku. » « si, dis'i,
ajó» pestìi l'à aia Janna, dicendi: « kista e.» lu latru fes'i un siiinu ruju
illu muru e paltis'i a lu monti, kandii l'alti latri hi 'idis'ini, l'ani ditlu:
«be', se andatu?» «si, rispondi kiddu, accu inkuntratu hi k'era cilkendi
e pa.lkl no mi smintikessi la kas'a tendi sta, accu fattu un sinnu illu muru. »
dis'ini l'alti: «dumani aemmu a 'ndà tutti.» la s'ilvidgra di kiddu palazzu
intantu, aendi 'istu hissu sinnu Uhi muru, ni fes'i illi kas'i h'erani akhultu.
la di infattu, komm' aìani dittu, ande's'ini dui latri e vidis'ini li kas'i tutti
sinnati; si faidde's'ini tra parti e dis'ini: « ngi no pudemmu fa nienti, palki
no sapetnmu ha sia la ka^'a hi cilkemmu. » e sinn' ande's'ini a lu monti,
dis'i lu hi v'era andatu prima: «aeti inkuntratu?» dis'ini: «no, palki
aemmu autu tutti li kas'i sihfiati.» dis'i kiddu: «eu di sifiìiu n' aceti fattu
unu sglu. » « no e veni, rispundis'ini kiddi, l'ai fattu in tutti li kas'i » e lu
pidde's'ini tutti e l'ammazze's'ini. faiddes'i un altu: «vgddu andà euy> e
andes'i a kidda citai, xiniitu a lu palazzu, undi staccia lu k'aìani moltu,
fes'i un sinnu nirddu. la zirakka vidi kistu sinnu nieddu e ni faci tinti in
duniia kas'a. lu latru andes'i a hi monti e dis'i: «abà (ja semmu sii) uri ;
stasera andemmu, accu fattu un siniìu nieddu. » la sera andes'ini e inkun-
tratu ani tutti li kas'i sinnati a nieddu. si faidde'sini tandu tra parti e kri-
dendi k'iddu aia fattu kissa kqs'a pai buffunalU , lu plddani e l' ammàz-
zani. sinn'àndani a lu monti e arrisles'ini a trent'gttu. dis'i lu kapu-latru:
Archivio glottol. ital., XIV. 28
418 Guarnerio,
« einmu a fa una kg/a kommu diku eu. voi aeli a istà intonili a lu palazzu
e eu accu a intra indrentu komm'e amiku ; kandu poi accu a cukkà. la
Janna, voi steti pronti e intrrti indrentu.» d'is'ini l'alti: «si, anda beni.»
la di infattu andes'ini e lu kapii-latru intres'i in kas'a e l'alti sle'sini fora,
kqmm'aiani dittu. lu patronu di kas'a kandu 'idi kistu gren sinngru, la
fe/i punì in taula a marina e iddu si puses'i a falli kumpania. la sera lu
kulkes'i in una stanzia siparata; ma kun tuttu kistu no ptudis'i fa nienti,
k'era la zirakka un poku avvista, tandu la inani lu kapu-latru dÀs'i ; «vgddu
andà a ispassu.» dis'i lu patronu di kas'a: «àndia.» lu kapu-latric avvisa
l'alti kumpanni e li dici lu mutiu ki no li aia puduti fa intra, jjer^ li
dis'i: vinili a notti e intreli illu kamasinu di l'pcu indrentu a li jorri, ki
vi il' ci una par pmu.» «si, kussì femmu» rispundls'ini kiddi. intantu lu
kapu-latru si ni forra itnd'e l'amiku. la sera tutti l'alti latri, kommu l'aia
dittu, andes'ini. la zirakka sinn'avvidis'i e dis'i: « he patronu, ci manka
Vgcu a la kandela, deku falò, a lu kamasinu? «dis'i kiddu: si, fala.» fa-
lata e e vist'à tutti kiddi indrent'a li jorri. idda s'è Jcalata; a pres'u una
lapìa, pinata l'à d'ea, buddita l'à senza di nienti a lu patronu e 'molti à
tutti kiddi k'e'rani illi jorri, palkl li lampes'i innantu tutta kidd'ea k'aìa
fattu budd'i. a lu kapu-latru poi k'era iti kas'a, l'à missu unu stillu e
moltu e sùbbitu. kandu la patronu sinn'e avvistu., dis'i: «kos'ai fattu?»
« accu fatili be', rispundis'i idda, véngia kici. » dapoi ki lu patronu e an-
dalu, la zirakka d dittu: «li kunnosi kisti?» si, ki li kunnosu.» e dapgi:
« tu se' me' niudderi, dis'i, palk'i m'ai sfrankatu la molti. » iddi si stes'ini
maritu e mudderi e a me no m'ani datu nienti, si no ke un kuliri di 'imi
e un fìasku di makkargni.
2. mussiù lonfró ^
kistu dici k'era un babbu e una mamma e aiani tre fdd<jli, unu si cam-
maa anioni, unu kr imintinu, e l'altu juannedd u . li primi dui li
manda a iskgla e lu minori, ko,nm'era in suspettu dÀ no esse sgju, lu manda
a valdià li pe'kuri e hi tratta a iskacca kani. lu steddu vidéndisi kussi mal-
trattatu, pinses'i d'andasinni a zirakku a un'alta citai; komìnii fus'i. una
bedda di si prisenta a la mamma, si fes'i dà la binidizigni e pallis'i. kam-
minu fendi li pidda notti e no pudendi più andà, fus'i kustrintu d/allu-
cassi in una kgnka. kistu steddu aendi ^rati fami si bukes'i da busakka
un pani ki l'aia datu la mamma prima di paltissi e si pgni a manna,
mentr'era piddendi lu primu pezzu, si li prisenta un ziu 'eccu dumandén-
dili un pezzu di pani, e iddu tuttu kuntentu li dis'i: «piddeti, ziu, di lu
* Raccontata dallo stesso.
Il sassarese, il gallurese e il córso. Testi. 419
poku k'ac'c'u.» la mani, prima hi li dui si jìimìs'ini in viarfg'u e si sipa-
re's'ini di paru, lu ziu 'eccu desi unu stilili a kiddu cganu dicendili: «pidda
kistu slillu e kandAi 'pi ammazza pidd/i da kista palli, kandu li 'pi turrà
vìi, tókkali da kist'alta palti. » e kussi pallini dufmunu jìa lu so' kamrninu.
arriatu ki fus'i juanneddu a la citai di lu re, sapisi ki kistu aia hi-
sonnu d'un pikuraccu; si prisenla e ku lu re slabilWini lu kuntrattu
k'era di kista tnanera: «centu skudi l'annu, manna frankii, kalzamenti e
vistimenti e un baddu duniìa sera ku la fddpla minori. » lu re akkunsin-
tis'i a kistu, pere,' ki no fùssia intratu mai in kissi tanki, k' (frani akkultu
a lu s'p' larritpriu, e iddu rispondi di no, unu di infra l'alti kiddu ci mit~
tis'i li pe'kuri in una di kissi tanki e kandu lu 'idi lu magu , palrgnu di
la tanka, andes'i par ammazzallu ; iddn si diffondi e fes'i kade moltu lu
ma§u. a kista 'isla la mudderi e li fiddpli di lu ma^u si pimis'ini a grida
folli, ki era una kos'a skalminlps'a. lu sleddii pikuraccu dis'i a la mud-
deri: «basta ki tu mi p7'um)netli ki to' maritti no mi focca nienti, eu lu
lorru 'ìu.y> la mudderi iskunsulata dis'i di si. g'uanneddu lu tukkei'i
ku la kpda di kiddu stillu e lu torra 'ìu. appena ki kiddu si ni pis'es'i
rikiinnusenti di lu so' benefattori lu kunvitc/i a gusta in kumpanuia s'pja
e mentri jìrani li sali abitali da kistu, g~uanned,du vidis'i tanti pinnacci
ruj ku unu spinettu e li dumanda si vi li daccia. lu maga tutlu kuntentu li
dib'i: «piddali puru k'e kissu lu me' gustu. torra juanneddu a li pe'kuri
e V ammazza tutti, li pittinig'g'a beni e a lu masti l' attakka lu spinettu e
un beddu pinnaccu ruju a li korri, e tutti tukkéndili ku la kpda di lu
slillu li torra 'ti. a l'ora sòlita s'affacca lu re e la regina a lu passiziu e
vidini a g'uanneddu ki pullaa innanzi li pe'kuri, k'e'rani una biddesa a
videlli e li dumandeJi komm'andaa lu fattu, a punì a li s'p' pe'kuri kissu
pinnaccu ku lu spinettu. iddu no irrispondi, ma faci sima lu baddu e
badda ku la fddgla minori di lu re, ki si cammaa Maria, la si§unda e la
telza di fesi lu matessi ; passes'i illi tanki di l'alti frateddi di lu magu,
sempri fendi lu matessi, lanlukl tult'e tre lu 'uliani tantit be', kgmmu puru
li diclani di paskulà illi s'p' tanki. una di veni un aldini a lu re da lu
ò'alpenti di setti kapi, ki li 'ùssia stata mandata una di li fddpli femini a
la jeza kampeska più akkultu pai mahriasilla, si no li dioastaa tutta la
citai, lu re fendi ^ran pientu, mandes'i la fddgla manna a kidda jeza, in
kumpannia di kistu mussiù lonfró pai diffindilla, si pudia. ma kistu,
arriatu ki fus'i a una macca, si piise^'i e dis'i: « anda da pai leni.» kan-
d'era la piccinna fendi orazioni, intendi kistu ^ren rumori e kridendi d'esse
lu s' alpe liti, si punis'i a §ridd; ma kistu kaaleri 'istutu di kurazza {k'era
juanneddu) dis'i: «.tio timmi, ki ti deku diffindi.» acc^ lu s'alpenli, ki
dM appena k'd vistu kiddu ku la kurazza: « no vpddu kista più, ma l'alta. »
420 Guarncrio, Il sassarese, il gallurese e il còrso. Testi.
(fnanneddu rispondi: «ni kista ni l'alti fucini pai ieni!» la piccinna
no hunnisendi In n'o' saloadpri, palici sult'a la kurazza, he 'id'ia pultà idda
a la palazzu pai fa lu kontu a iu bahbu, ma iddu no vulis'i dìcendi: mi
dia piitpprestu un sinnali e sokìi kuntentu. » idda pidda una hedda tabak-
kera d'oru e vi la dà. illu palli la piccinna inkontra a mussiù lonfró illii
tnatessi Igku e li dici: «anhora ki no in' acci salvaiu tu, vi ni s'o istati di
l'alti. » iddu dis'i: «si no dici a babbu toju e a tutti ki t'ac^cu salvai' eu,
t'ammazzu abà matessi. » idda pa no ammazzalla jure/i di dì si e kommu
fus'i. la jenti appena ki vidìs'ini a miissiù lonfrò ku la fdd.nla di lu
re, kumince's'ini a akkramallu e iddu tuttu si kuntintaa. kuss'i rf uanneddu
fes'i pa l'alti dui e n'ala in donti sempri un pinnu. lu più beddu era lu
di la minori k'rra lu diamanti, palkl pai kista aia kumbattutu kun più ful-
tadesa e aia ììioUu lu i'alpenti, pultèndisi per(j li selli Ungi, mussiù lon-
fró sempri aia fallii lu matessi e a la minori iddu l'ubbrikes'i a pultallu
a la jeza e jjiddassi li setti kapi, no kridendi di 'ine' iskupialu. pìddani li
setti kapi e si li poni illa punta di la sàbula e li polta a lu palazzu di
lu re, akkramatn da tultu lu ptopulu. videndi lu re e la regina tanta 'it-
tgria di mussiù lonfrò, si kuntr aste' s' ini di dalli la s'g' fddgla minori par
ispos'a, sendi kisla la più bedda. prima per^ di spus'à fcs'ini una cena e
invite' s ini tutti li sinhgri di la citai, forra j uanneddu la sera di paskuld
li pe'kuri e fes'i subbilli sunà lu baddii e si pidda la fddgla mingri a baddà.
stancatu lu bnddu, si panini a cinà. dunFucnu konta lu b'g' fatiti e g" uan-
neddu fus'i più iskullatu, ki daccia li kos'i più be' di lu s'g' nimmiku;
e si boka da busakka lu mikalgri la tabakkrra e lu diamanti e par ùltimu
boka li selli Ungi, tantu ki mussiù lonfrò Uhi stanti parii paldi li folzi.
la slrdda mingri a kista 'ista dis'i ki g" uanneddu era lu ki l'aia sal-
vata e kussi diò'ini tutt'e tre. maria, la fddgla mingri di lu re si jetta UH
bracci di j uanneddu, e hi retiréndisi da hi kgddu la kurona, la poni
ku li s'g' mani in kgddu a g" uanneddu; e piddani a tnussiù lonfrò
e lu brùsani 'iu e bonu. g''uanne ddu skrii a lu babbu e a la mamma e
si li faci 'ine' e pa tuttu kiddu maltrattu li piine/i di rikkesi e d'ungri.
iddi si s'o istati e eu mi ni s'oku 'inula.
Il sassarese, il galhirese e il còrso. Correzioni. 421
Correzioni e Aggiunte.
Voi. XIII, pag. 127, lin. 3 leggi: nel 1863 — 131, 18 pienu,
ib. 19 pieni — 132, 33 pinsendi cammendi — 133, 32 fri-
gala — 134, 2 ipiccitti, ib. 11 valli, ib. 21 bujag'u cin-
naracju — 135, 21 tredizi sedizi — 136, 2 ìpiena —
137, 18 ipesa, ib. 21 liy^esi, ib. 28 meìu, ib. 37 meta —
138, 7 pessiggu, ib. 24. Anche il gerundio dà -endi: hri-
dendi dizendi — 139, 2 ipiccu ipiccitti, ib, 11 tpina, ib. 12
ipigga, ib. 14 kussì, ib. 15 figgadu — 140, 3 peoaru, ib. 4
Uzitu.
Yol. XIV, p. 131 1. 5: kuindizi, ib. 15 nettii, ib. 16 kanelpru
minelpra — 132, 1 anche in iti a si ha e: bicldezia du-
rezia pi. rikkezi ecc., ib. 35 ampullitta — 133, 4 v. n. 82 n,
ib. 7 soht e va al nm. 27, ib. 12 dodizi, ib. 21 kommu e
nommu e vanno al nm. 26 — 134, 5 ommu ommini e
vanno al nm. 29, ib. 7 ilpoggamuy ib. 8 parò pero, ib. 22
kp7'i mori e spettano al nm. 28 — 135, 28 fojhiza, ib. 30
fossi, ib. 34 dabbpi — 137, 10 piobi, ib. 19 alkotina va
al nm. 35, ib. 25 kùidu, ib. 36 ilprpppiu ilprpppia —
138, 3 onza, ib. 5 ondizi, ib. 15 dolce — 139, 4 mendula
— 140, 38 paro — 141, 24 ondizi dodizi tredizi — 143, 8
merrula — 144, 10 iinibbari — 146, 8 zimbpina, ib. 9
zimbpnia, ib. 11 limbpina, ib. n. 1 zimbpina — 148, 14
kalzetla kazzetta — 149, 8 rilpzu, ib. 18 kussenzia pinid-
denzia — 150, 16 mezzu, ib. 32 ilprpppia ilprpppiu —
153, 14 buccikoni, ib. 23 dorce, ib. 29 faldetta — 155, 29
fjrombulu grembuhi — 156, 21 piobi, ib. 22 kuppiplu
— 159, 1 folpi — 160, 4 sejoi, ib. 14 pessu, ib. 15 ri-
vessu dibessu invessu — 161, 23 fpjbiza — 162, 14 ab-
bulouddd, ib. 31 piphi. — 164, 4 fpssa tossa, ib. 20 leljìru,
23 drelpa, ib. 29 ankuiina, ib. 35 nommu — 165, 4 pre-
posizione, ib. 13 inzensu — 166, 28 figgadu ilpoggamu —
168, 5 akkankard akkankaraddi — 169, 11 fpjbiza, ib.
12 e anche ondizi dodizi tredizi sedizi, ib. 30 inzensu —
422 Guarnerio, Il sassarese, il gallurese e il córso. Correzioni.
170, 4 vindelta, ib. 18 prosimu ib. 25 ilprpppia ilprup-
piegga — 171, 6 kuattoldizi^ ib. 34 g'algastolu valgastolu
— 172, 35 gemma — 174, 4 grossu — 176, 33 dissimilato
— 177, 7 velpigga, ib. 12 zinWbari — 181, 5 kori gori,
ib. 21 re — 183, 16 kori gori, ib. 27 re, ib. 28 re —
186, 36 arrahiegga arruinegga — 187, 11 leprii, ib. 27
uni — 188, 2 rilpzu, ib. 15 drelpa — 189, 23 frebba —
191, 14 nieggii, ib. 15 teggu, ib. 27 paldmieggazi —
192, 35 d'eddis — 195, 16 appeddrigegga, ib. 17 huziegga
kìfjubegga minimegga diuneggani vbbaregga — 200, 19
voni, ib. 29 molpu mori inori, ib. 30 morini.
Aggiunte al Lessico.
àvia, gali., incontro, log. òbia obviam.
homm' e, sass.e gali., come, nella comparazione, e anche hant' e; crs. kumm' e^
tant' e, kuant' e.
fiamenti, gali., finalmente, con immistione di tia, che vedesi q. s.
infattu 0 fattn, sass. e gali., dietro.
in lo^fjii, sass., in nessun luogo, gali, in loku o illoku, crs. in Igkn o indoku^
commistione di inde e loku.
in dibacla, sass., invano, gali, dibbata, cfr. fr. ant., geo. ecc., Diez less. s.
badare.
pa ommu, sass., per ciascuno.
tin' e, gali., fino a, da ten[us] et con Ve in i per l'accento rimosso, cfr.
prtg. té Diez less. s. v. ; anche tia a, forma sincopata della precedente
con V-a analogico delle particelle, Hofra. 16, Arch. XIII 109; sass. tiakl
finché.
A PROPOSITO
D'UNO SPOGLIO DI NOMI LOCALI.
Note fonetiche
DI
SILVIO PIERI.
l>iegV Indici che seguono alla 'Toponom, delle Valli del Serchio
e della Lima' (Suppl. Ardi. Y 225-41), mi limitai, come dovevo,
ad assommare i risultati di maggiore importanza. Spero perciò
far cosa non inutile, se aggiungo ora a compimento alcune altre
note, che nel corso del lavoro m'accadeva di mettere insieme. Il
modo che si tiene nel citare i singoli esempj è lo stesso ; e con
'Ind. ' più il numero rispettivo si rimanda qualche volta di qui
agl'Indici predetti.
Vocali toniche.
E. 1 . Col ditt. che persiste in posizione recente : Sierli 5 ser, Pierle
pe (cfr. lì. posti'^rla, XIV 341 n). È l'è per effetto della seguente pa-
latina, in Leccio 1^ Dee; per l'iato, in Macea 5 mace (e v. anche
Ce'oli ecc., Ind. nm. 27); e per la condizione di terzultima, in Tre'moli
2 trem, {^Negala G ne]. Ma stona in tutto l'è di Spelte 2 spe.
I. 2. D'età longobardica, venuto pure ad e, in Bonezzori P Bono.
-- 3-4. Silice 5 si, Pollizzora -e 2 poi. Ma l'iici 2 il, ben potrà ri-
specchiare il class. Ilice; e Tribbio G tre, ripeterà certo Vi dalle
l'orme arizotoniche di tribbiare. Ha Yr contro la norma: Sjì'^^zi 6 hos.
0. 5. [Vecciidlo 2 vie, Rabbiùla 5 lab]. — 6. L'a, spiegabile con la
■semiproclisia sintattica', in Turrite 4 tor.
U. 7-8. Breve, parrebbe riflesso da u in questi esempj per varia
ragione incerti: Collura 2 coru, Guìfa -ari 5 gul, Gurgite gur. Per
Busso -i 2 bu, cfr. XII 110. Con o irrazionale: Nocchi 2 nu, [Kùndr-
ioli mur].
AE. 9. In e, per le palatine contigue, in Pianceci V Cae. — AU.
1 0-2. Chios'a 4 clau, Pioto plau. - Con au secondario : Pietrdula ecc.,
v. Ind. nm. 27, Contratto, anche in Fo e Sofà 2 fag, Polo e Frappola
5 pah. — 13. AI secondario, in Fdite 2 fag, [Brdina G bra].
424 Pieri,
Vocali atone.
A. 14. In e, anche: Ces'erana 1' Caesa, Ceres'f^Ua 2 cera, Canevale
6 canaba. — 15- In ^: Siteriano 1- Sat, [^Ghiviz'zano Ola], G ri-
mi g nana Gram, Gignano Ja; Fibbiaja 2 fab, Grigneto -étola 3 ara,
Orlolimhértoli 1^ Lamb; Marcinese 1~ Marcia, Cerigiola2 cera, Fal-
ciprada 6 tal. — 16-7. In o, tu Dioccigne 4 diacc, [Ogneta e Ugn- 3
agn] ; Ciciorana \- Ga.ei3i, Segoreta 2 seca. A contatto di labiale:
Volcascio P Gas, Bolenzana 1- Valen, Botrognano Vatr, Scarapoleti
2 palu, Limolama 4 im, Morsceta mar, Barburàtico \- Bar, Busciano
Bas, IPulecchia 2 palu]; Compignano 1- Gampan, Gromignano -a
Grani, CommóHoli 2 mur, Malop'j'ta e Pianov^rti 4 ape, Cavezza e
Covinaja cav, Gromigno gra, Comezzana 6 cas, Subbieto 5 sab; Afo-
milio 1' Ma.m, Fobbiano e i^wM- P Fla. — 18. Postonico. In z: iV/rtn-
c^27a -rrt 2 am. Campa cannab (cfr. XII 113), Bùvili 3 bu.
E. 19. — Protonico. Intatto: Ceriliano \- Caer, Cericiana Cere,
Cerignano Gerin, Pelizzana Pel, Petignana Petin, Petrognana -osciana
Petro -u, Stefanatico Steph, Trevizzana Trebid, Verazzana Vera,
Vetrìano Vetur, Segoreta 2 seca. Fé minia no 1- Ferro, Germagnana
Ger, Nestrignana Ne, Persiniano e Presign- Pers, Servigliana Serv,
Terpiliano Trepill- e Treppignana Terpil -in, Ventignana Ven;
Ceragna V Ger, Metdlo Motel, Per alla 1^ Peri, Saggiane Sei, Tz-ec-
c?rtno Thre, Metiano Met, Pezzano Pett, Sensano Sen, Veriana Ver-
ria, Messala 1^ Mes, Versilia 7, Rezzano e Regnalla 1- Hered -en,
Vellano 2 avel, Serniana 1- Sere, Vergnana Veri; Vetreta 4 ve, Fcc-
chiano 1~ Vetul, Verciano Versic; Juveriano -ejano \~ Juve, Pa/-
lerina -oso 2 pale, Valenzana \- Valen, F. Terenzana Tere, 6^e-
nestrule 2 gen; Meati 5 mea. — 20. In «: sagoreto 2 seca, Prrt-
tafessa 4 fiss, BatarHlo 2 ab; Sansano \- Sen, Sargiana Sevg, Quar-
ceto ecc. 2 qua, [Bargiglio 7], Vaneto 2 aven, Salissimo 5 Au, F«u-
^«no 1- Ave, Ciarle'tori 2 cerr; Palliaroso e Palareto pale. — 21.
In z: Cirog nana l- Gerin ^, Livizzano Lep, [L/yorete 3 le], -Snn-
pruniano ì- Sem, Trimigngni 6 ter; Bigiano P Reg, Piteglio U
Petil, FiYo/o Vetu, Bitolla -o 2 betull, .S'/^ygoie 6 seg, Miiiano l- Met,
Liscaccio -schela 2 es, Siedala secc, [Bitecchio -eto ab], i?^ae^^■ 5 aren,
Vitjana -o l- Vetur, Vitreta 4 ve, Libbiajo 2 eb; Cericiana e C/r/^-
* Ma qui, come in generale pe' nomi che s' adducono dalle carte antiche,
gioverà non dimenticare che in esse occorrono z ed m non di rado anche
per e ed o, secondo che fu osservato parecchie volte.
A proposito d'uno spoglio di nomi locali. 425
P Cere, Coriliano Core, PoalicQsi F Cau, PaULdlo 2 palu, Quar-
quitana e CurcUano que, Gruviùano rubu, Duritana 5 bot, Pivitano
2 pir, Sptnitajo spi, Vallicava 4 cav, Ravilunga lo, Felcisecca si, Ce-
rigliana CirigUano 1- Caer, Scarpiglione 5 scar. Moriglione 6 mu. —
22. In 0, M, a contatto di labiale: [Borsigliana 1- Versil], Spoltale
-ajo 2 spe, Cipureta cv, Curcheta que ; Giomignano e Gium- 1- Com,
Dobbione -ale 5 deb, Orbigliaja 2 erv, [Giumeglio 1^ Geme], Luviz-
zani 1- Lep, Gruppeto 5 gre; [Mobbiano l- Mev]. — 23-5. Postonico.
In a: xt'va/ie 5 adv. Osare Au, Sdlabra G sale;- in z: Oj^/n 2 cj;-
in o: Cocórabola 2 cucum, Sàgora su, O'hzori 5 Au.
I. 26. Dei nomi gentili in -ano, intatto di regola in sec, protonica;
V. passim. - Inoltre: Culisiriano \- Hi; Minazzana e -ucciano Mina
-u, Vitaliano Vite, Lhnolania 4 im, Piritano 2 pir^; Pisàngola Pi-
agne l^ Pisa -0, Scimone Sim, Vineccio Vin, Livggno Lib, Filecchio
-e'ttole 2 ni, Sil^rchie sile, Pilgso -dsori 4 pil. Fi g latice l~ Fil, T^-
tiana Tit, Vibbiana Vib, Pignano Pin, Piscilla ecc. 3 pis, Lizzano 1-
Allid, Nicciano Ani, Ricetri 2 eri, Riciana 1~ Ari, Risteto 2 ari; 3/rt-
drigale -iceto mat, Piansindtico l- Asina, Brassicaja 2 bras, Capitato
-eto capi, Romicaja -iceto rum, Fonclicacce 4 fun, Campigligni 5 cam,
Merizzaccldo -zzino mer; Cilivano V Sii, Liciniano 1- Licin, i\/«-
nicciana Minic, Filicgso -aja 2 fil. — 27. In «, anche: Paretana 2 pir,
Salieano P Sjlli (isecond.; e cfv. Salacagnana 1- Sj), Salval^o e
Salvareggi 2 silv; Vacciule vie. Salvano silv, Lancis'a 4 caos, Ragala
2 eri, Lacciaja il, Falcigoli -Icigne fil, Antrdccoli 5 aq. — 28. In e:
Scelivano V Sii, Regolajo -eto 5 riv (e cfr. jRe- = rivu, pass.), i^t?/7-
caje 2 fil, Selicano P Svili (« sec; e cfv. Seracag n- 1- Sy), Ce»?-
brìano P Cim, Vencigliaja2 vinc, Fescalino 4 fise; Veneglia P Vi-
nil, Felecchio 2 fil, Lecciana P Lic, Pegnana Pin, I'<3ri:a>ia e -rdiana
Vird, Pescina -Scilla 3 pis; Materceta 2 mat, Parezzana 1- Patrie,
Potezzana Put, Pomezzana Pum, Solegnano Soli, Capezzano Capi,
Do me ti a no -ss ano Dom, Invercta 2 vire. — 29-30. In o: Moto-
Igne e -o^ato 4 mut. In o, ?<, a contatto di labiale: Formigndtica \-
Fir, [Corèo^^gm 2 corb], Barbugndtica 1- Balbin, Caniuliano Carni,
Doniuzano Dom, CiutHla 2 ci, Fucecchia e Fugattaja fìc, Ramucina
ram; Promiana 1^ Prima, Valpromaro e -prumaria 4 pri, Ooj)-
peto 6 cep, Si Invano P Sii, L umano 0 li; Boveglio 1^ Biv, Trrt-
momgnti 5 tram. Qui anche: Gagliano P Aq, Culaja 3 aq. — 31-2.
* Del resto, in esemplari come il presente non è improbabile un ricorso;
e cioè Pi'r/- da Peritano, forse per assimil.
426 Pieri ,
Postonico. In a: Salisciamo 5 Au, Pastano G pas, Baiaci 5 bot;-
in o, M, a contatto di labiale: FocigmboU 4 humil, Compoto e -uto
6 com, Rìpido 4 rip.
0. 33. Protonico, viene spesso ad a in sec. protonica, ove sia se-
guito da r: DusciarHlo 2 bu, Primar^Uci pru, LezzarHla 5 le, e pass.
in derivati simili ^; Fondarmi 4 fun, Debbiarino 5 deb, Albarolo 2 ar-
bor, Acquarnla 5 aq, ecc.; Pratarozzo 2 pra; Cassarotto 6 cap; i^an-
garaja 5 fan ; Erbareto 2 he, Legareto il, Vergarelo virg, ecc.^. Aggiungi :
[Carognano ì~ Coro], Caterozzo Catar- 5 cot, Cafaggiareggio ga. —
34. In e: Pomereta 2 pom, Gombereto 6 cuna, Camperano 5 cam, Coi-
Caterozzo cot, la'ergne in (cfr. nm. 33 n). — 35. In i: Crescinàtico 2
ere, agrilegio lau, Fattilungo Feti- 4 lo, Buchignano \- Bue, [ Orir2-
gnano Ho, Bernicciolo 5 be]. — 36. Oscurato in r(, spesso: Ciili-
striano 1- Hi^; Juveriano -ejano Jo, Pupiliana Pop, (Sif?/-
gnano Soli, Susigliano Sos, Munistalli 1^ Bono, Butrlnne e Burigatle ecc.
5 bot, Trugoletli 6 truo, Bulsiniana 1- Vols; Vergaturini 2 virg;
Flujano \- Fio, Fucicchia 5 fau, Muzano -iano 1- Mod, Ule'ttori'2
ol, Buecchio 3 bov, Ubaca e Liipaga 4 op, Lugliano 1- Lo, Puntiano
Pon, CrugnQlo 2 corn, Curtina 6 cor, Mugnano 1'^ Am, Pugnano Apo,
Lugnano Leo, Lunceta 2 aln (o sec), Mutrone 5 mal (id.); Lecciu-
reto 2 il, Calugnano 1- Callo, Feruniano Ferro, [Rampugnana Lam];
Ciicurajo 2 eoe. — 37-8. Postonico. In a: ^ Ibaro 2 arbor; e spesso
l'o secondario: Grufalo 1' Rufu, Brancalo 2 bran, Mortali mur,
Colle-lùngari 4 lo, Cuccari 5 cuc, Gulfari gul. Lemmari lam, ^fi-
pan sae, Sassari sax, Tòfari to, [M?icrt/o 6 cum] ;- in ?^ : Ponte-cicuri
4 eie, Santichìés'uri e Liés'ure G ec **.
U 39. Con i( intatto °: Lucigliano 1- Lucil, [Mutigliano Mutil], Mh-
%wrtno Mutin, Cupigliaja 6 cop, Cufiniano V- Cuf, Surignano Surin,
Gruvitano 2 rubu, Giustagnana 1- Jus, Ursiciano Ursignana Ursic
-in, Biisciarilo 2 bu, Umbrìcaja 3 lum, Cutigliano l~ Acutil, Ruspi-
* Cfr. i dim. Ceccarello (onde il cogn. lucch. Ceccarelli), Mene- e Togna-
rello, occorrenti anche nella toponomastica.
^ Questi esemplari e gli analoghi del nm. 34 si troveranno qui sopra al
posto che loro spetta, perchè appajon quasi sempre formazioni seriori, ove
il primo de' due suffissi è il vivo e vegeto -^o/o -a; cfr. Ind. nm. 85 n.
^ V. però nm. 21 n.
* Questo ^iiro-a è fenomeno affatto normale forse all'intera Val di Lima.
^ Non è escluso che per alcuno degli esemplari seguenti nel testo s'ab-
bia a supporre un ricorso. E v. anche nm.2ln.
A proposito d'uno spoglio di nomi locali. 427
ciano Ha, Furicaja 6 furc; Juliano 1- Jul, Luciano -a Lucia, GuZ'
zano G\\i, Miitiano Mutia, Pupiana Pup, Rabhiano Rub , Buriano
-ralla Bur, Furciana Furc, Murr- e Muriano -ana Murr, Giu-
vicchia 5 ju, Gagnolo cun, Musceta 2 mus. Bussato bu. Palla V Apu,
Bugliano -a 1-Apul, Pagiana Apus, [^Bruciano Eb], Furlina 5 for; Ca-
tureglio P Cat, Minucciano 1- Mimi, Veturiana -o Vetur, Feruntia-
nula Ferru; Giuncugnano Juc. — 40-1. la a, v. nm. 33. Qui: Sita-
rianise \~ Sat; Sagroviigno 4 gra. In ?', anche: bifonchio -a?'e 3
bu; Nicciola 2 nu, — 42. In o: Molazzana -alla 1- Mun, Rofiliano
Ruf, Formentale 2 fru, Moriglione ecc. 6 mu, Pomez'zana 1^ Pum, Po-
ticciano- ezzana Put, Sorignana Surin, Romicaja -iceto 2 rum, il/or~
tigliani 1^ Murt, Orsignana Ursin, Ombr'iana Um, Noncinato 4 un, i^o-
ricaja 6 furc; Pornecchia e Proneta 2 pru, Fojana \~ Furi, Roppiano
Rup, Robbiano Rub, Sorana Suria, Toggiano Tud, Mostioso 2 mus,
Rosceto rus, Fondagno 1^ Fun, Ombreglio Um, C orzano -rsànico 1~
Curt, Mariano Murr, Mortelo 2 mur. Sorbano 4 sub, F- Orbana ur,
Razzano P Ab, Ronzano Arru ; Vicaniano P Cum, Apolia Apu,
Petrosciana Petru, Satojano Sat; CoUoreto 2 coru, Pomoreto pom,
Rivorela riv, Callorino 6 cali, Gomborale cum. E v. gli esiti terziari,
nm. 33-4. — 43-4. Postonico. In a: v. nm. 37;- in i: Bronetira 2 pru,
Bùvili 3 bu,
AE, OE. 45-6. Iniziale: [Migliano l-Ae]. Interno: Ces erana 1-
Caesa, Levigliani Laevil, Scpulicchia 5 sae; Cepeto 2 cae. Precuce
Proc- 4 prae, Sevigliori Scepgni ecc. 5 sae; Capredosso 3 capr; iv,'-
wrt/a 2 foe;- Cicignano -ana 1- Caec, Cis ar ana e Cicior ana
Caesa, Livig liano Luv- Laevil; Cie'tola 2 cae, Sivigli e ScipìQla 5
sae, Ciciana \~ Caesi, Gridano Grae, Liliana Lael, Lignana
Laen; Capridosso 3 capr; Finajola 2 foe. — AU, 47. Iniziale : Ausularì
Auserissola Auserclo, A snlari Asserissule, Seressa Salissimo
Sarchio, 5 Au; Uzano 1- Au. Interno: Palagnana 1- Pau; Piazzano
Plau; [Tere^^io 1^ Tau], Lerata Reta (e agriligió) 2 lau;- Codizzana
\~ Cau; Mozzano Nau, Pio ssano Plau, Loreto e Orbaco 2 lau;- Pw-
lignano P Pau, Turignano -ana Tau; Plutiano Plau. Col ditt.
sorto per dileguo di y, è F augnano, onde Fagnano, \- Fav.
N Consonanti continue.
J. 48. Iniziale: Jdpori P Ja; Juliano 1- Jul, Junceto -ita 2
junc, ne' quali ultimi vedremo piuttosto una grafìa tradizionale;- 6^?-
gnano 1- Ja, Gioviano Giuvinalla Jove -i, Giuncugnano Juc, Giusta-
gnana Jus; CampogióbboU P Job. - Mediano : [Palleggio P Pan]. — 49.
428 Pieri,
LJ RJ ecc. Esito nonnaie nella massima parte de' casi. In Latrlani
1- Lat, Vetrìano Vetur, l'ettlissi della vocal protonica potè essere an-
teriore all'età in cui cadde r di -RJ-. Ma con esito che pare anor-
male: Barhuràtico 1^ Bar, Buralla Bur, Sorana Suria, Varano e Col-
harano Varia, Peralla Peri, Maturaja e Matr- 5 mat; Fior anello
1- Fio; Coltura 2 coru, palerò pale, Valpromaro 4 pri, Macera 5
mace. Inoltre: Materraja -rrata 5 mat. — 50-3. SJ. Ciciana 1- Caesi,
Cericlaua Cere; Pugiana Apus;- Petrosciana Petru. E qui siano an-
che tollerati, da SI: Cilivaao o Sciliv- 1^ Sii, Scimone Sim; Acinaja
3 as; Massa Graugi 1'^ Gra. - SSJ. Casabasciana ecc. 1- Bas, Ca-
sciano -a Cass, Misciano Mes, Sasciana Sas; Cascia 1^ Gas. - RSJ.
Carsciana Care- Crasciana \~ Cars. — 54. CJ. Strani molto: Ca-
nùciori 2 canna, Pe'ciori pie. Male assimilati, anche : Luciano -a 1-
Lucia^ [Monticiano Mon]. Ma in Bruciano 1- Eb, la metatesi potè
aver effetto abbastanza tardi per impedire la normal riduzione del
nesso. — 55. GJ. [^Chiazza -e 5 plagi].
L, 56. In r tra vocali, v. Ind. nm. 25. Per altri esempj, anche a se-
rie continue, v. qui nm. 3:3-4, 36 e 42. Quest'alterazione è poi affatto
normale in penultima di sdrucciolo (cfr. XII 117); v, passim. Din. a
consonante: [Rio Sur do 4 so], Farcelo 2 fìl. Sorcino 5 su, ecc. —
57. Raddoppiato, in Bollogno 1' Volu, Melle'tori 2 msd, Pallicelo palu;
Colloreto 2 coru, Pallergso -areta pale, Filliccigni fìl; Brgllo bro, [Tec-
ciullo vie]. — 58. LL jotizzato, in Vagli 5 vai, Cpgli 6 cel. — 59.
Epentesi: Wappalo 7 s. Guapparo.,
R. 60. In l, fra vocali; Salissimo 5 Au, Bp'lice -i bot; e seguito da
consonante: Balbano 4 bar. — 61. RR sdoppiato: Valleriana ecc.,
V. Ind. nm. 12. Inoltre: Socc^ri ecc. 2 cerr, Poraglio por, Serini -aja
5 ser, ecc. (cfr. XII 118). — 62. Epentesi: Frascalino 4 fise, [Crucco
5 cuc]. — 63. Dileguo, per ispinta dissimilativa: Fatérnita 6 fra; Al-
hatone 2 arbu, Riàlflco ecc. 5 Afr, trasio Inorasti 6 tra.
V. 64-. V'R in fr- per 'attrazione lessicale': Frucardla 5 ver. —
65. Epentesi: Albdvola 1^ Alba, Ce' voli 6 cel; Cane'voli ecc., v. Ind.
nm. 27; Carivola 6 carr; Nupdvola 4 op; Buviti -a 5 bue; Campo-
civoli 4 eie, Gigvo -etto 5 ju. — 66. Dileguo: Bue Ilio V Bi, Pu-
gnano 1- Fav, Buecchio 3 bov; Suigliana 1- Sab, Cie'tola 2 cae, Ciu-
tdla ci, Faida -glia fab, [Aorta 7], Bisciolo ecc., Sgmbra ecc. (cfr.
Asc. XIV 344), v. Ind. nm. 76.
* Sennonché si potrebbe, anche per questo esempio, tentare una dichia-
razione simile a quella che già proponemmo per Fabiano 1^ Fabi.
A proposito d'uno spoglio di nomi locali. 429
S. 67. Sonoro <Va vocali passò a zz, in ChiQzza 4 clau, O'zzori 5
Au, Contez'zora 7. — 68. Iniziale o doppio mediano, che si muti in z
o zz, in Zoccoroni 5 coro {ah. \t. zolfo ecc.); Pontemdzzoli e Maz-
zalucchio 5 massa; co' quali anche sia tollerato : £?<^;ìo 2 bu {ss d'e-
voluzione romanza). — 69. Raddoppiato, in Basse'lica 4 bas.
Z. 70. Abbiamo s da zz longobardico, in due sdruccioli; Campo-
le'misi \^ Gri, Ndmpiso Lamp. ^.
N, 71. NS: Mesa lore 5 men. Con cui manderemo: Moslerio e
Mustiolo 6 monas. — 72. RN: Caresciale 6 carn. — 73. Epentesi:
[Giuncugnano 1^ Juc]; Menz ornante e Menzallo 4 me. — 74. Sdop-
piato, in Cam'voli Ricanajo Chianelo 2 canna.
M. 75. M'L: [Tolli 6 tumu]. — 76-7. Radd., in Làmmari 5 lam.
Sdoppiato, in Momoreta 2 mam.
Consonanti esplosive.
C. 78. CR. Ci sia permesso di rammentare, sotto questa formola:
Soraggio -a 5 es, ove in realtà non vediamo che l'ulteriore vicenda d'un
-cr- ottenuto per assai lunga trafila [cfv. Iscì^ agio Ind. nm. 31). —
79. Radd., in Fdccola 5 tau. — 80. SCE, SCI. Vengano qui : Cer-
paja -età 2 sci; Bruceto rus. E ó da / di f. a. è anche in Verciano
12 Versic (cfr. Cilivano ecc., nm. 51). — 81. Radd. il e, in FiLlìccioni
2 fìl (v. invece Acquicigni 5 aq), — 82. QV. Perduto l'elemento la-
biale: Gìigliano 1- Aq, Culaja 3 aq, Diàccola ecc. 5 aq. Esempio 'sui
generis': Cerchia -ola ecc. 2 quer. E anche si considerino ivi, con in-
tegro l'elemento labiale: Quarqueta Quer- ecc.; e col nesso ridotto
a h: Bercela -e -i.
Cr. 83. GR: Campole'misi P Gri, Massaro/a Gra. — 84. Radd. il
g, in Roggio V Rog, Cafaggiareggio ecc. 0 reg; Careygìne ecc., v. Ind.
nm. 64.
T. 85. Intatto, di regola, in qualunque condizione si trovi rispetto
alla tonica; e ci sia lecito di richiamar qui in parte la non breve
serie dogli esempj "• Protonico: Baione 1^ Bat, MeMlo Metal, Piteglio
Petegna Petil -in, Vitgio Vetu, Bilgllo -a 2 betull. Paterno 4 pat, Co-
tgne 5 cot, Pitgne pit, Falérnita G fra; Cipitale 2 cep. Cerretano ecc.,.
V. Ind. nm. 84; Petrurio -ojo 6 prae; Biteto 2 ab. Capitelo capi, Vi-
* Lo sdoppiamento di ss da :r; (il quale passaggio non offro nulla d' in-
solito; cfr. Xn 117n), si fece por alleggerirò d'una 'mora' il poso posto-
nico; del resto, cfr. Ind. nm. 71.
^ Per la ragion generalo, v. le note seguenti.
430 Pieri ,
ie'toli vitis, Metalo 6 met;- Catureglio 1^ Cat, Cutigliano \~ Acutil, Ca-
li zzano -acciano Calagnana Catic-in, Latrìani Lat, Metuciano Matu,
Mutigliano -ignano Mutil -in, Pitiliano -egliani Petignana Petil -in,
Puticiano e Potezzana Put, Retignano Ret, Saioj ano e Sitiano
Sat, Vetrìano e Vitjana Vetur, Vitiliano Vite, Motolgne -ato 4 mut,
Puliceta pu, Vitreta ve, Cof- Caternzzo 5 cot, Modero ni mal, Greta-
■inasso masso, Matlaja -uraja mat. Aggiungo dal Gap. MI, pure con t
protonico : Batanna, Bitosto, Catagno, Catossa, Gretille ; Caritgso, Corbi-
toro, Sahatano, Suguitano, Turitana; Butagngni, Nilercola, Piticlato;
Retorindnzoli; Camjwtinora^. — Quanto a T postonico, son superflui
gli esempj. A ogni modo rammentiamo qui la serie de' nomi in -ato
' Son voci senza dubbio oscure o mal certe, ma non si potrà negar loro
ogni valore di prova (cfr. Quicherat, 8), per la questione di cui sùbito ve-
niamo a far cenno, in quanto si debba presumer che nove volte su dieci
la sorda ivi pure sia originaria, risultando tutt' al più alcun poco minore
la probabilità in alcuni esempj pel fatto che qualche volta il lucch. ha t
da D in penultima di 'sdrucciolo rovesciato' (cfr. Ind. nra. 68). Del resto, il
lungo elenco qui sopra, al par di quello che è dato al nm. 90, contrasta
singolarmente al principio che la sorda protonica debba per norma digra-
dare nella sonora (cfr. Asc. X 86n; JNIey.-L. It. graram. 122-3, Grundr. l
531). Per T e P almeno, gli esempj in contrario, anche a lasciar da parte i
nomi locali, pajono a me in tal numero, da suscitare un grave sospetto che
per avventura obbediscano essi alla regola, e che bisogni piuttosto trovar
la via di spiegare i casi, in cui la sorda non si mantenne. A ogni modo,
dagli esempj recati dal Mey.-L- per d da T protonico, vorrei togliere la-
dino, padire, mudare e gradella, che tutti occorrono in significati affatto
specifici e almeno da gran tempo mancano all' uso volgare (il terzo per di
più è termine della caccia, e però facilmente esotico; v. Asc. al luogo cit.);
mentre vivi e vegeti sono e furon sempre lati}io, patire, ecc. Quanto a j30-
rìere 'praedium' (lucch. poi-), non andrà taciuto che gli sta al fianco il verbo
con la sorda, la quale per giunta non ci sarebbe neanche dato di ripetere
dall' efficacia protettrice di forme aventi postonica la dentale ; giacché il ri-
correre all'unico e arcaico piiote sarebbe qui un vero stento. Spero poi mo-
strare altra volta che gli esempj inesplicabili secondo cotesta dottrina non
si riducono già a cinque o sei (anche ammessi tutti gli 'appoggi' possibili),
ma formano una schiera assai poderosa. Del resto, riconosce il Mey.-L. che
nella 'lingua moderna' si notano parecchie eccezioni. Ma che altro è mai
la lingua moderna, se non la parte precipua, e più genuina, dell'antica?
Oiacchè, in generale, tra due forme divariate che coesistevano in antico,
quella che nella lotta è sopravvissuta si deve presumer la più robusta e vi-
tale, la più salda cioè nella tradizione volgare.
A proposito d'uno spoglio di nomi locali. 431
-a, Ind. nm. 79 (e cfr. quelli in -atico -a, stesso niu.). Inoltre: Meati 5
mea;e dal Gap. VII: Agnolata, Basati, Bulata, Corjolata, Dirillato, Fu-
gata, Ghifata, Grati, Mato e Mdtola, Reticata, Rotata, Z'atoK — 86.
Digradato a sonora, ma affatto sporadicamente, in Perch'Iota nm. seg. ;
Prade ecc. 2 pra; Pre'dola e Perdina pir; Piddola ap -. — 87. TR: Pa-
treglio -igugnc 1' Patril -in, Potro'ttoii 4 pu, Petrognola -gnano 1^ e
P Petro, Motrognana 1- Matr, Pietràula e Petrosciana Petri -u, Se-
trlana Sitr, B o trog nano Ya-tv; Valetreta 4 tet;- Perde' tota 5pet^; Ma-
drigale -ceto 2 mat'*;- Parezzana -ignana 1^ Patrie -in, [Pariglidtica
Patril]; Bòrici 5 bot.
D. 88. Notiamo ancora l'epentesi, che occorre in Padànico 1^ Pag.
— 89. DR: Carohbio 6 qua.
P. 90. Di regola intatto, pur se protonico: Pid'ia V- Apu, Pugnano e
Pugiana P Apo -u, Pezzina 1^ Op, Piscopana 4 ep; Popiglio 1' Pop,
Rapecchio 2 rap, Rupina -i 5 ru ; Capezzano 1- Capi, Popigliano Pop,
Sapiana Sap, Capiteto 2 capi, Cipitale cep, Cipureta cv, Peporajo pip.
* I quali ultimi son di certo i più conclusivi, perchè non avendo potuto
codesti nll. a causa dell'ignota loro significazione essere sorretti dall'ana-
logia di nessuna serie o classe congenere, più manifesto appare su essi
r impero della norma fonetica. - Mi limito, come si vede, a dare esempj
per quella forraola ove il passaggio della sorda in sonora è riputato nor-
male, dall' Ascoli qual che sia la vocale d'uscita, e dal Mey.-L. nelle pa-
role aventi -a (cfr. la nota preced.). E se la mia non dovesse parere troppo
gran presunzione, osserverei che alcuni esempj anche di questa serie dati
dal Mey.-L. a me non pajono del tutto sicuri. Quanto a rugiada, termine
scelto e poetico (volg. guazza), non ho alcun dubbio sulla sua provenienza
iberica (sp. prt. roci'ada ecc. ; cfr. Diez s. v.); come l'ant. it. rosate deve esser
la 'traduzione morfologica' del fvnc. rosee. A ogni modo poi parrà fonetica-
mente impossibile la diretta sua originazione da roscidus (v. Kórt. 6983) ;
giacché, ammesso anche un *rosciare, questo non si sarebbe toscanamente
ridotto mai a *rugiare (dov' è uno -SCJ-, anche protonico, che all'it. dia gì).
Nulla invece, per questo rispetto, ci sarebbe da opporre a *ros-i-ata
(Ascoli), 11 -rj' di scuriada (ali. a -«te), mostra che essa non fu voce schiet-
tamente volgare. Quanto a strada e contrada, e a costada (ali. a -ata) d'uso
scarsissimo o nullo, osserviamo intanto che hanno due volte il t.
^ Forme queste per nulla strane là dove occorra d da T anche al prt.-
passato (cfr. XII 122 n).
' La sorda ivi potè anche scadere posteriormente alla metatesi che sop-
primeva il nesso.
* Quanto a Materceta^ sorgerà forse il dubbio che il t sia un ricorso (cfr.
Ind. nm. 68):
432 Pieri,
Papiglioni 3 pa, Lapideùo 5 lap, Capigliaja 6 cop. Ed aggiungo, dal
Gap. VII (cfr. nm. 85): Capacchi, Nipnla, Papdccola, Popéllora, Tri-
palla; Capornano, Capurlana, Dopanala, Papitano'^. = 91. Digradato
ai od a V, ia Bugliano \- Apu, [Biàdola 2 ap], Ohaca ecc. 4 op, Ba-
liberla e Nabertina ape-;- Livi'zzano V' Lep, [Livoreta 3 lep], Pia-
iioverti e Ripavértola 4 ape, Tiévova e Tevernnc tep, Sìvigli -iglìori e
Sìévoli 5 sae ; Cie'tola 2 cae, Liégora 3 lep. — 92. In /': Refiibbri V
Publiu, [Fprchia 4 ape]. — 93. PR. Venuto a br, solo in Brom'tira
2 pru; Brddia pra, Brico-a e BriccMo 4 apr. — 94. Radd., in Zo^>
porrt 2 op.
Accidenti generali.
95. Dissimilazione. Di l-l: Ceracdndoli 1' Can, Segarule 2 seca,
Scarapoleti palu, Cuccurùzzolo 5 cuc, Varicdla vai, Gasare IH 6
cas; Merecchia (ma cfr. J/6?reto) 2 mal, Caranecchia 5 can; Varvel-
làndure 2 avel, Sorcorajo (da -olajo di f. a.) 5 su; Namporaglia 2
lam, Carnporaglia 5 cam, Baribuglia 4 bur (ma cfr. Barigiana 5 vai);
e V. Ind. nm. 85 n; Colleronsuio 1^ Lu, Gallefiaari 4 fin; Róppole 6
ro;- PanaJQla 2 palu; Ceranicchio 2 cerr, Navacchio 5 lab; Candalla
4 cai; Valleg udndola 2 wa. - Di r-?': Valicorte P Var, Licetro 2
eri, Veladro ver, [Céletra 7]; Velgareto 2 virg; agrih^gio lau, ilfar-
* Cfi'. am.85n. - Per w da P protonico, degli esempj addotti dal Mey.-L.
al luogo cit, nessuno mi par veramente sicuro. Infatti, arrivare andrà ri-
petuto da nocr, che è fuor della norma e dovuta ad infl. di rivus (cfr. Bian-
chi, IX 418 n); e sticare, come voce marinaresca ch'ella è, ben può esser
'navigata'. Né so prestare tanta fede agli arcaici covidigia, coverta^ savore,
quanta a cupidigia, ecc. A giustificare poi capelli (e perchè, se mai, non an-
che capestro^) con capo, e sapere con sappia, e a metter da parte sapone
preferendo il sen. ant. savane, confesso che io stento ad indurmi. Rimane
caviglia, il quale, a giudizio dei più, sarebbe ivi fuor di luogo (cfr. Kòrt.
1762); e v. a ogni modo D'Ov. XIII 392-3. Agli esempj che resterebbero ine-
splicati aggiungeremo intanto capace, capire (l'illustre alemanno bensì ricor-
rerebbe di certo a capo, e all' are. cappia), concepire, capanna, lupino. Del
resto, resistendo il P anche in A'PR (it. capra ecc.), cioè dopo quella vocal
tonica e in quella formola dov'esso appare più esposto a cedere (cfr. A'TR,
ìt. madre ecc.), non può far meraviglia 'a priori' che occorra intatto anche
protonico. Così, per quanto fu anche osservato del T protonico, verrebbe
rivendicato al toscano un altro cospicuo carattere di quella sua maggior
fedeltà al tipo latino, che tutti dal complesso dei fatti a ogni modo gli ri-
conoscono
2
Da richiamare a parte è Sorr'ibula-ra 5 rip.
A proposito d'uno spoglio di nomi locali. 433
molaja 6 mar, Pretulio prae; A.rtale alt';- Frahbodo 6 fa. - Di
n-a: Licciano \~ Ani, Molazzana Mun, [Lumisiano Nu], Col-
lemandina 1^ Cu;- Lomassano 1- Don. - Esemplari 'sui generis':
fojgnco 3 io, Putilajo 4 pu. — 96. Assimilazione, Di e-s: Cice-
rana \- Caes. Entro la parola: Rlabbiani \~ Albi, Cuccitano 2 que,
Laccajola 6 o.rc. — 97. Distrazione di cons. doppia per r: Ver-
silia 7, Bornósoro P Bonos. — 98. Prostesi. Anche : [ Vu Imìana
e Vormiana 1~ Ul] ;- Scarpinecchi 2 carp, Spianessa 4 planu. — 99.
Epentesi. Di vocale. Aggiungi: [Sóndoro] e Sàndoro 2 son, Viépori
vep, Gdbbori -eri 4 già; Mórlia 2 mo, Sérlia 5 ber. Di consonante:
nm. 59, 62 e 65. E inoltre: Aqidleja 1' Aq. — 100. Aferesi: Pulia e
Bugliano 1^ e 1~ Apu, {Rescio 1^ Ari], Lizzano 1^ Allid, Pugnano Apo,
Pugiana Apus, Gugliaìio Aq, Riana é Rongnatico Arri -o, Suniana
Aso, *S«na Att, Fan-s^ano Ave, Ruspiciano Ha, Rughi 1^ Ara, Bata-
rello ecc. 2 ab, Grifoglio acr, Peate -i ecc. 2 ap, Risteto ari, Vellano av,
Guilaja e C«^- 3 aq, Qudlbola 4 alb. Perlina e Pérchio ap, Sr«co -a
e Bricchio apr, G^eZZo 5 ag; [Bruciano 1- Eb], Rezzano Hered, Scleto
2 escu, Sciàcqui 5 aq; Rontano 1' Oro, Tabbiano 1^ Oct, Ne' cchiori ecc.
2 aln, Vécoli 3 ov. Bàcio ecc. 4 op, Sppzi 6 hos; iV/eto 2 ulm. Qui
anche: Mingale 4 domn. — 101. Ettlissi. Di vocale protonica:
Piajolo 2 palu, Sermezzana 5 ser, Caldraja 6 cai; Frucarella 5 ve,
Triccella ecc. 5 ter, [ iS'co?'eec7«a 6 secu], Sprgnca 5 spe, Arliano \~
Arai, Corliano Core, ^irmizca At, Latrlani Lat, Serniana Sere, Ce?'-
^im ecc. 2 cerr, [Perc?ma pir], Prontaja pru, Carmagno 4 mag, Fe-
frcto ve, Matraja 5 mat; Argetana 2 lar, Pancellgrum pan, Torle-
cava 4 tor, Caldrineto 5 aren, Boscarmani 1^ Ha, Pontardeto 4 ar,
Gragliana 1- Garil, Urs ciana -o Ursic, Varliano Varil, Vergnana
Verin, Ver ciano Ver sic, Mar ni ano Mar in, Colleronsino 1-^ Lu, ìm«-
cete 2 aln, Galceto galli, Nardaglia 4 ar, Mengale domn, Precchia e
Preto 2 pir, Pralta 4 alt; Cermaggigre 2 cerr, Pcrbono 4 bo, -lungo
lo, -mgzzo moz; Vetr'iano \~ Vetur, Triano It, Cerlecchio 2 cerr, CoZ-
c/;-io coru, Forlina 5 for, Pallunga e -maggigre palu, Terlecchia ter.
Doppia ettlissi protonica è in M ostesigr adi ì? Si. - Di vocale po-
stonica: Cambra 6 cam; Màrlia P Mari, Pisàngola Pisa, Trassilco
Sylli, A'igola 2 al, Riardo 4 ari, Bisgrdo -grta bis, [Co/'te^prca] e xSe-
ravezza 7; Morii -rlia 2 mo, Ambra 5 lam, -S.Tte ecc. 5 ser, Murlo 6
mu. - E V. Ind. nm. 31-2, 35-7 e 59. D' ettlissi per ispinta dissimila-
* Se da artare di f. a., per dissimil. Ma potrebbe anche, senz' altro, essere
una metatesi da altare.
Archivio glottol. ital., XIV. 29
434 l'ieri ,
tiva, sono esempj : Fibbiano -alla l'^ Fla, Fiano Fio ; Ramiaja e tnaa-
najo 6 ra. E qui vengano anche: Panappatreglio 1^ Pat, Pampani-
cala 2 pan; [Fumalbi V- Albi]. - Di consonante: nm. 63 e 66, e Ind.
nm, 66-7. — D'una intera sillaba: Premaggigre 2 pra, Pravaccaglio
3 va; Canfìgre V" Fio, Cadorso Ors, Cumfilicajo 2 fìl, Commórtoli
raur, Campanice pan, Camajgre -ajgne 4 mai, [Campoggi 5 pod] ; Tra-
ìnomgnti 5 tra; Camaggiana 1^ Magi, Camajana Maria, Comez'zana
6 cas; Vicomano 1^ Cu; Stramazzata A moz. — 102. Apocope: Ca-
nape' 2 cannab. Castagne' cas; Collare' coru. — 103. Suoni con-
cresciuti. Mostrano l proveniente dall'articolo: Lunceta 2 aln, Lib-
biajo eh, Lisca -chelta ecc. 2 esca, Loppia -eto op, Lagnetri 3 ag, Xf-
molama 4 im, Lajale 5 area, Laccajola 6 are, [ivam2)i<^^Mra 7 s.
Ampollora]. Aggiungi: Rilàffìco 6 Afr. È per avventura l'o della stessa
origine, in Orio 5 riv. - E v. anche Troggio 1^ Rog, Trivellana 2
uvei. — Bene spesso, com' era da aspettare in nomi locali, troviamo
concresciuta una preposizione. Hanno a ad o apud: Arzali 2 hord,
Adaccori e Poacque 5 aq;- di de: Biscandolaja 2 sca, Didccola 5 aq,
[^Disperai a 7;- de + ab: Tababrico 4 apr] ;- ex: Sciacqid 5 a'q ;- extra:
Stracolli 5 col;- fori[s]: Fur porta 6 port;- in: Ino ti ano \~ Nau,
Impruneta 2 pru, Inverata vire, Intrasti 6 tran. Maggio 1^ Ai, Nar-
ciana 1^ Are, Ndmpizzo 1^ Lamp, [Namporaglia 2 lam], Nappiaja ap,
[A^erèa he]. Mortola hort. Magni 3 a^g, Mabertina 4 ape, Mardaglia
ari, Maspro as, Mobache e Mupdvola op, Moncinato un, Mdjora e Ma-
jola 5 area, Mdmola lam, Mis'ole in, Mdffrico 6 Afr.;- intra o Inter:
Trae'lici 2 il, Trasalecchia sali, Trespignori spi, Trajégora 3 le, yln-
trdccoli 5 aq, Traccglle è Trambicolli col, T radicelo cuc, Tramgnte
mon, Trape'nnori pin, £'«fri riv, Tras'_;rra ser, Trasglca su, [Té;r/?no
6 fin, Trambilari e -bisi^rra 7];- per: [Percaldino 4 cali. Perdo nica
domn, Permaccia 5 maci];- post: [Postomela 2ul; Porrinajo porr],
Posdlia 2 sali, Povigna vine, Poscaldano 4 cali, Pomgnte -i -a 5 mon,
[Pmliq/'a 5 re], Possn'ra ser. Posse' dici 6Nu, Postabbio -a sta;- sub,
V. pass, (e Ind. nm. 76);- subtus: [iSosfeito e -tecchio 6 tee];- supra:
Sopraja -aglia 5 area, SoperteccMa tee;- trans: Trassilico V Sylli,
Tresconi 5 col, Tresserata 5 ser;- fer' versus: [ Feri/rtncana 4 bia,
Vergaliggine 6 cali]. — 104. Dileguo di /- i7- to- fe- presunto arti-
colo: Cme G'ay'o ecc. 2 il, Amponeta lam, Re'ggina e Argetana lar.
Orata Reta ecc. 2 lau, Mard sciala 4 rus, Coscdla Guscigna ecc. 5 lac,
A'mote ecc. 5 lam. Qui anche: Màmpizzo 1^ Lamp. - Di ^ interno,
per dissimilazione, in Vagliunga 5 vai, [Ciglie' mpori 7]. — 105. Me-
tatesi. D'i precedente la tonica, il quale passa din. alla vocal finale:
A proposito d'uno spoglio di nomi locali. 435
Sévlia 5 ser, Mnstollio 6 monas. W i postonico in jato, che passa
din. alla tonica: hiuhbo G biv. Di l yi una particolar condizione: CMa-
neto 2 canna, Schi^ppori sco, Piércola 4 ape, [Pi tonta 5 pu]. - Di r:
Gragliaaa \~ Caril, Crasciana Cars, Bruciano Eb, Presignano Pers,
Tre pili ano -ppignana Terpil -in, Crugnolo 2 corn, Trirnigngni 6
ter;- Preta- fessa 4 fis, Pretalata lat, Prede' tola 5 pet, Valetreta ecc.
4 tet, Ritràffvco é Valdrdffia 6 Afr, Frahbodo fab, Grgmbo cum. - Me-
tatesi 'emiliana': Formeniale 2 fru, Matercela mat, Permaggiore pra,
Pornecchìa pru, Burldtica 5 gru, Perde'tola 5 pet, So^iertecchia tee,
A'rfico 6 Afr. - Metatesi mutua di consonanti: Colloreto 2 coru (cfr.
Flechia s. v. ), Asulari 5 Au; {^Namporaglia 2 lam], Calanecchia 5
can; Malop'jrta 4 ape; Pégalo 5 pel; Birdfflca 6 Afr; Vighizzano 1~
Clav; [Gordici 7].
106. Quanto alla Morfologia, notiamo pure i Metaplasmi. Masch.
di 3* in 2*: Trdmito 5 tra. Bugino 6 bue. - Fem. di 3^ in 1^: Fe'licia
2 fil, Ve'ticia e Fefy- vitex, Sdliga e Pósalia salix, Fo^- e Gnlpa 3
vulp, i^rtua 5 lab, [Per>n«ce?a maci], Padula palu. Calla-grande 6 cali.
- Esempj varj : Pe'pola -ra 2 pip ; Rigala Forment'ald ecc., Linara,
V. Ind. nm. 79. Qui anche per la cambiata desinenza, comunque siano
da illustrare : Qrtola 2 hort, Pomgnta 5 mon.
107. Appunti lessicali^. — acqiiajo 138;- agril^gio 93;- barancli
SO;- *barga 139;- boccio 80;- bofonchio 111;- bonrjsoro 80;- èoò^'o
140;- bozzo 141;- brdnia e brano 173;- bronco 80;- buclta 141;-
■canùcioro 81;- capitórsolo 112;- cazza -uola -eruola 155;- cervastro
e Ciri t dia 84;- cocco -ola e coccia -o 'oro 202;- coriiccJiio -a 178;-
ct<23o 124;- cutérzola 113;- debbio 146-7;- dogajo -a 179;- domale
(fico-) 125;- fegna 88;- fojgnco 113;- fondone 127;- frasso 89;- /"r^f-
^9ne 12Q;- fregiane 114;- frizzare 126;- gerbo -a 90;- grecchia e ^7'h«-
glioSG;- imbréntina ecc. 92;- *monachiatTcu 183;- «occ« 95-6;- or-
Z^aco 93;- orbiglio 86;- pale'o -ero 97;- pastinac2llo -cino 98;- piddola
-enaVÒ2;- pitone pitt- 160;- polle' zzola -izzora99;- ìnscio 16;- reirio
162;- *rondo-a 114;- rd ssolo -a 102;- rubizzo 99;- saZa (pianta) 103;-
saldgne 134;- sborniare 121;- schiava (vitigno) 104;- sculérzola 113;-
^eccia 104-5;- selvano -a e *silercula 105;- sillora 116;- tecchia
167;- tizzósoro -a 106;- trebbio tri- e treggia 192; vetriuola 107.
* Ci riferiamo, pe' nomi che seguono, alla pag. rispettiva del testo.
436 Salvioni e Ascoli: Etimologie.
Etimt)logie.
1. — lomb. de ria, raonf. dòrla, mallo, noce smallata.
Nel milanese, c'è anche derlón', e allato al sostantivo, s'iia
un verbo: lomb. derld sd-, monf. sdoì^ée, smallare. Il nome è
estratto dal verbo, il quale deve rivenire a *deroldre ^. Poiché
la base di derla ecc. andrà pur cercata in quel sost. róla (Ti-
cino) - 0 rota (Piemonte) , che appunto significa ' mallo ', e nel
Ticino anche 'bacello di fava' e 'guscio di castagna'. Dove gio-
verà avvertire, che a S. Vittore di Mesolcina, p. es. , manchi
dirla , ma s'abbiano di fronte il sost. reta, mallo, e il verbo
zdarlà smallare. — Ora, cos'è questo ròlaì E prima di tutto,
posson combinarsi, e come, Vó ticinese e Ve pedemontano? Per
via diretta, no; ma si può ammettere questo: che il piem. abbia
avuto dapprincipio *rp7a; che Vó di desrolè si convertisse, nelle
voci rizotoniche, in 6 {desróla), sulla norma, p. es., di volé-vóla',
e che il verbo rifluisse quindi sul sostantivo. Potremmo allora
pensare, con molta ragione, a tyla. rovere (cfr. tic. e piem. rpi
rovere), in quanto 'rovere' fosse venuto prima a significare 'cor-
teccia'. È noto che fra gli alberi, di cui si metta a profìtto la
corteccia, la rovere è fra noi il più importante. C. Salvioni.
2. — Sante.
In più regioni italiane è frequente oggi ancora Sante per nome
di persona, che è ritenuto un mero sinonimo di Santo; cosi nel
Tramater: Santo Sante Zante Santi. Sarà egli invece da aS^^-
ctius, come Vincente -centi da Vinc entius {B'mnchì, IX370n)?
Temo che no. Sante potrebb' essere semplicemente un vocativo,
proveniente dalle litanie, e tale perciò da fare il pajo con domine
domineddio, il qual domine (cfr. Criste, Flechia X 158) suscita
alla sua volta l'eufemistico diamine. G. I. A.
* Per la forma monferrina, tanto si può pensare a un *dorolée, colle
atone assimilate, quanto a *drolée, poi metatetizzato in dorlée. — Il piem.
desrolè dev'esser formazione di età recente. * Nel Ticino, ho sempre udito
r^la 0 rùla, e andrà accolto con diffidenza il róla del Monti.
DEL POSTO DA ASSEGNARSI AL SANFRATELLANO, NEL
SISTEMA DE' DIALETTI GALLO-ITALICI;
PEK
C. SALTIONI.
Spetta all'Archivio (Vili 304-16; 407-22; IX 437-9) e ai suoi
collaboratori, Giacomo de Gregorio e Giuseppe Morosi ^, il vanto
d'averci data la prima esposizione sistematica e scientificamente
* Quello del Morosi, presentato nella modesta forma di osservazioni e
di aggiunte al de G., è tuttavia lavoro originale e ben importante. Duole
perciò vedere che il de G. , nelle successive sue scritture intorno al san-
fratellano, ricordi a mala pena il Morosi, attribuendo a sé medesimo il
merito esclusivo di rivelatore de' parlari gallo-italici della Sicilia, e anzi
affermando, nel più recente opuscolo (p. 26), che senza di lui nessun ro-
manologo avrebbe mai gettato l'occhio su que' dialetti. Ora è indubitato,
all'incontro, che il Morosi ha raccolto i proprj materiali assai prima che
il de G. rendesse pubbliche le sue ricerche e che tosto o tardi essi avreb-
bero finito per vedere la luce. — Rincresce altresì, che il de G. si compiaccia
di allegare, intorno alle note sanfratellane del Morosi, il giudizio sfavore-
vole di L. Vasi, la cui autorità nelle cose nostre è davvero troppo scarsa.
Il Morosi non avrà speso, per giungere al sanfratellane, le ardue fatiche
durate dal de G.; ma ha cura di indicarci i suoi fonti e soggiunge d'averli
ben sindacati. Orbene, nessuno che conosca l'accuratezza scrupolosa, la
ponderazione, il senso critico, che soleva adoperare il povero Morosi nelle
sue ricerche, crederà ch'egli se ne sia scostato in queste sul sanfratellano;
e tanto meno lo crederà, quanto più un attento studio l'avrà convinto
della loro saviezza e delle lacune di varia natura che son venute a col-
mare. Tanto sono esse meritorie, che, se non le possedessimo, la nostra
conoscenza del sanfratellano si dovrebbe considerare molto imperfetta. —
Gli appunti del Vasi (Studi storici e filologici, Palermo 1889, pp. 193-4),
a chi li esamini da vicino, appajono poi cosa ben poca, e in parte dipen-
dono da ciò, che il Vasi mal si raccapezza in mezzo alle nostre grafie.
Altri riguardano piccole sviste e forse errori di stampa. E per qualche
divario tra i profferimenti del Vasi e quelli attestati al Morosi da' suoi
fonti sanfratoUani, mi sia lecito di qui annotare che, Jori stesso, in un
interrogatorio di due contadini dello stesso paese, della stessa età, della
stessa condizione e professione, mi accadeva di udire dall'uno urà'(ja (orec-
chio) ecc., dall'altro uràija ecc.
438 Salvioni,
concepita dei dialetti gallo-italici di Sicilia, e più specialmente
della parlata sanfratellana. Circa la precisa patria di questa, il M.
s'astiene da ogni giudizio. Non così il de G., che prima (Vili 305)
ebbe a riconoscervi il « pedemontano settentrionale in una fase
ben più genuina che la madre patria più non ci serbi» ; poi^,
l'emiliano in genere; e infine, nell'opuscolo^ da cui prendon ve-
ramente pretesto le nostre pagine, l'emiliano qual si ode a Bo-
logna,
Contro le quali conclusioni, in quanto riguardassero l'emiliano,
già era insorto il Meyer-Lùbke , it. gr. pag. 8 n , con tali e si
perentorj argomenti, che ognuno di noi vi si sarebbe arreso. Non
però il de G., che anzi, sforzandosi insieme di ribattere gli ar-
gomenti dell'avversario, riaccampa fresco fresco le vecchie con-
clusioni , restringendole però all' emiliano di Bologna, come s' è
detto. Queste conlusioni, dice il de G., « sono tanto rigorose, che
siamo pienamente convinti, che lo stesso Meyer-Lùbke ricono-
scerà di doverle accettare » (Or. 52).
Gli lascio volontieri questa convinzione. Ma quanto a me, devo
subito aggiungere, essere appunto il rigore la qualità che più
manca nella dimostrazione del de G., e soprattutto il rigore nel-
l'apprezzare e nell' applicare que' criterj fondamentali, che soli
l'avrebbero preservato dall'ammannirci come prove incontroverti-
bili dei fatti che non dicon nulla o hanno tutt' al più un valore
indiziario. Il de G. ha dimenticato, che nel caso nostro non pos-
sono valer di prova se non quei fatti che risultino propriamente
caratteristici e nel sanfratellano e nella parlata gallo-italica colla
quale il sanfratellano sia confrontato; fatti che devono andare
immuni dal sospetto di una coincidenza meramente fortuita; de-
vono andar sincerati alla luce della cronologia, perchè ne venga
la convinzione, sin dove i documenti e il raziocinio il consen-
tono, che già invalessero o potessero invalere, nel sanfratellano
* Affinità del dialetto di San Fratello con qitelli dell'Emilia; Torino, 1886.
Si cita per 'Aff.'. — Saggio di fonetica siciliana, Palermo 1890, pp. 40-42 n.
^ Sulla varia origine dei dialetti gallo-italici di Sicilia, con osservazioni
sui pedemontani e gli emiliani, Palermo 1897 (Estr.: dall'Archivio stor. sic,
N. S., ami. XXII). Si cita l'Estratto, per 'Or'.
La patria dei Gallo-Italici di Sicilia. 439
e nella parlata con esso confrontata, al momento del distacco.
Ha egli ancora dimenticato, che (senza dire dei fenomeni comuni
a tutti i parlari gallo-italici) non possono valere se non come
semplici indizj quei fenomeni che siano distintivi di S. Fratello
e di più d' un punto , — fra quelli che entrano nella contro-
versia, — del territorio gallo-italico, o ricorrano insieme nel
sanfratellano , nel territorio gallo-italico con cui si istituisce il
paragone, e nel siciliano. Onde è venuto che degli argomenti
addotti dal de G. in favore della particolare affinità tra sanfra-
tellano e emiliano o bolognese, nessuno si regga. Gli argomenti
son questi:
1. Il volgersi dell'à verso a (VITI 306; 408-9; cfr. Aff. 5-7,
Or. 30-34). È fenomeno assoluto nel sanfratell., tanto che a mala
pena vi si trovi un à etimologico. È invece limitata all'à di sil-
laba aperta e alle formolo ar + cons. e a^ + cons. l'alterazione
emiliana. A questa obiezione, già mossa dal Meyer-Lùbke, il de
G. risponde in modo inconcludente; anzi, a farlo apposta, cita
de' nuovi esempj di ci nei quali appunto non s'esce dalle solite for-
molo. Del resto, l'alterazione di à a formola aperta è pure nelle
Alpi lombarde (v. Morf, Gòttingische gelehrte anzeigen, 1885,
pp. 853-4), e doveva estendersi un giorno fin quasi a Milano
(Ascoli, I 297 n). A formola aperta, il fenomeno è costante, e a
formola chiusa, in certe congiunture, pur dell'Alta Leventina ^
Il che naturalmente conferisce ancora a toglier valore al raf-
fronto del de G.
Una speciale importanza attribuisce il de G. (Or. 40) alla con-
gruenza tra sanfr. e boi. per quanto è dell'ai di -are e di -àriu.
E non s'avvede circa al primo caso, che Va emil. vi ha lo stesso
motivo di ogni altro a in sillaba aperta {cantar come aitar) ^
mentre nel sanfrat. si tratta di motivi ben diversi [amer amare,
ma amar amaro). Né s'avvede, circa il secondo, che V-aer -aeri
* neg, naso, cef chiave, scéra scala, stréda, cane 'canale' truogolo, -é =
-are, ecc.; bérba, bérca, ìtiérca 'marca', élp alpe, élba alba, pm panno, e'.sp«
naspo, bres braccio, ecc. — Una particolareggiata conoscenza de' dialetti
dell'Alta Leventina, dove solo ricorre il fenomeno di e da a, mi permetto
di l'iconoscere che questo s' è svolto indipendentemente dalla palatina pre-
cedente (v. Ascoli, I 2G0-61).
440 Salvie ni,
rappresentan nel boi. le forme men popolari -dr -ari, cóìV ae
che vSecondo la grafia del Gaudenzi corrisponde ad a, e che è
il solito riflesso di d in sillaba aperta. Nel sanfratelL, la forma
popolare del suffisso {-e)') nuli' ha a che vedere con questo -clr
-ari; col quale, secondo la teoria sua, il de G. avrebbe invece
dovuto confrontare i sanfr. pucuràar, jindar (Morosi, Vili 407).
2. I dittonghi dell'e' e dellV, e di ^ e d davanti a nasale se-
guita da consonante (Vili 307-8; 410, 412; cfr. Aff. 9-12, Or. 40-
45). — Per quant'è dell'e' di sillaba aperta, parmi che il de G.,
più che al dittongo in se, tenga alla special determinazione san-
fratellana, cioè ai] e a ogni modo egli vorrebbe farci credere,
che il boi. abbia Vai esso pure. Sennonché, la testimonianza del
bolognese Gaudenzi, « competentissimo nel suo dialetto » (Or. 33),
è esplicita, e si tratta, in questo dittongo, di un a piegato verso
e ben più che non sia Va. Ma fosse pure di, ciò non proverebbe
nulla; prima, perchè Vai è pure d'altri dialetti gallo-italici, e
cos'i del raonregalese ^ e di varietà canavesane - ; poi perchè Va
bolognese sarebbe a ogni modo assai recente, coni' è provato
dalla grafia tradizionale, ei, conservata in quel dialetto fino ai
nostri giorni. Del resto , per tenerci tanto a queste piccolezze ,
bisogna aver dimenticato quanto sia facilmente mutabile il primo
elemento del dittongo ei (v. Ascoli Vili 116-7, Meyer-Lùbke,
rom. gr. I § 76, 77, 78, it. gr. § 24 ; e cfr. di da ei pure nel
* A pp. 170-73 delle 'Poesie italiane e piemontesi di Fed. Garelli', To-
rino 1882, son quattro sonetti in dialetto di Mondovi, dai quali ricavo:
taira tela, vai vero, puai potere, sorpraisa, a tacere di vnaismo, niandaiàsa,
dove Vei era d'origine diversa.
^ Valchiusella (Pap.): avai, in cui è forse una particolar riduzione delV-éi
riuscito finale (cfr. poeisse, e m), riduzione ch'è anche ne' testi di Chiari.
Ma il mio amico prof. Uccelli, provveditore agli studj per la prov. di Pa-
via, m'assicura che al suo paese (Barbania-Canav.) si burlino del dialetto
dei vicini di Corio, citando il loro bàive bere. — Quanto al dittongo della
formola é + nas. + cons. , esso era dell' a. piem. (e ne proviene Ve del mo-
derno : temp veni ecc.), e ritorna modernamente, proprio sotto la forma di
ai, a Valchiusella {dasfaindar, antaidar [sic!], Pap.) e a Vico-Canavese (sain-
tou 'io sento', sainfa senza, maloajaint 'mal-valente', lamaint, painsaa,
Pap.). Né il dittongo, né il suo determinarsi in ai, rappresentano dunque,
pur qui, una peculiarità emiliana.
La patria dei Gallo-Italici di Sicilia. 441
tedesco), e quanto sia perciò legittimo il sospetto di coincidenze
fortuite.
Passando al dittongo dell'ó, il de G. pare annettere un'impor-
tanza grande al fatto stesso del dittongo ^ Ma, se non è un po-
stulato necessario, è pur sempre assai probabile che quei terri-
tori cui è proprio il dittongo dell'e' abbiano avuto un giorno
anche quello dell'p. E cosi l'Ascoli, Vili 116-7, riconosce questo
dittongo neìVeu frane, di fleur ecc., e con lui s'accorda il Meyer-
Lùbke, presso il quale (rom. gr. I § 120 sgg. , it. gr. §§ 27
28 29) si può leggere la istruttiva storia del dittongo dell'ó nelle
lingue neo-latine. La diversità nello sviluppo dei due dittonghi
ei ed ou, — diversità che poi importava la monottongazione del
secondo, — deve ripetersi da una differenza fisiologica ne' rap-
porti che corrono tra e ed i da una parte e tra p ed u dall'altra ;
la quale importava una maggior propensione del u a lasciarsi
assorbire dal suono attiguo -. E infatti vediamo i dialetti ridurre
anc'oggi ad o Vgu, secondario, comunque nato. Così: sgra *sÓHra
è di tutta l'Alta Italia ; otlore *oUóare, ottobre, trovo in antichi
testi di Forlì e d'Orvieto, e vi corrisponde nel tic: ucà {-ù da
-ur = -Olir)] il qual tic. ha pure rùra rovere, zona fera, 'gio-
vine' (cfr. zono masc, a Romagnano), pn* = *prpzf *tu provi',
IX 214, 256,; e il piem. ha rul rovere *rpul, a tacere di dioQ
dolce, ecc., da *dóuQ. Rimane invece, nel Ticino e nel Piemonte,
Vei secondario (tic. péyra pecora, piem. héyka 'guarda', ecc.) ^
— Il dittongo del sanfr. non prova adunque se non questo: che
quando quel ramo si staccò dal suo tronco, questo possedeva an*
Cora il dittongo dell'ó, che non l'aveva ancora chiuso in o.
* Circa la determinazione e la mobilità del primo elemento àirju^ si ripeto
quanto è detto nel testo a proposito di r'L — Pur qui il boi. dà at«, con
a piegato verso o; e vige pur qui la grafia tradizionale: òu.
^ E vuol dire che *(?( inclinò sùbito e dappertutto a dissimilarsi in ^i_,
laddove il fenomeno analogo s'ebbe per V*gu in qualche territorio soltanto.
^ Che le vicende di ei e di ou non siano sempre e necessariamente pa-
rallele, lo arguisco dal non parallelo svolgimento che hanno -a[t]u e -a[t]i
nelle Alpi lombarde. Così, a Arbedo, sing. prò pi. pre, dove la diversa quan-
tità dell'-o G dell'-i accenna a una diversa età della chiusa del dittongo;
in Elenio, c'è ludóu, con o più aporto dell' e di lude'i^, e della Verzasca
ebbi -Qiji ma -é£.
442 Salvioni,
3. La risoluzione di et in ^^ o ^ (Vili 314; 417; cfr. Or. 46).
Questa è il tipo siciliano. Ma la vera risoluzione sanfr. si vede
nel ddaccùa, lattuga, che il de G. stesso registra (Vili 313) e col
quale s'accompagnano più altri esemplari raccolti dal Morosi
(Vili 417), esemplari che non vedo perchè il de G. trascuri ^
Ma ce distoglie da Bologna.
4. 6- g- in z z (Vili 313-4; cfr. Or. 47-8). Gli odierni q s'
di molta parte dell'Alta Italia sono indubbiamente da 3: i ante-
riore; di che fanno fede le grafìe {e e e z) degli antichi monu-
menti lombardi, piemontesi e genovesi. Attualmente, z i s'odon
sempre nella Lombardia occidentale, alpina e prealpina, e in
qualche varietà pedemontana ^.
Prima che all'emiliano, abbiam visto che il de G. aveva pen-
sato al piemontese ^. Questa ipotesi fu poi fatta sua dal Meyer-
Lùbke, nel I voi. della Rom. Gramm. (p. es. a pp. 10 13), dove
però già fa capolino qualche più speciale accenno al Monferrato
(p. es. §§ 646 648). La preferenza assoluta per questa regione,
come patria delle colonie gallo-italiche di Sicilia, il Meyer-Lùbke
non l'ha però esplicitamente manifestata che in séguito, nella
It. Gramm., pp. 6-7, e nel II voi. della Rom. Gramm.; nelle quali
scritture, l'ipotesi monferrina diventa una convinzione cosi si-
cura, che molti e molti fenomeni vi son dati per monferrini,.
* C'è anche mardait, maledetto, intorno al quale il de G. molto si con-
fonde. È sicuramente un caso di et in jt, che altrimenti si vorrebbe mar-
dot (cfr. strot stretto).
^ A Murazzano (Langhe). In Pap., 202-203, abbiamo: zou ciò, zi ecce hic^
za già; e sieno insieme ricordati, poiché si tratta di cose identiche, lo z da
TI CJ ecc.: d'nanz, pianzand, fazza 'faciat', comtjwsand, otìiazzoun , pazi-
einza; i quali esemplari mi sono stati tutti confermati, col loro z, da gente
nativa di Murazzano.
^ Gli argomenti invocati dal de G., Vili 305, sono tutti ridotti al loro-
giusto valore nel corso di queste mie osservazioni, tranne quello per cui
ivi si rimanda al nra. 31, circa il quale non mi raccapezzo. Ma è molto
strano, che tra le spie piemontesi egli ne omettesse due, che dovevan»
allora sembrare capitali: quella di -ulo -éno in -u, e la desinenza di 1.*
jilur. in -uòma.
La patria dei Gallo-Italici di Sicilia. 443
solo perchè sanfratellani (p. es., it. gv. §§ 169 260, rom. gr. II
§ 135, ecc.). Gli argomenti, sui quali si fonda l' ipotesi piemon-
tese-monferrina, ipotesi cui propende anche il Renier ('Il Ge-
lindo ', p. 5 n), sono enumerati dal Meyer-Lùbke a pp. 6-7 della
It. Gramm., e si riassumono cosi:
A. Argomenti validi per il piemontese in generale, e quindi
anche per il monferrino:
a.- L'd di -are in è. Il fenomeno ricorre anche in Lom-
bardia, come vedremo.
b. - -IO quale ultima risultanza di iulo-^eno. Sarebbe la
prova più poderosa in favore del Piemonte. Ma anche di questo
fenomeno non mancan sicure e abondanti traccio nelle Alpi lom-
barde e al di qua dalla Sesia. Così, -a da -^ulo è costante in Val-
lemaggia (IX 213); e la Parabola nel dial. di Vanzone nell'Os-
sola (Rusconi, ^I parlari del Novarese e della Lomellina', Novara
1878) ci dà intanto: ghiui 12, 13, ordì 29, mangiavi 16,
vóli 17, vlevi 26. Da altri luoghi più a mezzogiorno, in Valle
Strona, lungo l'Agogna o tra la Sesia l'Agogna e il Ticino, ho
pur raccolti esempj (sempre nel Rusconi): portu, vestii [ma
giovan]sL Massiola (Strona) ;- ^riwo 11, 12, mangio 17, disio li,
calao 14, caragnavo 20, a Suno (sponda sinistra dell'Agogna) ;-
mangevo -giavo 16, sonevo hallèvo 25 (ma gioono -a 12, 13 ^),
a Trecate e Cerano (a oriente di Novara);- sgiov ^ 12, 13, man-
gio 17, a Cameri (a settentrione di Novara, poco discosto dal
Ticino).
* La limitazione del fenomeno alle forme verbali è anche lungo la Sesia:
hallavou ma giouvnu a Grignasco, giovtiò e mangiavo a. Carpignano, ^rz'oM»-
noii e davo a Maggiora (qui, secondo il saggio del Papanti, anche aso)ì
gioono e mangìèvo a Borgosesia, e cosi sarebbe a Agnona, Foresto, Va-
rallo, sempre secondo la Parabola del Rusconi. — Il Tonetti, Diz. valses.,
accoglie giovnu e giovu, ma ha del resto frassu, caliggiu caliggine, peccix
pettino, asu, tertnu 'termine', cantu 'cantano', ecc. E cosi puro garofu, diau,
allato a ni'wlu, tavlu,
* sgiov sarà egli *ioM, cioè *zoihi con -mi fognato, oppur *zovn con -u
caduto, come adoperan più dialetti coU'-w secondario di vcakti, ridotto a
vesk ì
444 Salvioiii,
c. - L in «^ dav. a dentali, in r dav, a gutturali e labiali.
Il primo è anche leventinese, ossolano, e del novarese ^ ; il se-
condo, come s'impara dallo stesso Meyer-Lùbke, it. gr. § 233,
anche lombardo ^.
d.- La risoluzione di e t in ;7 , anziché in e. Qui giova no-
tare, che il e è pure di gran parte del Piemonte, come dal Me-
yer-Lùbke, it. gr. 221, è stato riconosciuto; e d'altronde pur nel
sanfr. abbiamo e, di contro al jt di altre parlate gallo-italiche
di Sicilia. — Non giova del resto dare a cotesto fenomeno più
importanza che non meriti. Poiché j7 sta molto semplicemente a
é come fase anteriore a fase seriore. Non mancano infatti le
traccio della fase jt fra i Lombardi (v. Ascoli, I 265, e aggiungi :
mil. frid trùta da frùjt ecc.), e la più importante è ne' partic.
faj traj (onde poi staj daj andaj) , che vanno attraverso l'in-
tiera Lombardia occidentale; per i quali io tengo più che mai
fermo alla dichiarazione che n'é data in Krit. jahresb., I 125-6 ^
e.- Il / da -g- 'come nel piemontese e nel ladino' dice il
Meyer-Lùbke *, e come ne' dialetti ossolani e ticinesi, soggiungo
io; V. IX 219-20.
f. - La V-^ plur. in -uóma. Vedi più avanti.
B. Argomenti validi per il solo monferrino :
g. - MJ in n. Il fenomeno sarà dovuto all'influenza del si-
ciliano
h.- BJ pj in g e. Vedi più avanti.
i. - -D- in r; il quale r sarebbe per et, come a d pur ritor-
nerebbe il monf. -]-. Più che d'un argomento, qui si tratta d'un'opi-
nione. Ma é in ogni modo ben probabile che il r sia fenomeno
siciliano.
* Ameno: auzarò; Orta: cauzel saulavan; Massiola: causu; Nonio e Ome-
gna: aut; Suno: cozzei aut; Borgomanero: cauzelu; Oleggio: sauté; Bellin-
zago: cuzei; Fara.: cozej cozoj. Vedi i saggi di questi paesi ap. Rusconi ce.
^ Anche dal Mal Cantone (Lugano) ho vorp e carco, calcare.
^ Mi preme di ricordare il fait , che compar due volte (v. 12, 20) nella
versione di Suno ap. Rusconi, allato al sost. face, v. 16, al partic. dai
(v. 29), e da (ib.) col pronome affisso (dame).
* E curioso che il Meyer-Lùbke qui non scinda il fenomeno piemontese
dal ladino, ma che poi diversamente l'interpreti, it. gr. §§ 201 203.
La patria dei Galli-Italici di Sicilia. 445
La nostra critica ci ha dunque condotti a negare, tanto l'ipo-
tesi emiliano-bolognese, quanto la ipotesi pedemontano-monfer-
rina. Nessuno degli argomenti prodotti in favore dell'una e del-
l'altra ha valore più che d'indizio. In favore del piemontese po-
tevano fin qui testimoniare, con diritto d'essere creduti, 1'^* da
-ìlio ecc., e Y-aóma di 1"^ plur. Ma noi abbiamo già incomin-
ciato a vedere e vediamo compiutamente in séguito, che queste
due particolarità ritornano pure in terra lombarda, e proprio in
quella parte della regione lombarda alla quale noi miriamo (ci
avremmo del resto mirato anche senza l'ajuto di que'due indizj)
come a vero punto di partenza della parlata sanfratellana.
Questo territorio lo costituiscono le alpi e prealpi novaresi, nelle
quali comprendo anche la Valmaggia, politicamente inchiusa nel
Canton Ticino, ma in strettissimi rapporti geografici e dialettali
con le valli ossolane. Gli è in questo territorio, e più precisa-
mente nella sezione alpina, che ricorrono i seguenti fatti capitali :
I. A che s'altera in è (de G. Vili 306; anche in ié, secondo
il Morosi ib. 408), preceduto che sia da consonante palatina.
Questo fenomeno è pure tipico di molta parte della Valmaggia
(Ascoli, 1 257-8; IX 195).
II. La palatina per la gutturale nella formola ka-. Quasi tutte
le valli ossolane ^, come si vedrà presto da un mio lavoruccio
sulla risoluzione palatina di k e g nelle Alpi lombarde, conoscon
questo fenomeno. Ma il sanfr. limita l'alterazione a ka- tonico;
ora, lo stesso avviene in Vallemaggia (IX 216).
III. -e- in z (Vili 313; 417). È fenomeno che guizza attra-
verso tutte le Alpi lombarde (v., per la sezione orientale, Ascoli I
279 n, 291). Il glossario vallanzasco del Belli mi dà arsgentà =
lomb. res'entd recent-, e lasgert ramarro; dódaz, sdlaz, li ha
da Villa (Ossola), e son certo esempj che stanno per intiere serie.
Nella Valmaggia, è normale a Pecia e a Cavergno ^, nel qual ul-
* Tutto lo indicazioni relativo all'Ossola e ad altri territori alpino-Lom-
bardi, son desunto da mie note personali, quando non sia avvertita o no-
toria un'altra fonte.
^ V. IX 218 n. Ma le mio informazioni sono oggi assai più compiote e
sicuro; v. Boll. st. d. Svizz. it., XIX 135-36.
446 Salvioni,
timo paese s'ha però un suono intermedio tra s' e i; eie pure
nella Valle di Canobbio ^.
IV. -L -LL in -a. E òit nella Valmaggia (IX 202) la risposta
di -51 o; e ciiv, culus, ne è dal Mej-er-Lùbke ben ricondotto a
*kim (cfr. kiiic a Quinto nella Leventina). Per -ll posso aggiun-
gere, da Carvegno, éto? e àu? è egli?, ha egli?, corrispondenti alle
forme interrogative lombarde el? ài?
Queste le prove; di fronte alle quali fa ben meschina figura
tutto quanto si addusse per altri territorj. Ma alle prove s'ag-
giungono tali indizj, da risultarne una dimostrazione inoppugna-
bile. Ed eccoci a enumerarli ^,
1. L'd di -are in è^. Lo ritrovo in Valle Divedrò, in Valle
Antigono, nell'Ossola, e nella Verzasca, sul Verbano, IX 196;
inoltre a Trecate, Galliate, Oleggio, Cerano, Bellinzago, Marano,
Cameri, Romentino, Borgomanero, e altri luoghi nel circuito di
Novara; v. la Parabola in Rusconi, o. e.
2. Il dittongo dell'e. Oltre parselo, presepe, di Vallanzasca
(I 254), avremo py^imavèira a Pecia, IX 198, di cui ora più
non dubiterei. Per la Leventina, e principalmente per quella
parte della Leventina che mette nell'Ossola, ho poi udito io stesso
~èi = -ère. — E la messe si farà molto più abondante quando si
* Andando verso oriente, ritrovo il fenomeno a Lodrino (Biasca), in Valle
Pontirone (Elenio), in Valle Calanca (Mesolcina).
^ Non s'enumerano alcuni de' fenomeni novaresi o alpino-novaresi, che
già s'ebbe occasione di ricordare nelle pagine precedenti. — Così non mi
fermo su certe coincidenze minute, ma pur singolari, come sarebbe quella di
sanfr. pirsed/H (Vili 419) piselli, col vallantron. pils'él (altrove pis'élpis'ó' ecc.)
pera, di scravég (Vili 312) scarabeo, col valm. scravàg. — Una coincidenza
negativa tra sanfr. e ossolano-valmaggino è quella del -l- inalterato, cioè
non ridotto a r, che il Meyer-Lùbke, dal suo punto di vista monferrino,
trova sorprendente, it. gr. § 217. Anche Vù inalterato, che per il de G. è
una coincidenza col bolognese, e che il Meyer-Lùbke trova modo di porre
in relazione coli' 4 monferrino, ritorna alle Alpi (IX 204; I 290); ma sarà
da vedervi influenza siciliana.
^ Poiché il de G. par tener molto anche al mantenersi di -R, sappia che
questo si conserva bene, in quasi tutto il Canavese, e, sul territorio no-
stro, in Valle Strona (v. la versione di Massiola, ap. Rusconi; io stesso l'ho
trovato a Luzzogno).
La patria dei Gallo-Italici di Sicilia. 447
segua il Meyer-Lùbke, rom. gr. I 97, che ripete a buon dritto
da ei Ve di Vallemaggia e d'altre parti del Ticino (v. Bollett.
st. di Svizz. it., XVII 74), riflettente assai spesso im e origina-
rio. — Col dittongo dell'*?' manderemo poi quello della formola
è + nas. + cons. Il quale ricompare in Valle Anzasca (Ascoli , I
253-4 ; e Meyer-Lùbke, it. gr., § 74, dove son gli esempj di Cep-
pomorelli : indiferoint ecc.), e, sotto la specie di e, nel contado
bellinzonese {ténka tinca , brènta, a Sant' Antonino ; parén = pa-
renc parenti, clen = denc denti, a Preonzo, cfr. Bollett. st. d.
Svizz. it., XVIII 33-4)'.
3. 0 per e' nella posizione. Già il Meyer-Lùbke , it. gr. § 92,
associa per questo fenomeno Sanfratello e Ceppomorelli (Valle
Anzasca). E con Ceppomorelli va la vicina Valle Antrona ^: séga
secchia, uróga orecchio, móga messa, posa peccia, vóskuf ve-
scovo, meta mettere, bróta berretto. Mar jota Marietta, kavcj
capelli, son segno (cfr. sanfrat. vinnóna); inoltre hx credere,
1)0 vedere, da paragonarsi forse col sanfr. fa fede. — Pongo
questo fenomeno fra gli indizj, anziché tra le prove, perchè non
si sottrae al sospetto d'essere recente, e a Sanfratello e in Val-
lantrona.
4. Il dittongo dell'e. Il de G. ha dimenticato questo indizio, o
almeno non s' è avveduto che l'a. boi. conosceva il dittongo ie^
al quale risale il moderno / = e. — Ma il dittongo ritorna sul
territorio nostro, nell'Onsernone (IX 197-9, 252) ^.
5. L'abondante espunzione di vocali atone. Il fenomeno è stato
invocato anche dal de G. (Or. 34). Ma, com'è del piemontese e
dell'emiliano, cos'i anche della regione novarese; v. IX 204-5,
252, aggiungendo i numerosi altri esemplari che si ricavan dai
saggi del Rusconi.
^ In Valle Antrona, ricorre o anche per e' fuori di posiziono e per é della
formola é + nas. + cons. Ma la coincidenza dei due riflessi è meramente for-
tuita; poiché IV di tota tela, ecc., di frumont frumento, ecc., sia da ói an-
teriore (cfr. -oint a Ceppomorelli), e quello di brnta, ecc. provenga all'in-
contro dalla vocal turbata e. Vedine Meyer-Lùbke, it. gr, § 92.
^ Cfr. ancora lo spiec, specchio, di Pecia, o il piei della Verzasca, IX
198 n. — Io credo poi che rivenga al dittongo Ve' odierno nelle Alpi ti-
cinesi por e: ve'ò (fem. vérja), Ic'c letto, spec aspetto, mez mezzo, -c'l =
-óUu.
448 Salvioni,
6. -ani -éni -óni -uni -ini in él, uói, ùi, l (Vili 313, 413,
417 *). Emerge quest'esito nelle Valli ossolane, nella Valmaggia,
IX 211-2, 255, Meyer-Lùbke, it. gr. § 260, nella Levantina e in
Elenio ^ U-i - -ini mi pare però che non ricorra se non a Varzo
in Valle Divedrò {visi vicini, ecc.).
7. -§• in j; v. più indietro. — Con -g- manderemo -^r- (Vili
314), di cui V. IX 221, e che ha uguale risoluzione nel Piemonte.
8. s + cons. in s (rispettiv. i); v. Vili 312-3, e IX 214, sog-
giungendo che il fenomeno è pure ossolano, e ritorna, almeno per
st, su quel di Novara (cfr. sctuma visctil cusct ecc., nelle ver-
sioni di Cerano e Bellinzago, in Rusconi o. e). È anche siciliano;
ma, secondo lo Schneegans, 'Laute und lautentwikl. d. sicil. dial.',
p. 118, dipende da speciali condizioni che non valgono pel san-
fratellano.
9. sj in z (Vili 311); si in si (ib. 416); cs in s (ib. 314) ».
I tre esiti ritornan nell' Ossola, nella Valcanobbina e in Val-
* Da Piazza Armerina (Roccella, Vocab. di Piazza Armerina, pp. 16-7)
ho ancora: pangh pai, mulónghmulòi, parringh parrii; da Sanfratello (Vasi,
o. e): malazijuoi male azioni, gilicuoi sorta di giubboni (cfr. il sic. gileccu
abito senza maniche), canzuoi, marruoi marroni, nazijnoi, cristien pi. -ei,
ruffiei, puvrin pi. -«, carusin fanciullo, pi. -sgì; arcui, alcuni, è registrata
dal Morosi, Vili 419.
^ cozoi calzoni, a Fara (circond. di Novara), e mattai, figli, a Borgover-
celli. — In Piemonte, il fenomeno ricompare a Garessio (Mondovl): ìndj
mani, boj buoni, ecc. — Ma nell'astigiano dell'AIione, s"ha -ain -oin, siamo
cioè a condizioni liguri. E siccome questa potrebb'essere benissimo la fase
anteriore della risoluzione nostra (cfr. I 378-9, 414), cosi m'astengo dal-
l'addurre questo fenomeno tra le prove. Non da sottacere però, che mentre
il gen. e l'Alione limitano il fenomeno ad -ani e -óni, Sanfratello e la re-
gion nostra s'cccordano a estenderlo ad -éni e -ini.
^ I presenti fenomeni, gli altri che si considerano al num. 10 e ancora
lo i da -e-, e soprattutto lo -zi da -si, son quelli che più decisamente ri-
cordino il genovese, al quale tuttavia bisogna rinunciare per più e più mo-
tivi. Qui mi limito a notare, che l'unico esempio di -gì in -si, occorsomi
fuori di Genova, sia il plur. gros (sing. grog) in Valle Travaglia, e cioè in
Lombardia; e che lo s del condizionale in Valcanobbina (arus avrebbe,
sariìsa)n saremmo, ecc. j cfr. mil. acrég, sarérum) difficilmente si spiega se
non ricorrendo alla 2^ pers. del sing. (arùs, ecc.; -s = -gi; cfr. Vili 416 ^
419; 2^ -esi, ma dass, ecc.).
La patria dei Gallo-Italici di Sicilia. 449
maggia: ossol. sas sasso, valm. kazd fare il cacio, valm. (Ca-
vergno) si sì, smeli sindaco, ecc. ;cfr. IX 214, 218, 257, nel
primo de' quali passi anche sono esempj di s da so' {inscuUsi\ cfr.
valcanobb. pes pesce, ecc.).
10. pj Bj in e ^r ^ È fenomeno pure monferrino, e del resto
il sanfrat. potrebbe qui avere adottato e adattato il kj e gj sici-
liano. Ma anche la valle del Ticino, fin quasi all'imboccatura
della Verzasca, conosce il fenomeno, cfr. IX 209, e lo conosce
Romagnano-Sesia '-^j il che vuol dire, che il nostro territorio ri-
mane come rinchiuso in mezzo a territorj à.\ e g = pj bj.
11. -TR- in r/' (Vili 314), Ancora nell'Ossola: Idr ladro, mr =
poschiav. sach'u, saturu, satollo. Ma il fenomeno è anche pie-
montese.
12. La desinenza -ihna di 1^ plur. Fra le parabole del Rusconi
si vede in quelle di Borgolavezzaro, Vespolate, Terdobbiate, Tre-
cate, Novara, Romentino, Cameri, Bellinzago, Galliate, Borgo-
manero. Maggiora, Oleggiu, Cerano, Suno, Nonio, Castelletto-
Ticino ^, Ameno, Orta, Omegna, Massiola (e per Valle Strona ho
cantùma anche nelle mie note da Luzzogno), Belgirate. Colla
Valle Strona raggiungiamo i confini dell'Ossola, e con Belgirate
il Verbano, a non molta distanza dallo sbocco della Tóce nel lago.
Sino a questi confini, è dunque una desinenza ben comune. Che se
quindinnanzi Vù più non par ritornare, non va tuttavia dimen-
ticato almeno che V-a è ancora nell'Ossola; v. nel Rusconi le
versioni di Domodossola e di Vanzone: mangema, stema; stemma'^.
Ora, io non so se m'illudo, ma l'insieme di queste prove e
di questi indizj mi pare molto eloquente: la parlata sanfratellana
* Sarà siciliano lo gi/j (o f/hj secondo il Morosi) di pagga. Ma devo ri-
cordare che la Valsesia (Tonetti) ha duggiu doglio.
2 carùggiu =-\o\rih. kar^bi 'quadruviu' è nel Diz. valses. del Tonetti. Per
il quale, il sospetto d'essere un accatto genovese è certo meno impellente
che non per il vogher. carùgu.
^ Qui veramente: mangiumm e fiimm, 23.
* Non so rendermi conto, e perciò non posso far nessun caso di un
vòmm andiamo, che il Monti, s. 'dsùo', attribuisce alla Valmaggia.
Archivio glottol. ital., XIV. 30
450 Salvioni,
trova in generale le sue rispondenze più caratteristiche e più
numerose nelle alpi e prealpi novaresi. Più specialmente è però
indicato il tipo ossolano-valmaggino, e specialissimamente il val-
maggino, il quale concorda col sanfratellano, a tacer degli in-
dizj, ne' quattro fenomeni che a noi son parsi più specifici e per-
ciò abbiamo portato come prove. Non si vuol di certo affermare
perciò che il sanfratellano sia il valmaggino. Nel giudicare di
fatti che risalgono a più secoli addietro, bisogna adoperare una
certa larghezza; e ben possiamo ammettere che alcuni fenomeni,
i quali oggi hanno trovato in questa o quella valle un ultimo
rifugio , avessero un giorno confini più estesi. Il Meyer-Lùbke,
rom. gr. I 413, ammette cosi senz'altro che il Ticino meridio-
nale fosse un giorno territorio di ca- da ca. Ma Ticino meridio-
nale vuol dire un dominio che arriva fino a Como; e logica
vuole che ciò che si concede per il Ticino meridionale si con-
ceda, a cagion d'esempio, anche per le regioni che stanno al-
l'alta Adda e alla Tòce così come sta il Ticino meridionale al
settentrionale. Abbracceremmo cosi l'intiera regione dei Laghi
Lombardi.
Può veramente far meraviglia che nessuno abbia fin qui nem-
meno supposto il fatto che esplicitamente da noi s'afferma. Si
trattava cioè di trovare un territorio, in cui certe carattei'istiche
ladine e franco-provenzali s'incontrassero colle caratteristiche
italiane dell'abbandono di .v e ^ finali, e del predominio del no-
minativo plurale ^. Ora tal territorio, per quanto è lecito vedere,
non s'affacciava se non nelle alpi lombarde. Il Meyer-Lùbke se
ne doveva tanto più accorgere, in quanto la materia di due ben
importanti paragrafi della It. Gr. (81, 169), gli era appunto for-
nita dal valmaggino e dal sanfratellano insieme, e da questi
soli. Ma forse il pregiudizio storico dell'origine monferrina (di
cui V. il de G., Or. 3-5) ha impedito all'illustre romanologo di
riconoscere limpidamente il vero.
* Che le condizioni del sanfratellano per quanto riguarda Y-i siano ori-
ginarie, cioè non dovute all'influenza del siciliano, lo provano i continui
e sensibili effetti che dellV risentono e la precedente consonante, e anche
la tonica; effetti che durano malgrado il siciliano, e non possono non es-
sere antichi.
La patria dei Gallo-Italici di Sicilia. 451
Il nostro discorso ha versato pressoché esclusivamente intorno
al sanfratellano, che tra le parlate gallo-Italiche di Sicilia è la
più genuina e insieme la meglio esplorata. Ma è noto che un
linguaggio gallo-italico, più o meno intinto di siciliano, si parla
pure a Nicosia ^, Piazza Armerina, Novara, Aidone, ed è pur noto
che questi dialetti differiscono in parecchi punti dal sanfratel-
lano. I primi due sono stati considerati dal de G. ne' numeri che
accompagnano a pie di pagina l'esposizione del dialetto di S. Fra-
tello; gli altri io non conosco se non per le versioni della solita
Novella nel Papanti (Novara, a pp. 280-281; Aidone a pp. 168-9).
Le differenze che separan questi dialetti tra di loro e dal san-
fratellano sono parecchie ; ma non poche provengono certamente
da una influenza maggiore che il siciliano ha esercitato sulle al-
tre parlate gallo-italiche, sopratutto sul novarese. Altre differenze,
che direi negative, dipendono all'opposto dal fatto che il comun
fondo gallo-italico appaja meno alterato negli altri dialetti che
non nel sanfratellano. Tuttavolta l'accordo persiste, ed è ben no-
tevole, in parecchi punti. Cosi nella riduzione di -e- (Vili 313 n;
Piazza Armerina: fasgèa -èanu dasgèa Pap. 171, Aidone :pi«-
sgir fasgiss, Novara : pagi pace, piagè piacere, dove il g, se non
è mero vezzo grafico, sarà una riduzione ulteriore di i); in quella
di ^L (Vili 311 n; Aidone: sua solo, cdic quale); nell'-e da -are
(a Novara però un solo esempio di -è, di fronte a molti -«); nel -r-
da -d-, limitato però a Aidone e San Fratello, ma di certo signifi-
cativo assai; ecc. ^. Le difìerenze positive, tra il sanfrat. e gli altri
•dialetti, unitamente o singolarmente presi, sono queste : Vi aidonese
da e + nas + cons. {ddint lento, timp, ecc.) ; 1- in r {scunsuada
sconsolata, dehui debole; tra testa nella testa), e dileguo di -r-,
primario e secondario, a Novara (Meyer-Lùbke, it. gr. § 218); —
l'estensione analogica del tipo participiale factu, a Nicosia,
Piazza e Aidone (Vili 313 n, Meyer-Lùbke, it. gr., § 407; Nicosia:
resveghiaito, so fruito, Pap.; Aidone: annditissini, niimindit)^.
* E a Sperlinga; v. de G. Vili 305. ^ Un accordo di Nicosia, Piazza e
Aidone (Novara ha il tt siciliano) di contro a S. Fratello, h jt da et; di che
si è già toccato a p. 444. ' Par tuttavia, che questa analogia non tocchi
il feminilc, poiché da Piazza Armerina (Pap.) s'ha sautàda scunurtàda ecc..
452 Salvioni, La patria dei Gallo-Italici di Sicilia. — homb. praa'i. '
Tutti i quali fatti, positivi e negativi, non si può dire che ci
allontanino dalla regione alla quale assegnavamo il sanfratellano,
e anzi avviene che in parte ci riaccostino ad essa. L'/ aidonese
di mt imp ecc., ritorna appunto in Vallemaggia (IX 199-200); e,
anche ammesso che la riduzione di *ei in i (Krit. jahresb. 1 123,
Meyer-Lùbke, it. gr. § 74) si compisse in Sicilia, ne viene pur
sempre un indizio non ispregevole. — Il dileguo del -r- (per il
quale non può invocarsi il genovese, dove è di età assai tarda,
Arch. II 122, Mever-Lùbke, it, gr., § 218) potrebbe ricondurci
a quella sezione della sponda sinistra del Ticino che appunto pro-
spetta il novarese, cioè a Busto-Arsizio e paesi contermini, dove
suol tacere il -;•- (v. intanto la mia Fon. Mil. 189 n; e molti altri
esempj e d'altri paesi ho ancora in serbo). — Infine, l'estensione
analogica del tipo factu è un fenomeno, per quanto so, esclu-
sivamente lombardo, e apparisce pur nel valmaggino (I 258 ; IX
233 ; dove soggiungo che finic l'ho udito a Montecarasso di Bel-
linzona). E poi anche della Valtellina {deveniacc l ornacela , a
Tirano ; v. il Pap.), e del contado occidentale di Milano, p. es.
a Lucernate , dove -àj (cfr. faj , e ciò che di questa forma s' è
detto qui sopra) è normal desinenza del partic. di 1.^ conju-
ffazione ^.
lomb. pras'i.
Ho udito questa voce in Valle Bedreto (Alta Leventina), dove
ha il significato di 'mietere, levar da terra e legare in covoni
la segale', l'unico cereale che alligni colà. Devon confluire in
questa voce due basi sinonimo: pragé 'apparecchiare', termine
ormai confinato alla cucina, col senso di 'cucinare con maggior
finezza, aggiunger qualche condimento ecc.'; e agio, col valore
eh' è venuto acquistando nel ven. asiar preparare, mil. zia id.,
vaiteli, descl acconciare. C. Salvioni.
da Nicosia: ortraggiada desperada, àa. X.\ào\\Q: riddintara vaWQwikìa., vinni-
cara, ecc. — E un'altra limitazione è a Piazza, dove il Roccella, o. e. 29 n,
afferma adoperarsi -ait -uit coll'ausiliare 'avere', -à -ù con 'essere'.
* Deve qui spettare anche il buvreceui 'abbeverato', che il Rusconi, o. e,
p. XX, attribuisce a Borgomanero. E ancora Novara !
UN PROBLEMA
DI SINTASSI COMPARATA DIALETTALE.
DI
G. I. A.
§ I. — Alla costruzione letteraria di un verbo di moto {an-
dare^ molto più raramente venire, e solo per eccezione qualche
altro), in ispecie nella funzione imperativa, ma anche nell' indi-
cativa 0 congiuntiva , reggente l' infinito con la preposizione a
= ad (come per esempio: va a diiamare!; io vo a chiamare,
tu vai a chiamare, ecc.), l'Italia dialettale contrappone tre lo-
cuzioni diverse: 1.^ la particolare frequenza della foggia asin-
detica {va chiama; vo chiamo); 2.^ il tipo va e chiama!, io vo
e chiamo; 3.^ il tipo va a chiama!, vo a chiamo ecc.
Le prime due di queste maniere, non presentano alcuna parti-
colare difficoltà; ma la terza {va a chiama!; vai a chiasmi ecc.)
apparisce singolare, in se e per se ; è stata d' inciampo all' inda-
gine storiale, e rimase enigmatica.
Un' unica voce di codesta singoiar maniera divenne d'uso ben
fermo nel linguaggio letterario italiano, ed è vattelappesca
(va-te-l'-a-pesca), voce d'imperativo, proveniente, com' è naturale,
dalla parlata toscana. Oggi ancora qualche osservatore, non punto
inesperto, si ferma a questo esempio come a un fenomeno stra-
vagante e solitario. Vero è però che da più decennj la filologia
italiana ha avvertito la frequenza di tal costrutto nella parlata
toscana, e insieme ha avvertito delle concordanze che anche per
questo particolare s'incontrino tra il toscano e questa o quella
delle altre parlate italiane (v. § III). Ma un'indagine più larga
e insistente oggi porta a sentenziare che il tipo va a chiama o
vai a chiami rappresenti un costrutto da riportarsi addirittura al
fondo comune di tutti i nostri dialetti. Guizza oggi ancora da
Venezia a Palermo. E nelle presenti righe si tenta di seguire e
appurare la distensione del curioso fenomeno e di chiarirne il
fondamento originale.
454 Ascoli,
L'uso di questa maniera di dire, oggi si riduce variamente
secondo le regioni diverse. Nell'Italia settentrionale, dove è sullo
spegnersi, non se ne sente se non l'applicazione imperativa. E
questa prevale anche in Toscana, ma non senza che pur la indi-
cativa riesca a far capolino. Similmente nel Lazio; e ancora più
soverchiante è l'uso imperativo nel Napolitano. Nella Sicilia, al-
l'incontro, se non è addirittura estinta, l'applicazione impera-
tiva s'avverte appena; e l'abituale è l'indicativa. Ma nell'Alta
Italia, come nelle Provincie Meridionali, se nell'ordine logico
prevale o riman sola la dicitura imperativa , pajono però bale-
nare le traccio fonetiche della indicativa, che ne andava logica-
mente assorbita. Di che si veda il § III.
§ II. — Ora passiamo a rintracciare partitamente il nostro
costrutto nelle diverse contrade italiane. È questo però un Sag-
gio affatto iniziale, e giova sperare che altri non tardino a rac-
cogliere, in ispecie per la parte antica, di più e di meglio.
A. — Regione veneziana e regioni galloitaliche.
Il Nardo, tra gli 'Accenni sull' indole e proprietà del dialetto
de' pescatori di Chioggia'^, scrive: «L'infinito di taluni verbi
«viene spesso sincopato, elidendo la particella desinenziale re,
«convertendo però in i la vocale che la precede; p. es. invece
« che dire, come pur avviene talvolta, va a trova, in luogo di
«va a trovare, dicono va a trovi, e cosi di altri verbi. Dicono
« poi per va a spogliarti, a vestirti, a goderti ecc., vate a spogif
« vate a vesti, vate a godi. Alla troncatura per altro della pa-
« rola supplisce sovente l'accentuazione nel modo di pronun-
« ziarla. » Questa importante notizia , della quale nessun altro
indagatore s'è più forse accorto e di cui più in là si ritocca
(§ III), merita sicuramente piena fede, offerta com'era da un cul-
tore serio ed attento delle parlate dell'estuario veneziano. A me
però manca il modo di aggiungere esempj del tipo vate a spógi ^.
^ La pesca del pesce ne' valli della veneta lagioia ecc., del dott. Giando-
menico Nardo, Venezia 1871, p. xv.
* S'imaginerebbe, che Goldoni, attento a rispettare le caratteristiche del
dialetto nelle 'Barufe chiozote', non avesse trascurato questa dei tipi va
a trova, va a trovi, o avesse anzi insistito a porla in particolare evidenza;
Un problema di sintassi comparata dialettale. - §§ I-II. 455
Quanto al tipo va a trova, gli risponderanno sicuramente, con
la particola a come assorbita dall' a che le precede, gli esempj
veneziani dati dal Boerio (s. cercar e catàr): vaiela cerca
^vattela a cérca', vatela cala 'vattela a catta (= trova)', come a
dire 'indovinala grillo'. Gli stessi due esempj nel bergamasco
(TiRABOscHi) : iiàtel a sirca, vàtel a cala. Nel milanese: vàltel
a calta (Cherubini s. vàttel; cfr. Angiolini s. càta); nel cana-
vese: va a serka (Nigra ' ; e qui andrà, benché alterato per
la seduzione del sostantivo omofono, il piem. vaine an serca...
'Modo di dire quando si vorrebbe esprimere un nome od altrOy
di cui uno non si ricorda. Che so io...'. Di Sant'Albino); nel
parmigiano: vatt'l a càia (Malaspina). Nel milanese ancora:
vàttel a lava, quasi 'lavatene la bocca' (Cherub.); vatl'impicca
(Cherub. s. vatt'; cfr. Angiol. s. impicà)^; bolognese: oat a
impècca ( Coronedi-Berti ). — Aggiungerò : manda a càma
'mandare a chiamare', nella parlata di Bedano, contado (ìi Lu-
gano (Salvioni), rimandandone al § III.
B. — Toscana.
Pure in ordine al nostro costrutto, la Toscana può vantare
una certa preminenza, perciò ch'egli non vi oltrepassi i confini
che ci risulteranno normali (cfr. II, C) e vi si mostri nitida-
mente in tutte le conjugazioni.
Per gli esempj 'letterarj' di vecchia età, si ricorra in prima
al Gherardini e al Nannucci, citati ancora al § III. Senza ci-
tazione letteraria sono addotti dal Nannucci, nel luogo ivi indi-
cato: va a pesca, va a dormi, valli appicca (Petrocchi: valli
a impicca^). Nei 'Lucidi' di Angiolo Firenzuola, Atto V, se. v,
ma all'incontro, nei due luoghi che no olIVivano occasione (II, iv, [vj, III, ni),
si legge, sin dalle edizioni del 1777 e 1789: vali a avisare, vate a relirare.
* I nomi non seguiti da citazione e non conosciuti come d'autori di les-
sici a stampa delle rispettive parlate, si riferiscono a comunicazioni epi-
stolari di cortesi e dotte persone.
^ Ancora, se si tollera un esempio di bassa lega: va oìi poo a caga,
'escimi d'attorno', Cherub. s. andà, I 23; nel piem. all'incontro: va'n pò a
caghé. Di Sant' Albino, 83 a.
' Di vati' impicca c'è esempio anche nella 'Clizia' di Machiavelli, IV, vi
{miti' impiccila nell'ed. del 1537, vatt'impicca in quella del 1588), che fu poi
456 Ascoli,
un faccliino dice: vaitelo mena da te stesso. Dal Dizionario
di Tommaseo e Bellini (1865) I 426 a: vaiti a riposa, Cellin.
Vit. 2. 44, vaiti annega ecc., vedi più in là, al § III. Dal Pe-
trocchi ancora, 'Diz. univ. della lingua italiana (1887)', per
modi popolari: vali' a mangia, valV a indovina \c,ìv.vat'il a in-
devinar, tra i 'Canti pop. tose' del Tigri, 383], vali' a rac-
conta, vali' a vedi, vali' a credi, vali' a fai. Ora dal Nerucci,
'Sessanta Novelle popolari montalesi': vaitelo a pèsca un paese
con questo nome! , 92 (cfr. Guerrazzi, 'La figlia di Curzio
Picchena', Milano, Sonzogno, 1878, p. 32: fu mandato in Ispa-
gna e a Vienila; a che farci, vaitelo a pesca, o piuttosto non
ai andare)', va' a ricérca il tu' pettine, 316; va' a vedi chi è,
310; sia a vedi quel che no' si pole fare, 365; va' a metti il
'ini' anello, 344. Tatti esempj d'imperativo, come i seguenti, che
provengono da Tommaseo, 'Canti popolari toscani': viemmi a pi-
glia, 362; va a dormi 155 n (cfr. Nann. 358); ma ivi s'ag-
giunge d'indicativo: e se la morte non ci viene a trova, 155.
Dai ' Canti popolari toscani, raccolti e annotati da Giuseppe Ti-
gri': vaiti a confessa 23 (due volte), vaitene a confessa 337
(ma: va a confessarti 110); valli a impalca 337, coìne l'an-
dieite vaiila a cerca tu 396, viemmi a piglia 331 = Tomm. 362
{viemmene a cavare 199, in rima).
C. — Lazio ^
Qui è molto notevole una particolare estensione dell'uso del
tipico a tiì^óva oltre ai confini della formola va a tirava (sia
scorrettamente corretto in vati' impiccare , sin dall' ed. del 1783, per non
dire di quella dei 'Classici Italiani'; ma è giustamento va t'impicca nel-
l'ed. milan. del 1850, dove all'incontro sta malamente mogliema per mo-
glieta. E poiché ci avvien di citare un esempio di possessivo enclitico an-
che d'autore toscano, sia lecito qui avvertire che il GiambuUari, il quale
vedeva in questo fenomeno nientemeno che un argomento di affinità tra
il toscano e l'arameo, ne parla, nel Gello, con una distinzione cronologica
di cui le nostre grammatiche storiche non tennero coito: «noi diciamo
«.fratehno fratello; q si gnor so disse Dante, cioè signor suo; e signoria il
« Boccaccio nella novella 45.»
' Gli esempj, so altrimenti non è indicato, provengono dai 'Sonetti ro-
maneschi' del Belli, e le citazioni si riferiscono alla bellissima edizione
Un problema di sintassi comparata dialettale. - § II. 457
d'imperativo e sia di terza singolare dell'indicativo), per modo
ch'egli sussegua indifferentemente anche a forme d'altra persona
(come la seconda plurale, la prima singolare) o d'altra ragione
di tempo e modo, e insomma ne venga una generale identità
di funzione tra a ttròva e a ttrovch^e. Nel prospetto che ora se-
gue, si distingue la categoria dell'uso che brevemente per ora
diciamo normale (I.), da quella di particolare estensione, che di-
remmo anormale (IL). Ancora avvertirò, che non mi è mai oc-
corso il parallelo di a Urova da verbi in -ire, come per es. sa-
rebbe a ddórmi ^. E di più al § III.
I. D'imperativo: oh vva a ccerca un po' 5299, va a ccerca
come ecc. 6264, va' a cerca in der lihhro ecc. 145; vatte a
rriposa (: cosa) 1 103;- va' a ccet^ca un zorfarolo 4340, cfr, 4379 ;-
« vatt'-a-ccerca-chi-U'-ha-ddato » 1129, vatte a tirava la porta
2186, vamm a ccerca un paese 2210, vamm a ccerca st' ari-
casco (quest'incerto) 2210, vatte a ccerca chi ite porti 6272,
vali' a indovina (: sordina) 382, tu vièmme a ttrova 3320, viècce
a ttrova 6303, vati' a ffida 5180, vali' a rripìjja 694;- vam-
meV attrova 15, vatteV a ppesca 3126, vàtteV a mmaggna 5262.
— D'indicativo: hhisoggna vede come me va a ttrova la sca-
tola 378, mica poi sce va a ttrova la commare 4202, perchè,
Aggnessa, nun me vienghi a ppijja (rfijja) 4322^.
II. annàtevelo a ttrova 4435, annàteveV a mmaggna 674, an-
natemene a ttrova la siconna 358;- se le vadino a magna
bbelV e monne 110;- lo verrò a trova (: nova) 5119;- lei manna
che ne ha dato il Moraxui. Con la prima cifra si cita il volume, e con
l'altra o le altre la pagina (p. es. 375 = voi. Ili, p. 75).
* valla a ccapì 110, vàlida ccapì 6264, valli a ccapì 2107, vacce a sentì
6144. Similmente, di verbo che ò fermo ali" -ere di seconda latina: vallea
itene 4301, cfr. annattev' a itene 5303. — Superfluo soggiungere, che anche
di verbi in -are si mantiene frequentemente il vero infinito pur nella co-
struzione col va imperativo: va' n sperà 3176, va* a ccerca adesso 3353, va
a ppenzà adesso .5366, e vvàjjello a cerca 618, oh vvatlelo a pijjà 619, vatte
a ffidà 4351;- viècce a ttrovacce 614;- senza dire di annntesce a luparia
3358 0 di valla a ddesiderà 6139.
' Nei 'Canti popolari delle Provincie meridionali', che si citano più in
là, è un rispetto romanesco (li 161) in cui si logge: E se lo sa il Re te
manda a piglia' [pijja].
458 Ascoli,
a ttrova ( : nova) 360, ci anno a cchiama Danielle 3248 ;- an-
naleve a ffà squarta ( : carta) 4228 , cfr. 580 ; si pproprio er
monno nun ze va a ffà squayHa ( : carta) 5445, eppoi min lo
'inannate a ffasse squarta ( : carta) 375 , a ffà la serva e an-
nà'mmesce a ffà squarta (: carta) 4397; vòrzi annà a trova
388, è vuorzàto annà a ttrova la Reggina 3240 ^
D, — Provincie napolitane ^
Nel teramano, la particola («) parrebbe costantemente sen-
tita: vatt' a ccumhisse, 'va a confessarti', vatt' a 'mbinne 'va
ad irapenderti', secondo la regola del Savini, Dial. teram., pag. 92
(circa la ragione del secondo termine verbale di ciascun esem-
pio, V. qui sotto, al § HI). Sono esempj, nei quali a va s'accom-
pagna il pronome enclitico. Così in Finamore, 'Vocabolario del-
l'uso abruzzese' (1^ ediz., p. 292): vàtt" a repòse (= riposa), e
'Tradizioni popolari abruzzesi'^: vajj' a ppuorte ^ valle a por-
tare' 10, vali' a ppìjje 155, allato a vatt' a cculecà\ vatt' a
ddurmì\ 15*. Il tipo abruzzese senza appendice enclitica: va
ppuorte 'Tradiz. ' 11, va rymve (= lava) 10^, conterrebbe anch'egli
la particola (va-a-porta, ecc.), e ugualmente il tipo parallelo del
napolitano, trascritto dallo Subak per loaftrówe (allato a loat-
trùoive, di che vedi il § III), quando s'abbia a ritenere che al
va pur qui non si possa attribuire la facoltà di raddoppiare la
consonante successiva (cfr. D'Ovidio, Arch. IV 180, grundr. 496),
' Nella stessa collezione (II 160), in un altro rispetto romanesco: Co-
lonna cì/or mi sei venuto a trova' [1. trova]. — Cfr, B. Campanelli 'Fone-
tica del dialetto reatino', Torino 1896, p. 188: Che hbò che bhaje a ìnmagna
a ccasa sea 'che vuole che io vada a mangiare a casa sua', e p. 180: lu
mannò a cchjama, entrambi gli esempj di dial. reatino (Umbria meri-
dionale).
^ Gii esempj, allato ai quali non è citata altra fonte, provengono dal
secondo volume dei Canti popolari delle Provincie meridionali, raccolti da
Antonio Casetti e Vittorio Lmbriani, e il numero ne cita la pagina.
^ Gli esempj che da codeste 'Tradizioni' si citano nel testo, son dalla
prima parte del primo volume (1882). Quelli che si aggiungono in nota,
son dalla seconda (1885).
* vaiV a cconfèssa' tu mo' 89 (Aquila) vallea ttuojfa lu... 8 (Montene-
rodomo).
^ té, va vvénne" 87 (Aquila).
Un problema di sintassi comparata dialettale. - § II. 459
Ma, data l'appendice enclitica, la quale suole esser* doppia, non
è frequente che s'abbia o si mantenga la particola, prescindendo
dai territori abruzzesi, che son territorj settentrionali rispetto alle
Provincie napolitane. Cosi nel tipo napolitano, che lo Subak
trascrive per iuaUupe'sk[e]^ abbiamo realmente ' vatte-lo-pesca',
non 'vatte-lo-a-pesca'. Similmente: vattence corca 'vattene a co-
ricarti' 401 (Napoli), Dcitte nce spassa 387 (ib.); né vorremo
cercare Va in tu va 'te 'a sana chesla mala rogna ^ che dirà
semplicemente: 'tu vattela ecc.', 393 (ib.). Ancora senza la par-
ticola: ca osci l'hai e crai va ti lu piglia 'che oggi l'hai e do-
mani vattelo a pigliare', ca osci l'hai e crai va ti lu trova, 79 (Spi-
noso, Basilicata); va ti la trova, va, 'n'ata cchiù bella 81 (ib.);
vanni chiamma lo salassatore 309 (Bagnoli Irpino, Principato
Ulteriore)^. All'incontro, con r« ben pronunziato: ^ja^^ene, brutta
mmia, vattene a fila 229 (S. Donato, Terra d'Otranto); e in co-
struzione congiuntiva: ci mme tradisci, e mme lu 'egna a dica
*se mi tradisci, me lo venga a dire' 370 (Lecce e Caballino).
Finalmente, da Potenza mi sono segnati: vaitelo a trova, vai-
telo a piglia, benché non di rado o più solitamente manchi Va
(ClCCOTTl).
Una particolare costruzione, in cui il verbo finito riesce a funzione
di infinito o di gerundio, è quella che s'ottiene, con particolare fre-
quenza in Terra d'Otranto, facendo susseguire la forma finita a un'u-
nica forma di 'stare' o 'vadere' (sta, va), divenuta come indifferente
alla ragione della persona o del tempo. Eccone eserapj, tutti dal già ci-
tato volume dei 'Canti delle Provincie meridionali':
sta. — eccu sta' passa lu 'otabandiere 'ecco viene a passare, sta pas-
sando, il voltabandiera, 12 (Lecce e Caballino); se stae durmendu vui
hi risvigliate , se nu' sta dorme l' accumpagnerete ' se non sta dor-
mendo ecc.' 26 (Caballino); sta parlic 'sto parlando' 62 (Lecce e Ca-
ballino); 'ssetlatn a 'na lucerna e sta etisia 'seduta a una lucerna e
* Dalla 'Collezione di tutti i poemi in lingua napoletana', mi son notato:
va tu 'nnevina 'vatte-lo indovina' XX 139, allato a va nnevina XXI 253
(due volte); va te ^nforna XX 38; va nce miette mogliei-eta XXI 274; va
stirate lo vr accio e bantatenne XXI 245, cfr. XX 292, va tornattenne XX
244 246; va te fida XX 289; va corcate XXI 276; va toccale lo naso XXI
235; va tilleca XXI 235; ecc.
460 . Ascoli,
stava cucendo' 84 (Lecce e Caballino)*; lassa lu liettu ci sia stai cur-
cata 'lascia il letto che stai [in cui ti trovi] stando coricata' [?J 123 (ib.);
ino' ci sta tieni lu mmiu core a 'mmanu 130 (Arnesano, Terra d'O-
tranto); lu bene mmiu sta mete alla funtana 209 (Lecce e Caballino);
quandu lu sta 'nducìa, amore mmia, tu sta' cuntai . , . 'quando io
stava portandolo, tu stavi contando' 250 (ib.)?' sta chiangia 'stava
piangendo' 258-9 (Otranto ecc.); ca tie sta pati 'che tu stai soifrendo'
264 (Lecce); sta hegnu cu ve pigghiu 'eccomi [sto venendo] a pi-
gliarvi' 286 (Mordano, Terra d'Otranto); mamma pe' ci sta sona 'sta
campana? 'per chi sta sonando questa campana?' 371 (Merine, Terra
d'Otranto); la catiniglia m,mia sta ssi lavora 'si sta lavorando' 389
(Nardo, Terra d'Otranto); la figghia de lu re sse sta 'mmariia 'si sta
maritando' 396 (Lecce e Caballino). Ancora: mi' mme sta dae lu core
de partire 'non mi dà il cuore' 399 (Novoli, Terra d'Otranto).
va. — Qui la funzione della seconda voce risolvendosi nella fun-
zione di uno schietto infinito, si potrebbe imaginare una costruzione
con r a, non dissimile da quella che in questo articolo si viene stu-
diando, in cui la particola andasse assorbita dalla vocal finale della
prima voce. Ma allora vorremmo raddoppiata la consonante iniziale
della seconda, di che non ho esempio sicuro. Si osservino : e sse ba
mira allu specchiaru , subitu ss' abbà 'mmera allu specchiaru, 12-13
(Chieti); alle furche d'amore mme ba' 'ppendu 71 (Arnesano, Terra
d'Otranto); ci te ba bisciu 'se mi faccio a vederti [se vo te vedo, te
vedere]' 104 (Lecce e Caballino); jeu mme ba' mintu 'io mi vo a
mettere' 131 (Monteroni, Terra d'Otranto); tu te ba' pigghia 'tu ti
vai a pigliare' 176 (Lecce e Caballino); e ba chiama 'e va a chia-
mare' 380 (Spinoso, Basilicata) ; ca ci mo' 'n' autra fiata sse bba 'ddhuma
'che se ora un'altra volta si va a accendere [allumare]' 393 (Lecce
e Caballino); e te ba' miìiti 'e ti vai a mettere' 437 (ib.). In effetto
saremo sempre a una particolar foggia di espressione asindetica, in
significazione indicativa. Cosi forse nell'imperativa: mamma, va campa
come vole 'ddiu 63 (Lecce e Caballino).
Similmente, nella costruzione indicativa, la prima voce essendo re-
golarmente conjugata: mme mintu cangiu amante 'mi metto a can-
giare amante' 322 (Lecce e Caballino); ma qui veramente si rasenta
la perifrasi dell'infinito che s'ottiene col finito preceduto da una con-
giunzione, congiunzione che alla sua volta si può stimare elisa; cfr.
* nnanz' a na luc^rneddf ste kus'eoe, in Lovarini, Canti popolari taran-
tini (5.°), 'Miscellanea nuziale Rossi-Teiss', Bergamo 1897.
Un problema di sintassi comparata dialettale. - § IL 461
per es : fede nu' bogghiu dau cchiù 'fede non voglio più dare' 347
(Caballino e Lecce), allato a nun bogghhc cclùù te sentu e nu' cu i' odu
'non vo-lio più sentirti né udirti' 322 (ib.); serva 'oggUu bessu 'serva
voo-lio e°ssere' 355 (ib.), allato a ^ogghiu cu sacciu 'voglio sapere 436
(ib) ^ulia eie sacci» 'vorrei sapere [voleva che io so]' 445 (ib.);
mmemisi doi tre vote te la cercu, mme misi doi o tre hote cu' la cercu,
319 (Martano, Mordano; T. d'O.)- Ancora: egnn cu canti', 'vengo a
cantare' vinni cu caniu^mnni a cantare. 219 (Arnesano, Martano,
Carpi'^nlno Salentino ; Terra d'Otranto); vinni cu' te visita 'venni a
visitarti' 207 (Martano, T. d'O.), su' benutu te dau 'me contrassegnu
'son venuto a darti' 443-44 (Caballino ecc., T. d'O.); - c« hegnu bt-
scit' tie 'per venire a vederti' 350 (Lecce e Caballino). Ancora esempj
di 'volere': 'alia te parlu, cu tie 'ulia cu parlu 276 (ib.); bessu o.c-
cellu vulia 'essere uccello vorrei' 275 (ib.); 'ulia faz.u 'vorrei fare'
388 cfr 41^ (ib ); vulia mimi 'vorrei menare' 168 (Morciano, T. d 0.),
r^uUa te manduim (Carpignano Salentino, T. d'O.), 'ulia cu sia 'vor-
rei essere' 183 (Arnesano, T. d'O.), se 'ulisse cu' mme lea 'stu fiore
«se volesse levarmi [togliermi] questo fiore' 218 (Lecce e Cab.), se
nei scansi 'se vuoi causare' 186 (ib.), ci 'uei la 'idi 'se vuoi vederla
059 (\rnesano, T. d'O.); ecc. - A Paracorio (Calabria Ultra Prima)
la congiunzione è m«, cfr. § li, E, in n. Così: si mentinu mu cantanu
'si mettono a cantare' 360, e ieu mu parru a tia non vogghiu maz e
io parlare a te non voglio mai' 436.- Cfr. Meyer-Lùbke, Roman,
abhandlung., 110-11.
E. — Sicilia.
Siamo, come già era avvertito, esclusivamente 0 quasi, alla co-
struzione indicativa; e non mai senza particola. La quale e sem-
pre e nei pochi esempj che io trassi da testi in vecchio siciliano,
e oscilla tra a ed e (per ben altro motivo che non sia quello
delle regioni diverse, v. § IV) nel moderno. Ecco la mia scarsa
suppellettile.
Vecchio siciliano.- D^^ 'Vita Beati Conradi-, in Avo-
Lio, Canti popolari di Noto, Noto 1875 (pp. 3o5-378); cu m lu
vo4u et portu 'io ve lo vado e porto', cioè 'vado a portarvelo
360. - Dalla 'Serie di scritture in dialetto vecchio s"=' 'fo ' '"
AvoLio, Introduzione allo studio del dialetto siciliano, Noto 1882
(PO 127-224): « cormdu vini et vidi 'venne e vide Corrado ,
cioè 'venne a veder Corrado', 173; poy so patrj xia, e gndau.
462 Ascoli,
et chamau a corrau beatit 'poi suo padre usci a gridare e chia-
mare il beato Corrado' 182; un suo servo andau et chiamau
lu prelatu^ 210. — Dal 'Rebellamento di Sichilia', in Amari, La
guerra del Vespro Siciliano, Milano 1886 (111, pp. 26-196): se
fami e dimandanu pacti 'si fanno a domandar patti', 152. Meno
evidenti: eu stayu et vìdu ib. 40; vatindj a la regìiu effa tua
annata 'vattene al Regno, a farvi tua armata' ib. 130*.
Siciliano moderno. — Dai 'Canti popolari di Noto' del-
l'AvoLio (v. s.) : Slitta li to' fìnesci iu vegnu e muoru ' sotto le
tue finestre io vengo a morire', 202. — Dai 'Canti popolari delle
Isole Eolie ecc.', di L. Lizio-Bruno, Messina 1871: vi vegnu e
rohu 'vengo a rapirvi', 101 (Isole Eolie), cà ti toì'n e vìu 'qui
ti torno a vedere'-^ 199 (Rocca-Valdina); imni va e posa? 'dove
va a posare?, 205 (Villagg. Gesso). — Dai 'Canti popolari del cir-
condario di Modica', di Serafino Amabile Guastella, Modica,
1876: iu vaiu a piggiu 'vado a pigliare' xxiv, ti va' (= vaiu a)
piggiu 'ti vado a pigliare' 98, viegnu a fazzu, va a trova,
veni a mangia, xxiv, e si va a ccurca 'e si va a coricare' 33^.
— Dai 'Canti scelti del popolo siciliano' di L. Lizio-Bruno,
Messina 1867: si vimii a ìnisi 'ntra la frunti a vui 'si venne
a mettere ecc.' 56. — Dal primo volume delle 'Fiabe, novelle
e racconti popolari siciliani' di G. Purè, Palermo 1875^: vaju
* Poco direbbe ugualmente il córso: veni e guarda Feliantone, vieni a
guardar Feliceantonio; Tommaseo, Canti córsi, p. 106.
^ acciaila 'ncielu e trooa li to pari 'sali al cielo ecc.', 23, è forse un esem-
pio incerto; ma 1' e, anziché a, potrebb' essere tutt'altro che un argomento
contro la sua validità.
' Dice qui il Pitrè a p. ccxxvi : «Nelle frasi italiane vengo a vedere^
«torna a cercare, composte d'un verbo di moto di tempo presente del-
« l'indicativo e d'un altro di modo infinito preceduto da preposizione a,
«quest'ultimo si porta allo stesso modo, tempo e persona del primo: vegnu
«a viju, torna a cerca nel Ciitanese; e nel Messinese anche vegnu mi viju,
«.iornu mi cercu, solo nella 1. persona. » Ma la frase messinese riesce ve-
ramente a dire: 'vengo che vedo, torno che cerco"; v. sopra, § II, D, in
fine; e cfr. per es. : mi s'affacciassi almenu mi mi vidi 'che mi vede [vegga],
mi ti cuntu 'per raccontarti (che ti conto)', in 'Canti scelti ecc.' testé ci-
tati, p, 78 98, Messina; e in 'Canti pop. delle Isole Eolie ecc.': Jò vaju
mi mi slrogghiu e cchiù ini 'nlricu 'vado che mi disciolgo [per discio-
Un problema di sintassi comparata dialettale. - § III. 463
a viju *vo a vedere' 16, vajit a pigghiu 'vo a pigliare' 320;
tni vaju a tegnu a he palazzu 130, io ti imju a pigghiu 114;
unni la vai a porti? 'dove la vai a portare?' 156; chi si va
a scorda? 'che cosa si dimentica?' 11 16, si va a 'ppatta 'si
va a indettare' (Ficarazzi) 36, si va a 'nfìla 55, si va a lava
125, si va a curca 'si va a coricare' 150 (61, Borgetto), va a
pigghia 'egli va ecc.' 96 157, va a 'mmazza 'egli va ecc.' 96,
cu va a 'lloggia 'chi va a alloggiare' 129, cci va a conza lu
lettu 172 {e cci va a cunta lu tuttu IV 123, e cci va a posa
IV 192, Termini-Imerese) ; manna a chiama 'essa manda ecc.' 75;
tmni si va a 'rriduci? 'dove si va a ridurre? 19; l'accezione
imperativa è forse in e la va' a lassi 'e vai a lasciarla' 156. —
Dalla prima parte de La storia di li Nurmanni 'n Sicilia di
A. Palomes, Palermo 1883: unni mi vaju a tegnu? 15, e va
a trova 'egli va ecc.' 55 74; ma: e lu jiu a truvari 'e l'andò
a trovare' 62.
§ III. — Ora, per accostarci alla soluzione del problema, farà
d'uopo sincerare la qualità della forma verbale che viene seconda
nel nostro costrutto.
Quanto alla Sicilia, nessun dubbio è possibile. La seconda
forma è nella stessa condizione flessionale della prima: umii la
vai a porti ? = ' dove la vai a porti ? ' si va a curca = ' si va a
corica '.
Per la Toscana, all'incontro, è invalsa una dottrina, che io
reputo erronea; secondo la quale, nella seconda forma s'avrebbe
un infinito apocopato, retto dall'imperativo, che è nella prima.
Così la intese il Gherardini, che ha studiato con insistenza
il nostro costrutto. Neil' ' Appendice alle grammatiche italiane
(sec. ediz., 1847)' egli dice a p. 186: «Quando un infinitivo è
retto dal verbo andare nel modo imperativo, si usa talvolta, nello
stil famigliare e pedestre, di troncargli l'ultima sillaba.» Cfr.
le sue 'Voci e maniere di dire italiane, additate ecc. (1838)',
I 661-62, e i suoi 'Supplimenti a'Vocabolarj italiani (1852 sgg.)',
gliermi] e più mi intrico', vaju mi vi sdisamu, e v'amu cclmù 'vado per
disamarvi e v'amo più', p. 185, Venetico (Messinese). — Gli esempj, che
tolgo al Pitrè, sono da testi attribuiti a Palermo, se altrimenti non avverto.
464 Ascoli,
I 360. Similmente il Nannucci, 'Analisi critica dei Verbi ita-
liani (1843) ', p. 357-8, che lo cita e lo segue o riproduce. E il
Dizionario di Tommaseo e Bellini, I 426 a (1865), ci dice alla
sua volta: « Vaiti a yHposa [Cellin. Vit. 2. 44] soglion dire anco
« i Toscani idioticamente per Vaiti a riposare. Pare che con
« r imperativo vaiti abbiano in uso di mangiarsi per apocope
«l'ultima sillaba dell'infinito che segue, come vaiti annega, e
« cento e cento. »
Questa dichiarazione della seconda forma avrebbe intanto, quasi
' a priori ', contro di sé, che disgiungerebbe il caso della Toscana
da quello della Sicilia, quando, all'incontro, sarebbe manifesta-
mente da preferire una dichiarazione che insieme valesse per
entrambi. Ma c'è dell'altro e non poco. Nessuno di codesti va-
lentuomini, tutti valorosissimi di certo, nessuno (ed è un fatto
propriamente caratteristico della differenza tra la vecchia scuola
e l'odierna) badò a distinguere la diversa ragione dell'accento. Un
infinito come chiamare, che senz'altro perda il -re, secondo che
avviene anche in Toscana, si riduce a chiama, e nel costrutto
nostro si sarebbe all'incontro ridotto a chiama. Anzi il Nannucci,
con singoiar confusione, dice nel 1. e. 357: «S'usò talvolta tron-
« care l'infinito dell'ultima sillaba, come mostra o mostra,
«vede 0 vede ec. in luogo di mostrare, vedere; e particolar-
« mente quando è retto dal verbo andare. » E cosi egli come più
d'un altro, dopo avere ben combinato il mil. vaiV impicca cogli
esempj toscani che venimmo raccogliendo, credono ancora che in-
sieme vada senza più il mil. vati' a scond, dove scond è la forma
in cui regolarmente coincidono l' infinito e altre voci dello stesso
verbo, e perciò si tratta di caso ben diverso da quello di impicca.
II Pieri, 'Morfologia lucchese', Arch. XII 168, segue bensì egli
pure questa dottrina che diremmo dell' infinito, ma naturaknente
avverte la ragione dell'accento, e scrive: «L'accento è ritratto
«sul tema, dietro all'imperativo d'alcuni verbi ('andare' 've-
«nire' ecc.), nell'infinito di alcuni altri, per lo più di I conj.
« e pigliare ' ' cercare ' ' vedere ' ecc.) : vali' a piglia ecc. » L'av-
verte, ma non la spiega; e come del resto spiegare italianamente
0 pur ammettere un fenomeno, così strano in sé e per sé, e co-
mune d'altronde, secondo che ora si riconosce, a tanta serie di
parlate e in questo solo costrutto?
Un problema di sintassi comparata dialettale. - § III. 465
La «teoria dell'infinito» è invalsa, perchè illusoriamente rin-
francata dalla particolar frequenza degli eserapj di prima con-
jugazione. Che se nel tipo valtel'a cèrea avessimo davvero un
cèrea = cercare, i verbi in -ere dovrebbero darci alla lor volta,
in simile costrutto, una forma in -e, come appunto la danno, in
costrutti affatto diversi, dove essi perdano il -re; e cosi negli
esempj letterarj che cita lo stesso Nannucci : e dee legare e dee
scioglie, ecc., o nei popolari : a piange', a sospira son sempre a
tempo, vd ride' e cantare, non ci posso giunge, Tigri, o. c. 101,
206. Ma all'incontro, nel nostro costrutto, la forma dei verbi
in ^ere ed -ère è sempre in -i. Cosi negli esempj antichi: va a
giaci, va a prendi, vaiti a nascondi, dove il Nannucci, per di-
sperata ipotesi, pensa a infiniti in -ire {prendire ecc.) ; e cosi
nei moderni: Dall' a vedi; va a metti, vali' a a credi, e insieme:
vali' a fai. In altri termini, noi qui abbiamo schietta schietta la
seconda dell'imperativo (tale è pur fai), come è altrettanto schietta
la seconda dell'imperativo nel tipo vatteV a cèrea, o schietta la
terza dell'indicativo nel raro tipo toscano ci viene a trova e
nel consueto siciliano e va a trova ^. Non rimane se non di chia-
rire la particola, ed è l'uffizio del § IV.
Il Sa VINI, scaltrito dalla metafonesi del proprio dialetto, avrà
giustamente riconosciuto una seconda persona dell'indicativo nel
tipo dell'Abruzzo (vatf a' ccum'bisse = ^YaXì\ a confessi', ecc.;
V. § II, D) ^. Ma quand'egli soggiunge: « questo eziandio è uso
toscano», non resta propriamente nel vero, poiché nel costrutto
imperativo del toscano s'abbia in realtà una seconda d'impera-
tivo {vatti a confessa) e non d'indicativo^. Come poi si spiega
questa differenza? Dal semplice fatto di una forma indicativa che
assuma anche la funzione imperativa (coma fai ecc. nel toscano.
* Similmente il bolognese vai' a impècca (§ II, A), dirimpetto all'infin.
vnpicàr, sarà schiettamente la seconda dell'imperativo, col legittimo riflesso
della vocale accontata.
* Non è giusta, all'incontro, l'affermazione del dotto abruzzese , che an-
che la terza dell' indicativo abbia la stessa funzione. E semplicemente un
infinito normale il leffffg del suo esempio: va a" Uetjgg = ''\3. a leggere'. —
Cfr. del resto, § II, D, in nota.
' Cfr. il consimile ragguaglio in Guastella, o. c, p. 93 n.
Archivio ^lottol. ital., XIV. 31
466 Ascoli,
0 la seconda plurale nel provenzale e nel francese), o non piut-
tosto da antichi incrociamenti tra il tipo d'imperativo ' va a chia-
ma ' e il tipo d'indicativo ' tu vai a chiami ' ? La presenza della
seconda d'indicativo, in funzione imperativa, nel solo nostro co-
strutto e in diverse contrade {vate a spogi § II, A ; loattrùowe
§ II, D), potrebbe far propendere alla seconda alternativa. Sem-
pre però siamo ancora, pure in tutti questi tipi, a una seconda
persona di verbo finito, e non punto a una riduzione della forma
infinitiva.
Rimane il Lazio. Come già a suo luogo s'avvertiva (§ II, C),
qui si fa caratteristica una particolare estensione del tipo a
ttróva, in quanto il costrutto oltrepassi i limiti altrove osservati
e certamente originar]. Come il participio trovato pareva avere
accanto a se una forma ridotta, e con accento sulla prima, nel
sinonimo trovo, cosi l'infinito trova parve trasformato, con l'ac-
cento sulla prima, nel tipo vati' a ttróva, viècce a tb^óva, e molto
agevolmente cosi si venne all'equivalenza di a tirava per ogni
altro uso di a trovare (§ II, C. II) ^. Ma non e' è nulla che per-
suada a riconoscere un privilegio d'antichità in questa esube-
ranza, per la quale il romanesco si disgiunge da tutte le altre
parlate ^. L' aversi, per entro allo stesso romanesco, una singo-
lare mobilità d'accento in qualche infinito di verbi in -ère {vede e
vede, godè e gode), non può dar sufficiente ragione d'un a ttróva
che venga da a ttrovà, tra perchè altrove, pur avendosi il tipo
a trova, codesto argomento mancherebbe, e tra perchè non si
scorge alcuna ferma relazione tra le oscillazioni di qualche verbo
^ trovo = trovato, come tutti sanno, non è punto peculiare al romanesco.
Ma vi occorre con singolarissima frequenza. Nei Sonetti del Belli , notai
una volta sola tramonto per 'tramontato' 1199; tre volte compro (erompo)
per 'comprato' 134 5409 656; quattro volte tocco per 'toccato' 3264 3348
5173 5436; sei volte provo per 'provato' 1116 3264 3282 4283 5258 6263;
e trentasette volte trovo per 'trovato' 1115 1147 1164 1197 1223 349
363 398 3126 3164 3224 3229 3243 3258 3282 3361 4143 4225 54 574 5100
5106 5172 5178 5218 5228 5234 5276 5334 631 637 6249 6298 6310 (aritròvo
3100 3175 3261).
^ Notevole è la concordanza tra un esempio romanesco della specie di
anno a chiama (§ II, C. II), e il ticin. manda a càma (§ II, A, in fine); ma
questo è per ora troppo isolato perchè sia prudente lo specularci intorno.
Un problema di sintassi comparata dialettale. - § IV. 4G7
in -ère e il costrutto di cui si studia, senza dire che sarebbe
troppo strano l'attribuire tanta efficacia a una cosi impercettibile
minoranza. Non saprei citare a questo proposito se non vie a
vvede 3104 514; e vi avremo, in realtà, non altro che uno
schietto infinito, come in vali' a intenne 5259 ^ E cosi usciamo
anche dal territorio del Lazio, senza che in noi si rimutino le
conclusioni a cui eravamo giunti dianzi, nel considerare più spe-
cialmente il territorio toscano e il siciliano.
§ IV. Un'influenza della costruzione col vero infinito [va a
pigliare) si potrà tuttavolta vedere nel fatto che i pronomi in
elisi sempre vadano, nel nostro costrutto, con la prima delle due
voci verbali. Come vallo a pigliare, lo vai a pigliare, cosi i
tipi vallo a piglia, lo vai a pigli. Ma non bisogna d'altronde
dimenticare, prescindendo per ora dalla speciale considerazione
della particola a, che tanto nel costrutto semplicemente apposi-
tivo, quanto nel congiunzionale {va porta, tu vai poìHi; va e
porta, tic vai e porti), la prima delle due forme ha una fun-
zione principalmente esortativa o dispositiva, di guisa che gli ac-
compagnamenti in elisi, in quanto riflettano, come tanto spesso
avviene, il soggetto cui è rivolta la esortazione o di cui è espressa
la disposizione, sono di naturale spettanza della prima delle due
forme verbali {vattene porta] vaiti e porta, te ne vai e porti).
E in conclusione, se noi abbiamo ragionato bene, come è no-
stra speranza naturale, ecco starci dinanzi, appurata ogni cosa,
queste tre maniere equivalenti: va piglia, va e piglia, va a
piglia, per l'imperativo, nella Toscana ecc., e \vo piglio], vo e
piglio, vo a piglio, ecc., per l'indicativo, principalmente nella Si-
cilia. Il problema cosi si riduce alla ricerca del come la parti-
cola a, che parrebbe il latino ad, possa equivalere alla parti-
cola e, lat. et. E il fenomeno essendo estesissimo e perciò molto
antico, riesce esclusa, come 'a priori' ogni dichiarazione, sia
d'ordine fonetico, sia d'ordine logico, la quale pretendesse di an-
dar legittimata per tali argomenti che più o meno stentatamente
paressero convenire a limitate ragioni di tempo e di spazio.
* Cfr. che l'arriveno a vvede 3131, ve farò vvede 4427, ecc.; pò vvede 4243
(: crede), 4359 (: fede) ; pò vvedé 4387 (: n'è), pe' vvedé (: Nove); ecc. ecc.
468 Ascoli, Un problema di sintassi dialettale comparata. - § IV. "
Ma aver posto il problema in tali termini, è come averlo ri-
soluto. Poiché il latino a e, e vuol dire un sinonimo di et, si
riduceva normalmente a un semplice a di fase moderna, dotato
di facoltà raddoppiati va; onde un a cldórmi, per esempio, risulta
il riflesso normale di un lat. a e dormi. Se poi si pensa, che
atque, non punto diverso da ac, ha in Plauto, cioè nell'antico
linguaggio popolare, la funzione specifica di star tra due
forme parallele d'imperativo, la prima delle quali sia di
verbo di moto (ire abire exire adire) ^, la convenienza
tra codesto tipo latino e il tipo dialettale italiano, di cui abbiamo
studiato, risulta così grande, da dover certamente suscitare non
poca maraviglia. Le tre maniere dei nostri parlari: va dormi, va
e ddórmi, va a ddór^ni, sono latinamente: i dormi, i et dormi,
i ac dormi. L'adattamento di codeste Maniere volgari agli
schietti usi dell'indicativo, come in ispecie si vede nella Sicilia,
è manifesto che non presenti alcuna difficoltà, né sotto il rispetto
logico, né sotto il rispetto grammaticale. L' a geminativo sarebbe
dunque, in tutte le combinazioni da noi considerate, un cimelio
latino; cimelio d'ordine sintattico, mantenutosi (pare) nella sola
Italia, come si hanno tanti cimelj meramente lessicali, limitati
a singole e anche ben ristrette contrade. Pochi e molto frequenti
esemplari di questa costruzione risaliranno direttamente al la-
tino. Staranno essi tra quelli, che ancora si ritrovano molto dif-
fusi per le diverse regioni italiane, e che in antica forma vol-
gare sonerebbero per esempio: vad' ac pili a, vad' ac capta,
vad' a e clama, ecc. Sopra questi se ne foggiavano poi infi-
niti altri, smarrita ch'era ormai la coscienza etimologica dell' a e.
* exi... atque... aufer Most. 294, exi atque educe Persa 459, ecc.;
V. A. Dkaeger, Hist. synt. der lat. spr., II, 1, p. 25. Circa l'alternare di
atque ed ac secondo l'elemento iniziale della voce successiva, fenomeno
a ogni modo nel caso nostro assolutamente trascurabile, v. ib. p. 44.
DUE PAROLE D ANTICRITICA.
Mi permetto qualche parola, in risposta di alcuni appunti che
mi furon mossi da un critico insigne ed amico.
Qui sopra, a pag. 336, aveva io messo innanzi un italico, ma
non latino, cdpor capare, cui accennavano più continuatori
neolatini e che finalmente riusciva attestato dal cum capo7^e
di una pergamena barese.
Ora lo Schuchardt, Zeitschr. XXII 394-5, sorge a dire, che
quanto a caporale caporano egli reputava tra le cose acquisite
la loro molto semplice derivazione da capora, ant. pi. ital. di
capo, come alla lor volta nerboruto noderoso ramoruto prove-
nivano da nerbora nodo)-a ramora; e mostra insieme di mera-
vigliarsi che cu7n capare non m'avesse piuttosto portato a pen-
sare a una tarda estrazione di forma singolare dal plurale in
^ora, citando a questo proposito stióro pugnóro da stajora pu-
gnora.
Di certo, io rispondo, ognuno ha potuto leggere, in vecchi li-
bri, per esempio nel dizionario del Tramater (1830) , che capo-
rale venga da capora. Ma, più tardi, tutti leggemmo un articolo
di Federico Diez , che punto non s' acquietava a cotesta dichia-
razione. E manifestamente non vi si acquietava, perchè ne lo
distoglievano le intime ragioni del sentimento grammaticale. Nes-
suno ignora che le derivazioni provengono da un tema e non da
un caso. Tutti così sanno, per esempio, che il lat. temporali non
sia già tempora+li o tempora + ali, ma bensì tempor + ali.
E anche imaginata una derivazione neolatina che muova dalla
forma del plurale, cioè da una base che aveva le apparenze di
un tema di plurale {capor-a di contro a capo), ne verrebbe di
naturai conseguenza che nel derivato si sentisse questo fonda-
mento di pluralità. Così non ripugna che si tiri ramoruto da
ramora, poiché ramoruto dice 'pien di rami'. Ma caporale o
caporano non vuol già dire 'pieno di teste' o 'che ha più teste';
è anzi, al contrario, 'quello che è alla testa' ^ E 'la unità del
* [Vedine ora Salvioni, in Zeit?chr, XXII 4G5 n.]
470 Ascoli,
capo' non è meno manifesta in caperozzolo di quello che sia in
capitozza) e sarebbe troppo arbitrario il volere che il contenuto
ideale di caporello (capezzolo) fosse comunque diverso da quello
di capitello, friul. caoidjél; ecc. Piuttosto balenerebbe, per ta-
luna di codeste voci, l'idea di un diminutivo (cfr. osserello, e
in ispecie l'agnon. lukaìnelle diminut. di luoke luogo, pi. lókera).
Ma caporale o caporano nuli' hanno in se di diminutivo, sia
per la ragione ideale o per la grammaticale.
Rimane la presunzione di un singolare, estratto anorganica-
mente dal plurale, che vorrebbe dire un cdporo , o peggio un
capóro, da càpova. Non sarebbe, a ogni modo, il caso di cuìn
capare) mdi questa presunzione, d'altronde, non va addebitata
al nostro critico , se non in quanto egli s' è lasciato sedurre da
un pensiero non suo, il quale è privo d'ogni consistenza.
Egli cioè rimanda a Meyer-Lùbke, gr. li 51, col qual luogo va
confrontato il luogo corrispondente dell' 'it. gr. '. Nelle future edi-
zioni degli ottimi libri del M.-L., codesto passo mancherà, secondo
che fermamente io spero ; e la questione merita intanto che vi
si ragioni intorno. — I romanologi, in ispecie gl'italiani, pos-
son ricordare, che la relazione tra un singolare come stajoro
(stàjoro) e il rispettivo plurale stdjora 'staja' era stortamente
giudicata dal Nannucci ('Teorica dei nomi' 360) nel senso che
il secondo provenisse dal primo. Gli esempj, che il Nannucci ad-
duceva, oltre stajoro, al quale sùbito ritorniamo, erano questi:
càmporo, onde il pi. cdmpora, ed è un singolare ch'egli sembra
avere pescato nella propria fantasia; hórgoro (pi. bórgora, borghi),
che ha un . esempio nella Crusca, e un preteso bassolatino la-
corus (cfr. DC. s. lacus lacora). Ora, appunto di questi tre po-
veri esempj il Meyer-Lùbke non si vale, e fa benissimo. Ma in-
vece egli imagina che stdiora e pùgnora abbiano dato, con l'ac-
cento risospinto, i sing. staióro stióro, pugnerò. Dei quali tre
parossitoni , va intanto escluso o appartato , per quanto è del-
l'accento, il primo, voce non viva, che i lessici danno per pro-
parossitona , accentuazione che si confermerebbe per 1' e del si-
nonimo stajero. Ma, dato pure che questa voce avesse oscillato
tra il parossitono e il proparossitono , e come parossitona si
schieri coi viventi stióro e pugnerò, c'è egli da vincere, in que-
Due parole d'anticritica. 471
sti tre casi di parossitonia, la sola e gravissima difficoltà dell'ac-
cento trasposto ^ ? Per il senso come andiamo ? Si tratta egli dav-
vero di voci che dicano al singolare quello che dicevano al plu-
rale stdjora e pùgnoraì Neppure per ombra. La traduzione del
vecchio 5/a;oro suona: 'tanto terreno che vi si semini uno stajo
di grano' (Tomm.-Bell.), e sfioro è 'la quarta parte dello stajoro;
e misura geometrica legale, presso alcuni in uso tuttavia, cor-
rispondente a braccia quadre 1541 e un terzo' (ib.), A pugnóro,
che dice alla sua volta: 'tanta terra per un pugno di seme; sorta
di misura agraria', il Petrocchi aggiunge l'equivalente pugnalo.
E sopravviene, o sopravveniva, in questa curiosa compagnia, il
panóro («lo stajoro, il panoro, il pugnerò», v. Tomm.-Bell. s.
panerò), che avrebbe ad essere la duodecima parte dello stajoro.
Si tratta dunque di particolari significazioni, come si tratterà di
un particolare tipo di formazione, dipendente chissà da quali
analogie!
Ancora qui sopra, a pag. 352, io avvertiva che ripugna, dal-
l'un canto, il separare la ragione etimologica delle due diverse
basi, coclario e coslario, a cui risalgono i termini dialettali
italiani per 'cucchiajo', e che dall'altro cessa ogni difficoltà
quando si ammetta che la base coslaino fosse umbra, cioè voce
paleoitalica di color fonetico diverso dal latino, concorrente col
sinonimo latino, com'è di popina allato a coquina e d'altri
che si sono passati in rassegna nel primo articolo del X volume
AqW Archivio. Di codeste voci, che in parte vivono nei nostri
parlari, si potrebbe anche formare, se non paresse una celia,
qualche intiera proposizione (un legionario non laziare, per esem-
pio, sifilava nella popina e iafjìai'a col suo coslario).
Orbene, lo Schuchardt sorge a chiedere, 1. e. 398, se non si
tratti invece di un lat. *cociliario (concorrente con cocla-
rio), determinato da un fenomeno d'anaptissi: hi kit cil sl^.
* Non dimentico già, nel dir questo, i sardi lìittùrra, pittórra; v. p. 190.
* 'Wenn coculea als Nebenform von cochlea bezeugt ist, so làsst sich
'zuniichst fiir cochlearhim ein *coculeariuìn ansetzen; und hierfùr wieder,
'sobald -le- zu -li- oder -Ij- geworden war, *cociljarium (mit Einmischung
'etwa von *coc]iì/lium)' ; eccetera.
472 Ascoli, Due parole d'anticritica.
Ma dove mai s' è avuto nulla di consimile ? Da quale età o da
qual contrada si può mai addurre un'analogia qualunque per
un lil latino che per via di kil diventi uno si italiano o anzi
toscano? Il vero è, mi pare, che ponendo la figura umbra, come
io ho fatto, si viene a una soluzione razionale del problema, e
che all'incontro è una soluzione irrazionale quella che muove
da uno svolgimento latino il quale va tra le cose inaudite.
Finalmente, lo Schuchardt, nel 1. e, 397, venendo a dire della
dichiarazione storica di toccare e laccare, ch'era qui data a
p. 337-8, riconosce bensì una parentela originaria tra tangere
e laccare, ma crede insieme che laccare^ e ugualmente toccare^
s'abbiano a ricondurre a ragioni 'onomatopeiche'. Ora, che devo
io replicare, per questa parte, senza avventurarmi di soverchio?
Non altro se non questo : che il critico non s' è provato ad ap-
plicare la propria teoria agli altri verbi che nel citato luogo
eran chiariti insieme con toccare e laccare ^.
G. I. A.
' [V. ora, nel XV voi., la 3.^ serie delle Note etimologiche e lessicali
del NiGRA, all'articolo 'Verbi in -ccare'.l
INDICI DEL VOLUME.
e. SALVIONI.
I. S IX o n i.
<i ìq a: 439.
« di sillaba aperta, in e: 439 n.
à, per effetto della palatina che gli
precede, in e: 445.
à, per gli effetti di -i, in e: 217: in
i: 217 n.
à della desinenza infin. -are, in e:
443, 446, 451.
« protonico e postonico, in e: 5, 140,
223, 244.
a atono, in i: 424.
a nella vicinanza di consonante la-
biale, in 0 ti: 140, 223, 424.
-a in e: 140.
Accento: 13, 186, 214, 238 n, 357,
381 ; protosillabico e di quartul-
tima: 342, 355; ritratto sulla pri-
ma di due vocali attigue: 113
(marjéure = *marjaóra ecc.); riso-
spinto sulla seconda di due con-
sonanti attigue : 123, 166, 371 ; pro-
gredito in voci proparossitone : 368 ;
non rispettato nella penultima:
341; dipendente da motivi d'ana-
logia: 197 n ; influenza sua nel de-
torminare le consonanti vicino :
320 sgg. ; voci proclitiche: 221 n,
222 n; di due pronomi affissi il
primo attira a sé V accento ver-
bale : 191-2; semiproclisia: 423.
Accidenti fonetici d'ordine sintattico
0 transitorio: 151, 157-8, 160, 163,
164, 180-85.
Accidenti generali: 11, 141, 163,
186, 223 n, 226 n, 225, 337-8, 341,
342 sgg., 389, 433 (Assimilazione,
transultoria o no, tra vocali o tra
consonanti); 11, 114, 128-9, 143,
147, 151, 154, 155, 157, 164, 186,
207, 226 n, 229 n, 239-40, 290, 335,
373, 388, 391, 397, 428, 432-3,
433-4 (Dissimilazione tra conso-
nanti vicine 0 lontane); 127-8 (Dis-
similazione tra vocali); 186, 270
(Sdoppiamenti); 8, 113 [krave, an-
treje, haréje], Ìì4[frauimi, fré'm-
mi, prigi; cfr. lomb. pidria], 164,
176, 178, 179, 188, 209, 239, 332,
395, 434-5 (Metatesi); 11, 146, 162,
188, 294, 352, 353, 361, 365, 366,
391, 392 (Metatesi reciproca); 188,
239, 366, 389, 435 (Metatesi tra
474
Indici. — I. Suoni.
vocali); 113, 117, 239 (Attrazione);
113 [aì'jundele, arsele], 163, 186,
238, 393, 433 (Prostesi); 187, 239
(Epitesi); 113 landja; cuwe?ide],
114 [hruwi , druwi , duwi, numi,
sansitwi], 164, 166 n, 179, 187,
238, 270, 299, 334, 342-3, 366, 368,
388, 428, 429, 431, 433 (Epentesi);
187,238 (Epentesi di vocale); 123,
179, 187,209,210, 309 n, 368 [^anA-
lois'o), 369 [lajol] 387, 401-2, 434
(Elementi concresciuti); 188, 237,
369, 382, 433 (Aferesi); 143, 434
(Apocope); 11, 165, 188, 373, 434
(Caduta d'intiera sillaba, iniziale
o finale); 187, 395, 434 (Caduta
di elementi iniziali per l'illusione
che si trattasse di elementi for-
mali); 113 [Indne , leisne, sauge,
vrere sleure], 114, 116, 117 [ineu-
ro], 188, 237-8, 433, 447 (Espun-
zione di vocale atona); 108, 113
(lande, holke), 237, 367 (Assorbi-
menti e contrazioni); 114, 181,
186, 408, 428 (Geminazione) ; 433
(Geminazione distratta); 147, 186,
233 n, 387 (Riduzioni fonetiche non
normali in certe categorie di voci).
ce 139, per la vicinanza di palatina,
in e: 423.
ce atono, in i : 143.
ce atono, nella vicinanza di conso-
nante labiale, in w. 143.
a-i: 108.
àj intatto: 113, 423; in ae: 113 {aeve,
aere, fiacre ecc.): in ei\ 441 n.
•àj in e: 217, 221.
aj atono, in i; 370.
flZ + cons.: 218, 229, 313, 439, 443;
va. a e: 439.
ALT ALD ecc. 7; in aut ecc.: 113
{aule, faude, sauge, ecc.), 316 n ;
in olt ecc.: 330.
Analogie fonetiche: 341 n,
an atono, intatto: 223; protonico, in
en: 140.
ank atono, in ink: 331-2.
ar + cons., in er ecc.: 2, 106, 439,
439 n.
ar atono, intatto : 223, protonico, in
er: 140.
-ARiu -aria: 2, 106, 218. Diverso
trattamento della formola con -a:
218.
-as: 124-5.
-a[t|u -i: 441 n.
du, au, primario o secondario: 3-4,
109, 139, 220, 143, 317, 368, 423,
427, 441 n.
&- in ^: 179.
-b- in v: 11, 236; in ^: 178; in bb:
178; in 2^: 179; dileguato: 178,
179.
bj : 7; in bbj : 151; ìxipj: ib. ; ìnj:
ib.; in g: 151, 444, 448-9; in gg:
151; in g^g": ib. ; in cV: ib.
bl: 8, 156, 230.
br- in fr: 179; in r: ib. ;
-br- in bbr: 179; in vr: ib. ; in pr:
ib. ; in rr, r: ib.
e in ^: 232-4.
e- intatto: 168; in^: ib. ; in e": 169;
in z: 168, 442 n; in s: HA (sioiUi,
suwetti) ; in ^ : 363.
-e- intatto,: 169; raddoppiato: 429;
in e: 169; in i: 445, 451; in /:
234, 271; in z: 169; in i; ib. ; di
legnato: 113 (vgje).
g in r: 350, 350 n.
c~: 144 n.
Indici.
I. Suoni.
475
e: 146 n.
ce in zz\ 169; in ne: 407.
ce ci: 10, ecc.
cj: 6, 428; in g, z: 228; in zz: 148;
in ce: ib. ; in co': 148-9; in xi: 228.
ci: 7-8, 153, 229-30.
ci- ine: 153-4; in ^: 154; in c~: ib.
-c^ in j: 114 {lantiji, pliji), 154; in
^: 114 (amnigi, ugi); in gy\ 154;
in ^i"/": 154-5; in ce: 154; in ce:
ib. ; in i: 155; in l: ib.
cr: 429.
cs in 5: 170, 448-9; in ss: 170.
et: 170; in jt: 9, 234 n , 364, 444,
442 n; in ce: 442; in e: 1 13 (Aoc5,
docs, starccere), 114 (kulici, siici),
234-5, 364, 444; inj: 444; in «:
442.
cij: 229.
E V, s. 'k'.
-d- dileguato: 113 {hoje, keine, seje,
viaere, vaje, arjundele, fjavje, §ra-
vje, iceoe, meure, niarjeure, ecc.),
114 (dija, niins'ìni), ecc., 176, 235-
6, 331, 387, 441 n.; in dd: 176; in
t: 176-7; in r: 444, 451. Età di-
versa del dileguo di -t- e di -d-:
226 n, 235 n.
Dileguo di vocali atone: 188, 222-3,
237-8, 447.
Dittonghi secondari: 312 n.
dj: 6-7, 229.
dj- in g: 150; in g": ib.; in e: ib. ;
in e: ib.
-dj- in e: 150; in g": ib. ; in gg: ib. ;
in g''g~: ib.; in zz: ib. ; in j: ib.;
secondario, in ^: 140 (prigi = *pri-
dji; cfr. lomb. jndria).
-dr-: 431; in r: 113 (pc'^e, vrere) ,
236; in <r: 339.
c^M- in d: 343.
-d^- in rfd: 343.
dv in 6&: 162.
è in ei: 3, 107, 113 (veitie , leisné),
446.
e in ie: 107, 341 n, 447; in e: 107;
in e: 447; in i: ib.
e di terzultima, in e: 423.
è in z: 107, 218.
é, per gli effetti di -z, in z: 217,
229-30.
é, nella vicinanza di consonante la-
biale, in u: 114 (vandumji, fumni).
è, davanti a w, e, </, in t: 114 {hu-
liùi, kulici, fngi, kastini).
e', davanti a j, intatto: 113 ecc. {seje,
bute'je, te'je).
e di posizione, in e: 114 ecc. (asselli
blpssi, cresti, freski, frenimi, mes-
si).
è di posizione, in e: 113 {berte, erbe^
pertje, verne), 115 {e'rpe, pruve'r-
be, ecc.).
é, nell'iato o per effetto della pala-
tina successiva, in e: 423.
e' in £?: 447.
e- in a: 116 {arede), 140.
e atomo, in a: 113 {dasdoc) , 141,
223-4, 424, 425; in k 115 {ni^oge),
140-41, 424, 425; in o: 425; in u:
141.
e atono, nell'iato e nella vicinanza
di palatina, in i: 114 {arjundi) ,
224, 225.
e atono, nella vicinanza di labiale,
in 0 u: 141, 223, 261 n, 425.
e protonico, pspunto: WA {blessi, pli-
ji), 142, ecc.
-e conservato: 331; in. -i: 141. Suo
dominio nel Piemonte: 111.
476
Indici. — I. Suoni.
-e, dati à, é, e', o, de, di, du, éi, èu,
òi: 112 sgg.
-e, ultima risultanza dell'infin. -ere,
in a: 194.
è + n 0 m + cons., in éj: 440, 440 n;
in oj: ib. ; in o : ib,; in e; ib. ; in
i: 451.
e atono + n o m+-cons. , in «: 114
{lantiji, zannivi, vandumji).
e atono + r, in a : 140-41 ; in o : 223 n.
e-i: 108.
éj in aj: 440-41; in oj: 447 n.; in e:
446; in i: 451.
ej atono, in i: 114 {minimi), 246 n.
éj da a-ì: 214.
-éj in i: 217.
éu, eù, in ou, iou: 109.
/■: 306.
-f- in u: 161, 231; quindi dileguato:
161.
fi: 8, 230; in fj: 156; in fr: 156,
157.
9) in j9; 347.
(j- 'mg: 166, 171; in J: 166; in g':
166, 171, 172; in b: 172; caduto
0 fognato: 166, 171.
-y- in j: 117 (èoZ/o, AoZ», 444, 448;
in gg: 166-7; dileguato: 9, 172,
233.
fi'": 144 n.
g: 146 n.
^ in d: 270.
// intatto: 172; in g: 172; in ^~: ib. ;
in e: ib.; in i: 234, 408, 442 n;
caduto: 172.
-g- in i: 234, 173; in s': 324; rad-
doppiato: 173, 429; dileguato: 113
(lande, roide), 234; in g~, gg: 173;
in c~: ib.
ga- in ^a: 366.
^d: 233.
gè gi\ 10.
5y": 149, 228, 428.
0 + voc.: 125-6.
gì: 7-8, 230, 283-4.
g'Z- in g: 155 ; in ^~: ib.
-gì- in ^: 115 {zunigi)'^ in ^//: 155;
in /y'^'": 156.
gm: 233.
^n: 233; in ù: 174; in nn: ib ; in
nn: ib.
gr- in r: 174.
-^r-: 117 {cero, mcero; neiro) , 233,
429.
-gu-: 114 (?<5i, t<^z).
^u : 343.
^10- 9, 233.
i in e: 3.
i ei: 108; in e: 3, 108; in e: 295;
in e: 421.
« d'età longobardica, in e: 423.
4 di posizione, in è: 108, 218-9.
i, nella vicinanza di consonante la-
biale, in ii: 108, ì\A.{trùpi sihnji).
i atono, in a: 142, 223-4, 425, 426,
426; in e: 5, 142, 225, 425; in 0:
142; in n: ib.
« atono, nella vicinanza di consonante
labiale, in 0 m ù: 115 {gumutere),
223, 425, 426.
i atono, espunto: 143, 337-8.
i ascitizio: 147.
-7: 4.
-i nel piemontese. Sua età: 119, sua
patria originaria: 119, suoi motivi:
119, suo dominio: IH.
-i, dati e' t ù il': 112 sgg.
-i in e: 226.
-i, ultima risultanza di -èno ecc.: 443.
Indici. —
-i caduto: 115.
-i attratto: 4, o ripercosso dietro la
tonica: 217.
Iato: 144, 172, 179, 187, 368.
ié in e: 447 n; in i: 447.
ié toscano, che persiste nella posi-
zione recente: 423.
in- in en: ^.
-in intatto: 226.
Influenze varie della vocale finale,
principalmente di -ì, nella deter-
minazione della tonica: 217, 329-
30 , 448 n, 4.58, 465, e dell' atona
protonica: 329.
Influenza dell'X di iato nella deter-
minazione della tonica: 218.
Influenza della tonica nella deter-
minazione dell' atona finale: 112
sgg-
-is: 127.
iù in iou: 109.
/: 6, 228.
j- in g: 143, 283, 332, 427; in (f:
144; in z ib.
-j- in y: 235 n. ; in {/g: 144; in e ce:
ib.; in g~ gg: ib.
j che estirpa l'iato: 144, 172, 179,
187, 368.
-jt: 113 (yoje).
ni in t: 220.
h-\xig: 166, 277, 368, 322, 323.
-h- il) ^: 9, 166-7, 232; in Kk: 167;
in y: 113 {fraje, teje, naje, kare'je,
anireje, melje, pertje, ecc.), 114
(urtiji), ecc.; dileguato: 167, 108,
233. E V. s. 'g'.
ha in ca: 364 n, 370-71; in ca, a
formola tonica: 445.
hi-: 114 (kluhi). E v. 'ci'.
I. Suoni. 477
kr in §)•: 170.
kit^: 343.
kv- in b: 429.
kw: 9, 232.
kw- in k: 170, 1-71; in^io: 171.
-kw- in gic: 171; in A/c: ib. ; in ^
99 n, 171; in gg: 171; in bb: ib.;
in If: ib.; onde il dileguo: ib.
l- soppiantato da d: 151; caduto:
157.
-l- raddoppiato: 151-2, 428; quindi
in dd: 152.
-l- in r: 7, 151, 229,428, 451 ; quindi
dileguato: 451; intatto: 446 n.
-l- di -ìlio, in r: 313, 426 n; età e
limiti del fenomeno: 313.
l + cons., in r: 7, 153, 229, 428, 443-
4; in j: 315.
l complicato; v. 'ci', ecc.
-l, caduto: 152, 229; in «: 446, 451.
I in n: 145.
/ò inji>: 159-60.
Id in ZZ: 153; in Id: 159.
Z'c^ in Z?: 153.
Leggi fonetiche ineccepibili: 302 sgg.
Come s'abbiano a spiegare le ec-
cezioni: ib.
If in ;Y: 159-60.
l§ in JJ: 158.
-li: 228.
ZJ: 228, 271, 428; in g: 6, 145; in
e: 145; in s': ib. ; in g~ : ib.; in
gg: 448 n; in gg: ib. ; in /: 144;
in dd: ib.
II in ?:428; in dd: 152, 153; in t«Z:
313.
-Il in «: 440; caduto: 213.
-Ili: 228.
?(;■ ili gOr- 315.
Z/i in /i/i: 158.
478
Im in jm: 159-GO.
In: 160.
l'n in II: 7.
Ip in jp: 159-60.
It 176; in Zj5: 158-9.
lo in tó: 162; inju: 159-60.
Iz in xt;;: 153.
m- in n: 165.
-OT- in mm : 165, 429.
mj in w: 6, 332, 444; in mmi: 148;
in nn: ib.; intatto: ib.
m'^: 429.
mm in m: 429.
mn: 165, 231; in »1: 114 (kulini).
ìnnj in n^~: 165; in n: ib.
}«/) in mb: 177.
■^n + voc, in n: 12, 118; in nw: 118.
-n- di -am ecc., fognato : 447-8, 448 n.
-n- in nn: 164.
M estinto: 211.
-n davanti a labiale, in m: 232.
«e in nz: 169.
«c< in wc: 114 {unci punci).
nd: 165.
-nd: 236.
ndj: 150, 229.
Nessi quadruplici: 344 n.
ng: 165.
ng in w: 174; in nrf: ib.; in no": ib.;
in ng: ib.; in nn: ib.
ngl: 155, 156; in ng: 114 (ungi),
ngv in n^: 172.
-m: 228.
#y intatto: 147; in n: 114 (nuni) ,
147, 228, 117 (mw); in nn: 147;
in ni: 148.
nk: 168.
nZ in U: 298, 165.
nn in n: 232, 429.
Indici. — I. Suoni.
ns: 165, 429; in ni: 165.
ns/" in nf: 237.
«ij in nn: 148 n, 342-3.
' nv in 7nb: 162.
d in Ito: 341 n; in o: 109; in p: ib.;
in e: 113 (neve, selje, steré), 115
(eue); in o: 113 (vgje, virole); in
e: 219 n.
ó in m: 219.
^ in u: 108, 114 (&wj;", hrnsti, hluki,
sivuh\ duwi, muski^ murfluni, rii-
bji, turtuli, unci, ungi), 115 (dubi,
stumi, gumi, upi, urubi), 116 (mi-
zi), ecc.; in o: 113 (bolke, koje,
gito se), 116 (kgre).
^, per gli effetti di -i, in u: 217,
330.
ò' in e: 115 (eie, sele, ecc.), ecc.
0- in a: 393, 142.
0 atono, in a: 142, 226, 426; in e:
226-7, 426; in i: 142-3, 227 n, 426;
in u: 114 (kulini, urtiji, kidici),
115 (kumerge, pruverbe), 142,227,
426; in u: 227 n.
-0 in m: 142; caduto: 115.
-0, ultima risultanza di -ulo , ecc. :
117, 443.
oe: 139.
-ój in u: 217.
-p!;-: 219.
c;< in p: 441.
p- in v: 177, 359-60; in &: 177.
-p- in v: 11, 236, 177, 432; quindi
dileguato: 177; in b: 373 n, 432;
bb: 178; in f: 432; intatto: 431-2,
432 n.
pj: 150-51, 373 n; in e: 444, 449.
pi: 8, 230, 374; in pj: 156; in pr: ib.
pi-- in &r: 116 (sbremti), 359, 432.
Indici. — I. Suoni. 479
-pr-: 432 n; \n vr: 11, 178; in br: -s: 8, 1G3-4; sua vita in Italia: 127.
178; in brr: ib. -s'- in e (j: 144; in 'z'z\ 429; in r:
Propagginazione di i da {« e da 7 in- 349-50; in d\ 368.
terni: 123. «'•in r: 349-50.
l^s in ss: 178; in s: ib. sce sci: 8, 164, 237, 429, 449.
pt: 178. sci in se": 155; in 5: ib.
ptj: 6. st: 428; in si: 448.
-si in si: 448 n.
qu: 113 (aeve); 429. E v. 'kw\ sj: 6, 229, 315, 428; in i: 146, 448;
Quantità: 100 sgg. in s: 146; in g: 146-7; in rf^f:
147; in e: 146.
r + cons., in l: 113 (bolke), 157-8; in sA- in 5^: 232.
s: 407. 5AJ in s<;': 155.
r di /r s?r, dileguato: 300. sp in /": 298.
-r- in ^: 428; in s': 350; in rr: 157; Spandimento di i da s: 122.
dileguato: 451, 452. ss: 164; in zz: 429.
-r caduto: 230, 261-2, 446 n ; assi- ssj: 229, 428.
milato alla successiva consonante: st: 164, 176.
161. stj: 229.
rè in rp: 179. s<;' in s: 150; in i: ib. ; ia e: ib. ; in
rd/: 250. y: ib.
ry in rg": 174; in ^^: 173; quindi str: 164,
f: ib. su: 343-4.
rA^ : 155. su in sb: 162.
rj: 146, 228, 428.
ri in rr: 158. -t- in c^: 10, 175, 235, 430n, 431; in
rn in rr: 160-61; in r: 161, 429. dcZ: 175; dileguato: 10-11,235, 115
ro- in or: 117 (icrsizu). (tebi, sele, zumi, pjove, ecc.), ecc.;
rr in r: 8, 157, 428. intatto: 429-30-31.
rs in ss: 160, 115 (pessje); in s: 160; -<; sua vita in Italia: 127.
in rz: 160. -ti: 22Ò.
r<: 176. tj: 6, 228, 315; in :;: 126, 149; in
rv in rb: 162. 22: 149; in zj: 149; in s: 149; in
r;: in zz : 160. i: ib.; in g: 149, 150; in ^^Y: 149;
rz in ii: 160. in ce: ib.; in ò': ib.
t'I: 371.
5- in s: 163; in e: 429; in t: 40G. <r: 11, 354, 431, 432n; in dr: 176;
s- intensivo: 275, 278. in ddr: ib.; in /<r: ib.; in r: 449.
.s impuro, in s: 448. <m: 343.
-s- in ss: 429.
s, preceduto da liquida, in 2: 153,237. u intatto: 137, 446n; in 0: 137.
480 Indici. —
n: 423; in o: 137, 340; in u: 109,
340; in o: 137.
u di posiz., intatto : 127, 138.
n di posizione, in p: 138; in o: 137-
8; intatto: 138.
u di posizione, in o: 219-20.
?"(', davanti a «f, in m: 114 (hruioi,
druioi, nuici, nuici, sansuwi, mei),
u- in a: 143.
u atono, in a: 143, 226; in e: 226-7;
in i: 143, 227, 427; in o: 227, 427;
intatto: 143, 426-7.
u atono, in i: 5.
-ù: 324.
tie: 342, 345.
uè; 345.
ùi: 312 n.
MO in o; 317; sua età, nel toscano:
317.
11. Forme.
*ìnainja\ cfr. piem. màfia).
-V- vocalizzato: 163; in {>: 162, 162-
3, 172; in^uj:230; in^: 170,230-
31, 370; in f: 163; dileguato: 162,
172, 230, 315, 428.
vj: 228; in by. 284; in bbi: 151; in
pj: ib.; in yg: ib.; in e: ib.; in
ff: ib.
Vocali finali , cadute : 4 , 221-2 ,
256.
w: 10, 306.
IO intatto: 113 (loersje), 384.
IO in ffw: 163, 384; in §: ib. ; in v:
ib. ; in k: 163.
.r: 9. E. v. 'cs.'.
y: 3, 139, 373.
V assorbito: 230 n.
V in b: 332.
V- in b: 161-2, 270; in ^: 162; in
w: 113 (weue; ioamja= *vamja, =
z in s q: 237 n, 313; in e e ^: 144,
155.
zz in s: 429.
II- Forme.
-aca: 401. -àa'co: 116, 226.
-acw. 5. -à<<o: 281.
-àculu: 402. -a<w: 220.
-àgine: 118, 173. -ehkjo: 154 n.
-àkkjo: 154 n. -eno 14.
-a^e: 190. -éo -éa: 310.
-a^^o: 14. -énsis: 300.
•ànko: 190. -étum: 175, 216.
-ànu: 16. -ew: 123.
-àrw<: 113, 128, e v. il 1° di questi -ìcti: 115, .337.
Indici. -mZi<: 226 n.
-àsco: 13-4. -in/io -a: 123.
-a<e: 175, 331. -inku: 190-91.
Indici. — li. Forme.
481
-iu: 115, 123, 124.
-iólu: 123.
-itia: 108, 421.
-ities: 108.
-ìtu : 226 n.
-?nen: 164-5.
-ókkjo: 154 n.
-óne: 165 191,.
-óre: 175.
-l'iclu: 138.
'Ilio: 357, 426 n.
-ute: 175.
-utto: 335.
-?Ì350 : 335.
sub-: 344.
Scambio tra prefissi, suffissi o fini-
menti nominali: 5, 142, 143, 146,
152, 154n, 157, 161, 164, 176, 186,
224 n, 240 sgg., 332, 405.
Deverbali: 215, 243, 344.
Tipi nominativali: 246, 324, 332, 343;
in voci dotte: 232 n.
Tipo di caso obliquo: 246, 332.
Genitivo : 207.
Vocativo in voci dotte: 246, 436; in
nomi proprj : 436.
Livellamento analogico tra forme ori-
ginarie da casi diversi : 124.
Plurali con distinzione interna: 217,
329-30.
Sing. figlio, plur. figliò: 228 n, 246.
Plurale nel singolare: 114.
Singolare nel plurale: 246.
Il tipo di declinazione germanica -o
-óne, -a -dne, -i -ine: 307.
-u di 4^ declin., nel toscano : 324.
Genere mutato: 245, 214, 208,
Mascolini di 2% alla 3^: 189; di 3%
alla 2^: 244, 435.
Femminili di 3% alla 1^: 189, 244,
435.
-i plur. di 2% esteso a ogni genere
e declinazione: 189-90.
-e del plur. fem. al plur. masc. : 190.
-a di plur. neutro, esteso a ogni ge-
nere e declinazione: 190.
Forme neutrali: 13, 24.5.
Neutro plurale: 114, 190, 469 sgg.
Femminile plurale in -e dal neutro
plurale: 114-5, 245.
Femminile singolare da plur. neutro:
190, 245.
Mascolino singolare in -a da plur.
neutro: 114.
Articolo: 12, 121-2, 151, 153, 189,
246-7, 247 n. diversità tra forma
prevocalica e forma preconsonan-
tica dell'articolo: 247, 247 n.
Pronome : 13, 191-3, ecc.
Pronome enclitico: 116-7, 118.
Pronomi personali: 191-2, 248 sgg.
ego: 224 n.
me, in funzione nominativale enfa-
tica: 332.
tu, all'obbliquo: 332.
a di 3^ persona: 251 n.
ghe dativo d'ogni genere e numero:
250 n.
Diverso esito di illae, secondo che
preceda a vocale o a consonante:
250, 250 n.
Pronomi dimostrativi: 193, 251-2.
Pronomi relativi: 193, 252-3.
Pronomi interrogativi: 252-3.
QUis: 122.
qui: 122.
'cui' come nominativo: 332.
Pronomi possessivi: 142, 192-3, 253.
Possessivo enclitico aderente: 193,
456 n.
'mio' indeclinabile: 332.
'tuo' 'suo' su 'mio': 142.
Archivio g-lottol. ital. XIV.
32
482 Indici. —
Riflessivi; se come riflessivo di 1^
plur.: 248 n.
Aggettivi pronominali: 193.
dtmunu: 193.
Comparazione: 13, 253-4.
Superlativo: 332.
beletissima : 332.
Verbo.
-ieare: 167, 244, 337.
-eggiare: 155 n, 168 n, 244.
Influenze analogiche nella conjuga-
zione: 165, 194 sgg., 194-5, 218,
219, 239 n, 255 ecc., 257, 448 n, ecc. ;
conguagli accentuali: 116, 117-8.
Il tema del presente esteso all'infi-
nito e al gerundio: 114 Ibùji), 262;
e airimperf. : 195.
Verbi che passano dalla 2-3 conjug.
alla 4»: 194, 262.
Infinito: 194; di 2» alla 3^: ib.; di
4.^ alla 3^: ib.: -re dell'infinito:
1 16, 333, 446 n.
Participio: 330-31; debole: 194; for-
te: ib. ; accorciato: ib.
Participio sul tipo 'factus': 444, 451,
452.
^CADITU: 13.
Partic. sing. lem. della 1^ in -àgia:
330-31.
Il gerundio della 1* esteso a -èndo:
333 (cfr. ancora laìide 113).
-égg nel pres. dell'indie.: 195; quindi
nel cong., imperai, e infinito: ib.
Il tipo 'facit' esteso a altri verbi:
195.
Il cong. pres. nell'analogia dell'indie:
195.
Il cong. pres. in lia: 196.
Imperfetto: 195.
II. Forme.
L'imperfetto indie, in-c'ja: 113; della
P, nell'analogia della 2-3*: 333.
-ibam in -ta: 178.
L' imperf. cong. della 1* nell'anal.
della 2-3^: 333.
L'imp. cong. sul tipo 'f-ùssi': 196.
L'imp. cong. in -eiq-: 116; in -ùs:
448 n.
Perfetto: 195-6, ecc.; debole: 195,
257-8; forte: 195-6, 258-9.
Il perfetto sul tipo 'dedi': 195-6.
Il perfetto sigmatico esteso a ogni
verbo: 195.
Perfetto della 1% in -à: 258 n.
Perfetto perifrastico: 195.
Futuro: 259, ecc.; colla perifrasi allo
stato sciolto: 196, 259.
Condizionale: 196, 333-4, ecc.; colla
perifrasi allo stato sciolto: 196,
259.
Condizionale perifrastico coU'imper-
fetto di 'dovere' e l'infinito: 196.
Seconde persone con distinzione in-
terna: 217, 255, 329-30, 458, 465.
La 1^ sing. del perfetto, in u: 142.
La 1** plur. in -a: 449; in -mna ecc.:
444, 449; in -onx 334; in -no: 333,
334; in -u: 194.
La 2^ sing., in -e: 126-7; in -i: 125-6.
La 2=^ plur., in -e: 128, 194; in -i:
194.
La 3^ plur. in -i: 143, 194.
La 3^ sing. dell'imperf. cong., in -a:
333.
La 3^ sing. dell'imperf. cong. e del
condizionale, in -o: 333.
Gonjugazione incoativa: 255 n.
Verbi irregolari: 198-200.
'essere': 196-7, ecc.
'fosti, fosse', ecc.: 312-3.
*son' per 'sei': 333 n.
Indici. — III. Funzione e Sintassi.
*avere': 197, ecc. 'e sl':265n.
Interjezioni: 268.
Avverbi: 171, 263-5.
-mentre: 334.
come: 265 n.
ibi: 191, 253.
gè: 191 n., 253.
hi: 191.
189. inde: 253, 265 n.
'tandu' su 'kandu':
Neorazione: 265.
483
Numerali: 245, 254.
*sette' su ' dieci': 141.
Indeclinabili.
Preposizioni: 265-6.
Preposizioni articolate;
Congiunzioni: 266-8.
ac: 468.
165.
III. Fixiizione e Sintassi-
li pronome enclitico ripetuto dopo il
complemento del verbo: 116-7, 118.
Di due pronomi enclitici, l'accusa-
tivo precede al dativo: 13.
Posto del pronome enclitico: 467.
*suo' per 'loro': 253.
-òne, in funzione di diminutivo: 191.
L'imperfetto congiuntivo in funzione
di imperativo proibitivo : 260, 260 n.
L'imperfetto congiuntivo in funzione
di condizionale: 261 n.
Il futuro in funzione d'imperativo:259n.
Voce finita per l'infinito o il gerun-
dio : 459-60.
Il tipo 'homo cantat' per 'cantamus':
255.
La 3* sing. per la 3^ plur. : 255.
Il tipo sintattico 'vattelappesca': 453
sgg. ; sua estensione : 454 sgg. ; il
costrutto applicato all'indicativo:
454, 461-2 ; portato ad altri tempi
e modi: 457-8, 459; ad altre per-
sone che non sia la 2^: 457-8; ri-
sale al tipo latino 'i ac dormi': 468.
Confusione tra il tipo 'va a pesca'
e il tipo 'va a pescare': 457.
Il tipo ' vado dico ' per ' vado a dire ' :
460-61.
Il nome d'un animale per quello d'un
altro: 270-71, 357.
'agnello' per 'ariete': 357.
'asino' per 'bue, toro': 357.
' cane ' per ' bruco, ciniglia, baco ' : 280.
'cervo-volante ' per 'melolonta ' : 276.
'gatto' per 'bruco': 279.
'porco' per 'cinghiale': 156.
' tarantola ' per ' ragno, scorpione ': 405.
'acqua, per 'pioggia': 151 n.
'angoscia' per 'nausea': 205.
'argilla' per 'focolare': 408.
'benedizione' per 'focaccia': 206 n.
'bruma' per 'notte, sera': 275.
'candela' per 'lagrime': 152.
'candela' per 'persona cara': 152.
'candela, candelabro' per 'ghiacciuo-
lo': 390.
'cavagna' per 'custode': 207.
'cibo' per 'midollo': 179.
'cibo' per 'trippa': 179.
'ceduto' per 'diavolo': 374.
'collare' per 'fauci': 368.
'congegno' per 'aratro': 148.
484
Indici. IV. — Lessico.
'corto, schiacciato' per 'pietra, mas-
so': 406; per 'pezzo': ib.
'crusca' per 'briciola': 394.
'decano' per 'usciere': 208.
'diacono' per 'sacrista': 150.
'falso-nemico' per 'diavolo': 209.
'foglia' per 'cavolo': 145.
'gatto' per 'amento': 279.
' ghiottone 'per' cattivo soggetto ': 209.
'gola' per 'viottolo': 171.
'grembo' per 'corporazione d'arte':
148.
'lavoro' per 'biada': 178.
'lombardo' per 'italiano': 210, 310.
'moccioso' per 'bimbo': 138.
'molle' per 'pioggia': 151 n.
'novello' per 'giovenco': 152.
'parola' per 'permesso': 212.
'portello' per 'finestra': 152.
'pozzo' per 'mare': 138.
'pupillo' per 'padrone': 402.
'raggio' per 'saetta': 150.
'rettorica' per 'arroganza': 355.
'rovere' per 'corteccia, guscio': 436.
'rugiada' per 'pioggia': 151.
'saliceto' per 'greto': 342 n.
'senno' per 'senso': 214 n.
'spino' per 'orzajuolo': 148.
'squarcio' per 'tasca': 377.
'stazione' per 'fucina di fabbro': 404.
'tavola' per 'bara': 139.
'tegola' per 'schiaccia'; 405.
'veicolo' per 'culla': 407.
'vittoria' per 'spossatezza': 216.
'altro' per 'reliquus': 255 n.
'guercio' per 'storto': 113; per 'stor-
pio': 384.
'intrepido' per 'dappoco': 115.
'rosso' per 'giallo': 115.
'solido' per 'liscio': 115.
'troppo' per 'molto': 216,
'turchino' per 'livido': 113.
'vecchio' per ' sodivo': 216.
'compire' per 'arrivare': 154; per
' perire': 156.
'condurre il bestiame' per 'stimola-
re, mandar via': 406.
'covare' per 'nascondere': 137; cfr.
scovare.
'lacerare' per 'smagrire': 397.
'mungere' per 'battere': 174.
'parlare' per 'amoreggiare': 162.
'predicare, annunciare' per 'parla-
re': 404.
'spruzzare' per 'sbuffare': 403; per
'russare': ib.
'stimare' per 'amare': 143.
'studiare' per 'pulire': 118.
'in cima' per 'sopra': 117.
'insieme' per 'reciprocamente': 209.
IV. Lessico'.
abaiizar ecc. 376-7.
ahbuata 171.
ahbuddronci 176.
abbuerà 391.
abeille 373 n.
*abete 20.
abocar 211.
* ab ó culo 379-70.
abortire 178.
abriinho 123.
accia 296.
accivire 310.
achaque 387.
*acia 387.
acuto 322.
^ Non si tien conto, di regola, delle voci che aprono i singoli articoli
delle serie alfabetiche ricorrenti a pp. 14-8, 19-21, 204-16, 386-408, 435.
Indici. — IV. Lessico.
485
ciddegi 169.
adèsso 269.
* adjacicare 338.
* adrenecar e 388.
*adretraliere 354,
aestlvu 143. *
afflishata 395.
affuenle 402.
aggiaccare 338.
aggravogliare 277.
a^o 323.
agrezà 204.
aguaitar 386.
àm 162.
aigua ecc. 218.
^intf 163.
aizzare 389.
<y-ó'^ 369-70.
ajone 395.
«Ji ecc. 217 n.
akkabidare ìli.
akherare ecc. 391.
akòrdiu 11.
albata 143.
albicocco 123.
alberato 387.
alcipresso 123.
alejoro 276.
alienu 145.
« Zi /ìae 245 n.
alhglina 176.
aZZoro 123.
almogala 19.
altr edoni 191.
a 1 V e u 355.
alvu 355.
ambcrlifar ecc. 296.
ambossé 376-7.
ambossùr 376-7.
ambulato'i'ium 14.
amynucciari 361.
amniga 114.
àmpia 205.
c'unpula 152.
ómMa 20.
ànace 130.
auassi 174.
andóttalo 123.
ancZe 115.
anditu 115.
angarll 277.
angassa 281.
angela 237 n.
an^ersé 367.
angossi 205.
angòu 14.
angravalì 277.
ankaniljar 353.
ankanivlar 353.
ahkìs'e 109.
anku'izu 117.
anhil's'en ecc. 368.
ankwìjo 368.
anhw'i^en 368 (cfr. l'n-
^wiVi'n XII 409).
annannareddi 153.
annattd 141.
annec'c'i^ 154.
anniculu 154.
anone ecc. 174, 191.
ansì'i'ma 117.
anterdod 210.
anterpe 115.
antru 152.
onuwi 230 n.
anzenu 145.
aparegd 211.
apiola 296.
à/ya ecc. 296.
appicciare 400.
apresurar 387.
apretar 387.
aprii 178.
apuente 402.
aqua 151 n.
arazzu 170.
*arbltu 388.
are 354.
ar^entolu 395.
ar^oi 353.
arjundele 113.
à>'wa 355.
arneuggiée 206.
àrnm 355.
arpa§à 167.
arragai 404.
arrai ecc. 354.
arraiottr 354.
arredo ecc. 354.
«rri 355.
arringare 388.
arritranca 397.
arrivare 432 n.
«>Tjé 354.
arronsar 388.
arronzare ecc. 388.
arj'osò 376.
arrug'g'à ecc. 150.
artòlika 355.
aia 155.
ascltero 205.
asia'- 452.
askamu ecc. 388.
àsmilgd 399.
fissa 296.
assare 388.
astula 155.
a<echo 209.
atrasar 406.
atreverse 388.
atropeìiai 406.
atropellar 406.
a«a«« 149.
486
Indici. — IV. Lessico.
attecchire 215.
altrassare 406.
attumbai ecc. 403.
atturi^are 407.
atunu 147.
auvir 230 n.
auzzare 389.
avalanche 284.
avale 171.
averiguar 389.
aveugle ecc. 369.
avocalo 369.
aurzf 178.
avuljo 369.
avvrigvegga 389.
a;;otó 389.
rt^^a 296.
hàbhiocco 389.
òfl&e 115. .
baboni 141.
bàgigu ecc. 389.
badalar 386.
&a/fa 403.
fta^ra 389.
bagadìu 407.
bagantia ecc. 407.
bagattella 389.
bdihu 407.
bakkamundu 162, 188.
JaZca/- 206.
balcàr ecc. 355.
balkar ecc. 355-6.
baldovino 270.
&am&o 389.
bandìga 206 n.
baquer 356.
6ar 357.
&arà 356.
barababau 375 n.
baraban 374 n..
barabàu 374, 375 u.
barabìjo 374.
barabù' 374.
'barakah 20.
barajuo 374.
barato 300.
barbairou 283.
barbani 14.
barbatare ecc. 387.
barisco 374.
barletta 356.
barnif ecc. 374.
barnik 374.
barami 137, 193.
barrachel 389.
battile ecc. 393.
bàttola 274.
baucar 206, 356.
bai'ico 206.
&aMd 269-70, 274.
&awde 269-70.
&aMt^e< 269-70.
&aMrfz> 270.
baudouin 270.
bauquer 356.
beccia ecc. 357.
*bedale 358.
*bedum 358.
fcé^ra 365.
&éJAe ecc. 356.
&3ZZe< ecc. 356 n.
'benedicione' 206.
'beneventano' 118.
&enis 206 n.
&eo 358.
&e;-a 270.
^EQ^£QÌTÌ^U 270.
berbihhinà 162.
&erm ecc. 357.
bei-jola ecc. 294.
fte'Wa 114.
6erZa 295-6.
&é>Zi7a 296.
èèrZiA/j 374.
&erZMn 296.
be'rna 114.
&eròu" 356-7.
&frro ecc. 356-7.
ber r Ti 357.
bertalotas 390.
&e50 358.
&eM 14.
&(?jaZ ecc. 358.
biaridrd 358.
biàsimo 344.
&2&m 18.
bibjar 358.
&jrfa 206.
ft/don 206.
^ieci ecc. 358.
bigarré 278.
&t^«<<o 280.
bigutta 322.
&(/m ecc. 154.
binda 219 n.
binelu 14.
&tOì;e 113.
birillo 359,
&irZa 294-5.
è?rò7 ecc. 294.
&i'rw 117.
birun ecc. 294.
bisboccia 389.
&/se 276.
bissa-ròsa 361.
bisua 109.
&/«Z ecc. 358.
bj alerà ecc. 358.
&Zando 271.
blandan 390.
blaqul 355-6.
bocconi 377.
bódisùh 390,
bo'ja 113.
holcionare 390.
hòmho 390.
bómbola ecc. 390.
§óu^v'kog 390.
&órea 391.
boreas 390-91.
borgne 272.
òór^/t 272.
borno ecc. 274.
bórno 117.
&orri 357.
èosse ecc. 377.
bot ecc. 377.
6o«a 390.
botte 362.
§ÓTQvg 176.
?)o«M 390.
bovàta 360.
iosa 376.
6?*an 276.
brandirla ecc. 390.
brame 162.
bregoldin 361.
brègue 365.
^>ren 276.
breneux 276.
?7re5^e 139.
* briga 390 (cfp. ait.
brega).
brilà 295.
brillante 359.
brillare 359.
/^rise 276.
hriser 214.
broccia 276.
brocius 390.
/^ró7a 295.
i/r%i 206.
bruna 275.
ludici. — IV. Lessico.
brunaga 150.
hrììsa 276.
brusta 179.
bruwantanna ] 18.
èm ecc. 359-60.
&Maé 276.
&i<ato ecc. 360, 390.
&MCC 376.
bucchie 149.
bucertola 188.
bucius 14-5.
buddroni 176.
bi}!de^« 390.
buffavpg^u 161.
&M^^(Ì 161.
buggiancare 396.
bugliolo 396.
bugno 274.
bulig~u 396.
bulle a 145.
ftim 274.
&Mra ecc. 391.
&Mre 357.
burenfe 115.
buriana ecc. 390-91.
buriu 389.
*bur rlcu s 357.
&«ia 286.
busika 163.
busnarde 113.
&;^5se 15.
6z<<« m ec 206.
buvoni 101.
&t'aoa 114.
&t««;i 114.
6MÌa 145, 396.
&WCO 15.
buzzo 376.
caftZe 282.
caborno 274,
487
cabosser 275.
caccabu 179.
cacchione 391.
cachorro 393.
'cacio' 289.
cadelepo 206.
cadellieto 206.
cadenìl 369.
cadlég 206.
caeddu 154.
caecilia 114, 271-2.
e accula 378.
caixal 391.
calabobos 211,
calabourno 274.
calabrina 276.
calabris 276.
calabrosa ecc. 275-6.
calabrun 275.
cala.gozo 211.
calaix 391.
calamachon ecc. 274 n.
calamagna 271.
calamandreu 277.
calamarsa 277.
calaìnoco 275.
calaynorra 277.
calavera 239 n.
calaverna ecc. 276.
calebasse 277.
calebote ecc. 362.
caleffamititi 209.
calembredaine 277.
calibari 277.
califourchon 273.
calimafrée 277.
calimande 274.
callar 391.
callamberto 277.
calmousète 361.
calo fur cium 270.
488
Indici. — IV. Lessico.
calorgno 275.
calosson 361.
calprus 274.
caluscerta 274.
calzoppo 360.
camiscio 206.
campo rna 347.
candaletto 206.
candidu 115.
canteriu 391.
cancara 407.
cangiare 310.
capace 432 n.
capanna 432 n.
cape; 378.
capela 378.
capelli 432 n.
caperello 336.
caperozzolo 336.
capestro 432 n.
capetielle 336, cfr. 470.
capi-nera ecc. 127-8.
capire 432 n.
capitulu 154.
capolar ecc. 378.
*cap ore ecc. , 336 ,
336-7, 469 sgg.
caporale caporano 336.
caporello 336.
cajjp 378.
(Tappa 154.
cappind ecc. 392.
cappio 282.
cap r eu 392.
énpuleura 113.
capillé ecc. 378.
capurat§ 336.
carabàttole 21 A.
carahougno 274.
carahosse 275.
e a r a b u 275, 277-8.
caracollare 391.
caracollo 211.
caragolo 391.
caramaniA ecc. 362.
caramógio 275.
carbonio 211.
carenon 363.
caribo 348 sgg.
caridulu 161.
carileto 206.
carillon 362-3.
carino 391.
carron 363.
caru'ga ecc. 360-61.
carùggiu 139, 449 n.
carulècc 206.
carùs'ola 361.
e a r y 0 p h y 1 1 u 366.
cfl!S5 363.
cassar 378.
castegna 3.
ca^eZZa 282.
catellu 175.
*catenabula 368.
catorchio 392.
catarzo 392.
Cairo 392.
e a t u 1 u 39 1 .
cavela 363.
caviglia 432 n.
cavója 20.
cavretto 311.
cavriuolo 311.
cea 364.
cecw 158.
centipellio 400.
gengala ecc. 207.
cera ecc. 233.
cera 391.
cereale 17.
cerharia 21 ì, 378.
qernegiju ecc. 155.
cernere 160.
cerniculu 141, 155.
ccrwsia 214.
cespes 177.
chachara 407.
chacota 392.
chalaverna 276.
chapler 378.
chapucear 392.
charivari 277.
charramagnon 362.
chavon ecc. 282.
chenille 353.
c7ief.j 297.
chiasso 363.
chieppa 395.
c/u'er 218 n.
chifonie 347.
chifournie 347.
chinfoun'io 348.
chioccare 154.
chordu 113.
chupar 387.
cm&a 392.
ciabattino 392.
ciarpa 288.
cibu 179.
e i e e u 408.
cicigna 272.
ciddika 392.
ciglieri 392.
cignale 207.
ciliegio 130.
cillero 392.
ctma 392.
cimborio 146.
citnpój 346.
cincianella 392.
cinghiale 121 n.
ciniglia 353.
ciochée 207.
ciodàra ecc. 207.
dottare 389.
ciprioto 283.
citiu 149.
ciuco 392.
civanza 310.
clabaud 274.
clapiera ecc. 378.
*clariu 113.
*classu 363.
clathru 392.
clavellu 154.
*cleta 364.
clochea 149.
cloporte 211.
caccilo 322.
cocùzzolo 322.
goenda 21.
cogner ecc. 335.
cognesser ecc. 219.
cagno 393.
cogote 393.
coi 297.
colimagon 274 n.
collare 393.
co 11 ec tu 114.
colu 392.
colubra 179.
comare 221 n.
compare 221 n.
concepire 432 n.
conchier 207.
'confessorium' 207.
e 0 n g i u 393.
conhortar 387.
conjugare 1 47.
consobrinu 344-5.
co>2Sourin 345 n.
consuere 345.
cosu escere 344.
Indici. — IV. Lessico.
consueta 344.
contrada 431 n.
corazon 393.
cornamusa 373-4.
cornjo 1 23.
coriizzola 361.
* co slari u 352, 471-2.
costada 431 n.
costume 343.
e" ava 155.
coverta 432 n.
covidigia 432 n.
cozedra 20.
crabrone 17.
e r a t e s 367"
craticea 367.
craveido 207 (cfr. an-
cora il valdost. tse-
■wm; e ceoréj III 30).
craueo 207, 110.
crena 404.
crialeso 368.
cribru 179.
cròs'u -a 15.
cruentu 342.
crima 345.
crunt 342.
cuccio 393.
ct'«ccMma 322.
cucire 345.
cuculo 322.
cugino 345 n.
cuidar 393.
cuhkettu 154.
culter 371.
cuna 114.
cuncé 207.
ci<oco 324.
cupidigia 432 n.
cwrZe 208.
cws'rf>'m 345 n.
489
cKs'ya ecc. 271-2, 378.
cusoliere ecc. 352.
ci«s5i 227 n.
cuytar 393.
cijfoine 347.
f?a^à 151.
dagan 208.
dampà 151.
dàrdan ecc. 283.
darder 208.
dasdóc 113.
dassà 151.
ddeju ecc. 181 n, 184 n.
débauché 389.
decere 169.
t^fda 139, 175.
dengue 393.
denzani 187.
derecau ecc. 364.
dérhò 364.
tZerZa 436.
rfesa 452.
desbarato 394.
desbauccia 389.
descansar 393.
descouQQO 218.
desdójt ecc. 364.
desfrasso 209.
desgiard 279.
deslegar 297.
desmayar 394.
desmentega ecc. 208.
despedir 394.
desrolée 436 n.
desrubant 208.
desruble 208.
desso 269.
desùtol 209.
de<e 381.
diaconu 150.
490
diamine 436.
dileguare 297.
diliku ecc. 1G7.
diruhbiato 208.
disdiente 208.
dischiattare 406.
discu 387.
disette 393.
diskua 387.
dispera 215.
dissdpitu 176-7.
tits^eZ/ 381.
rf'Ào 364.
doc 113.
doca ecc. 211.
doctu 361.
dodici 343.
dogare 387.
dòjì ecc. 364.
£?ofco 364 n.
dominante 239 n.
d'ondra 334.
dosmengà ecc. 208.
dórZa 436.
draghe 231 n.
(?re 355.
dringolare 406.
dm 1 14.
diic 364.
-dùcere 239 n, 234 n.
duna 165.
dMfo ecc. 335.
ècarboiiiller ecc. S78.
échancrer 278.
écharpe 288.
écheoeau 281-2.
échevelle 282.
écraboui 278.
ec'tf 154.
edw 154.
Indici. — IV. Lessico.
égaré 379.
eicaravilld ecc. 277.
e/uja 381.
emberlifìcoter 296.
embrener 276.
embut 377.
emparar 396.
empechier 337.
enfadar 397.
e'nse 115.
entregar 397.
épingle ecc. 298.
equu 171.
er^oi 353.
e'r;5e 115.
err« 217.
en-es 217.
Brìi e a 361.
escarbillard ecc. 277.
escarcelle 377.
escariu 403.
escharpe 287.
eschavoir 282.
esc/ue/" 282.
escopir 345.
es/bra 212.
esparrancar 404.
esperiolus ecc. 296.
es^i7^e 298.
espìnoro ecc. 298.
esquerpe 287.
esqiiitxar 396.
estouble 374.
estribo ecc. 299.
étó/)e 382.
étrape 382.
étraper 382.
étrivière 300.
e-<«</ ecc. 365»
eijj'er 297.
excutere 404.
exquadrare 379.
*ea;<r oczcare 338.
faceure 113.
facula 489 n.
fàgola 489 n.
falo'spa 113.
falsinimich 209.
faluppa 365.
fanfougnias 347 n.
farinalla 394.
f arnia 123.
farrunha 394.
fastildi 115.
' fattoca 154 n.
/edare 394.
/edif ecc. 139.
/erra 113.
(psqvri 395.
ferrajo 179.
/ersi 114.
fiadone 156.
fiaera 113.
fiaDgd ecc. 156, 157.
ficcare 338.
fidicà ecc. 394.
/ìe^o^ 208.
*figicare 338.
fildiìu ecc. 147.
filumela 147.
filumena 392.
/?oco 324.
fiogia 302.
/?apa 365.
flapar 365.
/?èc;ie 383.
flexir 395.
flexu 395.
fio ce s 302.
foedu 139.
folvica 161.
forbottare 208.
forrajare ecc. 154.
fòulu 17.
founfòni 347 n,
fragga ecc. 150.
*fragicare 338.
fràgol 208.
fragrare 156-7.
frailaggu 179.
frahà 338.
francisotto 283.
francolino 283.
frangelar 237 n.
frappa 365.
frastimare 156.
frauéina 114.
frazada 394.
frazare 394,
fra'z'zu 394.
fraito 394.
/reno 395.
frères baudes 270.
fresada 394.
/rèssa 209.
frezetu ecc. 395.
/>"2>e 215.
friscello 394.
frixoria 170.
fronzolo 401.
froppa 365.
/rua 173 n.
/rwc 234 n.
fructu 234 n.
frue'dda 173 n.
frui 173 n.
fruito 234 n.
/rw^a 173 n.
frullo 395.
fr lisina 156.
/TMSf 114.
fugitu 340.
Indici. — IV. Lessico.
fujfaro 157.
fuUone 275.
fumacca 148.
funtumà 162.
/moco 324.
furfur 1.57, 394.
fiisarò 212.
fascina 156.
fustlculu 154.
fustìju ecc. 154.
/w<o 340.
gaabisu 275.
gaamuslu ecc. 275.
gabata 113.
gaganu 150.
gasava 397.
^a^re 216.
§aicii 395.
Qaida 113, 366.
^cyw 143-4.
galaberno 274.
galabrim 27.5.
galabuaé 21 Q.
galapantin 275.
galaverna ecc. 276.
galavesso 275.
galavrina 275.
galifoulo 275.
galigorqo 211.
galimatias 211.
galivrogìa ecc. 275.
galizabia 277.
g''almn 162.
galoluna 275.
gaio fé gè 275.
galomerlus 275.
galopastre 275.
galzopp 360.
gamind 408.
Dandula 363.
491
ganderimi 141.
gangola 155.
ganna 143.
garabàttel 361.
garabbi 362.
garabija 277.
garapiùar 391.
garbuglio ecc. 277-8.
garbiìs'ell 361.
gargali ecc. 172.
<yari ecc. 278-9.
garibàje 361.
gariboldin ecc. 361.
garip 348, 3-50 n.
garòfalo 130.
garofanata 366.
garò'sola ecc. 361.
garott 353.
garra 353.
garrafa 391.
trarre 278.
garrettu ecc. 407.
^rarri 278-9.
garron ecc. 353.
garuvla 360-61.
gassa 281.
gàttice 279.
galtilier 279.
5ra<z^to 279.
g a u d i u 1 39.
gautlen 281.
gavass 281.
gavela 363.
gavela 363.
gavetta ecc. 281.
gacilla 363.
gavine -gne 281.
gavine ecc. 281.
(Javja 113.
Oebra 365.
^eda 366.
492
yeddu 117.
geisla ecc. 383.
g'elda 168.
geléjvro 282.
gelibre ecc. 282.
*gelivitrum 282.
gemere 116.
genofleya 366.
gerres 407.
§érsa 366-7.
§érsé 367.
g''esa ecc. 154.
ghetta 365-6.
giar 279.
gibbu 407.
gt§a 349, 351.
giglio 128-9.
gilicuoi 448.
gilofràda 366.
giocondjO 323.
gioglio 128-9.
giroflée 366.
giscle ecc. 383.
giucco 392.
giuoco 324.
^rmi 209.
^rtwre 282.
Qizzu 151.
glans 284.
glapir 21 A.
glo mulu 388.
gnabat 293.
/7wa&ó< 292, 293.
gobbura 415n.
^^Za 113.
golifràda 366.
^oVa 113.
§or§oena ecc. 395.
gourme 291.
govito 137.
g rubila 15.5.
ludici. — IV. Lessico.
gradella 430 n.
/^rae 209.
graeca 283.
^ra^asta 395.
tjran§iljun 278.
§ranc)ja 278.
granajo 124.
grange 124.
graso 367.
grateron 297.
gravalùn 17,
greisiu 20.
greisso ecc. 367.
grémbulu 155.
gresd ecc. 204.
grimandello ecc. 361.
grinotu 17.
grinta 395.
§rissa 366-7.
^rissja 366-7.
^rissin 366-7.
^n'to 17.
^^rtue ecc. 283.
grivela 113.
grizela 20.
grivolà 283.
§rnja 113.
grómbulu 155.
groumel ecc. 291.
groviglio ecc. 277.
^ruìzu 117.
grilmell 291.
gruogo 324.
^w 357.
guado 306.
guait- 234 n.
gualdo 306.
guarre 378.
guastare 306.
guavella 363.
guazza 431 n.
Québra 365.
guétre 365-6.
guiche 384.
p'tiA 273.
^wZa 283-4.
gurla -li 208.
guttur 171.
/mc/ie 296.
hacienda 404.
*haediolus 357.
haedu 154.
hapiette 296.
hebdoma 398.
*hordT 115.
ilice 423.
illierà 178.
ilpincanu ecc. 151.
u^ìm 143.
ilprumminu 147.
imbìa 162.
imbosà 376.
imbossii' ecc. 377.
imbuto ZÌI.
impagliuolata ecc. 400.
inclosto 209.
*incudic'lo 368.
'incudiggine' 368.
incùdine 368.
infiarà 157.
ingiarmare 397.
invizzì 151.
ingÒQa 205.
ingiiìu 157.
inkavriulassi 178, 392.
inno 150.
innogiée 206.
m oeugia 209.
ino()fji 166-7.
inorià 211.
inpaiha 209.
inserere 15.
intraj 210.
intrinà 179.
ìntuìierecà 179.
inzigare 408.
inzin^unata 408.
inziimhare ecc. 408.
ir^ustolu 395.
isappa 155.
ischio 129.
iskarzare 403.
ispisare 404.
ispi solare 404.
ispugunà 145.
i<oz< ecc. 365.
«Viari annócchiu 206.
Janna 343.
Jan uà 143, 148 n, 343.
janvier 343 n.
jaro 279.
jrtrre 278-9.
javelle 363.
jejùnare 316.
jéncu 342 n.
j uglans 283-4.
juniflado ecc. 366.
juvencus -a 342.
kahiju ecc., 154.
kabouila 152.
hahra 365.
habriola 365.
hàccavu 179.
kaccurru 393.
hahkammà 179.
AaZ- 279 sgg., 360-62.
Indici. — IV. Lessico.
halànka 190.
kalegìlke 273.
kale'izii 117.
kanàula ecc. 368-9.
kdnde 115.
hantafànna 118.
kànva 368-9.
hapami 147.
kàpul 379.
kapulà 177.
kapumiddu 152.
karamusa 273.
hàrdo 117.
harra 170.
^rrà 363.
karrngii ecc- 9-10, 151.
Rasale 190.
kaslejer 367.
hastiila 114.
hateddii 175.
kdtero 391.
hatiljun 282.
kavanzola 392.
kavéta 281.
kavjun 282.
/faii 448.
kentupuzone ecc. 400.
xeQccatov 130.
kerkera 140.
herugu 139.
kessa 153.
kesva ecc. 177.
kintàha 16.
kiuoppeto 115.
^i:rct« 149.
hlapìne 378.
kluka 114.
koìa'aìka 152.
49c
y^£/a 113.
ftq/M 20.
korizone 393.
7jo)"e 113.
Ap? 371.
kottilesa -osu 393.
koczi^ina ecc. 393.
Ari&j 115.
krijalésim 368.
kròccula 149.
kuaira 113.
kujulfà ecc. 147.
kujuì}unu 147.
kuhil'ja 114.
kuliri 179.
kulisdida 152.
^wZora 138, 179.
kultale 190.
kil'na 114.
kuntaddu 165.
hùnulu 145.
kunzare 397.
kiipussu 107.
kurdané 5.
kurs'etii 17.
kuseida 344.
kus'eser 344.
Atfiej 371.
Aloè)" 297.
Za&/e 284.
labreno 274.
Zodtn 205.
ladino 430 n.
Ztì/- 284.
Zrt^ro 323.
?a^ó' 370.
?a«7«na 322*.
* Un laguna, spazio bianco in una scrittura, è registrato dal Fanfani, Voc.
dell'uso tose. E qui mi si lasci annotare anche un fagola, fiaccola, ap.
Ugolini, Voc. di modi errati, ecc.
494
lajòl 369-70.
Xuxxog 397.
làmpia 226.
lan cea 285.
lancétt 285.
lancila 285.
lanciare ecc. 214.
lande 284,
/«n^re 124 n.
laniare 397.
lanka 285.
lanx 285.
lapides lausiae 285.
lapjass 284.
làs' 286.
Z«s'a ecc. 286.
las'àna 287.
lastima 397.
Zawey 369-70.
*lausa 285.
lausanier 285.
lausisso 285.
laiisun 290.
lautumiae 284.
lauvà ecc. 284.
lauvan ecc. 287.
lauze ecc. 285.
Za»a 284 sgg.
*Zauace 286.
lavagna 284.
lavanca ecc. 284.
XùJas il 8 4.
lavassiero 284.
lavénca 210.
lavesg 284.
lavéss 284.
Zarina ecc. 284.
Zatydw 284.
Zauo ecc. 284.
Zàuj-a 284.
Zasanio 287.
Indici. — IV. Lessico.
Zaiia 286 n.
leccare 338.
*IegiminG 234.
Ze>ni 234.
Zenc^a 173.
lensenger 210. '
lentiscu 141, 151.
Zej^a 286 n.
lézzora 397.
%ar 218, 108.
Uggia 286.
* 1 1 g i e a r e 338.
limachon ecc. 274 n.
limande 274.
limhoina 146.
limbuda 146.
limesinar 371.
limoca 370-71.
limocé 371-2.
limpi 210.
1 r m u I a 370-7 1 .
li ne tu 397.
Zm^e 124 n.
Vipera 162.
lisciva 129.
livina 284.
Zocto 398.
Zoi're 113.
lolium 151.
lorgne 275.
lórumu ecc. 388.
Zosa ecc. 285.
losange 286 n.
Zo^a 285 n.
^05:^^« 137, 138.
Maro 179.
lucignola 271.
lucinale 190.
lucu 137.
lìlmassa rablojra 375.
luogo 324.
lupino 432 n.
lurgnon 400.
liist'inhu ecc. 141.
lìiteu 137, 138.
Zmu 114.
Zwut 114.
ma 210.
maddrigga 166.
madoni 152.
ìnadunà 163.
magnali 280, 281 n.
magnatto 280.
magnien 362.
magnocca 388.
ma gnu 176.
tnagrun 18.
mainira 210.
maisowier ecc. 371.
■malave 115.
'maledicione' 210.
male habitus 115.
mal leu 145, 398.
inalma 162.
ìnalnatt 372.
malvegierius 210.
maìnmoni 141.
manca 154.
màncza 341.
mandruni 398.
Tnanehte 17.'
mangazzona 402.
mangun 290.
■maniskerpa 388.
mawissa 341.
mannaja 342-3.
mannerinu ecc. 341.
»7za?7o 288.
manovale 343.
manso 343.
m«Msi« 165.
*mansuariu 344, 371.
man su e s 343.
mansuetu 165,343.
maramàn 374 n.
rnaramdu 374.
mare 398.
tnarela 113.
mar etti 138.
marisci 210.
marjéura 113.
marminattu 153.
raarrubium 151.
'martedì ecc. 127-8.
maseddu 165.
masedu 343.
masedumen 343.
maskdrpa ecc. 288, 377.
wiasharpon 288.
masoni 146.
massaro 344, 371.
mas'uvé 344, 371.
mato 210.
maion 289.
matta 398.
mattoi 448.
mawwai 372.
maitre 398.
»wa3;^d 145.
mazzero 145.
medi u 3 n.
meja 371.
meZo 123.
melja 371.
menare 124.
menchedi 290.
mencm 290.
menfonea 241 n.
■menga 398.
mengun 290.
mengun e menssun 290.
menssun 290.
ludici. — IV. Lessico.
me n tuia 378, 399.
merolla ecc. 176, 177.
mésere ecc. 398.
me tu la 371.
meule 371.
me5:ena 20-21.
m,ezzédùna 398.
f/.rj^.of 123.
«il a 233 n.
ìnicciusu ecc. 399.
mignatta -o 281.
mt'nrt 233 n.
mma 279, 280.
minca 372.
ììiinchiale 290.
minerà 210.
minette 281.
mingun e lansun 290.
mm/fa 289-90.
minka- 372.
minon 281.
-mmM ecc. 280.
'mmM 117.
miìiuec 288.
minugatt 280.
wzre 280.
j;iire< 280.
missiau ecc. 163.
m;s«« 210.
mitaille 300.
mognon 280.
??ioie 371.
mola 371.
mo?M 399.
monatt 372.
móndulu 138.
monia 148, 399.
»npr ecc. 399.
mora 399.
morfell 291.
morigessa 153.
495
morue 291.
'mosse 361.
ìnóssén 361.
moto 289.
motina 152.
moife ecc. 289.
mouserote 361.
mousl 361.
mwccrr ecc. 361.
muchi 361.
mudare 430 n.
m,uddina ecc. 151 n.
muga ecc. 279.
mukkunpsu 138.
mulca 138.
murfluni 114.
murta 14.
musa 211.
muscia 279-80.
musette 273.
musser 301.
* m ustiu 275.
wa&of ecc. 292.
«di&i 291-3.
naikà 163.
ndipes 291.
nambot 292.
napin 292.
«asAicani 379.
nassion 211.
«aué 116.
nepta 178.
vr^niov 292.
nf?ra 399.
nidihale 190.
nigella 386.
n'//i&o< 292.
m'mmo 193.
«m/ta 289-90.
«tpjw 292.
496
Indici. — IV. Lessic
ìtoca 211.
ìioihé ecc. 15.
nonta 211.
' non - so - che ' ecc. 279.
nota 219 n.
nuh 114.
nuni 114.
nuta 211, 219.
ohja 372.
obviam 372, 422.
0 et a va 234.
odesèll 211.
ogna 244 n.
*oir 115.
omiimca 289-90, 372.
orbada 387.
orbe/iola ecc. 272.
orvdri 272.
oyei 407 n.
pabulum 115.
padire 430 n.
pagina 234.
paina 234.
pàis'e 3.
palmuzza 162.
paltieri 293.
pampinu 401.
pandulà ecc. 400.
pannolano 124.
pannolino 124.
panar 0 471.
papeu 139.
parar fora 211.
paruta 212.
^as 212.
pdse 115.
pastinu 400.
pastocchia 400.
pasùh 16.
patann' 114, 293.
pataud 294.
pa<(? 293.
^a<2n 294.
jpfl^k» 294.
j3a</a ecc. 293 sgg.
j3«^fó ecc. 293.
pallone ecc. 294.
patuja ecc. 293.
pecoìil ecc. 357.
pecten 212.
pedazo 400.
peglio 404.
pellicula 114.
p e n d i t u 400.
pe'nkna 113.
pensare 401.
pentone 400.
péntuma ecc. 400.
pepolino 373.
peppere 140.
percàntel 212.
percantare 212.
^er?a 295.
perolli 352.
perra 404.
pérrias 404.
perru 398.
pesadi[)e 402.
petazza ecc. 400.
pezade 212.
piacentiero 212.
piaseole 212.
piasàr 212.
J5ZC- 401.
piegga 151 n.
pigàìi 231 n.
pignolet 373.
pigritia 149.
pigru 401.
pi;'« 400.
pttó 18.
p'ikol ecc. 357.
pi leu 404.
'pillàccoro 401.
pillolet 373.
pillolti 401.
pils'él 446.
pilu 401.
pimaccio ecc. 213.
pimpinella 401.
pindaccu ecc. 402.
pìndula 152.
pin§u 172.
pingais 172.
2')innacu 154 n.
j«'n:a 401.
pigbja 113.
jjtoZa 139.
jpi'oia 113.
piòve 115.
pipìlare 177 n.
pzrZo 294.
pirolo 294.
pirolo ecc. 294-5.
pirolus 296.
piron 295.
pirone ecc. 294-5.
piru 294-6, 359.
^ts 212.
pisaròla 212.
jt;mnw ecc. 162.
pisticcioro 401.
j32^ 401.
ptó 401.
pittaci u 400.
pittile ecc. 401.
piulu 177 n.
pnuolo 294-5.
p>ivan ecc. 359.
piuo ecc. 359-60.
p«i;« 404.
Indici.
IV. Lessico.
497
pizzùga 323.
l'i] ola ecc. 29G.
pjuloU 294.
placa 355-6.
placare 355-6.
plachenhini 212.
plaro'l 373.
jìleito 401.
jìlija 114.
*pluvito 115.
pluvia 113.
poal 401.
póddine 394 n.
podere 430 n.
poina 288, 360.
poja 360.
pojolu 401.
lìowara 138.
pollen 394 n.
poZ<ro 138.
pomaies 402.
p 0 n d u s 402.
porci cigniiti 207.
pgrQu 137.
postierla 341 n.
poussicre 373.
pouina ecc. 288-9.
praecantare 212.
praecordia 150.
praedi care 404.
p raesepe 446.
prayè 452.
pras'% 452.
predaca 402.
preganto 212.
pregatitela 212.
preizza 149.
prestre 344.
prìga 114.
prihoggi 150.
prillare 294, 359.
Archivio glottol. ital.
pr/Z^o 294-5.
lìrincliar 213, 404.
prizzosu 174.
^M'ouocn 213.
prugno 122-3, 124.
prugnuòlo 123-4.
prtoz 296.
priiss 274.
pzm ecc. 359-60.
^iVa 300.
25Mra 153.
pz<fn 116.
jìugnora ecc. 470-71.
piigunà ecc. 145.
piiinna ecc. 360.
/)MZa 177.
piilga 213.
pillila 161.
pullu 390.
pulsa 373.
punca 396.
punctiono 396.
piinj'ùl ecc 373.
pf.pa 289, 360.
pupillu 402.
piissa 373.
puvata 360.
quadra 393.
quadra 363.
quadruvium 9-10,
151, 449 n.
*quaestare 367.
^-Mo; ecc. 217 n.
quarreignon 363.
quedo 297.
*quetu 297.
(jfi/e<c ^rweif 297.
quinice 213.
rabarchio ecc. 375.
XIV.
rabdcher 375.
ra&ai 375.
ràbaiun 375.
rabajin ecc. 374.
rabascé 375.
rahassar 375.
rabast 375.
rabastar ecc. 375.
ra&«< 375.
rabattà 375.
rabazèr 375.
rabbui 375.
rnbbuccett 375.
ra&e 373 n.
rabell 375.
rabileri 375.
ràbjo 367.
raòZa 374.
rablar ecc. 375.
r«&Ze 374.
r«&o 373.
raboino ecc. 374.
ra^o; 375.
rabondell 561.
ra&o« 375.
rabozz 374.
ragazé 213.
rat 354.
ra/i< 150.
r«Ze 402.
ramentum 140.
ramillete 403.
ranco ecc. 402.
randa 402.
ranfjunà 402.
rapagon 375.
raparigo 375.
rapaz 375.
rapici u 402.
rapo sa 373.
* rari il 113.
33
498
rascare ecc. 402.
rastru 154.
rasula 402.
ratavuléura 113.
rati 170, 402.
ravizzone 402.
ravolt 374.
rebell 378.
rebelld ecc. 375.
rè&Ze 274.
?'e6M/b 213.
recentar ecc. 380.
receiioclo 220.
rerf 214.
re/e 345.
regagnar 402.
regamo 164.
re^^^e 213.
rezdt 214.
ré/«" 297.
rella 297.
renino, ecc. 388.
reosso 376.
*roquare 297.
requevit 297.
rer 354.
res'a 361.
rés'es 213.
restis 148.
restuju ecc. 154.
retrorsum 376.
réver 297.
r evenir 213.
rewt 297.
reza 213.
razzola 397.
ribeba 351.
nèja 377.
?-té 354.
rièft^e ecc. 297.
rilpu::u 148.
Indici. — IV. Lessico.
rimandclu 361.
rimedire 213,
ritìcer 380.
?-ort&&i 362.
roana 214.
rociada 431 n,
rodanna 214.
roz(ia 113.
ro/a 436.
jf^a 436.
romanello ecc. 283.
roncare 388.
ros 151 n.
rosata 431.
rosa ìnarina 361.
roscidu 403, 431 n.
roso 376.
rosola 361.
rubeu 114, 115, 151.
r«iZ;j 114, 115.
riiciola 403.
ruddulinu 175.
r ù dis 137.
niella ecc. 214, 403.
r/fr/rt 361.
rugiada 431 n.
rumba 407.
rùmbulu ecc. 388.
rumell 291.
ruméntulu 140.
runkdzo 117.
rus'ina ecc. 151.
rùska 402.
rùskidu 403.
rustagga ecc. 140.
rustraìu ecc. 154.
r u t a b u 1 u ni 362.
sa&a 226 n.
sabjun 382.
saburé 373 n.
sacra tu 403.
saepes 16.
sdgou 11.
saguegga 378.
sagii'ggu ecc. 344.
srtj.ta 152.
sflA;é 379.
srtH 379.
salcèto ecc. 342.
salétte ecc. 342 n.
sali cetum 342 n.
salictum 342 n.
sampogna ecc. 346 sgg.
sampuón 346.
sana 172.
sanforgno 347.
sawm 172.
saoMs 379.
sapere 432 n.
sapone 432 n.
saquaìitz 379.
sarabanda 351.
sardiscu 241.
sar gu 11.
sarragare 405.
sartagine 173.
sartia ecc. 403.
sarvis'i 228.
fftt^f 403.
sas'illja 378.
satur 449.
sauglio ecc. 381.
Sfu'y 344.
srtyzo 302.
savane 432 n.
savore 432 n.
sbaffiare 403.
sbarnéura 113.
sbérlacun 296.
sbigornre 299.
sbrina 276.
scalabrùsa 275.
scangéo 310 n.
scapoccu 151 n.
s e a p u 282.
scarabocchio 278.
scaravaso 214.
scarpa 288.
scarsella ZÌI.
scass ecc. 378.
séàssah ecc. 378.
scassar 378.
scassar ecc. 378.
scaveta 282.
scawt^^à 214.
scheruolo ecc. 206.
schiacciare 378.
schigar ecc. 306.
schinco ecc. 403.
schirato ecc. 296.
schirru 271.
sciabica 403.
sciabigotto 403.
sciagatiare 403.
sciarpa 288.
sciur u 296.
sciapa 378.
sconchigarse 207.
scòVs 214.
5cor2 214.
scracchiare 391.
seravogliare 277.
scrépia ecc. 377.
sculier 352 n.
scuriada 431 n.
scMsà 214.
irforZee 436.
secondo 323.
sèdano 130.
sedilo 400.
segna 214.
seisella 378.
Indici. — IV. Lessico.
se/a 371.
5e//' ecc. 381.
sc7e 115.
semita 175.
semniida ecc. 175.
s'ehbu 9.
sènec ecc. 214.
Seneca 214.
seneciàt 214, 234.
seneghir 214.
.s'en<« 404.
sert^r 222 n.
sermollino 361, 373.
seta 113.
s e t u 1 a 37 1 ,
s/bJ"o 212,
sgalaverna 276.
sgallissi 161.
s'garamr 217.
sgarbùljar 278.
sgariol 296 n.
sgarùzule 296 n.
sgaveta 282.
sghelefà 209.
sghignare 404.
sgorbio 278.
sguarà ecc. 395.
s guisa 215.
sicuro 323.
si^ne 299.
sigòrbola 271.
siguella 378.
jj^Mj ecc. 381.
sikutn 156.
simana 178.
stm&wZa 394 n.
si mi' la 394 n.
singli 150,
singiilu 156.
singuni 156.
sinzigà 408.
499
sin'su 165.
sigilli ecc. 152.
* sic arpa 287 sgg.
sherpa ecc. 377.
sJcinhellu 403.
^kravàg 446 n.
skiiasi 187.
sfcwica 114.
ifcwrt^ 379.
skwaré 379.
skwant 379,
sfczoe 379,
skwintapp ecc. 380,
s'ZeJue 297,
sleura 113.
smq/ 399.
smucciare 361.
so^e< 214.
SjoZdw ecc. 137.
solidu 115.
sollingoro 404.
sombra 344.
som 116.
sórnaca 405.
soróse 332.
sorra 157.
sosegar 388.
sovente 344.
spadée 371.
spantdsima 18.
S[)araver 232 ii.
sparrancai 404.
spaveccu 154 n.
spTca 299.
spTculu 298.
spìdu 16.
'spillo' 298-9.
s^'ma 299.
spinga ecc. 114, 298.
spinglott 299.
s p In u 1 a 298,
500
Indici. — IV. Lessico.
spiro n 296.
spresella 215.
s p u e r e 345.
squadrare ecc. 379.
squedela 205.
squillar 404,
squiriolus 296.
s'rejnsar 380.
stabulum 8.
stakka 18&.
stajora ecc. 470 sg.
staladì 215.
stalas'én ecc. 381.
stalèjd ecc. 380.
stalis'ej 380.
slampita 349.
stanca 166, 166 n.
stapell 380.
slaplar 380.
slarlèze ecc. 381,
stallai ecc. 163.
stocco 404.
stoxr^t* 149.
stazzunacu 404.
sf^f^^M 142.
stégola 323.
stellarla 215,
sterne 115,
*s<erwto 115.
s<i6i 573 n.
sh'Wrt 153.
stillicidiuin 380-81.
stivale ecc. 299.
stivare 432 n.
stombolo 215.
strada 431 n.
stragegna 381.
stralezari 381.
strangé 215.
strassepate 293.
sirewa 300.
*strigicarG 338.
strikàr 338.
strival ecc. 299.
strivass 300.
strivera 300.
strizzare 338.
strizzeàrie 381.
strizzai ecc. 381.
slromend 215.
s t r u e r e 239 n.
strugé 215.
strugiun -ciun 215.
strukdr 338.
strilpi 115-16.
siw/a 118.
subflare 403.
su bh ir cu 404.
sw&i 115.
subilla ecc. 381.
sublenis 143, 404.
st«&ri 116.
subula 381, 178.
suceroni 141.
snello ecc. 381.
swercK 404.
sugare 322.
SM^o 323.
swZa 178.
sumbriva 344.
*sumpónia 347.
av/j,(pwyi« 346 sgg.
siìn/lulu 165,
stìnta 114,
supatc 294.
supitione 215.
suqué 379.
surrusare ecc. 404.
sif.fa 403.
swò'io 388.
sùìi'ija 114.
toccare 338, 472.
<c?c/ie 405.
taeda 139, 175.
*tagicare 338.
iofcfcct 405.
talolku ecc. 405.
talu 405.
i«ma 215,
tamagn 215-6.
tambóran 216.
tàhkiia 405,
tapell 381.
iapm 294.
tapine 294,
taplar 382.
tappa 382.
tappasd 294,
tarantola 405,
taraska ecc. 187.
tarpare 382.
tartaruga 323.
tàrter ecc. 283.
iaj-<wca 323.
iarwj^ass 216.
tote 405.
to^to 405.
ie^a 405.
</6i 115, 373 n.
tecchio ecc. 405.
teccola 397.
te§adtn ecc. 406.
t e g u 1 a 405.
t e n u s 422.
t^pjsa 405.
ier^a 406.
i/icca 113, 406.
<ìa 422.
a'&tar 300.-
tizzibukku 160,
tnéska 114.
toccare ecc. 337, 472.
todeschin 283.
tornar 280.
tornine ecc. 280.
tonto 380.
tóiìia 16.
topu pinniitu 130.
tfjraru 341 n.
torqiiez 300.
turulu 341 n.
touillcr 300.
«oii^^e^ 407.
/o."o 406.
trabentu 400.
tradii 216.
tragittare 215.
tragóndar 216.
tragu 406.
trahere 354.
traniaz 215.
traynezera 210.
trantol 216.
trashun 300.
trassa 406.
<raM< 224.
travacch 216.
travuonddr 216.
Irèhul 341.
<rè/?e 341.
<rfin< 367.
tresgeteor 215.
<ri6o 244 n.
tribulare 178.
tri e ari 406.
trichila 154.
tricoises 300.
trifurciu 161.
trig^u 166.
<ri/a ecc. 154.
«n'ndwtó 216.
triticu 166.
^riw^as 178.
Indici. — IV. Lessico.
triuzzu ecc. 101.
<ro&&a 406.
trpddlu 152.
irojj ecc. 216.
troyna 16-7.
<ri«&a 406.
Iruciare 406.
t rìic-s 339 11.
trudda 176.
*lrueUare 300.
trìl'ila 234 n.
triUejs'e 300.
truppa 406.
tuber 178.
tudesch 205.
*t ti dicare 337.
zvrflivri 272.
i^y're 300.
<;yt( ecc. 407.
<»ma 114, 289.
tiitndla ecc. 402.
tuorlo 341 n.
turchese 300.
turcoise 300.
turtifidi 114.
iiiocjra 178.
uber 179.
«caoa 234.
wes/ia 162.
ugulà 394.
*uizga 383.
ulex 18.
ulora 382.
ura bracai UHI 135.
umbragu 155.
ihnùa 21 1.
tendale 190,
ungarcsin 283.
wpM 401.
upuale 401.
501
Mrsiiii 117.
i«r?'c6i 115.
urvu 143, 387.
Msc'w 155.
US tuia re 155.
liSìje/ 231 n.
j<<<MrmM ecc. 171.
t<M;(?Z 297.
tfc:;are 389.
u«///e 367.
vacare 407.
vaclvu 114.
valanga 284.
uaZet 356.
■yapw 179.
varlet 356.
vassel da aoe 216.
uaiiwa 114.
veder-giazz 282.
vedretta^ ecc. 282,
ve^oZ 407.
ut'^ro 210.
vnhhainu 177.
vehiculum 407,
venim ecc. 300.
* V e n T lu e n 300.
ver bum 162.
veì'chione 394.
vergdppa ecc. 270.
uerglas 282.
ver meli 291.
ve' ma 113.
-uerna 270.
V e r r 0 s 357,
* y erri e a ce a 270.
oes/j 230 11.
ycò'i'rt 357.
ve te re 216.
veoerUa 270.
V(?ÌÌM U7.
502
Indici.
Varia,
viceré 113.
viciória 216.
vidàscia 216.
vidna 108.
Vieri 216.
vigin ti 219 n.
'villaneta' 216.
vinvóra 270-71.
vidi 369.
vira 114.
virgultu 342n.
visca ecc. 383.
viscla 383-4.
vi'^trina 276.
VI tulli 154.
viverra 270-71.
v'ioi 115.
vivi du 1 15.
vli'ip 365.
voghe ecc 16.
vrera 282.
vrew 21.
vrim 300.
* voci tu 169.
vdle 115.
vorma 291.
wajar 384. .
wamja 1 1 3.
wamp 384.
toè'M 384.
icisca 383-4.
xabeca 403.
zàcchera 407.
zafand' 209.
.s«wAanM 392.
zankone 392.
srtnsi'fcà ecc. 389.
zelarla ecc. 436.
zeccola 397.
zenbu 407.
zerigare 407.
iero 350.*
4;erro ecc. 407.
ila 452.
:rzca ecc. 408.
zimbgina 146, 421,
zingaresca 349.
zinzino 408.
;tn 207.
zombare 408.
^ofto 389.
òOj;7a 155.
zumba 407.
iwnc 342.
ziirikiài 406.
zurumba 407.
V. Varia.
La lingua italiana. Cosa si debba in-
tendere sotto questo nome: 304
sgg. ; quale sia il nucleo storico
dell'italiano letterario: 312.
La quistione della lingua: 308 sgg.,
315.
I Manzoniani: 309-10; loro abbagli
ed errori: 317.
II 'latino volgare' d'Italia: 304.
Il 'longobardico' e il 'latin volgare
d'Italia': 395.
Dialetti toscani: 312 sgg.; a quale
età risalga la divisione dialettale
del toscano: 312-3; maggiore no-
biltà istorica del tipo toscano : 432 n.
Il dialetto pisano-lucchese: 313.
Il dialetto senese: 313.
11 dialetto arrotino: 313.
Il dialetto fiorentino: 313; sue vi-
cende : 314-7.
Veneziano e friulano: 328.
Gradese e friulano : 334-5.
Il dialetto piemontese. Secondo quali
criterj si possa suddividere: 111.
Il dialetto canavesano di Piverone:
112. Condizioni fonetiche sue, de-
terminate dalla sua condizione to-
pografica: 119.
Il sanfratellano : 437 sgg. ; sua pa-
tria: 445 sgg.
Il sanfratellano e il piemontese-mon-
ferrino : 442 sgg.
Il sanfratellano e l'emiliano-bologne-
se : 439 sgg.
Il sanfratellano e il genovese: 448 n.
Il sanfratellano s'identifica coU'alto-
novarese : 445 sgg.
Le altre colonie gallo-italiche di Si-
cilia: 451-52; in che differisca il
loro dialetto da quello di S. Fra-
tello : 451; loro patria: 452.
Sassarese e logudorese: 385-6.
Sassarese e gallurese: 385-6.
Gallurese e logudorese : 385-6.
Indici. — V. Varia.
503
Forma italica diversa dalla latina: 345.
Voci neolatine di italicità non la-
tina: 352, 471.
Germanismi nel latino volgare : 304-5.
Incontro di base latina con base ger-
manica: 319.
Voci arabiche: 349 sgg.
Voci latine venute a noi con elabo-
razione arabica: 123.
Arabismi che mancano alla Spagna
e sono altrove: 351,
Grecismi nell'italiano: 130 n, 390;
nel calabrese: 292; nel córso: 395,
403; nel sardo: 397.
Influenze longobardiche nell'italiano:
305-6.
Germanismi in Italia: 296, 297, 299,
300, 349, 351, 377, 380, 382, 383-4.
Influenze galliche nella morfologia
italiana: 311-2 n.
L'antico francese e il provenzale nel
lessico italiano: 307 sgg. ; età e
origine di qualche gallicismo: 310.
Gallicismi in Italia: 166, 234 n, 384,
389; nel piemontese: ]\7 (drglo);
nel córso : 402 , 405 ; nel sardo :
389, 390.
Provenzalismi in Italia: 216, 283, 372.
Voci catalane nel sardo: 389, 391,
393, 396, 401, 404, 405, 406.
Spagnolismi nell'italiano: 323, 431 n.;
nel sardo: 146, 154, 158,388,389,
390, 391, 392, 393, 394, 395, 397,
401 , 402, 403, 404, 406, 407; nel
genovese: 19.
Italianismi in Francia: 359; in Ispa-
gna: ib.; in Inghilterra: 293 n.
Voci dialettali nell'italiano: 322,323.
Voci letterarie ne' dialetti: 144, 145,
148; nel córso: 156; nel sardo:
152, 160, 165, 173, 175, 178. 179.
Influenze siciliano nel sanfratcllano:
444.
Voci genovesi nel córso: 139, 163,
403, 408; nel sardo: 151; nel vo-
gherese: 449 n.
Influenze logudoresi nel sassarese:
144, 148, 150, 151, 154, 155, 150,
162, 166, 167, 168, 169, 172, 173,
177, 178; nel gallurese: 144, 146,
155, 164, 166, 171, 175.
Influenze campidanesi nel sassarese:
155.
Nomi di piante. Loro ragioni logi-
che e storiche: 123.
Nomi del cacio derivati dalla sua
forma: 289.
Nomi di uccelli derivati dal luogo
di provenienza o d'arrivo: 283.
Nomi del gatto: 279-80.
Leggi fonetiche assolute: 120.
Azioni analogiche che perturbano le
leggi fonetiche : 321-2, ecc.
Radici raddoppiate. Si sottraggono
agli effetti delle leggi fonetiche :
322.
Effetti fonetici che persistono, pur es-
sendone obliterata la causa: 341 n.
Ragioni topografiche di fenomeni
fonetici: 119.
Alterazioni fonetiche dipendenti da
alterazione lessicale: 428.
Restituzioni e ricostruzioni : 222, 227,
232 n, 235 n, 236 n.
False ricostruzioni: 316 n.
Cronologia relativa de' fenomeni fo-
netici: 11-2, 226 n, 235 n, 321.
Doppioni morfologici dipendenti da
ragioni cronologiche: 314.
Grafie: 98-100, 144 n, 146 n, 183,
232 n, 231, 231 n, 237, 440, 441.
Attrazione lessicale: 428.
Etimologie popolari: 162, 188, 360,
365, 366.
Commistione di temi: 11.
'ampolla' e 'anfora': 152.
'angelo' e 'vergine, giovine': 239.
'buco' in 'lucertola': 188.
'cagna' e 'scrofa': 357.
'capra' e 'pecora': 357.
'cinghia' e 'cinghiale": 121 n.
'coda, deretano' e 'strascico' 375.
'concordia' in 'accordo' 11.
'cura' in 'sicuro': 323.
'gamba' e 'sgabello': 187.
' fulmine ' e ' folgore ' : 109.
'gibbu' e 'gubbu': 407.
'in' e 'intus': 247.
'nero, oscuro' e 'misero': 386.
'nausea' e 'brama': 205.
'prunu' e 'aprugnus': 123.
'pectus' e 'pecten': 360.
504
Indici. — Giunto e corrozioni.
'pomo' e 'tornata': 402.
'riva' e 'rivo ': 432 n.
'russare, e 'rantolare': 405.
'seco' in 'secondo': 323.
'sèrenus' e 'sublenis': 404.
'sorore' e 'morosa' ecc.: 332.
'tremolare' e 'scintillare': 3.59.
'ufo' e 'buffo': 390.
'uguale' e 'affuente': 402.
'urvu' e 'vervactu': 387.
'zampogna' e 'sinfonia': 340-8.
Il composto del tipo 'pettirosso': 190.
Primitivo sul derivato: 436; dal de-
rivato: 401-2.
Conguaglio tra primitivo rizotonico
e derivato arizotonico: 129.
Nomi locali: 2, 3, 4, 117, 124, 137,
228, 2G9, 270, 283, 281, 285, 280,
306, 323, 339 sgg. (Truentu), 339 n.
340, 341-2 , 342 n , 344 , 350 , 374
(Grenoble), 390, 400, 423 sgg.
Nomi proprj:2,3, 7; li, 17, 115,
117, 322, 436.
Cognomi: 117, 426.
Nomi proprj e cognomi italiani d'ori-
gine gallica: 311.
Omioteleuti: 397 {lintu e jìinUi).
La rima nell'ant. genovese : 100 sgg.
Testi antico-genovesi : 22-97.
Documento latino-genovese: 18-9.
Testi galluresi: 416-20.
Testi sassaresi: 408-16.
Bibliografia: 1-2, 97-8, 180 n, 201-4,
326-7, 438 n.
GIUNTE E CORREZIONI.
Pag. 206 1. 10: per '■maleeson, 1. 'ìnaleeson'.
» 228 1. 10: togli 'num. 36 n.'.
» 246 1. 15: per '36' 1. '27'.
» 246 1. 21: V. pag. 268.
» 255 num. 142 1. 4: per 'non' 1. 'uon\
» 284 » 44 1. 19: per '■lavesg' 1, Havcsg'.
» 439 1. 5: per 'quelli' 1. 'quelli'.
» 439 n. Il fenomeno di e da ó è veramente anche in qualche parte
della bassa Leventina, p. es. a Gavagnago (Kavanek).
» 440, n. 2. Per ai da ei, v. le versioni di Brosso, Ruoglio, Mondovì, nel
Saggio del Biondelli. Per Mondovì, anche il saggio a p. 650.
» 441, n. 3, 1. 5: per 'della' 1. 'dalla'.
» 443, n. 2: per sovn I. j^ovu.
» 446, 1. 6: per 'Carvegno' 1. 'Cavergno*.
» 446, n. 2, 1. 5. Circa scravà;), m'incombe di avvertire che riflessi ana-
loghi soccorrono in più altri dialetti; v. le mie 'Postille' al Kor-
ting s. '*scarabajus', aggiungendo il vogher. sr/ravàs'.
» 446, n. 3. Anche V -à della Valmaggia di fronte aW-d comuno-loml)ardo
(valm. hantd = mil. kantci, ecc.) accenna certamente a una più
lunga persistenza del -?'.
» 447, n. 1, 1. 5: per e' 1. e'.
» 448, n. 2, 1. 2: per ìnàj 1. màj. — ib., 1. 8: per 'cccordano' 1. 'ac-
cordano'.
» 448, n. 3, 1. 9: per '419;' 1. '419:'. — Circa -sii da -?{, cfr. il caso
analogo di -:(i) da -// nel pure valcanobb. a.ik''ts (= *-(i:) quasi.
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A7
v.U
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